Jackson Cage

di Andrea Ferrando “zuck”

– 1 –

Guidando verso casa, si fermò a prendere qualcosa da mangiare. Inviò la richiesta di un SuperFuturMenu al RistoDrive FsdG più vicino che rispose prendendo il controllo della vettura e pilotandola automaticamente verso le coordinate dell’accesso riservato ai clonati. Si rilassò assaporando il pasto, pur sapendo che tutto questo era indotto da modifiche sensoriali attuate dal RistoDrive attraverso impulsi sensoriali precodificati. Al suo arrivo però, constatò con disappunto che il display di cassa indicava solo settanta ED. Diede l’assenso al prelievo automatico e ritirò il suo double AlgaBurgher più maxi PetroCola. Il controllo calorico della sua assicurazione sanitaria FsdG aveva bloccato l’acquisto del menu completo: le StamiPata avrebbero fatto sforare il limite giornaliero imposto dal suo contratto. Fosse successo in una città più grande, avrebbe trovato uno spacciatore di StamiPata di contrabbando appena fuori del RistoDrive. Invece lì, in quella stupida città, quella segregazione fuori dal tempo, quello stupido orgoglio nel mantenere l’ordine e la pulizia: nient’altro che il vuoto assoluto.
Quanto lo odiava. Essere marchiati come clonati non concedeva nessuna via di scampo: un semplice codice genetico modificato e si veniva segregati per sempre, come se non si facesse parte della società, come se non si contribuisse al benessere, puah, comune.
Aveva un lavoro che rendeva poco, anche se i clienti erano tutti pieni di soldi. Vedere che esisteva una vita diversa da quella che conduceva ogni dannato giorno in quel buco di città iniettava nel suo cuore un veleno sottile.
Non poteva andar via, anche se la voglia di ricominciare in una nuova città meno ottusa l’assaliva spesso.
Soprattutto di sera, quando tornava a casa.
Abitava nella città di Jackson, ma dalla parte sbagliata.

Pensò con una smorfia a quanto fosse delicato fare la guardia del corpo. Il compito difficile non era tanto salvare i clienti dai pericoli dei malintenzionati quanto farli sentire al sicuro in ogni momento. Un lavoro che solo con il controllo via rete era possibile.
Un tempo non si poteva. Una guardia era dedicata a una e una sola persona, la doveva seguire fisicamente da tutte le parti, senza mai lasciarla. Che situazione ossessionante! Come facevano a sopportarlo? Bah, erano altri tempi. Ora bastava installare una zecca sull’interfaccia del cliente e dotarlo di un mini pod multifunzione azionabile via rete. In questo modo, si veniva monitorati senza un secondo di pausa da una guardia che faceva turni di sei o otto ore dopodiché passava il compito a un collega dall’altra parte del mondo che garantiva la sorveglianza ventiquattr’ore su ventiquattro.
Per la maggior parte del tempo, il lavoro consisteva nel tenere sotto controllo un pannello di Key Hazard Indexes calcolati sulla base di misure provenienti da sensori di ogni tipo: funzioni vitali del cliente, situazione meteo e grado di pericolosità della zona dove si trovava, presunti criminali nelle vicinanze, presenza di pericoli accertati (delitti in atto). Si entrava in azione solo se un KHI superava una soglia definita a contratto. Riusciva ad avere anche venti clienti. Doveva solo monitorarli attraverso la zecca e intervenire appena qualcosa di sospetto accadeva.
Qualche controindicazione c’era sicuramente, tipo la dipendenza da zecca che si instaurava nei più deboli psicologicamente.
Non nascondeva che tutto questo potesse tornare a suo vantaggio, ma avrebbe preferito si trovasse qualche rimedio anche per quello. Anche se la paga era quella che era, sapeva di essere in grado di far bene il proprio lavoro. Si trattava di fornire un certo grado di sicurezza alle persone che cercavano la sua protezione.
Abitava nel ghetto di Jackson e faceva la guardia del corpo a venti persone.

Andò nella cameretta buia. Accese una luce soffusa in modo da non disturbarlo. Si avvicinò e accarezzò lievemente il piccolo Steven. Non voleva svegliarlo. A quattro anni bisogna dormire almeno dieci ore al giorno, aveva letto sulla webpedia. E non bisognerebbe cambiare ambiente, per crescere sano e senza incertezze. Ma era giusto che crescesse nella discriminazione a cui lei stessa lo aveva condannato passandogli l’infamante marchio genetico?
Maledetta città dove ancora i clonati erano costretti a vivere in zone separate! Erano costretti a vivere in una specie di gabbia. Ma prima o poi ce l’avrebbe fatta a liberarsi! Bastava mettere da parte i soldi per comprarsi il permesso di trasferimento. Ci si sarebbe trasferiti in una di quelle città integrate, dove non si è discriminati come si faceva cinquant’anni prima.
Avrebbe saputo resistere, era una donna forte.
Abitava in quella gabbia di Jackson e si sentiva sola. E disperata.

All’inizio accettava la cosa: Patti la dura, che non aveva bisogno di nessuno. La clonata di cui tutti avevano bisogno. Una specie di buona samaritana. Oppure di mamma. Non è per questo che quasi tutte le guardie del corpo erano donne? Chi, in natura, protegge meglio? Una mamma i suoi figli, naturalmente. E ora che la prestanza fisica non era più necessaria per svolgere quel lavoro, nessuno si rivolgeva più a un uomo. Erano passati venticinque mesi e diciotto giorni da quando Clarence era morto. Era rimasta sola in quella città sconosciuta con il piccolo Steven, e cominciava a odiare anche il suo lavoro.
Un tempo le piaceva ma ora non riusciva a riempire il vuoto che sentiva dentro ogni volta che tornava a casa e addentava un panino di gomma, fissando il vuoto del soggiorno.
Per fortuna aveva Steven: quando le correva incontro per abbracciarla tutto il dolore che aveva dentro svaniva come nebbia al sole.
Abitava nella prigione di Jackson ma aveva una ragione per vivere.

