Advanced Dungeons & Rome

di Alessandro Forlani

Non è cambiato un cazzo da allora. Stava sempre con la stessa fidanzata, continuava a vedere Aldo, continuava a vivere con mamma, continuava a far finta di studiare, continuava. Un groppo grande come un polipo gli si avvinghiò alla gola. Quando cambia?
Niccolò Ammaniti e Luisa Brancaccio; Seratina

La sbarbina di turno alla reception del piano terra gli annunciava al citofono che era arrivato Baietta, il tono velenoso sottintendeva quel frocio.
Denis Canavese acconsentì che salisse: ascoltava, smanioso in poltrona, il mugghio del saliscendi e delle porte dell’ascensore, i passi nel corridoio, gli impiegati che incrociavano lo stagista, che ruffiani lo salutavano, «buongiorno, dottore». E un tonfo sullo zerbino. E il bussare alla porta sulla targa di plexiglass.
Canavese si drizzò sulla consolle del mac nella sua miglior postura da dirigente della Regione: draghi di Elmore e dei fratelli Ildembrant si alternavano nello screensaver a cascate di dadi a venti facce. Lui riportò il desktop, con un colpetto sul mouse, all’elenco di grigi file d’ufficio per quell’anno amministrativo 2022.
«Avanti.»
Lo stagista spinse dentro lo scatolone, chiuse l’uscio con un colpo d’anca.
«L’ho trovato, assessore», squittiva esultante.
Canavese riconobbe sull’imballaggio i timbri scoloriti degli archivi Cecchi Gori Intercapital, schizzò in piedi entusiasta, rovesciò la poltrona, saltò dall’altro lato del tavolo. Affondava il tagliacarte nelle fessure del pacco, lacerava lo scotch. L’altro raccoglieva la cartastraccia, la plastica e il polistirolo che si spargevano sul tappeto dalla scatola fatta a pezzi.
L’assessore sgombrò il piano dalle scartoffie, stese con cura quella giubba di borchie, di cuoio; quell’enorme, grossolano spadone. Affondò le narici nella pelliccia infeltrita, esalava di naftalina; scorse con il pollice la lama senza filo.
«È quello giusto?», si angosciava Baietta.
Canavese rimirava soddisfatto, raggiante, quel costume e quell’arma che inseguiva da trent’anni, scarti di attrezzeria che conosceva a memoria: così come le scene e le battute del film per il quale erano stati utilizzati, fulgido capolavoro degli anni ’80 dello scorso secolo: Attila flagello di Dio; regia di Castellano e Pipolo, protagonista l’inarrivabile Abatantuono.
Non trattenne le lacrime.
Lo stagista gli offrì i kleenex profumati di borotalco, Kitty e Duffy Duck gli sorridevano dal pacchetto:
«Assessore, si sente male?»
Canavese soffiò, spazzolò col fazzoletto di carta il moccolo e il pianto dal blazer fumodilondra. Si affacciava a braccia conserte con gravità alla vetriata dell’ufficio sull’autunno romano.
Edifici discontinui fascisti e umbertini, sull’altro lato di viale Calderini, sfocavano nello spurgo del traffico ininterrotto: e specchiavano nei vetri sudici delle finestre le insegne annerite del Consiglio Regione Lazio, gli sbadigli di impiegati e dirigenti ai piani e la sua faccia imporporata di commozione:
«Non puoi capire, tu: non puoi capire, Baietta, cosa significhi quel film per la mia generazione», e su mia si accalorava d’orgoglio. Nell’intimo una voce lo spernacchiava che forse, forse, non lo capiva neppure lui: o che peggio il pistolotto che salmodiava, ripetuto tante volte a se stesso e ad altrui, come il film e tutti i cult dei suoi vent’anni non esprimeva un bel nulla. E si ostinava a persuadersi del contrario per salire di un gradino culturale, morale: quanto bastava, cinquantenne arrivato, a pisciare sulla testa ai più giovani in basso. «Se scelsi da ragazzo di giocare Barbaro, se lo gioco tuttora, è stato per Attila: “Perché seguite me? Perché tu si lu re!” Fantastico, ti rendi conto?»
Baietta annuiva, restava in silenzio. Una stolta indifferenza gli appannava le lenti: ‘sti occhialini di celluloide da checca, sprezzò dentro di sé Canavese, tipici di voi finocchi cresciuti con l’X.Box. Che non è mica il gioco di ruolo dal vivo.
L’assessore ripose i due cimeli, nascose la scatola fra l’archivio e la parete nell’angolo con il tricolore e la bandiera dell’Unione Europea.
«Quanto c’è costato?»
Baietta cavò di tasca una busta che tracimava di ricevute e scontrini, biglietti ferroviari, bollettini postali: «queste», arrossì, «sarebbero le mie spese, se…»; Canavese le spazzò come si scaccia una mosca. Lo stagista gli porse un altro plico: poco più di un cartoncino da visita sigillato in un involucro crema.
La busta era intesta a un dirigente Rai Cinema in odore di Ministero alle prossime elezioni.

L’assessore scorse zitto le poche righe, le affidò allo stagista, quello sbiancò.
«Cambiamo qualche termine», deglutì Canavese, «e mettiamo a bilancio. Te ne occupi tu?»

