Ventiduesimo secolo

di Giampaolo Bonora “oasi”

[clic]
– AH!
– Ehm… eccomi…
– Vedo. Purtroppo. Ci avevo già messo una croce sopra. A questo punto, era meglio se sparivi del tutto
– Uh, adesso non esageriamo. Gira quell’anello e accendi il 3D
– No no, non esagero. Visto che mi hai cercata, ti ascolto. Ti ascolto, niente di più. Voglio sentire cosa ti inventi. Non accendo nessun visore, non voglio vederti qui intorno. E prima ti dico una cosa, stampatelo bene in testa: sei uno stronzo. Adesso ascolto lo stronzo che mi parla. Prego
– Maddài, lo sapevi che al mio lavoro ci tengo. E te l’avevo detto che…
– EH? Quando?
– Massìi, te l’avevo detto, guarda che se devo chiudere il mio progetto non mi faccio vivo per un po’… l’ho già fatto altre volte…
– MA COSA STAI DICENDO? Le altre volte eravamo d’accordo, non ti ho cercato. Ora sei sparito di punto in bianco, senza un messaggio, hai staccato tutta la tracciabilità. Io qui ad agitare le mani per aria come una scema per cercare connessioni, sempre con lo stesso risultato. Irreperibile. Disconnesso. Mi sono messa anche degli anelli vecchi. Autorizzazione negata. Come un criminale che cerca di scappare; ma tu sei solo un coglione, non avevi nessun motivo per scappare…
– Stai calma, eh? volevo solo prendermi un paio di giorni per…
– Senza avvisare! un paio di giorni? una settimana con oggi! sparito, dissolto!
– Volevo avvisarti, poi ho cominciato e dovevo stare concentrato, stavo per finire, dopo ti avrei spiegato, eccomi. Ti prego, non fare scene, è importante
– Ooohh, per te è importante, certo! Al punto da cancellarmi!
– Da isolarsi, era necessario. Non solo da te, da tutti… da tutti quelli non coinvolti nel progetto
– Eh già, io non sono… coinvolta nel progetto! Maledetto stronzo. All’inizio non pensavo che arrivassi a questo punto, non riuscivo a capacitarmi. Sparire da tutte le reti, ce ne vuole. Come… come… ne avevamo parlato, ti ricordi quando? eh?
– No, adesso non …
– Come chi pianifica il proprio suicidio. Operazione preliminare per assicurarsene il buon fine, lo avevi detto tu
– Ma quando? Ma ti pare?
– No, infatti, non può succedere. Parole a caso, le hai dette e manco ti ricordi. Sono io che mi metto preoccupazioni per gli altri, mi sono venute in mente anche queste. Tu te ne strafotti, degli altri; esisti solo tu e la tua ricerca
– No, dài, non ricominciamo proprio adesso che ho tutto il tempo che vuoi. E te lo voglio dire, sono contento di quello che ho fatto in questi giorni. Lo so, ho fatto pagare un prezzo anche a te, scus…
– …anche!
– Davvero, valeva la pena, adesso ti racconto. E presto posso raggiungerti fisicamente. Accendi il 3D, intanto
– Scordatelo
– Non ti sto proponendo del sesso virtuale. Accendi il visore, voglio vederti qui nel mio spazio, ti racconto – Io invece dopo questa ho deciso che non voglio uno stronzo nel mio spazio. Ci ho pensato bene. Se hai qualcosa da dire, dilla ora, poi sparisci e non cercarmi più. Come mi hai cancellato tu, ti cancello io, ma per sempre. Irraggiungibile. Irreperibile. Si può fare anche selettivamente, no? Fa parte dei diritti di cittadinanza.
– No, senti, litigare così è una cosa da immaturi. Stiamo calmi e aggiorniamoci
– Io sono calmissima, TU sei un immaturo. Non me n’ero accorta, poi non ci volevo credere. Questa tua fuga mi ha aperto gli occhi
– Non è stata una fuga. Devi ascoltarmi
– Chiamala come vuoi, ma non devo proprio niente. Non a te. E adesso …
– Renditi conto, una ripicca è una cosa idiota. Può darsi che io abbia sbagliato, io credo di potermi spiegare se mi ascolti. Ho sbagliato, può darsi. Ma ti devo dire che cosa ho fatto, che cosa ho pensato, come ti ho pensato… Non vedevo l’ora di raccontartelo, quello che stavo facendo, e più ero soddisfatto di me, più mi immaginavo quando te l’avrei raccontato.
– Scrivimelo. Non sei uno studioso di queste tecniche del passato? Addio.
– No, senti…
[/clic]

