L'(n+1)esima quarta di copertina

di Peppe Liberti

fruttero

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Sant’Ignazio nello spazio

di Leonardo

Sant’Ignazio di Loyola certe volte in cielo vola.
Finché giunge nello spazio, di Loyola Sant’Ignazio.

La sua chiesa del Gesù, questo è un fatto ignoto ai più,
è una nave aerospaziale, Sant’Ignazio generale.

Sopra il ponte sta alla barra Sant’Ignazio di Navarra:
ha la rotta bene in mente Sant’Ignazio l’ubbidiente.

Svolta svelta tra le fratte, schiva rapida il Soratte
poi fa tappa su Titano, Sant’Ignazio, a far metano.

Passa Sirioe Aldebaran, di Loyola Ignazio San
finché arriva su un pianeta, Sant’Ignazio il grande asceta.

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Advanced Dungeons & Rome

di Alessandro Forlani

Non è cambiato un cazzo da allora. Stava sempre con la stessa fidanzata, continuava a vedere Aldo, continuava a vivere con mamma, continuava a far finta di studiare, continuava. Un groppo grande come un polipo gli si avvinghiò alla gola. Quando cambia?
Niccolò Ammaniti e Luisa Brancaccio; Seratina

La sbarbina di turno alla reception del piano terra gli annunciava al citofono che era arrivato Baietta, il tono velenoso sottintendeva quel frocio.
Denis Canavese acconsentì che salisse: ascoltava, smanioso in poltrona, il mugghio del saliscendi e delle porte dell’ascensore, i passi nel corridoio, gli impiegati che incrociavano lo stagista, che ruffiani lo salutavano, «buongiorno, dottore». E un tonfo sullo zerbino. E il bussare alla porta sulla targa di plexiglass.
Canavese si drizzò sulla consolle del mac nella sua miglior postura da dirigente della Regione: draghi di Elmore e dei fratelli Ildembrant si alternavano nello screensaver a cascate di dadi a venti facce. Lui riportò il desktop, con un colpetto sul mouse, all’elenco di grigi file d’ufficio per quell’anno amministrativo 2022.
«Avanti.»
Lo stagista spinse dentro lo scatolone, chiuse l’uscio con un colpo d’anca.
«L’ho trovato, assessore», squittiva esultante. Continua a leggere

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Frammenti

di Fabrizio De Santis “Gilgamesh”

Socchiuse gli occhi e si guardò intorno.
L’ambiente non gli era familiare, ma riconobbe il tipo di stanza e molti degli oggetti che vide. Non ricordava come fosse arrivato là; di più, non ricordava quasi nulla del passato recente, il suo ultimo ricordo era il banco check-in di un aeroporto, presumibilmente giorni prima.
Rimase quasi immobile e con gli occhi semichiusi per qualche istante, il tempo strettamente necessario per fare una sorta di inventario delle proprie condizioni fisiche e controllare se qualcuno lo stesse osservando da presso.
Nessuno in vista. Con un unico, fluido movimento fu in piedi e iniziò a guardare meglio la stanza in cui s’era risvegliato.
Non era esattamente una stanza, dopotutto, sembrava più la cabina di una nave. Anche l’odore suggeriva che potesse trovarsi su un’imbarcazione, sicuramente attraccata vista l’assenza di rollio o beccheggio. Nessuna finestra né oblò, solo una porta metallica chiusa dall’esterno, unica sorgente di luce una plafoniera sul soffitto.  Continua a leggere

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La carovana dei mondi

di Alberto Cecon “cek”

Su veloci vascelli viaggiavamo – ricordi? – sospinti da vorticosi venti solari, il silenzioso scintillio delle stelle ci condusse ai confini del Cosmo, laddove, in nebulose di nebbia purpurea, spesso ci perdemmo, ritrovando poi noi stessi e i segreti degli spazi siderali.
Sconosciuti satelliti scoprimmo, e pianeti popolati da piante, e strane forme di vita invisibili, e formazioni di pietre pensanti; incuranti di credi, costumi, culture da noi molto diversi, visitammo le vaporose regioni al di là dell’ignoto, alieni in aliene contrade sulle strade del Tempo.
Per centinaia di migliaia di anni navigammo senza una meta, senza fretta, senza il dovere di cercare una fissa dimora; come naufraghi in un dolce naufragio, ci lasciavamo sospingere dallo sciabordio delle onde gravitazionali, e solo una prematura supernova, o una stella esplosa in un perduto passato ci faceva da faro.  Continua a leggere

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El perro negro

di Salvatore Mulliri “Isola Virtuale”

01-06-1982 – Delta Zulu Sierra Alpha
(Atlantico del Sud) – ore 04.32
Grazie a quel mirabile organo di senso che è il posteriore umano, il tenente Felipe Bonaventura dell’Aereonautica Argentina, nonché secondo pilota e addetto al carico del C-130 soprannominato “El Naranjero”, sentiva risvegliarsi in modo prepotente quell’antico istinto della preda in campo aperto, quando non può fare affidamento sulla velocità o sull’invisibilità.
Davanti a lui, oltre il parabrezza flagellato dal vento, le nere onde dell’Atlantico del sud sembravano una catena montuosa, vivente e minacciosa, e c’era da ringraziare qualche santo australe per il miracolo che permetteva al pesante quadrimotore di sfiorare le onde colossali senza farsi afferrare dai gelidi artigli di spuma. Continua a leggere