***

Gianluca Cordella riconobbe il Ducato dal busto di Mussolini che ciondolava dallo specchietto: imprecò con i custodi che si sbrigassero ad aprire prima che il clacson e quello sgasare alle tre di notte, svegliassero tutta via Nomentana. Il furgone attraversava i cancelli, rallentava presso l’ingresso del policlinico. L’uomo alla guida si sporgeva dall’abitacolo:
«Buonanotte, professore.»
Cordella lo accoglieva spalleggiato dagli infermieri nell’alone di luce verde sotto la croce di neon.
«Fai casino, Catani; muoviti, la strada la sai.»
Il furgone si fermò sotto il cartello obitorio, l’autista smontò. Sganciò dal cinturone, fra il nunchaku e la scacciacani, il mazzo di chiavi elettriche del vano carico blindato.
I portelli si spalancarono con uno schiocco meccanico, un tanfo di sudore spazzò l’atrio obituario.
Saltò fuori un ragazzino pallido, in anfibi e mimetica, i Ray Ban inforcati dentro il casco da motociclista. Imbracciava un obsoleto elettroshotgun, sul calcio un adesivo della Decima M.A.S.
Cordella puntò una torcia elettrica nel container: diciotto disgraziati, pesti e storditi, giacevano ammanettati nell’orina e nel sangue.
«Stanotte è andata bene, ne abbiamo di tutti i tipi», notificava Catani scorrendo un i.pad, «sei negri, un albanese, tre gialli, tre zingari, cinque filippini o peruviani che siano.»
Gli infermieri s’infilavano i guanti in lattice, le cuffie sui capelli, le mascherine sui visi. Entravano nel furgonato. Esaminavano le iridi, i denti e le gengive di quelli che il chirurgo sciabolava con la pila.
La testa di uno slavo era ridotta a poltiglia.
«E di questo che me ne faccio?», si spiacque Cordella.
«Non smetteva di piagnucolare», sputava il ragazzino.
«Bravo stronzo», ringhiò Catani, «sono soldi che abbiamo perso.»
«Bisogna accontentarsi», Cordella smorzò la torcia. Gli infermieri scaricarono i prigionieri, gli sdraiarono privi di sensi su lettighe a rotelle, «tranne il morto li prendo tutti. Quant’è?»
«I negri sono insieme cinque quintali, i cagariso quattro e mezzo, cinque; gli altri sei quintali sommati: ai soliti ventuno euro il chilo», mostrava la calcolatrice, «sarebbero trentaduemilacinquecentocinquanta. Lo zingaro lo butto a Tevere e siamo a posto con trentamila.»
«Non appena avrò ricevuto i finanziamenti», il chirurgo cordiale gli batteva sulle spalle, lo accompagnava, sottobraccio al ragazzo, sull’abitacolo del Ducato, gli serrava la portiera, gli bussava sulla fiancata, dava un cenno ai custodi, «come il solito provvederò al versamento. Buonanotte, Catani.»
«Alla prossima, professore.»
Il furgone partì in retromarcia, manovrò fuori i cancelli del policlinico. Spariva a un incrocio nella notte romana.
Cordella guidò le diciassette barelle nei corridoi dell’obitorio fino le sale per le autopsie.
Gli infermieri tranciavano con i taglierini gli abiti logori dei feriti privi di sensi, li sdraiavano nudi sulle lastre di travertino.
Il chirurgo li spartiva per etnia e corporatura.
Abbagliati dai fari bianchi, al contatto col marmo freddo, alcuni si risvegliavano, guaiolavano terrorizzati.
Provavano ad alzarsi, a scendere dai tavoli. Crollavano troppo deboli sul linoleum del pavimento.
«Quelli, in fretta, per primi sotto i ferri: prima che si riprendano, muoversi, dài.»
Le sale si gremivano di personale e di macchine. Gli assistenti sceglievano dai frigoriferi cassette di plastica con le cifre del Mattatoio, del Canile Municipale: ne rovesciavano teste di cane; srotolavano dagli involucri di cellophane musi di agnello, vitello e maiale.
Cordella legava i riccioli nella cuffia, le ciocche brizzolate rispuntavano sotto l’elastico. Un’infermiera gli allacciava il grembiule.
«Degli africani come il solito faremo orchetti, con gli asiatici i coboldi, del più grosso uno gnoll. I rom e l’albanese li operiamo da ghoul. Con l’indio ci facciamo un bugbear, dei filippini questa volta hobgoblin. Preparatemi quattro sale operatorie e convocatemi i dottori Moroni,
Marinaccio e Silvori, non m’importa se sono in ferie. Dobbiamo consegnare entro i primi del mese prossimo.»