Ho provato a mettermi in contatto con te, niente, sono bannato in modo permanente su tutti i canali. Quando l’hai detto non credevo che avresti fatto sul serio. Mi sembra una cosa così enorme che non riesco a spiegarmela. Non voglio crederci, perciò faccio come hai detto, scrivo. D’altra parte, non ho alternative, giusto?
Scrivo, come si faceva una volta. Forse lo avrei fatto comunque, in qualche forma.
Hai ragione, a forza di frequentare il lavoro di gente morta da due o tre secoli ci ho un po’ preso la mano, con le loro usanze. Loro si chiudevano tutte le porte di comunicazione e via, in profondità, attraverso l’unica che gli era rimasta. Potevano venir fuori delle cose meravigliose, oggi non siamo più capaci. E anch’io, non è che sono capace, sto solo cercando di imitarli, perché ho delle cose da fermare.
Non c’è bisogno che ti dica che sarò un po’ confuso, e non solo per quello che ti vado a raccontare. Con te stavo bene, anche se stavamo insieme più in telepresenza che in presenza. Mi era sembrato che ti piacesse quello che facevo, mi sono isolato per fare meglio qualcosa di importante, ero convinto che avresti capito. Spero che ci ripensi.
Non dico altro, ti racconto e basta.
Ho visto morire un uomo.
Per il mestiere che ho scelto non è poi così raro, anzi, qui al Dipartimento la maggior parte di noi ormai lavora sul confine della vita. Potevo immaginarlo, quando sono venuto qui. Adesso quando sono lì che se vanno, vogliono tutti essere ibernati, e la tecnologia non è all’altezza di una domanda di massa. Per non dire dell’organizzazione, ma questo per fortuna non ci riguarda.
Quest’uomo non era uno qualsiasi.
Aveva quasi centoquarant’anni, era nato nel 2013. Non aveva nemmeno un chip impiantato, neanche quelli di prima generazione.
Era uno di quelli che avevano messo in osservazione quando lanciarono il programma Speranza100, alla fine del secolo scorso. Adesso che siamo molto oltre, queste cose ci fanno sorridere, ma quando è nato lui la speranza di vita umana media terrestre era 65 anni. Lui era di quelli fortunati per nascita, ma anche dalle sue parti la speranza di vita era poco più di 80. È stato fortunato anche dopo, ha schivato tutte le tempeste del secolo scorso.
Era un grande, ma questo l’ho saputo poco alla volta.
In gioventù e nella sua età matura deve aver avuto fama di originale, un tipo strano. Non aveva rincorso nessun potere, il prestigio personale non gli interessava. Diffidava della tecnologia, ma non apparteneva a nessuna setta. La filosofia dei suicidi collettivi non l’aveva toccato. Voleva vivere in modo naturale, diceva. Tendeva al privilegio di decidere per sé; lottò molto, per questo: m’immagino quanto sia stata dura.
Quando stava per diventare uno splendido centenario, qualcuno del Dipartimento gli propose di fare praticamente da cavia per le ricerche sull’invecchiamento, rispettando alcuni princìpi a cui teneva: per esempio non gli avrebbero messo protesi né impianti artificiali di nessun tipo. Accettò in cambio di attenzione e di dialogo. Veramente non so se fu lui ad accettare o furono quelli del Dipartimento; so solo che fu una negoziazione piuttosto lunga e dettagliata.
Voleva essere sempre informato del suo ruolo e parlare con quelli che studiano cos’è la vita, tecnicamente dico, come funziona. Mi chiedo se eravamo noi a studiare lui, o lui a studiare noi.
La sua presenza al nostro Dipartimento era diventato una specie di leggenda.
Ci si riferiva a lui come Ilio, ma nessuno sapeva il suo vero nome. Qualcuno dei vecchi diceva di averlo visto tanto tempo fa. Qualcun altro diceva che era già morto da tempo, qualcuno diceva perfino che non era mai esistito, che era una edificante storiella didattica.
Quando ormai ero ben inquadrato nella struttura mi feci coraggio e chiesi di lui a uno dei capi. Mi disse che chiunque aveva avuto contatti con lui si era impegnato ad una privacy rigorosa, e quindi non poteva aiutarmi. Non poteva aiutarmi in modo diretto, disse, ma se continuavo il mio percorso avrei certamente saputo qualcosa di più, non dovevo avere fretta.
L’accesso a Ilio è stato per me una sorpresa.
Avevo quasi finito il lavoro per l’operatività di terzo grado. È successo sei mesi fa, me l’hanno proposto, ovviamente ero vincolato al silenzio totale. È stata una gran soddisfazione, ma mi hanno subito avvisato che tecnicamente non dovevo aspettarmi niente di speciale. Del resto ero già stato a contatto con gli ultracentenari, sapevo cosa fare e cosa aspettarmi. Era lo stesso un privilegio raro, e l’ho vissuto come tale. C’era questa vocina di dentro che diceva: ma è proprio lui ? E io che pure potevo attivare qualche minima forma di comunicazione, ero lì a fare le cose più normali.
All’inizio rimanevo di fronte a lui come imbambolato. Aveva ormai delle reazioni limitate.
Ora lo posso dire: sinceramente, non so quanto siano
