Non ne valete la pena

di Oblomov

Prima o poi la scienza finisce con il toccare tutti i temi su cui la filosofia ha posto domande e la religione ha affermato risposte.
Io ho avuto la fortuna di vivere personalmente il periodo in cui la scienza cominciò ad occuparsi del concetto di spirito. Dopo secoli dedicati all’intelligenza, con progressi fantascientifici su quella artificiale e la conseguente migliore comprensione anche di quella naturale, quando ormai si era detto tutto quello che c’era da dire (almeno entro limiti sensati, prima di arrivare alle specializzazioni estreme incomprensibili persino agli stessi esperti del campo), qualcuno decise di fare lo stesso per qualcosa di ancora più intangibile, più astratto, persino indefinito.
Il progetto doveva essere, nella sua veste iniziale, qualcosa di titanico, con proporzioni da programma quadro di collaborazione internazionale, arrivando a coinvolgere praticamente tutti i campi dello scibile umano: biologia, chimica, fisica, ingegneria, e, forse per la prima volta a questa scala di collaborazione, anche storia, filosofia, persino religione; tutti coinvolti in un unico, immenso progetto. Benché non mancarono — criticati — stanziamenti pubblici per questa ricerca, la più parte dell’immenso budget disponibile proveniva da finanziamenti privati, e in particolare da un finanziatore privato, un ingegnere di origini egiziane, espatriato e residente in Svizzera.
Ed è proprio lì in Svizzera — precisamente a Ginevra — che prese sede il ‘quartier generale’ di questo progetto. Un progetto, come ho detto, di vastissimo respiro, larghissima portata e lunghissima durata, a raccogliere le più svariate ricerche per costruire ponti tra fisica e metafisica, tra informatica e religione, per cercare risposte a domande che non pochi, all’epoca del suo avvio, considerano persino eretiche: può un robot avere un’anima? si può far migrare lo spirito di un essere vivente su un supporto artificiale?
Domande a cui da secoli la fantascienza aveva dato le risposte più variegate, ma che per poter trovare risposte scientifiche richiedevano che si capisse innanzi tutto cosa fosse l’anima, cosa si intendesse per spirito. Per i meno credenti, la domanda ruotava su cardini tutto sommato semplici, tipo: è sufficiente, o necessaria, la coscienza di sé? Per altri, a seconda della fede religiosa, si indagava piuttosto sulla necessità o meno di un intervento trascendente, divino, o se non avessero ragione piuttosto certe religioni animiste, che vedevano ogni parte dell’universo come intrinsecamente viva, dotata di spirito.
Il progetto ricevette critiche da tutte le parti.
Molti scienziati contestarono il tentativo di usare la scienza per indagare un campo che era essenzialmente metafisico. Dall’altro lato non mancarono critiche incentrate sul “giocare a fare Dio”. Nelle interviste, il fondatore rispondeva alle critiche con commenti su quanto il viaggio fosse più importante della destinazione, su quante importanti ricadute scientifiche e tecnologiche ci si sarebbe potuti aspettare da questa ricerca (ricadute che, ovviamente e tacitamente, avrebbero potuto essere sfruttate commercialmente dal fondatore del progetto stesso).
Nonostante le critiche, la buona vecchia massima pecunia non olet si fece sentire, soprattutto nei contesti socioeconomici in cui maggiormente il progetto fece incetta di studiosi e ricercatori: i Paesi del bacino del Mediterraneo, in cui da sempre la ricerca scientifica era assetata di finanziamenti e fondi esterni.
Anche questa preferenza geografica fu una scelta criticata: motivata ufficialmente ragionando sulla (contestata) osservazione che nel bacino del Mediterraneo affondavano le radici la civiltà, la filosofia e la scienza contemporanee, dall’esterno fu vista semplicemente come un modo per trovare partecipanti di buona qualità a basso costo.
La critica più comune riguardava però la durata del progetto: se già i programmi quadro (che nel corso di anni finanziavano decine se non centinaia di progetti) con le loro durate ventennali si trovavano spesso ‘fuori tempo’ con il progredire delle conoscenze nonché delle necessità delle nazioni coinvolte, quanto più era insensato un progetto che già sul nascere prevedeva di coprire l’intera vita di un uomo, se non addirittura di più? Come si sarebbe potuto garantire il finanziamento su un tempo così lungo? Chi avrebbe potuto sostituire il coordinatore del progetto (nonché suo principale finanziatore) in caso di incidente (o persino morte naturale, vista la durata del progetto)? Come si sarebbero potuti adattare i programmi sulla base delle scoperte fatte nell’arco del progetto stesso?