***

Le Audi e le Mercedes si fermavano sotto la rampa, gli autisti scendevano ad aprire le portiere agli Onorevoli, i Senatori, i dirigenti degli enti pubblici che uscivano impacciati per le armi e le corazze.
Gli archi dei Ranger e le mazze dei Chierici, le armi in asta dei Guerrieri specializzati, s’incastravano fra i tettucci, i cruscotti e i sedili, laceravano le guarnizioni.
I Maghi ingobbivano sotto i sacchi d’ingredienti, gli incunaboli, i codici manoscritti che i portaborse porgevano loro dalle incerate nei bagagliai.
Il gruppo di Avventurieri stempiati e imbolsiti, con le pance e i fianchi flaccidi ridicoli di tatuaggi, costretti nell’acciaio, le borchie, le cotte d’arme; con le canizie schiacciate sotto le zazzere biondo-elfo, infoltiva, un’automobile dopo l’altra, all’ingresso monumentale delle Catacombe di San Callisto.
Canavese scese da un’Alfa del Consiglio Regione Lazio tronfio della lorica e la spada di Barbaro, godette dei mugolii di stupore e malanimo di chi riconosceva quelle spoglie di Attila. Gli occhi di tutti fulminarono però d’invidia all’apparire del Ministro Cobau: che ostentava l’inestimabile lancia e la tunica di Gian Maria Volonté ne L’armata Brancaleone.
Canfora, delle Politiche Culturali, sfogliava, alla luce dei faretti delle mura, il codice originale dell’Acerba di Cecco D’Ascoli, ne vantava con Mazzacchera del Turismo il prestito illimitato dalla Biblioteca Medicea Laurenziana; lo adottava, da Mago, come Libro degli Incantesimi. La segretaria particolare con il tazer e il lanciafiamme, per simulare all’occorrenza il lightningbolt e la fireball, entrava nei cunicoli in tailleur confetto perché nessuno la scambiasse per Personaggio Giocante.
«La ragazza mi fa da dado», riassumeva il Viceministro, «io casto l’incanto, lei preme il grilletto.»
A un angolo dell’Appia Antica, occupata dalle automobili blu, erano fermi con i vani aperti tre furgoni e un’ambulanza.
Infermieri in tuta arancio rifrangente, e contractor avvoltolati di cartucciere, si scambiavano sigarette e mezzi litri di birra.
Canavese riconobbe nel gruppo quel dandy brizzolato con il trench tabacco: i vigilantes e i sanitari lo circondavano deferenti.
L’assessore si sganciò con uno «scusami» da un confronto con un Guerriero, rompicoglioni ai Trasporti, sui vantaggi delle due armi contro l’arma a due mani. Raggiunse l’amico:
«Ciao, Cordella.»
«È il costume di Abatantuono?», strabiliava il chirurgo; gli arruffava la pelliccia, gli sfilava la spada, «Quello vero, cioè?»
«… e indovina chi l’ha pagato?», gongolò Canavese, «Ho smezzato fra la Sanità, l’Istruzione, i Servizi Sociali e le Pari Opportunità; l’ho incluso nei tuoi fondi di ricerca.»
«… ‘sto figlio di puttana.»
«Tutto pronto? S’inizia?»
«Li ho svegliati a mezzanotte e mezzo», Cordella leggeva il Rolex sotto il polso del cardigan, «Ne hanno avuto di tempo per ambientarsi. Fra mezz’ora potrete scendere.»
«Che voglia, porcodio. Non giocavo da agosto.»
«Stanotte vi divertite: sono riusciti piuttosto bene.»
«Vieni in pizzeria, dopo?»
«No», si avviliva il chirurgo, «domani devo rifare tutta Laura Chiatti: gli zigomi, il collo, le tette e le cosce. Con quel fossile di Walter Veltroni che vuole assistere all’intervento. Se sbaglio mi rovinano, ho bisogno di sonno.»
«Che cazzo c’entra che Veltroni e la Chiatti?…», Cordella gli strizzò l’occhio, Canavese azzittì, pronto a cambiar discorso con un colpetto di tosse:
«Ti telefono fra qualche giorno.»
«Buonanotte, Denis.»
Il medico si congedava dai sottoposti spartendo una mazzetta di banconote da cinquanta euro, rubava cameratesco una Malboro a un vigilante. Partì con la BMW fra i filari di cipressi.
Canavese si ricongiunse col gruppo.
Il custode del San Callisto, smorfiando sotto il berretto, apriva i cancelli del portale cinquecentesco, accompagnava gli Avventurieri fino all’accesso alle Catacombe.
L’assessore entrò per primo con una fiaccola, a una svolta del labirinto i giocatori si separarono.
Canavese sorprese il suo primo Mostro Errante rannicchiato dai singhiozzi in una nicchia ammuffita, una sciabola di lattice gli pendeva dal polso.
L’orchetto aveva i tratti somatici e i riccioli neri e l’incarnato di un magrebino: ma il naso era scambiato con un muso di scrofa, i canini di un dobermann cuciti nelle gengive. Tatuaggi tribali e una toga di iuta camuffavano le cicatrici.
L’essere pianse pietà, in arabo, in italiano: manco buoni a interpretare un orchetto; Canavese lo schifò. Poi s’impose di rientrare nel personaggio.
«Crom!», ruggì, «Muori, feccia d’orco!»
Gli affondava lo spadone nella gola fino all’elsa.

***

Catani telefonava la terza volta quel giorno, ed erano solo le 10.30. «I soldi, professore!», gli grugniva all’iPhone; c’era un’eco di grida umane, di scoppi, treni in transito, «ho bisogno dei soldi!»
«Quando loro pagano me», lo stroncava Cordella, «io pago te. Va così questo mese.» Sfiorava l’icona chiudi conversazione, affondava l’apparecchio nel taschino del camice.
Dettava arrabbiato su un’altra linea alla segretaria di insistere e insistere presso i soliti canali.
Il cellulare gli vibrò sul costato, sul display brillava il volto di Canavese.
«Ciao», gli abbaiò.
«Che tono. Ti rode il culo?»
«Magari lo sai tu: è il ventotto del mese, e la banca non mi notifica un cazzo. Qui in clinica ho il personale col muso lungo, e il fascista del cazzo scassa il cazzo ogni ora. Perché voialtri papaveri non scucite, ‘sto giro?»
«Tre cazzo in tre fasi», si abbuiò l’interlocutore, «mi preoccupi, prof. Ci vediamo per un caffè? Alle undici a San Lorenzo.»
Cordella appese il camice allo schienale della poltrona, tolse l’impermeabile dalla gruccia nel guardaroba. Percorreva i vari reparti del policlinico strillando alle caposala «signore, io esco.»

