L’emporio della distruzione di Lumo Tarryx

di Barbiano Panzucci

– Maledetto figlio di una protogeisha di Baak, io t’ammazzo!
Quando un ungoliano a quattro braccia vi entra in negozio schiumando di rabbia e scardinando una porta super rinforzata in tetracciaio ci sono solo due possibilità: o vi teletrasportate a qualche anno luce di distanza o siete Lumo Tarryx de “L’emporio della distruzione di Lumo Tarryx”. Trattandosi del secondo caso, non vedremo nessuno sparire in una nuvoletta di ioni post-trasporto e resteremo a ammirare il sorriso stampato sul muso rettiloide di Lumo.
– Gergash, amico mio!, la porta la paghi subito o la metto sul tuo conto? Inoltre dimmi, cosa ti turba?
– Credi che i tuoi sistemi di sicurezza m’impediranno di ridurti a una poltiglia sanguinolenta? Continua a leggere

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Non ne valete la pena

di Oblomov

Prima o poi la scienza finisce con il toccare tutti i temi su cui la filosofia ha posto domande e la religione ha affermato risposte.
Io ho avuto la fortuna di vivere personalmente il periodo in cui la scienza cominciò ad occuparsi del concetto di spirito. Dopo secoli dedicati all’intelligenza, con progressi fantascientifici su quella artificiale e la conseguente migliore comprensione anche di quella naturale, quando ormai si era detto tutto quello che c’era da dire (almeno entro limiti sensati, prima di arrivare alle specializzazioni estreme incomprensibili persino agli stessi esperti del campo), qualcuno decise di fare lo stesso per qualcosa di ancora più intangibile, più astratto, persino indefinito.
Il progetto doveva essere, nella sua veste iniziale, qualcosa di titanico, con proporzioni da programma quadro di collaborazione internazionale, arrivando a coinvolgere praticamente tutti i campi dello scibile umano: biologia, chimica, fisica, ingegneria, e, forse per la prima volta a questa scala di collaborazione, anche storia, filosofia, persino religione; tutti coinvolti in un unico, immenso progetto. Benché non mancarono — criticati — stanziamenti pubblici per questa ricerca, la più parte dell’immenso budget disponibile proveniva da finanziamenti privati, e in particolare da un finanziatore privato, un ingegnere di origini egiziane, espatriato e residente in Svizzera. Continua a leggere

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Mentre che il vento come fa ci tace

di Alessandro Forlani

La situazione dell’appestato, che muore senza distruzione materiale
con tutte le stimmate di un male assoluto e quasi astratto
Antonin Artaud

Francesca posò lo zaino su un tavolino, occupò con i borsoni le due sedie di zinco, crollò di gomiti sul bancone bagnato aggrappata a una teca di cornetti e di sandwich:
«Si può?»
La barista annuì, posò il joystick del mocio-robot su uno scaffale e indossò lo zinale e il cappellino dell’uniforme. Si fermò fra le consolle del cibo, delle bevande e le sigarette, pronta alla comanda sui pulsanti sbiaditi. Lei tamburellò sulla calotta dei dolci, ammucchiati nei vassoi luccicanti sotto un’unica colata di mandorle e di glassa:
«Cosa c’è nei cornetti?»
«Cornetti.»
«Intendo che farcitura», insistette Francesca; la ragazza arricciò le labbra:
«Cappuccino o caffè?»
Lei si stravaccò fra i suoi bagagli:
«Caffè macchiato corto, grazie sì; e un cornetto qualunque », sopportò che la poverina le servisse qualsiasi cosa.
Il bar era deserto, la grata abbassata a mezzo, ma il neon brillava azzurrino e accogliente, e a lei ancora ribolliva lo stomaco per il volo in charter-shuttle Virgin. «Di notte uno spazioporto non è affatto un bel posto; soprattutto», pensò, dopo un’occhiata allo schermo del sat-phone, «sono le cinque e quarantacinque: per lei come per me e chiunque.»
Di là dalle vetriate del soffitto del locale, e ancora mille metri più distante, di là dal vetro-acciaio delle cupole, la Terra brillava piccolina e cerulea nel cielo freddo e nero di quel giorno d’autunno.
Francesca pestò i piedi sulle lamiere del pavimento, carezzò il mobilio freddo spaziale, rovesciò la testa indietro sulla sedia a godere, da quelle grandi finestre, del buffo rollio delle stelle e del pianeta.
Squittì di contentezza. Continua a leggere

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Nerosangue

di Leonardo Vacca “Pepper Mind”

