Frammenti

di Fabrizio De Santis “Gilgamesh”

Socchiuse gli occhi e si guardò intorno.
L’ambiente non gli era familiare, ma riconobbe il tipo di stanza e molti degli oggetti che vide. Non ricordava come fosse arrivato là; di più, non ricordava quasi nulla del passato recente, il suo ultimo ricordo era il banco check-in di un aeroporto, presumibilmente giorni prima.
Rimase quasi immobile e con gli occhi semichiusi per qualche istante, il tempo strettamente necessario per fare una sorta di inventario delle proprie condizioni fisiche e controllare se qualcuno lo stesse osservando da presso.
Nessuno in vista. Con un unico, fluido movimento fu in piedi e iniziò a guardare meglio la stanza in cui s’era risvegliato.
Non era esattamente una stanza, dopotutto, sembrava più la cabina di una nave. Anche l’odore suggeriva che potesse trovarsi su un’imbarcazione, sicuramente attraccata vista l’assenza di rollio o beccheggio. Nessuna finestra né oblò, solo una porta metallica chiusa dall’esterno, unica sorgente di luce una plafoniera sul soffitto. 
Indossava una camicia bianca e un paio di jeans, ai piedi dei mocassini chiari, nulla nelle tasche. Controllò la fibbia della cintura e i tacchi delle scarpe, ma non trovò niente di insolito. Come colpito da un ricordo improvviso si tastò dietro l’orecchio e avvertì un leggero dolore.
Si avvicinò alla porta e si concentrò sulla maniglia, dopo alcuni secondi la porta si aprì con uno scatto secco, come se si fosse sbloccato un meccanismo. Per qualche strana ragione la cosa non parve stupirlo. Aprì lentamente la porta e scivolò nel corridoio non illuminato, sul quale si aprivano molte porte simili a quella dalla quale era appena uscito.
Percorse il corridoio fino alla fine e si trovò davanti a una stretta scala. Iniziò a salirla con circospezione, pronto a tornare indietro al minimo indizio di una qualche presenza di fronte a lui. Tornò con la memoria ai suoi ricordi più recenti: la missione a Talinn, il suo contatto e il loro incontro al Linnahall, l’ultima telefonata con il suo capo, i suoi dubbi sull’opportunità di proseguire senza una copertura adeguata. Aveva ricevuto l’ordine di rientrare, e stava per prendere il volo quando qualcuno l’aveva intercettato e in qualche modo neutralizzato e rapito.
Improvvisamente una figura si parò davanti a lui, un tipo tarchiato con una tuta azzurra da meccanico che imprecò in russo vedendolo. Senza esitare lo colpì col palmo poco sotto lo sterno e col taglio della mano alla base del collo mentre cadeva, prima che potesse parlare ancora.
Scavalcò il corpo esanime e si trovò in quella che sembrava una sala di controllo. Rimase abbastanza sorpreso nel constatare che non si trovava su una nave, dopotutto, ma su un dirigibile.
Tutto iniziò a dissolversi proprio mentre cercava di interpretare il pannello principale con le sue indicazioni in cirillico. Ebbe come la sensazione di precipitare in un vortice poi fu di nuovo buio e silenzio.
Gli sembrò di sentire come delle voci, in lontananza:
– Allora, dottore, c’è qualche possibilità che si svegli?
– Signora, non voglio darle false speranze. È estremamente difficile che si risvegli dal coma, nonostante i picchi improvvisi di attività cerebrale che abbiamo riscontrato.
Le voci si persero in un mormorio indistinto, una luce intensa filtrava tra le assi di quello che sembrava un capanno da caccia. Uscì all’aperto e vide sua sorella che si arrampicava su un tiglio, e il suo pony preferito legato a una staccionata. Suo padre arrostiva salsicce poco più in là e sua madre e alcune amiche chiacchieravano sotto una tettoia di legno, vicino alle tavole e alle panche disposte intorno. Corse incontro a suo padre che gli sorrise.
– Che giorno è oggi, papà?
– Mi prendi in giro, Mikhail? Sai benissimo che giorno è oggi. È il tuo dodicesimo compleanno. Sei un uomo ormai, oggi riceverai in dono la carabina che fu di tuo nonno.
– Sì, ma intendo la data.
– È il 15 maggio, che altro giorno potrebbe mai essere, se è il tuo compleanno?
– Che… anno?
– Oh, ma questa è bella. Il 1903, non ricordi?
Di nuovo, tutto si dissolse in un mosaico di colori, la campagna verdissima, il sole di maggio, il vestito bianco di sua sorella Barbara, la giacca porpora di suo padre.
Musica, questa volta, musica sinfonica – una melodia maestosa che ricordava bene. Smise di farsi domande e andò incontro alla luce che filtrava dall’alto, verso l’ampia scalinata di un palazzo marmoreo che in qualche modo conosceva.
– Benvenuto, o meglio bentornato. – echeggiò una voce.
Sorrise e salì i gradini. Pensò che era bello essere di nuovo a casa dopo tanto tempo.

__________
Fabrizio De Santis “Gilgamesh”
Potrebbe raccontarvi di quando percorreva la terra e dava nomi alle cose che non ne avevano, che erano tante perché l’umanità era giovane. Potrebbe ricordare tutti i nomi che ha avuto, ma sono troppi e troppo tempo è trascorso. Dunque vi dice solo che non si può raccontare una vita, anche una breve come le vostre, in poche righe. Una vita è una storia e ogni storia che meriti di essere raccontata richiede il suo tempo a chi la narra e a chi l’ascolta.
Gilgamesh – Sha Nagba Imuru

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Informazioni su il Many

(marco manicardi)
Questa voce è stata pubblicata in 2. (n+1)esimo ebook. Contrassegna il permalink.

Una risposta a Frammenti

  1. max ha detto:

    Bello… interessante… mi sono solo perso al passaggio tra il dirigibile, il dottore che parla ed il capanno di caccia.

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