– 2 –

Un warning in basso a destra del suo campo visivo la ridestò dal suo deprimente torpore. Il suo cliente principale aveva bisogno di aiuto. Era Max, un chirurgo di Rio dal carattere esuberante quanto il suo conto in banca.
«Dimmi, Max. Ci sono.»
«Ciao Patti, sono a Milano per un congresso. Devo essermi perso, sono finito in una zona che non mi piace.»
«Attivo la sorveglianza ad personam. Ti verrà applicato un sovrapprezzo.»
«No problem.»
Eseguì una ricerca sul db. La strada era catalogata come classe E. Inserì il profilo di Max e ricevette una probabilità di crimine aggressivo del settanta per cento.
Patti accese la visione attraverso la cam integrata. Max era finito in uno slum da cineteca. Magari a Milano non li chiamavano così, ma questo sarebbe perfetto come esempio nelle webpedie alla voce slum.
Vicoli stretti, fogne a cielo aperto, case in continua costruzione, bambini già cresciuti agli angoli delle strade.
Intanto Max, guidato dal suo street GPS, stava cercando di uscire dall’intrico di vie.
Non era semplice, visto che l’apparato della FsdG non passava di frequente in quartieri del genere e le immagini potevano essere anche dell’anno prima. E in un anno ne cambiano di cose in certi posti…
«Ma dove ti sei andato a infilare?»
«Mi sembrava che potesse esserci una scorciatoia, lo street GPS mi dava un tragitto più breve passando di qui…»
«Ho controllato, lo street GPS spider è stato hackerato in quella zona. Ci sono quaranta bug aperti sul db della FsdG.»
«Cazzo, dovrebbero tener conto delle segnalazioni degli utenti!»
«La prossima release del db è prevista per giugno, ma non mi pare che abbiamo tempo di aspettare, vero?»
«Togliamoci da questo posto di merda.»
Patti si collegò a una mappa collaborativa libera, sicuramente più aggiornata.
«Vai a destra, poi infilati tra le due case di fronte.»
Non ricevette risposta.
Si ricollegò alla cam. Il cliente era circondato da una decina di ragazzini malintenzionati. Le pulsazioni di Max erano a mille, il respiro era affannoso.
Patti invece era tranquilla.

«Adesso ti tiro fuori da lì, devi solo stare tranquillo, non farli arrabbiare. Di sempre di sì a tutte le loro richieste.»
«Sei sicura di quello che fai?»
La voce era una specie di sibilo.
«È il mio lavoro.»
«Guarda che questi hanno dei coltelli grandi come falci. Non è che posso raccontargli una favoletta.»
Il cliente non era molto gestibile. Era pure simpatico nelle situazioni normali, ma ora pareva aver perso la testa.
«Stai calmo.»
«Ci sono io qui! Circondato da ragazzini assetati di sangue!»
Decise di iniettare un calmante nelle vene di Max. Il contratto di protezione l’autorizzava a farlo. Via rete rag- giungeva l’interfaccia sul cliente, accedeva al dispositivo di assicurazione medica FsdG che tutti portavano con sé. Questo poteva rilasciare nell’organismo qualunque tipo di sostanza, secondo le modalità stabilite dal contratto FsdG. Proprio lo stesso contratto concedeva la possibilità a chi si occupava della sicurezza personale di accedere al rilascio di calmanti o eccitanti nell’organismo dell’assistito.
«Adesso cambio fornitore, qui mi stanno per scannare e tu sei lì, tranquillissima!»
Era coriaceo anche sotto calmante.
«Ancora un attimo di pazienza, Max, e sistemo tutto.»
«Ma…»
«Niente ma. Non è il momento del principiante. Lascia fare a me.»
Max non rispose, il calmante aveva fatto effetto.

I ragazzini erano tutti registrati su Nedo, l’istant-social più diffuso in Sud America. Una rapida occhiata ai loro profili fece individuare a Patti quello che con più probabilità era il loro capo.
Danny, soprannominato il fantasma, un ragazzino con la passione per i vecchi cartoni horror 3D e le rapine a colpi di machete. Interfaccia modificata per non farsi controllare via rete dalla polizia brasiliana.
Ma i metodi di Patti non erano solo quelli legali, non si veniva pagati per stare entro i limiti. Per quello c’era la polizia.
Senza curarsi delle conseguenze, lanciò in rete una scarica di codici malevoli.
Danny si accasciò pochi secondi dopo. I suoi compagni distolsero l’attenzione giusto il tempo per permettere al pod di Max di rilasciare una coltre impenetrabile di fumo.
Adesso era il momento giusto. Una scarica di adrenalina mutata fu diffusa nel sangue di Max.
«Scappa Max, alla tua destra!»
Per fortuna, il fisico del chirurgo era in ottime condizioni e lo scatto verso la salvezza fu decisivo. Tanto più che i ragazzini erano preoccupati per le condizioni del loro capo.
Qualche minuto dopo, Max era sano e salvo nella hall del suo hotel congressuale.
«Grazie, Patti.»
Il fiatone di Max copriva quasi completamente le sue parole di ringraziamento.
Patti guardò l’ora. Era tardi. Aveva fatto anche più delle sue otto ore.
Passò il file delle consegne di fine turno a qualcuno chissà dove dall’altra parte del mondo, controllò che la FsdG le accreditasse l’extra corretto e si diresse in camera da letto.
Era vuota. Svuotata come lei. Nessuno ad aspettarla. Per agevolare il sonno si fece rilasciare un blando sonnifero.
Gli occhi le si chiusero velocemente. Proprio prima di assopirsi, vide un messaggio apparire sulla destra in basso del suo campo visivo. Erano delle bellissime rose gialle. Il biglietto allegato diceva:
«Per ringraziare la guardia del corpo più tranquilla del mondo.»
Un sorriso si dipinse sul volto di Patti mentre leggeva la firma di Max in fondo al messaggio.