Attraversando tutto quel corpo lucido, rovente, luminoso, tutti colori, musica, musiche, parole, vestiti, sussurri, guarda dove vai testa di cazzo, occhi, implanti, grida, è l’ultimo modello ma dove vivi, lui si sente enorme.
Enorme come il suono di un deserto.
Si alza lento come una sfumatura che dia sul nero.
Sente scorrere via dalle spalle quella Milano furiosa, sgomitante, palpeggiante, abbassa la testa e nessuno lo vede.
Nessuno lo ostacola con la sua faccia isterica d’essere vivente.
Ci passa in mezzo indenne.
Ma tutti quegli esseri umani gli rimangono addosso come una puzza di vomito.
E non c’è più vento a Milano.
Solo polpa ghiacciata e puzzolente, l’aria.
“Devo uscire da questa merda.”
Si vede rinchiudersi nel proprio cappotto sintetico, e strisciare ancora lì in mezzo al cuore di strade, vetrocemento, puttane, campi magnetici, plasticanera, ricchi, luci solide, città di città.
Uomini.
“Me ne vado.”
Il Quartiere di Legno, l’unico posto dove ancora rimangono appesi a quel futuro gli stracci di anni passati. Continua a leggere

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Marco 16, 15

di Marco Cagnotti

La cornetta calò lenta sul telefono. Padre Michele chiuse gli occhi e sospirò. Poche volte aveva assaporato quella sensazione di spossato trionfo spirituale. Chiuse il Vangelo, si alzò dalla poltrona, spense la luce e uscì dallo studio. La luna rischiarava il corridoio. Torpido, quasi affranto, padre Michele scese in chiesa. Nella penombra, si inginocchiò nella cappella della Vergine. E si impose qualche minuto di silenzio interiore prima di pregare a lungo.
Un’ora più tardi, tornando alla propria cella, Michele ripercorse con la memoria il poderoso confronto intellettuale delle ultime settimane. Tutto era cominciato con quella telefonata. Di solito erano madri single che non riuscivano a sbarcare il lunario e chiedevano aiuto al convento. Oppure prostitute, piccoli delinquenti, balordi in cerca di una redenzione sociale prima che religiosa. Ma Ivano Almansi no. Lui cercava Dio, nientemeno. Lo cercava eppure lo odiava. Non lo aveva trovato durante i molti anni trascorsi negli Stati Uniti a frugare nel genoma per ricostruire le intricate vicende dell’evoluzione umana. E neppure l’Elohim incontrato nel Qoèlet letto in sinagoga durante l’infanzia, così remoto nella propria imperscrutabilità, rispondeva al suo bisogno di senso. Orgoglioso figlio dei Lumi e della Ragione, Almansi percepiva un’urgenza di completezza che il suo panteismo spinoziano, lucido ma freddo, non riusciva più a soddisfare. Ecco quindi l’idea: cercare il più acuto dei teologi domenicani per sollecitare un confronto intellettuale schizofrenico, che inconsciamente anelava a una conversione riluttante. Un confronto tutto a distanza, per non lasciare spazio ad altro che non fosse la comunicazione verbale. Continua a leggere

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Questione di margini

di Maurizio Codogno “.mau.”

Il borbottio che pervadeva il laboratorio era ai limiti dell’udibilità. Eppure i due occupanti lo percepivano perfettamente, se non con le orecchie, con tutto il corpo: i loro volti tirati sussultavano ogni volta che la frequenza variava anche solo di poco. Entrambi sapevano che le macchine per il supporto vitale potevano guastarsi in un qualunque momento, e non era affatto detto che si sarebbero potute riparare ancora una volta.
– Se anche la tua ipotesi fosse vera, i margini sono davvero stretti, – mormorò Frank.
– Partiamo dall’inizio, – ribatté Irina. – La macchina del tempo esiste, e questo è un fatto. Tutti i viaggi che abbiamo fatto non hanno cambiato per nulla la nostra situazione, e questo è un altro fatto.
– Questo è indubbio. È come se l’universo avesse una propria mente senziente che fa di tutto per impedire che una qualunque modifica al passato abbia conseguenze sul presente… o, se preferisci, è come se qualcuno cancellasse le nostre modifiche. Continua a leggere

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L’uomo delle stelle

di Alberto Cecon “cek”

Ho visto una luce, nel cielo.
I miei calcoli e il telescopio non mi hanno ingannato.
Una scia silenziosa ha solcato la notte, una stella di fuoco ha attraversato lo spazio, indicandomi la Via. Come veloci sentinelle siderali, gli astri hanno assunto un’arcana configurazione che forse io solo, tra tutti gli uomini, ho saputo decifrare, riconoscendo in quella scheggia di luce, in quella scintilla celeste, un segreto segnale sospeso nel Vuoto.
Un segno.
La Profezia si sta avverando, la Promessa si sta compiendo. Alla fine del mio viaggio scoprirò il senso delle Antiche Parole, splenderà sulla Terra l’atteso Messaggio disceso dalle stelle.

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