***

Passeggiavano su e giù in silenzio dalla Chiesa dell’Immacolata al Tuma’s Book Bar. A quell’ora i localini di via Sabelli avevano tutti le saracinesche socchiuse; le cameriere strofinavano con il mocio i residui in toilette del giovedì studentesco. Canavese malinconico ammiccava ai titolari, i grigi baristi dei suoi giorni universitari; le ragazze ormai del doppio degli anni, dei chili, di quando all’epoca si accaniva a portarle a letto.
«Sei moscio, Denis», lo incalzava l’amico.
«Giornate noiose. Sono un po’ scoglionato.»
«Okay, lo dico io: l’ultima volta non vi è piaciuto.»
«Il bugbear era figo, lo gnoll era incazzato e menava: è stato un bello scontro. Barbanti, dell’Agricoltura, per un momento ha rischiato; ha perso in un pozzetto quell’ascia cui tiene tanto: quella di Raul Bova ne I cavalieri che fecero l’impresa. Che sfiga! Per averla aveva smosso mezza Emilia, e pagato di tasca sua la lapide a Pupi Avati.»
«… però?… »
«Credevo fosse solo un mio pensiero, lo tenevo per me, per non romperti i coglioni. Dopo cena un discorso ha tirato l’altro, e insomma ho capito che è lo stesso per tutti: i minion fatti con i barboni extracomunitari, le troie, i randagi, gli scarti del mattatoio, non ci attizzano più. Perciò le varie sedi ti procrastinano i fondi: si è perso l’entusiasmo. Nei dungeon c’è bisogno di un Mostro Finale.»
«Posso farlo, se mi pagate. Chiedo a Catani di procurarmi chessò: un pugile negro di quelli grossi, un rugbista maori, un lottatore di sumo; lo incrocio con un manzo e…»
«No, Gianluca: non deve essere antropomorfo. Gli orchetti hanno i musi da porco, i coboldi hanno orecchie da cane, i ghoul li fai grigi, e hanno i denti da pescecane… e ti vengono molto bene. Ma insomma alla fine sono cristiani anche loro: ci si riduce a una fuga nei tunnel con tu che gridi Khorne! e loro che piagnucolano. È come da ragazzi: si giocava travestiti, lo sapevi che erano maschere, non prendevi il gioco sul serio. Ora siamo adulti, tutta gente di un certo livello», l’equivoco lo divertì, «non intendo in Punti Esperienza. Le aspettative sono cambiate. Dacci un mostro vero, Cordella: non umano.»
L’amico si spazientiva, scandiva i termini con supponenza:
«Denis, io sono chirurgo estetico, non sono biologo o ingegnere genetico, non è la stessa cosa. Cosa c’è che non va, con i mostri umanoidi? Volete emozioni? Ve ne fabbrico un esercito: commissiono ai fascistelli di svuotarmi le Caritas, ripulire Roma Termini, la Metro, ogni schifo di dormitorio. E facciamo pure un favore ai cittadini perbene. Ne avrete di nuove sfide. Pagatemi.»
«Ascoltami coglionazzo», s’irrigidì Canavese, «se tu non vuoi farlo, lo farà qualcun altro. Ho sentito certe voci, alla Ricerca e Università: è sicuro che in qualche buco, senza neppure andare a cercare troppo lontano, c’è un dottore ucraino, libico o cinese pronto a fregarti i fondi e costruirci beholder. La faccenda s’incasinerebbe a fare accordi con certa gente, ed è già dura da gestire com’è. Ti ho detto fallo, non te l’ho chiesto.»
L’assessore sfoderò l’iPhone e squillò senza portarlo all’orecchio, Baietta in un istante sbucò sull’Alfa da via dei Volsci. L’automobile rombò via.
Canavese cavò le lenti da miope dall’astuccio che a tracolla gli pendeva sul gilet grigio, guardava l’amico rimpicciolire nello specchietto: interdetto, immusonito sul marciapiede, lo scopriva tutt’a un tratto rammollito, noioso; si sforzava a non pensare invecchiato.

***

Irene condivideva la sala d’aspetto con quel trucker e il moccioso nazista. Stravaccati nel divanetto di pelle, con gli anfibi inzaccherati sul tavolino, su una pila di “Eva 3000” gualciti, un’infermiera serviva loro l’aperitivo; comandavano a schiocco altre olive e noccioline.
L’anziano da un quarto d’ora la leccava con gli occhi.
Irene si ripeteva, in un mantra d’imbarazzo, perché il professore ha a che fare con certa gente?
Il naziskin succhiava il cocktail con la cannuccia, ci soffiava a fare le bolle nel flute. Infoiato su un “Quattroruote” per una pagina di motociclette di ogni foto giurava «compro questa.»
La segretaria la chiamò nello studio:
«Il professore può riceverla, signorina.»
Irene si abbottonò la camicia, stirò quanto poté la gonna corta sulle ginocchia.
Cordella le offriva una poltrona al tavolo rotondo delle riunioni di direzione, lui si accomodava sulla seggiola d’ebano.
Lo scrittorio del professore alla finestra a parete era ingombro di grandi tomi di una Curcio sugli animali. I Safari di tre mac erano aperti su Google: sulle immagini di molluschi, di pipistrelli e di grizzly e su una serie d’illustrazioni fantasy di un abominio fra monoliti, titanico, tentacolato; che nuotava nell’oceano a inseguire una nave.
La bacheca era colma di scarabocchi e post-it, stampati dal web, di pagine strappate ai libri. Le ordinanze e le circolari, le locandine, le fotocopie e la rassegna stampa erano state accartocciate, con le puntine confitte, nel cestino dell’immondizia o la cassetta di evasi.
Cordella sfilò da una busta sullo scrittoio quello che Irene riconobbe il suo curriculum. I fogli croccolavano della polvere di un anno, che restava sui polpastrelli del professore mentre leggeva:
«Signorina Valentinis, lei è veterinario?»
«… e biologo marino, professore, sì. Due lauree.»
«Quali sono le sue mansioni qui in clinica?»
«Centralinista a dodici mesi con contratto a progetto.»
«…e come veterinario ha esperienza di ambulatorio?»
«Ho operato per quattro anni nello studio di mio cognato. Quindi ho divorziato, di conseguenza… immagino non le interessi», arrossì.
«Sa ancora operare?»
«Non è passato così tanto tempo.»
«È promossa, signorina», Cordella la alzava in piedi, le stringeva la mano, la accompagnava alla porta, «da domani mi affiancherà in un progetto.»
Irene inebetita restava sulla soglia. Lo schifoso camionista e il teenager nazista si accomodavano a loro agio allo scrittoio del professore, Cordella si sedeva a trattative col trucker.
«Vada Irene, grazie», la segretaria la allontanò.
Chiudeva la porta a chiave e spazzolava le noccioline.