– 3 –

Erano passati due mesi da quelle rose gialle virtuali e Patti continuava a odiare Jackson. D’altronde, era rimasto il solito buco senza prospettive. Ma c’era qualcosa che la faceva sorridere ogni mattina, oltre a vedere sgambettare il piccolo Steven verso lo scuolafly.
Attendeva, titubante come una ragazzina, che in basso a destra del visore apparisse un messaggio con le rose.
Non lo apriva subito, non voleva far vedere a Max che non vedeva l’ora di leggerlo. Una volta arrivato, lo lasciava decantare lì per qualche minuto, mentre sbrigava qualche lavoro di routine. Poi, quando la curiosità non era più gestibile, lo apriva e lo leggeva.
Max le scriveva sempre qualche banalità da post su social network, ma poco importava. Era passato troppo tempo. Anni senza sentirsi desiderata. Patti sapeva che il tempo in astinenza da sentimenti faceva sembrare tutto più bello. Ma cosa importava? In qualche modo provava una sorta di, aveva paura a dirlo, felicità.
Il lavoro andava come al solito. Si poteva scegliere i clienti e, ormai, sapeva quali erano quelli che le avrebbero dato pochi problemi. Nessuna famiglia con bambini, troppo investimento emotivo. Nessun giovane rampante, troppi rischi non calcolati.
L’ideale era avere dei clienti di mezza età, professionisti affermati ma con pochi grilli per la testa. Magari già abituati ad avere una guardia del corpo, in modo che non ci fossero fraintendimenti sui rispettivi ruoli.
Era rimasto un unico cliente fuori dal gruppo di agiati settantenni. Ma come faceva a interrompere il rapporto di lavoro con Max? E se i messaggi fossero cessati con la rescissione del contratto?
E anche con tutti i rischi che quel cliente le portava, Max le serviva. Non poteva rischiare di perderlo.
Aprì il messaggio: non era la solita frasetta melensa.

«Vai ad aprire la porta.»
Patti guardò la scritta lampeggiare per alcuni secondi, come se non avesse capito quello che significava.
Il sensore di presenza la scosse dal torpore: effettivamente qualcosa era fuori della porta di casa.
Si affrettò verso l’entrata. Rimase a bocca aperta: c’era un postaldroid con un mazzo di rose gialle. Vero, questa volta. Prese il mazzo e rise come mai aveva fatto da troppo tempo. Non riusciva a smettere neanche congedando il droide.
Il profumo delle rose gialle le invase il cervello. Era lo stesso che aveva sempre sentito via rete, ma era differente. Patti non riusciva a spiegarsi quale fosse la differenza, ma la sentiva. Aveva l’aroma delle cose vere, il profumo di un abbraccio dopo mesi di sguardi. Il profumo di una nuova vita possibile.
Rimase in ingresso e si sedette sul divano letto. Ebbe un attimo di esitazione e poi affondò la faccia in quel mare giallo e profumato. Lo aveva visto fare in migliaia di webfilm.
Patti la dura: se i suoi clienti l’avessero vista! Piangere di gioia. Neanche quando Clarence le chiese di firmare la loro unione! Per uno stupido mazzo di fiori!
Piangeva ridendo come quando guardò per la prima volta i piccoli occhietti appena socchiusi del piccolo Steven, appena nato.
Quando riuscì a ricomporsi, notò che c’era anche una busta allegata. La guardò come si guarda un manufatto di un’epoca sepolta. Cosa poteva mai essere?
La aprì con delicatezza, quasi potesse disintegrarsi nelle sue mani. Conteneva un biglietto.

Era una stampa di un ticket aereo di andata e ritorno con soggiorno di una settimana in un hotel di lusso. Un hotel che lei mai avrebbe potuto permettersi. La destinazione era Rio de Janeiro.
No, non poteva. Dove avrebbe lasciato Steve? E il lavoro? Come poteva lasciare una settimana i clienti senza la sua protezione? E poi, lei non era certo una mantenuta. Se voleva fare una vacanza, se la sarebbe pagata. Era una donna lavoratrice. Lavorava per essere indipendente. Per guardare negli occhi chiunque senza complessi di inferiorità. Clarence non le aveva mai pagato una cena. O una vacanza. D’altra parte, non è che potesse permetterselo. Clarence non era certo un chirurgo di fama mondiale come Max.
Ma Patti non poteva rifiutare, aveva lavorato per quello scopo per troppo tempo. Era a un passo da raggiungerlo.
Cercò di contattare immediatamente Max, doveva parlargli. Era giusto quello che stava facendo?
«Ti è piaciuta la sorpresa?»
«Certo, ma non posso accettare, mi spiace tantissimo.»
«Devo spiegarti alcune cose.»
«Guarda che ormai ho deciso, il piccolo Steven…»
«Lasciami finire di parlare. La paga sarebbe il triplo di quella che prendi.»
Patti sapeva che Max avrebbe insistito.
«Si tratta di venire a Rio e seguirmi per tutta la settimana. Farai parte di un team che si sta formando. Sto ancora decidendo gli altri membri, ma tu ci devi essere!»
«Ma Steve…»
«Vitto e alloggio anche per Steve, tutto compreso, non ti ho mandato gli estremi perché non sapevo se avevi una sistemazione migliore a Jackson da qualche parente»
Avercene, di parenti, a Jackson.
«Devo pensarci, Max, non puoi pretendere…»
«Lo capisco. Ma credimi, ci tengo tantissimo ad averti qui. E non solo per ragioni professionali.»
Patti sorrise dentro di sé. Tutto come previsto.
«Ma perché tutta questa cosa? Cosa succede?»
«Patti, ne parleremo se accetterai, è una cosa delicata.»
«Non posso accettare senza sapere di cosa si tratta.»
Dall’altra parte il silenzio.
«Non posso metterti in pericolo senza ragione.»
«Non sono mica una ragazzina. Comunque mi hai già coinvolta.»
«Lo so bene»
Ancora silenzio.
«Non devi farne parola con nessuno, però, qualunque cosa deciderai.»