È noto che il progetto nasceva a seguito di una serie di incontri protrattisi negli anni, incontri in cui il fondatore aveva avuto lunghe discussioni con esperti di tutti i campi dello scibile umano, a tu per tu così come in forme più collettive, e che nonostante questo i programmi di ricerca per le varie sezioni del progetto erano rimaste largamente generici: linee guida su alcuni capisaldi da affrontare più che un vero, dettagliato, programma di ricerca.
È altrettanto noto che né prima, né dopo fu più tentata un’impresa del genere, che nessuno ebbe il visionario coraggio di dedicare la propria fortuna a quella che non pochi esitavano a definire una wild-goose chase.
(Sinceramente, la mia modesta opinione sull’impresa, quando venni coinvolto nel progetto — e forse per come questo coinvolgimento avvenne — è che dietro le parvenze olistico-filosofico-religiose si nascondesse qualcosa di molto più prosaico. La mia impressione — da subito — fu infatti che il nucleo del progetto, probabilmente nascosto ai più, non fosse altro che la versione contemporanea della ricerca della fonte dell’Acqua della Vita di certi romanzi di fine ‘800: un progetto scientifico che mirasse ad ottenere il segreto dell’immortalità o dell’eterna giovinezza.)
Che non tutte le critiche fossero infondate lo dimostrò — nemmeno troppo tempo dopo — il succedersi degli eventi. Pochi anni dopo l’avvio del progetto, infatti, l’intera economia mondiale fu travolta da una delle crisi più profonde degli ultimi secoli. La grandiosità iniziale del progetto rimase così schiacciata sotto il peso della crisi del ’29.
Il progetto non fu abbandonato, ma la sua scala investigativa fu nettamente ridimensionata. A subire i tagli più decisivi furono — senza che nessuno ne rimanesse sorpreso — i rami più astratti, mentre rimasero attivamente finanziati principalmente quelli con ricadute applicative a più breve termine, dalla robotica all’interfaccia uomo-macchina, i cui risultati sarebbero stati facilmente utilizzabili per scopi — indovina — militari e/o commerciali. In effetti, furono proprio i proventi delle tecnologie sviluppate all’interno di quelle aree del progetto a finanziare, in larga parte, il successivo progresso dell’intero progetto.
La crisi ebbe anche delle conseguenze semantiche che avrebbero potuto incuriosire i linguisti: il nome del progetto, infatti, che doveva indicare il robot dotato di anima, passò, dopo la crisi, ad indicare l’essere umano snaturato della sua natura sociale, fuso con i computer piuttosto che con i proprî simili. Si cominciò a gettare sospetto sul progetto e sui suoi risultati, ad additarli come espliciti, freddi, crudeli tentativi di privare l’uomo della sua umanità, proprio in un momento in cui la solidarietà tra gli uomini — almeno a parole — avrebbe dovuto essere prioritaria.
Il timore era che il progetto mirasse, consciamente o inconsciamente, ad accelerare i tempi verso la famosa Singolarità a cui tutta la ricerca sull’intelligenza artificiale, nonostante tutto, non aveva portato, o che mirasse alla creazione di cyborg super-umani. Quanta letteratura fantascientifica, dopo tutto, aveva insegnato che il conflitto tra l’umano e il non-umano sarebbe stato inevitabile? E se pure nell’arte a prevalere era infine l’umano, il dubbio che nella realtà le cose sarebbero andate ben diversamente era diffuso: dopo tutto — diciamocelo — come avrebbero mai potuto gli umani avere la meglio su qualcosa di superiore a loro stessi?