***

«Preferivo catturare le merde», sbadigliava il ragazzo dietro il reticolo del vano carico, «c’era azione, si faceva anche a botte. E tenevamo la città pulita: l’Italia agli italiani; non era solo per soldi.»
«È l’ultima consegna», si spazientiva Catani, «e se i soldi ti fanno schifo la Kawasaki come la paghi?» Superava ai centoventi il cartello Civitavecchia: il porto e la città scintillavano all’orizzonte nello specchietto retrovisore di destra.
«In pratica siamo ridotti a dogsitter: come fighette dei Parioli e Pigneto.»
«Vaffanculo ragazzino, dogsitter sarai tu.»
«Con gli orsi e con i gorilla siamo stati dogsitter, con i polipi siamo stati pesciaroli: è questa la verità.»
«Ti ho detto che è finita. Stai zitto rompicoglioni.»
«Accelera: queste bestie mi fanno schifo.»
Catani vedeva ardere, nel buio freddo del furgonato, gli occhi neri degli animali che si agitavano capovolti. I fari delle auto, dei tir che incrociavano, proiettavano nell’abitacolo le ombre orride dei loro musi, quelle ali disgustose, le orecchie appuntite. Il fetore degli altri articoli nei recipienti di formaldeide gli stornava l’attenzione dalla strada; guidava male.
«Laggiù che cosa c’è?», si allarmava il moccioso.
Catani vide brillare, seicento metri sul rettilineo, le sirene rosso-blu di un’Alfa ferma dei Carabinieri.
I fari illuminavano le transenne disposte di traverso la carreggiata; un appuntato in antiproiettile, con la Beretta a tracolla, agitava la paletta rossa dal divisorio fra le corsie.
«Ci inculano capo», al ragazzo tremò la voce.
In muto concistoro con la faccia del Duce, che ciondolava fra la legge e lui, Catani valutò per un istante l’opzione di fermarsi: del soggiorno in gattabuia di qualche ora prima che, come il solito al servizio del professore, un anonimo garante lo cavasse dai guai. Ma si trattava di riprendere tutto daccapo, starsene buoni per qualche tempo, di grande perdita di quattrini. Sentì i mostri nel furgonato sibilargli stavolta no; quell’odore di pesce morto gli offuscava i pensieri.
«Mi dispiace, camerati, ma non posso obbedirvi; e voi che cazzo fate sulla mia strada stanotte?!»
Catani accelerò a tavoletta, il Ducato partì alla carica contro il posto di blocco.
L’appuntato atterriva nel fascio degli abbaglianti, smorfiava di sospetto, trasecolo, terrore. Forse gridava ferma, lo schianto lo azzittì. Ruzzolò dietro l’Alfa.
«Catani, che cazzo fai?!»
Il moccioso scivolava nel vano carico, le bestemmie si confondevano al cachinno degli animali. La carabina gli volò via, esplose un colpo dal finestrino.
Gli agenti risposero.
Le raffiche distrussero il cofano e il parabrezza, Catani non lasciava il volante, spingeva sui pedali, si aggrappava alle marce. I proiettili gli azzannarono un braccio, il sangue spruzzò nell’abitacolo. Il ragazzo stramazzò, nel retro del furgone, schiacciato dalle gabbie e infilzato dai becher rotti.
Il furgone fracassò sulle transenne, le pistole mitragliatrici ragliarono un’altra raffica. Il motore rantolò crivellato, gli pneumatici esplosero. Il Ducato sbandò, si piegava su un lato.
Catani sentì lo strepito degli animali nel vano: lo stridere terrorizzato, i roncigli e le membrane che sbattevano nelle cassette, si liberavano dalle sbarre.
Il furgone graffiò duecento metri di asfalto, il container si accartocciò. I portelli si spalancarono sui cardini contorti, Catani crollò in avanti: le schegge di parabrezza gli segarono la carotide. Nei vetri e la pozza d’icori che si spargevano sulla statale vide lo stormo di chirotteri enormi sciamare impazzito dal rottame del furgonato, le viscere di cetaceo tracimare dai vasi.
I Pteropus Vampyrus, mezzo metro di apertura alare, oscurarono la strada e si dispersero nella notte, piangevano con grida orrende la lontananza dalla Malesia. L’asfalto era schifoso di cervella di narvalo. I due Carabinieri gemevano madonna santa; Catani chiudeva gli occhi con un puttana madonna.