stati rispettati suoi desideri originali. Se avessi espresso prima un dubbio del genere mi avrebbero allontanato. Perciò guardavo, facevo quello che sapevo e cercavo di non giudicare chi mi aveva preceduto. Se solo un anno fa mi avessero detto quello che gli avevano fatto in passato e gli stavano facendo, sarei inorridito, l’avrei considerato un tradimento dei patti, una lesione dei princìpi, una circonvenzione d’incapace. Ora mi rendo conto meglio, sono più tollerante. Ma questo lo devo, più che alla pratica, ai lunghi silenzi in sua presenza.
Il fatto di non avere controlli incorporati, di per sé significa molto poco.
Da molto tempo ormai non possiamo più fare a meno di supporti artificiali, almeno in una qualche fase della vita. Non installarseli addosso è una scelta etica, discutibile se vogliamo, ma non è che in questo modo si rifiutino del tutto i controlli e la regolazione esterna. Nel suo caso, a suo tempo ci si impegnò a rispettare la sua scelta, a prezzo di difficoltà crescenti. Spesso si dovevano fare su di lui le pratiche di routine con strumenti invecchiati e affidabilità ridotta. In linea di principio siamo nel posto giusto per fare esperimenti, qui siamo perfino in grado di mettere in campo tecniche di archeologia sanitaria, ma questo è giustificabile solo in casi eccezionali.
Ilio era certamente una persona eccezionale.
Mi hanno detto tutti quelli che hanno avuto a che fare con lui che finché ha potuto, si preoccupava di alleviare le responsabilità di chi gli stava intorno. Si faceva spiegare, cercava di collaborare, ma anche di spiegare le sue scelte, la sua filosofia. Così ha un po’ temperato il suo rigore, o meglio ha ammorbidito consapevolmente il patto iniziale, ma entro precisi limiti, che del resto erano scritti fin dall’inizio: si era tutelato anche contro il degrado delle sue capacità di decisione. In compenso si è reso disponibile per altre sperimentazioni affascinanti, sulla conservazione della memoria, per esempio. Si sa che questo è uno dei campi in cui il nostro Dipartimento è all’avanguardia, la teoria delle isole di ricordi è nata qui. Quello che io non sapevo pur lavorando qui, e non dovrei dirlo, ma mi permetto perché tanto fra poco sarà di pubblico dominio, è che una parte del nostro prestigio viene dal cervello di Ilio. Direttamente, voglio dire: viene da quello che era registrato, diciamo così, nel suo cervello, che è stato riprodotto e modellizzato in tutti i modi. I risultati migliori si sono avuti lavorando sulle riproduzioni di piccole aree.
Non so com’è, ma i vecchi mi hanno sempre affascinato.
Da bambino mi chiedevo, ma davvero loro c’erano, quando succedevano tutte quelle cose scritte nei documenti? Davvero quando erano bambini hanno parlato con persone nate prima della rivoluzione informatica? E com’erano quelle persone? E la luce, prima dell’alterazione del clima, era davvero come oggi? E davvero di notte si potevano vedere le stelle a occhio nudo? Attraverso il loro racconto la contemporaneità va indietro fin quasi a due secoli, un niente nell’evoluzione, lo so, ma per me resta una cosa da stupirsi, quasi magica, come se fosse il mio cordone ombelicale col mondo. Viene fuori in quello che faccio, probabilmente, forse anche nei momenti meno opportuni.
Mi sono ritrovato, non so come, a essere uno dei pochissimi assistenti terminali di Ilio.
Per quanto ci sia sforzati di allontanare la fine, a un certo punto si è capito che era questione di pochi giorni, ore forse. Io ero lì, è toccato a me.
Le sonde – per quelle aveva dato il suo consenso, a un certo punto – restituivano una rappresentazione abbastanza precisa del grado di vitalità dei suoi organi, perfino di certi blocchi di cellule del suo cervello. Non amava le macchine, ma alla fine, come tutti, era collegato a ogni sorta di macchina. Alcune le interpretavo io direttamente, seduto lì a fianco. Quando sei vicino a una persona così, la tentazione è sempre quella di cercare di stabilire una comunicazione, anche se sai che non funzionerà. Sono un inguaribile nostalgico, gli ho perfino parlato.
Mi chiedevo, e gli chiedevo scherzando, se io avessi oggi un figlio – con te, mettiamo – come sarebbe alla sua età, nel ventiquattresimo secolo. E magari, se si fa ibernare, nel secolo ventisei, o nel ventotto, o nel trentuno. Ti sembrerà una buffa regressione, ma ho perfino interpretato un leggero movimento del suo viso come una risposta, come facevano gli aruspici più di due millenni fa.
Ilio mi ha detto, provaci. E io gli ho detto che ne avrei parlato con te, a voce nuda.

__________
Giampaolo Bonora “oasi”
Laureato in Architettura col massimo dei voti. Da più di trent’anni cerca di redimersi da questo peccato di gioventù. Sfoglia il web da quando c’è, ma ora gli è venuto un po’ a noia. Ogni tanto mette qualcosa sul tumblelog qui sotto o negli altri posti che sono scritti lì: oasi

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(marco manicardi)
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