Benché la crisi non avesse avuto conseguenze propriamente luddiste, era stata seguita da un ritorno a stili di vita più frugali — in cui certa abbondanza tecnologica veniva vista o vissuta come un lusso o come un abuso — nonché da una rinascita di sentimenti religiosi e spirituali: persa la speranza terrena e nella vita quotidiana, si andava così alla ricerca di speranze ultraterrene o in vite future, sia con ritorni ad antiche tradizioni religiose sia con la nascita di nuove alternative spirituali, a volte più consone all’evoluzione che società ed economia avevano subito nei secoli; in entrambi i casi, in questa ricerca ci si allontanava da quella tecnologia che aveva — si diceva — disumanizzato l’uomo: vista come un male necessario, si cercava di relegarla al minimo indispensabile, o quanto meno a tenerla lontana dalla vista.
In effetti, con l’espandersi degli effetti della crisi si assistette a quella che — da molti che la vissero — fu definita una involuzione della società, una perdita progressiva, nel pubblico come nel privato, di quelle che erano state a loro tempo considerate vittorie delle rivoluzioni progressiste.
La discriminazione, anche violenta, del diverso perse molti dei veli di ipocrisia in cui era stata nascosta in periodi più felici. La separazione dei ruoli ‘di genere’, vuoi nel nome di antiche tradizioni, vuoi sulla base di esigente pratiche, tornò alla ribalta come una via efficace per ristabilire un equilibrio sociale perduto. Riemersero nazionalismi e razzismi mai completamente sopiti, che trovarono espressione anche in forme politiche di successo tra larghe fette della popolazione.
Il ristabilirsi di nuovi (anzi vecchi) equilibri tra il potere contrattuale del datore di lavoro e quello del lavoratore dipendente ebbe un duplice, contrastante effetto, portando da un lato a una semplificazione della mercificazione della risorsa umana, dall’altro a una maggiore spinta verso l’imprenditoria individuale — da chi ne aveva le possibilità — grazie anche a una rinascita di spontanee — e per questo più efficaci — forme di mutuo soccorso, di — selettive — reti di solidarietà.
Spesso, a fare da discrimine tra l’uno o l’altro degli esiti era proprio l’accesso a specifiche forme di tecnologia, ma anche alla cultura del loro uso a scopi produttivi piuttosto che di intrattenimento. Fu in questo periodo che furono gettate le basi per la futura nascita di un nuovo strato sociale che avrebbe funto da ‘collante tecnologico’ della nuova società, da ponte che coprisse la distanza tra il crescente sospetto (e disprezzo, e a volte anche odio) nei confronti di certa tecnologia, e la coscienza della sua imprescindibile utilità.
Di vera ripresa non si poté parlare prima di una trentina d’anni, con il boom degli anni ’60, che dalle forze politiche dominanti fu propagandato come il meritato successo delle riforme sociali ed economiche dei decenni passati e che da quelle d’opposizione fu dichiarato come la naturale evoluzione della ciclicità dell’economia, o come effetto di ‘trascinamento’ di altre economie più forti, che erano sopravvissute meglio alla crisi o che meglio vi avevano reagito.
La ripresa economica fu accompagnata dal diffondersi di idee più progressiste, soprattutto tra i giovani di una certa cultura; queste voci mancarono però di fare buona presa sul resto della popolazione, e rimasero pertanto anche poco rappresentate nei luoghi di potere. L’idea dominante rimase quindi che fosse stato proprio il movimento reazionario post-crisi ad aver favorito la ripresa, e che i (non più nuovi, ormai) equilibri sociali risultanti fossero i più adatti per la prosperità della società intera.
Il principale strumento per limitare il diffondersi delle nuove idee era il discredito più che la censura. Con la crisi ancora fresca sulle spalle della generazione più matura, era infatti facile ricordare come fossero state proprio quelle idee a portare ai decenni di tribolazioni da cui si era finalmente riusciti a uscire — a prescindere dal fatto che questa analisi fosse o meno accurata.
Se evitare forme più dure di silenziamento dell’opposizione permetteva alle forze al potere di mantenere un’immagine positiva di tolleranza e democrazia, dava però anche alle nuove voci abbastanza spazio da poter continuare a farsi sentire, e quindi a crescere — lentamente, ma non tanto quanto sotto censure più severe.
Per dire, quando la pressione verso mutamenti sociali più profondi trovò sfogo nei movimenti studenteschi che raggiunsero l’apice nel ’49 (del secolo successivo), le campagne mediatiche per la dissuasione delle giovani dal proseguire gli studi o cercare lavori specializzati erano ancora talmente efficaci che tra i miei colleghi di corso (poco più di un centinaio) nemmeno una decina erano donne — in uno dei corsi di studio in cui la presenza femminile era tra le maggiori.