***

L’ingegnere relazionava sulle gare d’appalto per l’ampliamento dell’E80 da Fregene a Ladispoli, Canavese s’incupiva sull’homepage del “Messaggero”. Non conosceva di persona i fascisti: Cordella qualche volta glieli aveva nominati; ne intuiva i canali, i metodi, le vie. La notizia dell’incidente, la fotocronaca del disastro, l’incredibile sequenza delle volpi volanti, gli sembrarono un’equazione che risolta portava rogne.
Messaggiava l’amico via Facebook e Skype, lo cercava su Twitter; si chinava sotto il banco a telefonargli e sempre, in sottofondo alla colonna sonora di The human centipede, rispondeva la segreteria che «il dottore è occupato»; da giorni la stessa solfa.
Il consigliere del PD di Latina, Barbanti, perse sconsolato un altro match a FreeCell. Si spostò dal proprio scranno a quello accanto al suo, simulò per un istante interesse al dibattito. Si chinò per sussurrargli all’orecchio:
«Vieni al cesso, devo dirti una cosa.»
Lasciarono l’aula a capo chino, grevi, con maschere severe di urgenze istituzionali che svanirono in un sorrisetto negli specchi della toilette. Canavese si angosciava alla valanga di conseguenze che minacciava di precipitare da quel fattaccio notturno; la gente s’indigna per questo genere di faccende… Il vetro gli stornava una faccia impensierita.
In piedi agli orinatoi si scambiavano una sigaretta.
«Hai sentito cos’è successo?»
«Ho letto.»
«Io dico: o rispetta il background oppure non gioca più. E che cazzo: e allora la prossima volta mi presento con l’UZI, lo giustifico con un vortice dimensionale e…»
Canavese si scrollò stranito:
«Di che cosa stiamo parlando?»
«Di Donzelli con l’archibugio. È accaduta una cosa grave. »
«Scusami, non ti seguo.»
«Ieri sera abbiamo fatto una one-shot free for all alla Clivum Cucumeris.»
«Spiaciuto non esserci.»
«Donzelli dell’UDC si presentato con l’archibugio: quello con cui Cellini ha ucciso il capo dei lanzichenecchi nel Sacco di Roma del ‘527. O almeno al Babuino gliel’hanno venduto per tale. “Fra medioevo e rinascimento gran differenza non c’è”, dice, “e poi è fantasy”; e insomma l’ha usato. L’ha usato contro di me. “Sparami”, gli dico, “che me ne frega? Ho la fullplate”. E invece, stando alle regole che si è scritto da sé, quell’affare peggiora la Classe Armatura di quattro punti! Ti pare possibile?! Morale: sono morto; non potrò partecipare alle prossime tre quest
Canavese rituffava nei boxer il pene piccolo e raggrinzito, i peli pubici bianchi; si abbottonava la patta, riassettava la cravatta sulla pancia cadente. Nello stomaco gli bolliva la domanda se Barbanti fosse cretino perché Barbanti, perché fosse del PD, o perché giocasse Paladino Caotico; deglutì, colpevole di leggerezza, che non aveva per niente torto: non si scherza sulle regole e sulla morte del Personaggio.
«Bisogna intervenire», si accaldava il consigliere, «Okay, è fantasy, ma medioevo e non oltre. Incantesimi e armi bianche! Stasera c’è una riunione nel foyer del Senato per regolare questa faccenda. Ci vieni, vero?»

***

Cordella ritornava dallo scambio al telefono con la cuffia e i guanti in lattice accartocciati nel camice, la mascherina gli cadeva sul pullover Fred Perry. Inciampò in un tentacolo.
L’essere era legato supino sulle cinque lettighe saldate l’una all’altra: le zampe pencolavano qualche decimetro dal corrimano, gonfie e deformi dove i batteri attecchivano. Gli artigli laceravano l’imbottitura delle pareti, gli occhi lucidi spalancati lacrimavano sotto le lampade.
Gli pseudopodi si estendevano flaccidi per qualche metro oltre l’uscio basculante, appiccicavano d’inchiostro l’anticamera operatoria.
Irene ripeté «idratare»: un’assistente spruzzò d’acqua salmastra il cranio molliccio che pulsava sui cuscini. Gli infermieri stringevano le cinghie. Lei, deposte le cesoie, radeva la pelliccia sulle scapole massicce.
«Lasci stare, cara», la sfiorava Cordella, «l’intervento non si farà.»
Irene mugugnava smarrita ai disegni terrificanti sul pannello luminoso. La lametta tintinnò nella vaschetta di zinco. Lei tolse la maschera con un affranto «perché?»
«La materia non è più disponibile: siamo costretti a fabbricarlo senza ali.»
Il laureando tirocinante assistente, con la t-shirt di Fabius Bile di Warhammer 40.000 sotto la veste operatoria slacciata, appannava gli occhialetti di uno sbuffo di sconforto:
«Senza ali non è lui!»
«Proceda con lo streptococco», Irene lo fulminò.
Cordella si riallacciava la protezione alla bocca; gli infermieri d’istinto si coprivano le narici, si schiacciavano spalle al muro più distanti dalle barelle.
Lo studente scelse una fiala dal frigorifero, la inserì in una siringa, ficcò l’ago dello spessore di uno stiletto nel garretto dell’essere. Quello rugliò. Le rotelle delle lettighe squassate scampanarono assordanti sul pavimento.
Cordella dovette gridare per consultarsi con la ragazza:
«L’elefantiasi sviluppa bene?»
«Sì, professore. Quanto al resto ho fiducia che il cervello di cetaceo…»
La interruppe: «non avremo neppure quello»; la ragazza sbiancò. Lui le cinse dolcemente la vita, lasciarono il personale alle prese con il mostro.
I lamenti della creatura, il fracasso dei macchinari, giungevano ovattati fin lo studio privato.
Cordella scambiava il camice con la giacca di tweed, si versava lo Jägermeister; si passava fra i capelli le due dita dov’era caduta quella goccia di amaro. Irene non si era tolta la cuffia, si torceva le mani, non smetteva di girare in circolo; le tremavano sulle labbra parole difficili:
«… sarà aggressivo, brutale…»
«C’è stato un incidente, signorina Valentinis. Il progetto s’interrompe, consegniamo così com’è. Ai clienti certe storture non spiaceranno. Anzi.»
«Intendo, professore, che sarebbe pericoloso: oggi non sono bastati duecento centilitri di sedativo.»
Due litri di anestetico, Cordella tradusse, e scacciava con un peggio per loro la paurosa conversione. Finì di cambiarsi: da una tasca sbottonata del trench il portafogli gli si aprì sul tappeto.
Irene s’inginocchiava a raccattare le banconote, le American Express, le foto dell’ex moglie e le figlie, le tessere plastificate.
E il passaporto di recente rinnovato e quel voucher di sola andata per la Repubblica di Costa Rica.