– 4 –

Seduta accanto al piccolo Steven, Patti guardava il cielo scuro dal finestrino dell’aereo. Non sapeva se aveva fatto la scelta giusta. Forse la voglia di andare via da quel buco maledetto aveva giocato un ruolo sproporzionato nella decisione presa. O forse era stata colpa di Max. E delle rose gialle. Strinse a sé il suo piccolo e gli diede un bacio sulla testa. Quasi a scusarsi.
«Mamma, è bello il posto dove stiamo andando?»
«Sicuramente più bello di dove viviamo, piccolo.»
Steve corrugò la fronte, non era d’accordo. Così piccolo non capiva ancora che quello che gli mostravano a scuola non era la verità. Che la separazione tra i clonati e gli originali non era buona e giusta.
«È un posto dove potrai stare insieme a tutti i bimbi che vorrai, senza distinguere se sono clonati o meno.»
«Gli originali sono antipatici, non ci voglio giocare.»
«Non è vero: ci sono originali simpatici e originali antipatici, come tra i clonati.»
«Se un clonato è antipatico lo posso spingere via.»
«Dove andiamo, potrai spingere via anche un originale senza essere punito dal maestro.»
«Preferisco casa lo stesso.»

Forse avrebbe dovuto prendersi un po’ di tempo e spiegare tutto al piccolo Steven. Di come i clonati fossero stati generati un secolo prima per sopperire alla ridotta capacità procreativa delle specie umana, in modo da avere una forza lavoro pronta e disponibile. Di come fossero stati marchiati geneticamente per essere sempre distinguibili dagli originali.
Era l’unica cosa che poteva distinguere un originale da un clonato. Ma tutte le applicazioni potevano collegarsi alla rete FsdG e ottenere l’informazione per ognuno di loro. E questo marchio passava di generazione in generazione. Generazioni di clonati che vivevano segregati in campi lavoro o in fabbriche con turni massacranti, emendando dal senso di colpa che prima gli uomini sentivano a causa dello sfruttamento dei propri simili.
Il simbolo No Human Work for this Product, l’arcinoto NoHuWo, divenne una potente arma di marketing. Era su tutti i prodotti in commercio. Nascondeva, però, uno sfruttamento ben più inumano, quello dei clonati, costretti a vivere unicamente per soddisfare il bisogno di merci degli originali. Fino a quando la verità fu troppo evidente per essere nascosta.
Una grossa ribellione, guidata dal clone Landau, fu soffocata nel sangue di milioni di clonati. Le immagini di morte, però, non poterono essere cancellate dalla rete e aprirono gli occhi a quegli originali che avevano un cuore. Nel corso degli anni, i clonati non furono più costretti a vivere nei campi di lavoro o nelle fabbriche. Da qui a ottenere la vera parità però, la strada non era breve.
La presenza o assenza del marchio era ben visibile su ogni persona. In tante città come Jackson o addirittura in interi stati, i clonati erano ancora segregati e dovevano accettare stipendi più bassi a parità di mansione con gli originali.
Come spiegare tutto questo a un bimbo di quattro anni?
Doveva farlo per gradi, ma quando Patti iniziava a pensare tutto ciò si sentiva friggere il sangue nelle vene e difficilmente riusciva a controllare le proprie parole.
Sospirò. Steve la guardava, come ad attendere una spiegazione.
«Anche io preferisco casa, piccolo mio, ma non è detto che non sia divertente stare a Rio.»
Strofinò la mani sui suoi riccioli biondi facendolo ridere.
«È solo una settimana, dopo tutto.»

All’aeroporto trovarono un Pers-Fly tutto per loro. Li prelevò e li condusse verso la periferia della città. Faceva caldo, e Rio era sterminata. Patti non era mai uscita da Jackson ma aveva visto in soggettiva di rete città di tutti i generi, dalla modernissima Calcutta alla decadente Parigi. Ma vedere una megalopoli dal vivo, sorvolandone gli edifici come se si fosse in maps, era una sensazione bella e terribile.
Il piccolo Steven non aveva più occhi per lei ma solo per i grattacieli e i parchi, la spiaggia infinita e la montagna mozzafiato. Patti era contenta, sembrava che suo figlio stesse cominciando ad apprezzare la novità.
Atterrarono in una specie di parco privato in collina, con una vista mozzafiato sulla città. Ad accoglierli c’era Max, sorridente e soddisfatto. Nella sua stretta di mano, Patti sentì qualcosa in più di un cordiale saluto di lavoro. Sperava con tutto il cuore di non sbagliarsi.
«Non sai quanto sia contento che siate qui, finalmente.»
«È un posto magnifico! Vederlo dal vero è tutta un’altra cosa.»
«La mia modesta dimora, come si usava dire nei vecchi film.»
«Fa sempre così caldo?»
«Anche di più. Prima cosa, pensiamo a far divertire questo piccolo.»
Max indicò una zona poco più in là con altalena, scivolo e giostra. Un piccolo edificio color pastello dava su questo parco giochi, grande come quello di Jackson. Quello riservato ai clonati, naturalmente.
Steve corse verso i giochi, ogni timore era svanito.
«Tutto come hai voluto tu, mia cara Patti: ho chiamato Bruce a occuparsi di tutto quello che riguarda il tuo bimbo, mentre tu ti occuperai di me.»
Bruce era il tutor all’asilo di Steve, era un clonato e aveva un rapporto bellissimo con il piccolo. Patti sapeva che Max aveva controllato le sue referenze, e se Bruce era lì voleva dire che il chirurgo ne aveva verificato l’affidabilità.