Fu proprio a causa dei movimenti studenteschi, per inciso, che io arrivai a trovarmi coinvolto nel famoso progetto, ancora vivo — ma sempre meno pubblicizzato — a più d’un secolo dalla sua fondazione. La sua gestione era passata dalle mani del fondatore — deceduto per cause naturali dopo una lunga e invidiabile vita — a quella di una Fondazione il cui Consiglio era formato (inizialmente) da persone scelte personalmente dal fondatore stesso.
Amministrato ufficialmente senza scopo di lucro (pur permettendo ai suoi membri di vivere dignitosamente), il progetto riusciva a sostenere la propria attività grazie ai proventi delle nuove tecnologie sviluppate nell’ambito del progetto: tecnologie incentrate soprattutto su forme molto sofisticate di interfaccia uomo-macchina che, malviste dalla popolazione in generale, erano molto ambìte in contesti specifici, soprattutto per usi militari o nei servizi segreti. Quanto questi risvolti fossero vicini o lontani dal pensiero originario del suo fondatore è difficile dirlo.
Come dicevo, il ’49 fu l’anno in cui i movimenti studenteschi raggiunsero l’apice. Si era fatto un gran parlare di manifestazioni contro il potere, contro le riforme che andavano in direzione opposta alle promesse fatte, contro l’amministrazione, contro i controlli, contro tutto. Si erano fatte manifestazioni a tutti i livelli, di tutte le portate, e le agitazioni erano sempre più intense, sempre più violente.
Come molti giovani di belle speranze dell’epoca, avevo partecipato a qualche riunione — assistito, anzi, più che partecipato: se inizialmente la mia partecipazione era stata passiva per darmi il tempo di farmi un’idea di come si muovessero le cose, tale passività rimase anche in seguito, quando mi fu chiaro che alcune delle mie idee — critiche, a volte, nei confronti di scelte fatte all’interno del movimento — erano piuttosto impopolari.
C’era chi aveva dato voce a osservazioni e critiche che io sentivo vicine alle mie. C’era chi aveva osservato che si era innescata una spirale di violenza che non avrebbe portato ad altro che ad un circolo vizioso di repressioni sempre più violente a cui si rispondeva — e chi criticava criticava proprio questo — con manifestazioni ancora più violente. C’era chi aveva osservato che questo tipo di azioni e reazioni erano esattamente quello che il potere si aspettava, per lasciar dare sfogo tanto ai manifestanti quanto alla voglia di violenza e repressione delle forze dell’ordine. C’era chi aveva fatto notare che agire in quel modo significava stare al gioco del potere, e non andarvi contro, significava offrirgli su un piatto d’argento la scusa per interventi sempre più draconiani.
Erano voci che erano presto rintuzzate; chi sollevava obiezioni di questo tipo veniva isolato, non prima che gli si fosse dato addosso, verbalmente — inizialmente — con commenti sulla violenza delle forze dell’ordine, su come il potere non avesse certo bisogno di scuse per realizzare le misure che intendeva realizzare. Li si tacciava anche di essere infiltrati del potere stesso, agenti con lo scopo di destabilizzare il movimento dall’interno.
Fu la violenza (inizialmente, come dicevo, solo verbale) con cui queste voci venivano tacciate, scacciate, ad aprirmi gli occhi, a mettermi in guardia contro il dare voce alle mie idee, a farmi agire solo da osservatore a quelle riunioni. La cosa che mi sorprese più di tutte fu il fatto che nonostante queste voci fossero in minoranza, non erano esattamente isolate — a discredito dell’ipotesi infiltrazione: piccoli commenti sottovoce, lontano dalle riunioni, mi avevano fatto capire come non mancassero quelli d’accordo con queste critiche: ma vuoi per i fenomeni della psicologia di massa, vuoi per il senso di autorità che proiettavano i capi del movimento — più anziani di noi, spesso fuori corso, alcuni nemmeno più all’università — a prevalere era la foga di quella che, se maggioranza non era già, subito lo diventava.