***

Sulla barra degli strumenti scintillava l’icona Skype:
Stasera si gioca, c’è il Mostro Finale.
«Annullami gli appuntamenti!», esultò Canavese.
Baietta cliccò delete su ogni capitolo dell’agenda elettronica, le nuove disposizioni rimbalzarono per gli uffici. Le immediate telefonate, le e.mail, le notifiche, si succedettero in un elenco rosso sullo schermo del mac.
L’assessore cavò dall’armadietto la lattina di lucido, l’olio, la spazzola; tolse dalla scatola la spada e la lorica. Si chiuse, con le maniche arrotolate, in un alacre e devoto silenzio.
Lo stagista guardava annoiato al quadrante dell’orologio che segnava le 16.00, aprì il browser sui social network per trascorrere quel pomeriggio.

***

Cordella dall’oblò dell’aereo guardava Roma rimpicciolire fra i cirri: le strade diventavano i fili stretti, sottili, di una tela di rovina cui scampava giusto in tempo.
Una hostess gli serviva l’aperitivo. Le curve, gli occhi verdi, le gote della ragazza gli appetivano la coppa come l’oliva nello stecchino, come lo spicchio di pompelmo rosa, l’alcool, le bollicine. Qualcosa però gli mescolava lo stomaco; declinò con un «no, grazie» l’alcolico e il sorriso.
Ogni tettuccio di automobile bianco, grigio, striato, che ancora a quell’altezza riusciva a distinguere, gli inquinava le budella di un terrore per i NAS, la Guardia di Finanza; una scala di minacce sballata che andava dal WWF al Tribunale dell’Aia.
L’elenco dei crimini che commetteva da anni.
Lo persuadeva quell’assurdo pensiero che sotto le terrazze di marmo grigio dei tribunali, delle caserme dei Carabinieri, delle stazioni di polizia, procedesse inesausta l’indagine su di lui: quando piuttosto il suo plotone di legali, trincerato là sotto, a coprirgli la ritirata, gli garantiva sarebbero occorsi decenni per l’avvio delle pratiche.
Cordella accarezzava quel borsello di cuoio così gonfio di documenti da slabbrare lo zip; sfogliava una moleskine di appunti in neretto, di note depennate: tornava sereno.
L’ultima pagina dell’agenda, alla data di oggi, alle 06.00 del mattino di una lunga giornata, riportava scritto in fretta a matita quel motto del Lamberti: cosa fatta, capo ha.
I mezzi sempre più piccoli che attraversavano la capitale gli sfocavano in puntini bianchi sul fiore cenere della città, acari operosi su una rosa appassita.
La coscienza lo obbligava al pensare banale dell’olocausto per salvarsi il culo di dipendenti e di amici: quell’Irene, quel Denis; a quanto e chi lasciava per mai più ritornare. Tutti i volti, le memorie, gli affetti, le gioie, le arrabbiature, le fatiche e le soddisfazioni svanivano, più saliva di quota, nel vuoto candido dell’ovale di molti zeri su uno stampato di estratto conto di una banca di San José.