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Ventiduesimo secolo

di Giampaolo Bonora “oasi”

[clic]
– AH!
– Ehm… eccomi…
– Vedo. Purtroppo. Ci avevo già messo una croce sopra. A questo punto, era meglio se sparivi del tutto
– Uh, adesso non esageriamo. Gira quell’anello e accendi il 3D
– No no, non esagero. Visto che mi hai cercata, ti ascolto. Ti ascolto, niente di più. Voglio sentire cosa ti inventi. Non accendo nessun visore, non voglio vederti qui intorno. E prima ti dico una cosa, stampatelo bene in testa: sei uno stronzo. Adesso ascolto lo stronzo che mi parla. Prego
– Maddài, lo sapevi che al mio lavoro ci tengo. E te l’avevo detto che…
– EH? Quando?
– Massìi, te l’avevo detto, guarda che se devo chiudere il mio progetto non mi faccio vivo per un po’… l’ho già fatto altre volte… Continua a leggere

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L’emporio della distruzione di Lumo Tarryx

di Barbiano Panzucci

– Maledetto figlio di una protogeisha di Baak, io t’ammazzo!
Quando un ungoliano a quattro braccia vi entra in negozio schiumando di rabbia e scardinando una porta super rinforzata in tetracciaio ci sono solo due possibilità: o vi teletrasportate a qualche anno luce di distanza o siete Lumo Tarryx de “L’emporio della distruzione di Lumo Tarryx”. Trattandosi del secondo caso, non vedremo nessuno sparire in una nuvoletta di ioni post-trasporto e resteremo a ammirare il sorriso stampato sul muso rettiloide di Lumo.
– Gergash, amico mio!, la porta la paghi subito o la metto sul tuo conto? Inoltre dimmi, cosa ti turba?
– Credi che i tuoi sistemi di sicurezza m’impediranno di ridurti a una poltiglia sanguinolenta? Continua a leggere

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Non ne valete la pena

di Oblomov

Prima o poi la scienza finisce con il toccare tutti i temi su cui la filosofia ha posto domande e la religione ha affermato risposte.
Io ho avuto la fortuna di vivere personalmente il periodo in cui la scienza cominciò ad occuparsi del concetto di spirito. Dopo secoli dedicati all’intelligenza, con progressi fantascientifici su quella artificiale e la conseguente migliore comprensione anche di quella naturale, quando ormai si era detto tutto quello che c’era da dire (almeno entro limiti sensati, prima di arrivare alle specializzazioni estreme incomprensibili persino agli stessi esperti del campo), qualcuno decise di fare lo stesso per qualcosa di ancora più intangibile, più astratto, persino indefinito.
Il progetto doveva essere, nella sua veste iniziale, qualcosa di titanico, con proporzioni da programma quadro di collaborazione internazionale, arrivando a coinvolgere praticamente tutti i campi dello scibile umano: biologia, chimica, fisica, ingegneria, e, forse per la prima volta a questa scala di collaborazione, anche storia, filosofia, persino religione; tutti coinvolti in un unico, immenso progetto. Benché non mancarono — criticati — stanziamenti pubblici per questa ricerca, la più parte dell’immenso budget disponibile proveniva da finanziamenti privati, e in particolare da un finanziatore privato, un ingegnere di origini egiziane, espatriato e residente in Svizzera. Continua a leggere

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Mentre che il vento come fa ci tace

di Alessandro Forlani

La situazione dell’appestato, che muore senza distruzione materiale
con tutte le stimmate di un male assoluto e quasi astratto
Antonin Artaud

Francesca posò lo zaino su un tavolino, occupò con i borsoni le due sedie di zinco, crollò di gomiti sul bancone bagnato aggrappata a una teca di cornetti e di sandwich:
«Si può?»
La barista annuì, posò il joystick del mocio-robot su uno scaffale e indossò lo zinale e il cappellino dell’uniforme. Si fermò fra le consolle del cibo, delle bevande e le sigarette, pronta alla comanda sui pulsanti sbiaditi. Lei tamburellò sulla calotta dei dolci, ammucchiati nei vassoi luccicanti sotto un’unica colata di mandorle e di glassa:
«Cosa c’è nei cornetti?»
«Cornetti.»
«Intendo che farcitura», insistette Francesca; la ragazza arricciò le labbra:
«Cappuccino o caffè?»
Lei si stravaccò fra i suoi bagagli:
«Caffè macchiato corto, grazie sì; e un cornetto qualunque », sopportò che la poverina le servisse qualsiasi cosa.
Il bar era deserto, la grata abbassata a mezzo, ma il neon brillava azzurrino e accogliente, e a lei ancora ribolliva lo stomaco per il volo in charter-shuttle Virgin. «Di notte uno spazioporto non è affatto un bel posto; soprattutto», pensò, dopo un’occhiata allo schermo del sat-phone, «sono le cinque e quarantacinque: per lei come per me e chiunque.»
Di là dalle vetriate del soffitto del locale, e ancora mille metri più distante, di là dal vetro-acciaio delle cupole, la Terra brillava piccolina e cerulea nel cielo freddo e nero di quel giorno d’autunno.
Francesca pestò i piedi sulle lamiere del pavimento, carezzò il mobilio freddo spaziale, rovesciò la testa indietro sulla sedia a godere, da quelle grandi finestre, del buffo rollio delle stelle e del pianeta.
Squittì di contentezza. Continua a leggere

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