Non è da escludere che anche la scarsa capacità oratoria di chi trovava il coraggio di criticare il movimento da dentro giocasse a sfavore di quelle tesi, sebbene dal mio punto di vista — che non posso però certo dichiarare obiettivo — spiccava più la pacatezza con cui queste critiche venivano esposte che la foga con cui venivano rintuzzate. Ma la scarsa capacità oratoria, unita forse a una voglia, magari inconscia, di fraintendere, fece sì che alcune parole poco felici venissero travisate nel peggiore dei modi.
Così, quando qualcuno — per cercare di essere più esplicito per essere più incisivo — fece presente che c’era da aspettarsi che prima o poi qualcuno ci sarebbe rimasto secco per i pestaggi della polizia, ci fu chi sentì la cosa come se avessero detto che l’eventuale vittima se lo sarebbe meritato, per via della partecipazione a una di quelle manifestazioni.
Ciò che avvenne dopo lasciò esterrefatti molti nel movimento, e fu per me il punto di svolta: chi aveva frainteso decise che la persona che aveva osato dire una cosa del genere (ovvero che le vittime della polizia se lo meritavano) andava punito. Ci fu un pestaggio, di uno dei ‘nostri’ da parte di alcuni dei ‘nostri’. Il caso fu isolato, per quel che ne so io, ma non fu condannato mai, in maniera esplicita, da chi al pestaggio non aveva preso parte: vi fu anzi chi sostenne che il pestato se l’era meritato, per aver insinuato che le vittime della polizia se lo meritavano.
La cosa non finì lì, e sebbene avessi già cominciato ad allontanarmi dal movimento, mi ritrovai coinvolto involontariamente nella questione, in quella che fu per me la giornata della svolta. Senza entrare nei dettagli, capitò che per pura coincidenza mi trovassi sul primo dei ponti che scavalcavano il fosso che separava la zona residenziale da quella sociale del campus proprio mentre questo diventava il punto d’incontro tra la vittima del pestaggio e un nutrito gruppo di membri del movimento, alcuni dei quali avevano cercato, prima del sopraggiungere degli altri, di mettere in guardia il tizio, suggerendogli di prendere il largo.
Senza ascoltare il suggerimento, il tizio attese che arrivasse la massa, per cercare di parlar loro, di spiegare come si fosse trovato vittima di un pestaggio da parte di quelli che considerava suoi compagni di lotta. Non lo fecero nemmeno finire di parlare: stava ancora parlando del suo pestaggio quando qualcuno riuscì a superare il flebile cordone di quelli che avevano messo in guardia la vittima, e, raggiungendolo, prese a maltrattarlo — fisicamente.
Per intenderci, la vittima del pestaggio era ancora tumefatta dalla precedente disavventura, e doveva appoggiarsi alle stampelle per potersi muovere. E lì, davanti a una massa esterrefatta, uno di quelli che lo avevano raggiunto sul ponte prese a ridere e ripetere «sì» come un idiota, prima di afferrargli improvvisamente la testa e abbassargliela con violenza verso il proprio ginocchio, alzato altrettanto di scatto.
E io, che mi trovavo già sul ponte e che avrei preferito essere in qualunque altro posto che lì, mi ritrovai a fare la parte dell’eroe, senza premeditazione, senza nemmeno sapere come: riesco a fermare la seconda ginocchiata che l’aggressore, ormai fuori di testa, cerca di assestare al giovane sulle stampelle; il mio successo ha come unico risultato di rendermi il nuovo bersaglio del pazzo, ma grazie alla mia posizione vantaggiosa nonché a una fortuna inaspettata riesco a deviare lo slancio con cui questi mi si butta addosso, facendolo franare giù dal ponte; l’aggressore si rialza, dandomi nuovamente addosso minacciandomi di morte, e nuovamente senza sapere come riesco ad assestargli una gomitata allo sterno, che gli mozza il fiato, subito seguita da un pugno all’inguine, che lo stende definitivamente.
Sarà solo molto tempo dopo, lontano da quei luoghi e da quei momenti, sopraggiunta la calma, che mi interrogherò su come mi sia venuto in mente di intervenire, e soprattutto su come sia riuscito in una simile sequenza di azioni. Sul momento, ancora carico d’adrenalina, trovai finalmente il coraggio di dare sfogo alla delusione che mi si era annidata dentro fino ad allora.