***

Canavese trovò gli uomini del policlinico in una nube di fumo di sigaretta. Da vicino si accorgeva che d’intorno il selciato era cosparso di cicche; i contractor si slacciavano le protezioni, lacere e sporche di violenta colluttazione.
A bordo di un’ambulanza una giovane medico steccava una gamba a uno degli infermieri; un altro inserviente, con il collo scarnificato, tremava allucinato in un angolo dell’auto. Avevano le uniformi schizzate di neroseppia.
Canavese cercò Cordella nel gruppo, passava dall’ambulanza al furgone più grande.
Il lume sul tettuccio mostrava, all’interno, le lamiere graffiate e percosse e contorte; gocciolava dal container un icore viscoso. C’era un’usta, un odore di pesce morto.
La dottoressa gli si piantava di fronte, serrava con i lucchetti il portellone dell’auto.
«Desidera?»
«Sono un amico del dottor Cordella; dov’è, ché lo saluto?»
«Il professore non è in Italia.»
«Come sarebbe? Non mi ha avvertito che…»
«Se crede, riferirò.»
L’assessore si stringeva scornato negli irsuti spallacci della lorica da Barbaro. Zitto sbirciava a quell’isterica dottorina, i vigilantes, il personale abbandonato a se stesso.
Che stronzo, sospettò, e tacque il corollario dietro un ghigno mascalzone: fa l’offeso; ha affidato la gestione ai sottoposti come a dire che se ne sbatte. ‘Sto spocchioso fighetto. Pazienza, gli passerà. Ma scommetto che stanotte non ci lascia a bocca asciutta. Bastardo presuntuoso, lo so che sei bravo.
«Non occorre, grazie. Siamo pronti, si scende?»
I contractor si spogliavano dei kevlar distrutti, si slacciavano le giberne quasi vuote di dardi, posavano nelle panoplie le carabine da caccia, lo guardavano sbigottiti. Schiacciavano l’ultima cicca sotto i tacchi degli stivali, partivano lungo l’Appia.
«Cazzi vostri, assessore!», lo salutarono dai finestrini.
«Secondo le istruzioni del professore», esitò la ragazza, «se volete, potete scendere.»
«Quindi è tutto a posto», lui ringalluzzì; le dita gli prudevano sul pomolo dello spadone.
«Io… mi dispiace: non ho voce in capitolo»; il medico con gli infermieri sparì in fretta sull’ambulanza.
L’assessore ritornò nella calca, i roleplayer spintonavano all’ingresso dell’Ipogeo.
Il custode restava chiuso nella cabina biglietteria. Con l’uniforme capitolina in disordine, una manica strappata, madido, paonazzo in quella fredda nottata, mesceva liquore forte e li guardava passare.
Il gruppo attraversava un cancelletto sfondato, percorreva la stradetta che scendeva alle catacombe che sembrava rovesciata dal vomere.
Entrò nelle cripte. Un ansare animale, potente e penoso, li attirava nei recessi del dungeon.
Il gruppo scese le scale per il secondo livello, i Guerrieri in armatura di piastre marciavano a capofila con le claymore in guardia. Canavese, nel secondo rango, sporgeva la fiaccola sui cimieri dei loro elmi: la luce tremolava sui graffiti paleocristiani, che affondavano in un pozzo troppo buio e profondo.
Qualcosa si attorcigliava agli schinieri di Mezzolani: l’Onorevole sparì nel buco. Un succhiare disgustoso azzittì le sue grida.
«Che figata!», gongolarono gli altri.
Canavese si fece avanti, chiamava il Parlamentare, lanciava la fiaccola nella cripta profonda. La fiamma rischiarava una pozza, una zampa grigiastra, deforme, villosa, con unghioni di mezzo metro e ascessi scagliosi.
Da dietro gli Avventurieri lo spingevano esagitati:
«È il Mostro Finale! Carica, carica!»
Canavese scese la rampa all’assalto. Nell’alone della torcia s’insinuarono tentacoli, le ventose schioccarono sugli affreschi romani. Sbriciolarono la parete. Un alito salmastro spazzò la galleria.
«Fireball!», gridava Canfora al suo Collegio di Maghi: il coro di Economi, Giudici e Notai gesticolava quell’incantesimo finto. L’assistente in tubino nero sculettò per i gradini, il getto del lanciafiamme esplose nel sotterraneo.
Investì quell’abominio sul cadavere di Mezzolani.
Era un mostro dalla forma vagamente antropomorfa, però con una testa di piovra il cui volto era un intrico di tentacoli sensori. Il corpo era scaglioso e flaccido, le zampe culminavano in artigli sorprendenti, dalla schiena spuntavano due ali lunghe e strette. Sulle scapole c’era il segno di un innesto mancato, le suture fra le parti spalmate di bromuro. Il pelo cadeva a ciocche dagli arti, dal torace cucito di un orso e un orangutan suppurava un’infezione che incalliva e ingrossava. La testa era scambiata con un polpo.
No, si scrollò Canavese, le ali non le ha. Lo stesso riconobbe quel demonio familiare dall’adolescenza, la descrizione mandata a memoria dai racconti di Howard Phillips Lovecraft.
Un autore fondamentale per la loro generazione.
I Guerrieri abbandonarono le armi, i simboli dei Chierici tintinnarono sul pavimento, i codici dei Maghi si spaginarono nella polvere nei frantumi colorati di pozioni di acqua sporca.
«Non vale», balbettarono, «il Grande Cthulhu non è compreso nel Manuale dei Mostri!»
L’orrore si sfogava in un isterico scapriccio: il gruppo si scappucciava, si scalzava degli elmi, li gettava con sdegno, ringuainava le lame; s’immusoniva a braccia conserte e pestava i piedi sul lastricato.
Le tombe schiamazzavano di un vivace dibattito:
«… e a cosa servono le riunioni allora?! Non prendiamoci per il culo! Vorreste dire che finanziamo con denaro pubblico un live di Advanced D&D ma ci scontriamo con Cthulhu?! Quel coglione di chirurgo ci ha fabbricato un Antico! Dovevamo prendere uno che conoscesse il background! Chi le ha stabilite, le statistiche di Cthulhu?! Non m’importa se è fantasy, non m’importa del Multiverso! È Lovecraft, non c’entra un cazzo con Advanced D&D! Vogliamo scherzare?! E a me non sta bene, io non gioco più!»
Il mostro si strusciava sulla volta della cripta, soffocava le fiamme che gli spellavano il dorso. Spappolò la portaborse fra gli artigli formidabili. Gli pseudopodi si attorcigliavano alle gole dei Giocatori, gli scricchioli dei colli rotti riempirono le gallerie. I tentacoli sventravano, strappavano le facce, staccavano le teste, slogavano gli arti. Gli unghioni trapanavano gli usberghi e gli scudi, piegavano le lame, spezzavano i bastoni. Le tuniche a brandelli, la resina, la latta delle armature, si spargevano con le interiora sotto il passo dell’abominio.
Canavese era accecato dal sangue. La mole di pelliccia, di vesciche del mostro lo schiacciava alla parete affrescata, lingue appiccicose gli impedivano la fuga. La spada senza filo gli si ruppe fra le mani, le ventose gli schiantarono la corazza di cuoio, una viscida appendice gli frugò gli intestini.
Quando finisce? Non è più divertente!

__________
Alessandro Forlani
Premio Urania 2011 con il romanzo I Senza Tempo, vincitore e finalista di altri premi di narrativa di genere (Circo Massimo 2011, Kipple 2012, Robot e Stella Doppia 2013) pubblica racconti dell’orrore e di fantascienza e partecipa a diverse antologie.
Il Grande Avvilente

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(marco manicardi)
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