Max la condusse in una saletta schermata, dove non riusciva a collegarsi alla rete se non attraverso alcuni connettori fisici. Ad attenderli c’erano due uomini: il piccoletto scattò in piedi nervosamente appena entrarono, mentre l’altro, imperturbabile, si girò appena sulla poltroncina.
Entrambi sorrisero appena, parevano molto concentrati sui loro compiti.
Li salutò. Era contenta che Max avesse accettato le sue condizioni sulla composizione della squadra. Patti passò a presentare brevemente quel piccolo team.
«Questo è Nils, sicuramente hai preso info su di lui e sai che è un ex enfant prodige, se me lo concede, nel campo dell’intercettazione comunicazioni a tutti i livelli. A soli diciott’anni collaborò con la polizia FsdG al febbrile recupero dell’oro della più grande rapina degli ultimi vent’anni. Fu su tutte le news.»
«È da un po’ che sono fuori dal giro, ma penso di essere ancora in grado di dare una mano. Penso che Patti mi abbia scelto perché costo poco.»
«Fossi stato meno modesto saresti in ben altra posizione.»
«E magari fossi anche un originale.»
Max e Nils si strinsero le mani, quella di Nils tradiva, come tutto il suo atteggiamento, un nervosismo fuori dalle righe.
«Questo è Garry, la sua specialità è la gestione degli spostamenti con qualsiasi mezzo. Come avrai già notato, lascia trasparire poco dei suoi sentimenti. Poche parole ma grande efficacia»
Max subì la stretta granitica di Garry; faceva pensare a uno a cui si sarebbe affidata la propria vita senza alcuna esitazione.
«E io sono Patti, esperta di sicurezza personale, guardia del corpo di grande esperienza. Max mi ha scelto perché mi ha sperimentato sul campo. Lui pensa di dovermi la vita. Non sa che chiunque di noi si sarebbe comportato come me, se non meglio.»
Max chiuse le presentazioni.
«Sono sicuro che formeremo una squadra eccezionale e che tutto andrà per il verso che ci auguriamo.»

Non c’era tempo da perdere, l’ospite di riguardo sarebbe arrivato fra pochi giorni e bisognava subito mettersi a lavorare.
Appena affidati i primi compiti, si prese un attimo di pausa per andare a vedere come se la cavava il piccolo Steven. Secondo gli accordi, avrebbe dormito in una stanza tutta sua e sarebbe stato accudito in ogni momento da Bruce. In più, Patti avrebbe avuto un collegamento permanente con suo figlio anche nelle stanze isolate dalla rete. La stanzetta del bimbo era bellissima, grande quanto il loro bilocale a Jackson. La finestra dava sul parco giochi dove aveva lasciato Steve. Chissà cosa stava facendo?
Lo trovò che giocava con una bimba poco più grande, sotto l’occhio attento di Bruce e di una signora. Erano figlia e moglie di Garry, anche loro ospitate nelle dipendenze della immensa villa. E anche loro clonate.
Patti si chiese se fosse stato giusto chiedere tutte queste condizioni a Max. Ma il chirurgo ormai aveva accettato e quindi non c’era da preoccuparsi. Erano questioni che andavano poste prima di partire, non ora.
Adesso tutto questo poco importava, lei e il piccolo erano fuori dal ghetto di Jackson, in uno splendido posto, e ne avrebbero approfittato fino alla fine. Anche oltre.

Si diresse verso quello che sarebbe stato il suo alloggio per quella settimana. La prima cosa che notò fu la distanza che la separava dal suo bambino. Erano sì nella stessa villa, ma erano più lontani di quanto fossero mai stati. Patti non sapeva se questo fosse un bene o un male. Sicuramente l’incarico non era esente da rischi e il bimbo doveva essere al sicuro in caso di problemi.
Il suo alloggio era formato da camera da letto e servizi. Dava su un corridoio al termine del quale c’era la sala comando e una stanza un po’ più grande che poteva essere adibita a sala da pranzo o sala riunioni. Al piano di sotto c’erano il complesso destinato alla sala operatoria e la saletta comandi. In tutta la palazzina, la rete esterna non era raggiungibile. Poteva solo collegarsi con Steve, Bruce e gli altri della squadra.
Andò in camera e si sedette alla scrivania. Cosa stava facendo? Era conscia dei pericoli che correva lei e faceva correre al suo bambino? L’avrebbe gettato in un guaio ben più grosso? Non lo sapeva e questo la tormentava. Ma se avesse rinunciato ora avrebbe buttato mesi di preparazione.
Decise di farsi una doccia e mandò un alert a Bruce di lavare anche il bambino.
«Strilla come se lo stessero torturando?»
«Tranquillo, a Steve piace farsi il bagno.»

La doccia non aveva l’indicatore di consumo inappropriato di acqua. Poteva usarne quanta ne voleva e nessuna multa sarebbe arrivata a prelevarle soldi direttamente dal conto in banca.
Tutto lì faceva capire quanto fosse ricco Max e quanto, soprattutto, i soldi ti permettessero di vivere una vita fuori da quelle che, fino a quel momento, parevano regole universali.
Chiuse gli occhi e assaporò il piacere di trasgredire quello che per miliardi di persone era un dovere morale. Si fece scorrere l’acqua in gran quantità lungo tutto il corpo.
Non sapeva se questa era la vita che voleva. Ma non avrebbe perso l’occasione per fuggire dalla vita che sicuramente non voleva.

– 5 –

E venne il gran momento. Come programmato in tutti i dettagli, il giorno tre arrivò l’ospite importante. Mike Appel, il livello zero e creatore della FsdG, la più grande multinazionale piramidale del mondo, dei cui servizi e prodotti nessuno poteva fare a meno. E di cui tutti erano più o meno dipendenti.
Dicevano vivesse come un asceta, gestendo con mano ferma ma senza eccessiva ambizione la sua tentacolare azienda. Non c’erano grandi contenuti multimediali su di lui. Filmati di qualche decennio prima in cui presentava nuovi servizi della sua azienda. Erano tempi in cui la FsdG lottava con altre aziende private per il mercato globale. L’idea geniale di farla diventare piramidale, costruendo una struttura di dipendenti che erano compartecipi dei successi dell’azienda, essendone legati a doppio filo, sbaragliò la concorrenza.
Dal Pers-Fly scese un vecchietto. Non lo si poteva chiamare in altro modo. Portava un cappotto pesante, nonostante il caldo, e si faceva aiutare da un bastone. Nessun assistente robotizzato FsdG, nessun termoregolatore corporeo FsdG. Sembrava confermare la sua fama di asceta fuori dal mondo.
Patti ricordava, come tutti d’altronde, la pubblicità con quel signore che ti consigliava di unirti alla più grande innovazione nella storia dell’uomo dopo la rete, la FsdG. Stentava a credere che quell’atletico cinquantenne fosse diventato quel decrepito novantenne. Con tutti i soldi che aveva! Un innesto ringiovanente, un trapianto di pelle, uno dei tanti interventi che la FsdG faceva a clienti di ogni ceto sociale. Niente di tutto questo.