«Guardatevi!» mi uscì di bocca, con una voce che nemmeno io mi riconobbi, tonante da riuscire a coprire il vociare della folla «Vi siete ridotti a fare spedizioni punitive, come i fascisti. Mesi di oratoria sui metodi fascisti della polizia, e ora fate lo stesso. È a questo che vi siete ridotti? A prendervela l’uno con l’altro? Complimenti, avete raggiunto lo scopo; non il vostro, però, il loro. Siete solo dei buoi senza cervello; e senza anima: uno con le stampelle, ancora a pezzi per il vostro precedente pestaggio, viene pestato di nuovo, e voi lì a guardare manco fosse il circo.»
Scese il silenzio, improvviso, e con questo le mie ultime parole, chiaramente udibili, ma quasi rivolte a me stesso: «Non ne valete la pena.»
Io stesso capii quelle mie ultime parole solo molto tempo dopo. Sul momento risuonarono solo come la vuota considerazione di qualcuno che si dava troppa importanza. Non che io mi sia lasciato il tempo di contemplare la reazione della folla: finito di parlare, ero già oltre il ponte diretto alla mia residenza, sfruttando il piccolo trucco — scoperto quella mattina stessa — che mi permetteva di pattinare sulla strada ghiacciata, grazie alle mie scarpe inadatte a quella stupida giornata invernale.
Finita la scarica di adrenalina, fui colto dalla paura che alle minacce che non avevo potuto fare a meno di sentire sarebbero seguite azioni corrispondenti: appena arrivato a casa, feci i bagagli — un borsone, uno zaino, una valigia — e corsi alla stazione, in una fuga che a mente fredda mi sarebbe sembrata ridicola; non andai nemmeno a casa dai miei, temendo che mi avrebbero potuto seguire fin lì: scappai all’estero.
Il lungo viaggio in treno mi diede tutto il tempo di riprendere la calma, e con questa di riflettere sulla follìa della mia fuga. Se da un lato i miei timori non erano propriamente infondati, visti i maltrattamenti cui avevo personalmente assistito, era anche vero che una fuga in questo stile era forse un’esagerazione. Va bene, avevo difeso un reietto, e nel farlo avevo colpito qualcuno che sapevo essere vicino ai capi del movimento, ma da questo a credere che una spedizione punitiva mi avrebbe raggiunto fino a casa sembrava — ora — troppo.
No, dietro l’impulso di quella fuga c’era qualcosa di più, qualcosa che ero andato covando già da tempo, e che in quel frangente aveva preso il sopravvento e mi aveva trascinato via.
Ho detto di essere stato un giovane di belle speranze. Avevo creduto davvero — non so quanto per indole, non so quanto per educazione — che ‘noi giovani’ avessimo la forza, il potere di cambiare le cose. Assistere al modo in cui il movimento che credevo più vicino ai miei ideali fosse deragliato, come avesse preso direzioni incompatibili persino con l’etica della sua stessa fondazione, era stata un’esperienza straniante; la scoperta, inizialmente, mi aveva inondato di un senso di delusione e tradimento cui, sul momento, avevo reagito scadendo nella rassegnazione, decidendo per l’abbandono.
Trovarmi coinvolto, nonostante avessi già preso le distanze dal movimento, in quell’increscioso episodio era diventato uno stimolo a cercare qualcos’altro, una nuova direzione, una nuova possibilità — altrove. Cosciente di questo, potevo cavalcare l’onda di quella scelta di dubbia saggezza (la fuga) e portarla ad essere la molla del cambiamento di cui cominciavo a sentire di avere bisogno.
Non era certo quello a cui avevo assistito nel movimento studentesco il modo in cui si sarebbe potuto plasmare il cambiamento, e finalmente — in treno — mi resi conto che non poteva essere quello il tempo, ma soprattutto il luogo dove poter creare qualcosa di nuovo. Per la prima volta mi trovai a riflettere sul contesto in cui mi ero trovato a vivere, il momento storico, le forme sociali ed economiche.