Patti si collegò a Max. Pareva tutto ok. Nessun parametro modificato. Recepì gli stessi segnali anche da Garry e Nils. Niente sembrava essere cambiato. Era normale, non era quello il momento in cui ci si poteva aspettare un’intrusione malevola. Ripensò ai pericoli che stava correndo. Max l’aveva ingaggiata per proteggerlo. La situazione era delicatissima: il vecchio si doveva operare al cuore e, in omaggio alla sua diffidenza per le macchine, voleva che a farlo fosse un uomo. Max era il suo medico di fiducia e l’unico che potesse fare quell’operazione. Aveva anche una struttura nella sua villa che serviva allo scopo. E fin qui tutto ok. Senonché il vecchio era un tipo abbastanza odiato e quindi Max temeva che qualcuno tentasse di far fallire l’operazione. Concorrenti fatti fuori dalla FsdG, terroristi pronti a colpire il simbolo dell’oppressione delle multinazionali oppure spie di stati avversari della FsdG che pensano che, colpendone il capo, si possa distruggere l’intera struttura.
Naturalmente, Appel aveva la sua struttura di protezione.
Ma salvaguardava il paziente e non il chirurgo. E Max voleva essere ragionevolmente certo di uscire tutto intero da questa situazione, anche nel caso in cui a qualcuno venisse in mente di salvare Appel e sacrificare il chirurgo. Oppure, non fosse mai, che l’operazione andasse male in qualche modo e qualcuno volesse vendicarsi su di lui.
Per quello lei era lì. Oltre che per scappare da quella maledetta gabbia di Jackson.
Chiuse per un attimo gli occhi, ma questo non le tolse dalla visione i dati di Max e di Steve. La ragione prossima e quella profonda per cui lei era lì. Steve faceva il suo sonnellino pomeridiano, sotto l’occhio attento di Bruce. Max, invece, stava cercando di trovare la giusta concentrazione per procedere all’operazione più importante della sua vita.
Appel aveva una squadra di sette donne e tre uomini: Patti non poteva cercarli in rete, ma aveva scaricato buona parte del db nel suo cervello e ne riconobbe otto su dieci. Erano sei clonati e due originali. Erano i più quotati specialisti di protezione personale, molti dei quali avevano subito operazioni di potenziamento fisico. Un paio di donne si erano fatte installare delle protesi alle gambe. Un’altra aveva subito un’operazione per migliorarne la vista. Tutti assumevano regolarmente sostanze per accelerare i riflessi.
Il fatto che ci fossero due che non erano presenti nel suo database le faceva ancora più paura.
Presto il vecchio sarebbe entrato nella zona della rete interna e loro lo avrebbero seguito. A questo punto, tenerli sotto controllo sarebbe stato più facile ma la loro prestanza fisica sarebbe stata ancora più importante.
Ma ci si poteva far poco, e Patti si augurava che tutto potesse filare liscio.
Recepì i segnali di Garry e Nils, pronti a ogni evenienza.
Adesso la palla passava nelle delicate mani di Max.

Dopo qualche ora, l’operazione continuava senza imprevisti. Max e i suoi collaboratori lavoravano senza sosta ma senza fretta sul vecchio corpo malandato di Appel. Tutti erano nella palazzina della sala operatoria, staccati dalla rete esterna.
Tutti tranne Bruce.
Bruce stava aprendo il cancello della villa per far entrare un uomo, un originale dalle apparenze molto normali. Quasi calvo, barba e baffi a circondare la bocca, altezza inferiore alla media.
«Buona sera, professore, il viaggio è stato faticoso?»
«Non ho sofferto il caldo come la scorsa volta. A che punto siamo là dentro?»
«Ci siamo quasi, professore.»
«Ho con me la modifica software, l’accesso è garantito?»
«L’apparecchiatura è stata configurata secondo la sue istruzioni.»
Bruce passò una specie di connettore a forma di ipsilon al Professore.
«Qui ci sono in ballo troppo vite umane per sbagliare. I parenti sono fuori combattimento?»
«Narcotico nella merenda, si sveglieranno quando tutto sarà finito.»
«Non è detto che si sveglino…»

Nella palazzina l’intervento era finito e tutti aspettavano che il vecchio si risvegliasse. Le funzioni vitali erano state ristabilite gradualmente, anche se l’operazione era pienamente riuscita: ora Appel aveva un cuore da ventenne.
Patti percepì il rilassamento degli uomini della scorta.
Ma c’era qualcosa che non le quadrava. Si consultò con Nils. Anche lui si stava chiedendo cosa stesse succedendo. Percepivano entrambi come un’atmosfera sospesa, come se l’intervento non fosse finito.
E, in effetti, non era finito.
Un rumore secco chiuse tutte le serrature delle porte. Il team di supporto ad Appel rimase diviso in due parti. Due uomini e due donne in sala operatoria con Appel, Max, Patti e gli elementi del suo team. Tutti gli altri in una sala attigua, impossibilitati a muoversi.
Patti scattò in piedi e si precipitò verso la porta della sala operatoria. Sapeva già la risposta: la porta non si aprì.
Contattò Nils e Garry. Anche loro erano bloccati nella saletta comandi. Si affrettarono a fornire rassicurazioni a Patti.
Non era il caso di agitarsi. Nessuno aveva perso la testa nella sala. Provò a collegarsi con il piccolo Steve. Nessuna risposta. Neanche da Bruce.
All’improvviso un nuovo utente accedette alla rete interna.