Cominciai a fare mente locale sul non aver mai veramente prestato attenzione all’intero spessore della società in cui vivevo, essendo cresciuto con quell’illusione — tipica di chi ha sempre vissuto una vita tranquilla — che il sottile strato con cui avevo interagito quotidianamente fosse rappresentativo del mondo in cui vivevo.
Non è che ignorassi l’esistenza di contesti ben meno felici del mio, o il controllo che gli strati superiori esercitavano, direttamente e indirettamente, sulla vita degli altri — non avrei nemmeno capito il senso delle proteste del movimento, altrimenti. Era piuttosto il fatto che qualunque riflessione sulle circostanze esterne fosse astratta, non legata a una qualche esperienza personale: una conoscenza più didascalica che viva.
E quello che stavo scoprendo era che non avevo poi tutta questa gran voglia di dedicare tempo ed energie a un’analisi che sarebbe dovuta essere imprescindibile per poter agire in senso correttivo sulla situazione. Quest’ultima delusione — il fallimento etico del movimento cui avevo sperato di poter partecipare — (ultima non tanto perché pensassi che non ne avrei avute altre in futuro, quanto perché mentalmente sottolineavo che fosse ultima di una lunga serie — nemmeno tanto lunga, in realtà, data la mia vita tutto sommato tranquilla fino ad allora) mi aveva — almeno sul momento — disamorato dall’idea di poter cambiare, migliorare il mondo.
E perché poi?
Non ne valete la pena.
Davvero la pensavo così?
Non stavo semplicemente fuggendo dal mio conflitto con il movimento: il cambiamento che stavo cercando non era per una nuova possibilità di un mondo migliore: stavo prendendo le distanze dal mio senso di responsabilità nei confronti degli altri.
E fu così che scelsi la Svizzera: una destinazione ideale per chi avesse voglia di isolamento, mi dicevo, vuoi per la sua eterna capacità di mantenersi neutrale (foss’anche solo grazie al suo essere la sede delle più importanti banche del mondo), vuoi per la sua disomogenea densità abitativa, che poteva — a chi volesse — offrire occasione di eremitaggio.
Non che la prospettiva dell’eremitaggio mi titillasse particolarmente: se vivere senza contatto umano diretto non mi sarebbe stato sgradito — soprattutto nello stato d’animo in cui mi trovavo durante il viaggio —, meno felice sarei stato del dover rinunciare a certi lussi — ambientali e tecnologici — difficili da ottenere in località particolarmente remote.
La principale falla nei miei raffazzonati progetti mi si manifestò nel giro di pochi giorni dopo l’arrivo a destinazione, nella forma del problema del mio sostentamento. Durante il viaggio non vi avevo molto riflettuto, contando di poter fare leva sulla mia (incompleta) preparazione accademica e — soprattutto — sulle mie (hobbistiche) competenze informatiche. Con mia grande sorpresa, però, non fu la limitatezza della mia esperienza a precludermi la più parte delle offerte lavorative: l’ostacolo più grosso erano infatti le stringenti leggi su lavoro e immigrazione della nazione che ora mi ospitava, leggi che mi precludevano persino quei lavori non specializzati cui a malincuore mi sarei dovuto eventualmente rivolgere non trovando nulla per cui le mie competenze fossero qualificanti.
Benché la situazione non fosse disperata — avevo da parte un gruzzoletto con cui avrei potuto vivere dignitosamente, seppur senza lussi, per un paio di mesi anche senza fonti di reddito — fu con immenso sollievo che una mattina lessi finalmente una risposta a una delle innumerevoli richieste di consigli e suggerimenti che negli ultimi giorni aveva costituito la quasi interezza dei miei messaggi in Rete.
Il messaggio mi invitava a contattare direttamente una certa persona che avrebbe potuto farmi un’offerta lavorativa come assistente di laboratorio nell’ambito di un progetto di ricerca internazionale. Benché fossi scettico sulla possibilità che tale incarico potesse venirmi assegnato — e stavolta sì per l’inadeguatezza delle mie competenze — era ben più difficile che mi si presentasse un’altra possibilità.
Al primo incontro mi scoprii immensamente quanto inutilmente nervoso: più che di un formale colloquio si trattò infatti di conversazione quasi spicciola: mi chiesero dei miei hobby, del mio curriculum accademico, della sua incompletezza; non avendo motivo di mentire, parlai abbastanza apertamente della situazione di conflitto in cui mi ero venuto a trovare — senza scendere troppo in dettaglio — nonché delle riflessioni che mi avevano portato a scegliere di spostarmi all’estero — dando all’atto una veste di minore impulsività.