Patti si sentì percorrere la schiena da un brivido: era arrivato il momento della verità.
Appel si svegliò proprio in quell’istante. Si rese conto che c’era qualcosa che non andava ma fu preceduto dal nuovo ospite, la cui voce risuonò metallica sul canale audio.
«Buonasera a tutti.»
Una valanga di domande arrivò verso lo sconosciuto. Tutti volevano sapere chi fosse. Anche l’appena risvegliato vecchietto lo investì di punti interrogativi.
«State calmi, intanto non potete muovervi da lì. Sarete costretti ad ascoltarmi fino alla fine.»
Un silenzio calò sul canale di comunicazione. Qualcuno della scorta di Appel immise nella rete del codice modificato virale. Il target era l’interfaccia del nuovo arrivato. Ne avrebbe preso il controllo in pochi minuti.
«Mi chiamo Roy, ma potete chiamarmi professor Roy. Oppure semplicemente Professore.»
Il virus attaccò la connessione del professore ma non riuscì a scalfirne la robustezza.
«Mettiamo dei punti fermi, voi non cercate di attaccarmi e io non vi faccio nulla.»
Patti sorrise: il Professore, il più grosso hacker della storia era nella palazzina insieme a loro. E nella stessa subnet. Non c’era altra possibilità che fare tutto quello che lui diceva. A meno di non riuscire a raggiungerlo e farlo fuori fisicamente.
Mandò un messaggio a Nils e Garry ma non ottenne risposta.
Guardò negli occhi Max e ottenne ancora meno.

Il vecchio Appel aveva capito subito che era giunto il suo momento. Quelli della sua età avevano un timore quasi mistico di colui che veniva chiamato il Professore. Mezzo secolo fa aveva messo a segno alcune delle azioni dimostrative più eclatanti a favore della net neutrality.
Ma la potenza economica delle grandi aziende aveva sbilanciato il confronto a loro favore. Adesso, con la certificazione obbligatoria necessaria per accedere ai servizi FsdG, il concetto di neutralità della rete non era più di moda. E neanche il concetto di hacker. E del vecchio Professore si sentiva parlare solo per le rare invettive oppure in qualche webdoc in cui veniva puntualmente denigrato.
Infatti le giovani guardie di Max non capivano come non si potesse eliminare velocemente quell’insulso scocciatore. Erano abituate al fatto che, sulla rete FsdG, l’unica e sola utilizzata, un elemento di disturbo veniva subito eliminato dagli spider automatici. Per non parlare di quello che si narrava succedesse agli hacker.
Invece, sulla sottorete della palazzina, non si poteva far nulla di tutto ciò. Patti si chiese come un gruppo di super guardie specializzate avesse potuto farsi intrappolare in quel modo. Ma le venne un mezzo sorriso, pensando che potevano fare la stessa sarcastica osservazione alla sua squadra.

Intanto i due vecchi si stavano fronteggiando.
«Cosa vuoi ancora da me?»
«Non ho mai voluto nulla da te. Volevo solo che il mondo non andasse a fondo.»
«E così tu sai qual è il bene per l’umanità? Sei solo un megalomane invidioso del successo altrui.»
«Un po’ di invidia non la escludo.»
«Vuoi annientare la FsdG solo perché tu non sei riuscito a combinare nulla, nella vita!»
«Sei sicuro che sia un bene che tutta l’umanità dipenda da una sola società? Siamo diventati operai di un grande formicaio, la FsdG.»
«Ogni formica si occupa del benessere di tutte!»
«No, del benessere del formicaio: della FsdG e quindi di te e di tutti quelli che ti stanno vicino!»
«Credi che me ne sia approfittato? Sarei potuto vivere nell’oro! E un mio solo gesto e quelli come te…»
Appel fece un gesto inequivocabile.
«Lasciamo perdere, cosa vuoi ora da me? Uccidermi?»
«Mi basterebbe aspettare qualche mese. E poi avrei dovuto farlo cinquant’anni fa…»
«L’ho sempre saputo che tipo eri. Altro che grande hacker pacifista!»
«Non devi guardati da me, Appel, cerca più vicino!»
«Guarda che questi giochetti con me non funzionano, conosco bene ogni mio collaboratore»
«Anche il tuo chirurgo?»

Appel si girò verso Max, come a cercare la conferma della insensatezza delle accuse del Professore. Trovò solo un volto sbiancato.
«Ma come cazzo…»
«No, Michael, l’operazione si è conclusa perfettamente! Stai benone, vero?»
Le parole di Max non convincevano neanche Patti. Appel fece un cenno alle proprie guardie che si diressero verso il chirurgo. Ma non riuscirono a raggiungerlo perché caddero a terra prive di sensi.
Patti fece un cenno di assenso a Nils che spense anche il resto della scorta di Appel. Il vecchio capo del mondo era furioso. Si lanciò con le sue deboli forze verso Max che lo evitò scartando di lato.
Patti tirò su il vecchio da terra e lo immobilizzò.
«Maledetti stronzi! Ma se anche mi uccidete non avrete tempo per festeggiare! Fuori di qui tutto il mondo è pronto a farvi fuori!»
«Tranne quelli che mi hanno pagato per inserirti un congegno a tempo nel cuore, Appel.»
Patti non si capacitava.
«Ma Max, come hai potuto?»
«Cara, non vedi che questo è un vecchio decrepito? Ci sono le nuove generazioni che spingono per arrivare al gradino più alto della piramide! E pagano anche bene, in soldi e riconoscenza!»
Si intromise Appel.
«Stupido mentecatto di un chirurgo! Uccidono me, a cui devono tutto, e pensi che siano riconoscenti con te?»
La paura prese il sopravvento sul volto di Max.
«Intanto mi prendo un sacco di soldi e mi compro un paio di salti di livelli FsdG.»
Patti non poteva credere alle proprie orecchie.
«Ma Max, non ti basta tutto quello che hai? È più di quello che hanno milioni di persone come me!»
«Voi clonati dovete solo ringraziare noi originali per tutto quello che avete. Se non siete più nei campi di lavoro è merito di quelli come me. Non mettetevi a sindacare quanto io possa guadagnare, dovreste solo baciare la terra che noi originali calpestiamo, altroché!»

Patti si sentì prendere da una rabbia sorda, un furore cieco. Voleva sopprimere Max, fargli ingoiare tutto quello che aveva detto, incluse quelle rose gialle maledette!
«Calmati Patti, portiamo a termine quello per cui siamo qui. Non è il momento di farsi prendere dalla furia.»
Era Nils che cercava di calmarla. Patti si accorse che intanto non poteva fare nulla comunque. Garry le aveva inibito i movimenti di avvicinamento a Max.
Appel cominciava a respirare a fatica.
«Liberatemi! Fatemi uscire di qui prima che sia troppo tardi! Non vorrete darla vinta a questo avido razzista e quel vecchio pazzo là fuori?»
Patti non cadde nelle lusinghe del numero uno della FsdG e rimase al suo posto. Intanto il Professore si dichiarava innocente.
«Non c’entro niente, Appel, questo chirurgo ha fatto tutto da solo.»
«Non cercare scuse anche tu, conosco bene quello che pensi, mi hai sempre voluto morto!»
«Non nego che, in qualche momento… Ma era tanti anni fa, ora sono qui per una cosa più importante che abbreviare di qualche giorno la vita di un novantenne.»
«Puah! Le solite tue uscite da salvatore del mondo! E che sarebbe?»
«Il chirurgo Max è stato solo un mezzo per arrivare a te in una situazione vantaggiosa per noi. Che Max avesse intenzione di tirarti qualche brutto scherzo era nell’aria, ma a noi interessava averti a disposizione senza l’apparato di protezione che ti circonda sempre»
«Pare ci siate riusciti. Ma chi sareste voi? O usi il plurale maiestatis?»
Nessuna risposta, solo il cigolio della porta della sala operatoria che si apriva.

Un vecchio basso e pelato entrò nella stanza. Nessuno tranne Appel sapeva che il Professor Roy aveva questo aspetto bonario.
«Capirai a tempo debito. Adesso ho bisogno della tua connessione.»
Appel cercò di spostarsi, ma i suoi muscoli erano bloccati. Il Professore si avvicinò e estrasse il connettore a ipsilon dalla custodia. Senza che Appel potesse fare nulla, lo infilò nell’interfaccia che il vecchio aveva dietro all’orecchio.
«Cosa…?»
«Niente, devo entrare nella rete FsdG con i tuoi privilegi. Ci metto un attimo, non ti dà fastidio, vero?»
«Mi piacerebbe sapere cosa ti sei messo in testa di fare.»
«Una robina semplice semplice. Già fatto.»
Il Professore tolse il connettore dall’interfaccia e si sedette su una sedia, sospirando.
«Ecco qui. Spero che almeno questa cosa mi sia venuta bene. Potrei anche morire, ora. Magari qui, accanto al mio più grande nemico.»
Nel frattempo, il respiro di Appel si stava facendo più pesante. Gli occhi gli si stavano chiudendo.
Entrò anche Bruce, si avvicinò al Professore e lo aiutò ad alzarsi.
«Venga con me.»
«Hai lanciato il memory eraser su questi qui, Bruce?»
«Come concordato»
Nello stesso istante, Patti vide gli occhi di Max chiudersi in un placido sonno.

– Epilogo –

Patti trovò Nils e Garry fuori dalla palazzina. Ma non le importava. Li oltrepassò senza fermarsi e si diresse verso l’area giochi. Un assonnato Steve le corse incontro. Patti lo lanciò in cielo così forte che ebbe paura di non riuscire a riprenderlo.
Lo riprese e se lo strizzò contro i seni.
«Mi fai male!»
«Non me ne importa nulla, piccolo mio.»
Ma allentò leggermente la presa.
«Tutto bene?»
«Sì, ho avuto un incubo. Ho sognato che stavano per imprigionarti e che io non potevo farci nulla.»
«È stato solo un brutto sogno, piccino, io sono qui con te.»
Patti affondò il naso nei riccioli biondi del piccolo Steven, ma una voce la richiamò ai suoi compiti.
«Si sta facendo buio, devo andare prima che si risveglino.»
Patti sorrise e strinse la piccola mano ossuta del Professore. Si misero a guardare la città che si stava illuminando sotto di loro.
«Cosa succederà ora, Professore?»
«Devo dirle la verità? Non ne ho la minima idea. Ma ormai non ci possiamo far nulla, ora che il sasso è stato lanciato, non possiamo più riportarlo indietro. Lo spider che ho inserito con i privilegi di Appel sta già impedendo la rilevazione del marchio sui clonati. Poi procederà a eliminare anche il marchio genetico stesso. I clonati non saranno distinguibili dagli originali. Sarà il caos? Francamente, io non ho più molto da vivere e non riuscirò neanche a vedere cosa succederà.»
«Io sono fiduciosa, quel marchio era solo la ragione per discriminare e opprimere. Impedire che possa essere rilevato automaticamente ci rende tutti uguali.»
«C’è ancora la FsdG. I successori di Appel sono forse ancora peggio di lui. Non sono così sicuro che il mondo per il piccolo Steven possa essere un buon posto per vivere.»
Il vecchio fece una carezza al piccolo e se ne andò.
Bruce, Nils e Garry raggiunsero Patti per guardare il professor Roy allontanarsi lentamente come lentamente si era avvicinato.
«Dai su, ragazzi, abbiamo fatto un buon lavoro, ma siamo solo all’inizio. Diamoci da fare, abbiamo scoccato la scintilla, dobbiamo governare al meglio il fuoco.»
I quattro tornarono verso le loro postazioni in modo da simulare che non fosse successo nulla.
Si muovevano lenti nell’oscurità alla periferia della città.

__________
Andrea Ferrando “zuck”
Vive e lavora a Genova. Tiene un blog che aggiornava quando era di moda e un tumblr che aggiorna quando capita. Scrive racconti di fantascienza da esattamente un anno, quando ha partecipato all’ennesimo libro della fantascienza.
Il lamento di Zuck – Il veloce lamento di Zuck

Annunci

Informazioni su il Many

(marco manicardi)
Questa voce è stata pubblicata in 2. (n+1)esimo ebook. Contrassegna il permalink.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...