La cosa che mi lasciò perplesso, di quell’incontro ma ancor più dei successivi, fu l’apparenza che questi colloquî fossero incentrati molto più si di me come persona che sul tipo di lavoro che avrei dovuto o potuto svolgere nel caso mi venisse assegnato l’incarico. Le mie domande su tali dettagli trovavano risposte alquanto evasive: il laboratorio si occupava di biochimica e genetica, e benché potessi immaginare che un informatico avrebbe potuto fare comodo per la parte riguardante i software di simulazione, la cosa non mi fu mai presentata esplicitamente in questo senso.
Fu solo all’ultimo colloquio, quando oramai fu chiaro che mi avrebbero preso, e il mio scetticismo era stato vinto in parte dall’assenza di alternative (legali) e in parte dalla memoria ripescata da vecchi articoli riguardanti il progetto apparsi su una nota rivista di divulgazione scientifica, che il mio ruolo mi fu presentato per quello che effettivamente avrebbe dovuto essere: assistente di laboratorio nella misura in cui lo è una cavia.
In soldoni, la proposta era questa: mi avrebbero offerto vitto e alloggio nel campus, la possibilità di completare i miei studi, e un piccolo stipendio; in cambio, davo la mia disponibilità come soggetto per la sperimentazione di alcune terapie geniche in via di sviluppo, aventi come obiettivo la riduzione degli effetti dell’invecchiamento.
Il fatto che formalmente il mio ruolo sarebbe stato invece quello da me immaginato, la necessità di firmare un accordo di non divulgazione, il mistero, la segretezza, la reticenza in cui tutto era avvolto mi fecero sospettare che — come minimo — la ricerca non avesse ancora raggiunto un livello tale da poter ricevere l’autorizzazione alla sperimentazione umana, o peggio.
Il mio idealismo ricevette l’ennesimo colpo. La decisione fu difficile, e nuovamente a farla da padrone fu la necessità, l’assenza di alternative. Firmai.
Furono gli anni migliori della mia vita. Come unici obblighi avevo i cadenzati controlli fisiologici e psicometrici sul mio stato di salute fisico e mentale, dall’analisi del sangue a quelle delle urine, dai test psico-attitudinali a quelli sulle capacità cognitive. Sollevato dalle meschine necessità della vita e dagli obblighi accademici, potevo dedicare il mio tempo a coltivare i miei interessi: lo studio, mirato a ciò che coglieva la mia attenzione, lettura, cinema, musica, giochi.
Socializzai poco, e per lo più nell’ambito del progetto stesso; non mi fu difficile trovare le altre ‘cavie’, e fui sorpreso dal notare che, ben lontani dall’essere poveracci presi per fame, si trattava sempre di persone di una certa levatura intellettuale, benché raramente con interessi e passioni che coincidessero con i miei.
Nei dieci anni che seguirono conseguii la laurea e un dottorato di ricerca, approfondii la conoscenza delle tre maggiori lingue europee, intrapresi e abbandonai a più riprese lo studio di due lingue asiatiche, nonché quello di un paio di arti marziali. Avevo giusto cominciato a farmi un nome negli specifici ambiti degli hobby a cui avevo continuato a dedicarmi, quando la situazione esplose.
‘Esplose’ non è forse il termine corretto, in verità, poiché anche quando le illegalità nella gestione di alcune delle attività finanziate dal progetto (tra cui quelle in cui mi trovai coinvolto) vennero fuori, la cosa fu tenuta sotto silenzio. Tutto, dall’intervento delle forze dell’ordine alle cause giudiziarie, si svolse in gran segreto; pochissime informazioni arrivarono a trapelare all’esterno.
I mezzi d’informazione non ne parlarono quasi, e nel giro di poche settimane fu tutto dimenticato, almeno dal mondo esterno. Non certo da noi, le ‘cavie’, che quando tutto fu finito fummo rimandati a casa, senza tanti complimenti, senza informazioni, senza chiarimenti, e con l’unica indicazione di non divulgare dettagli sulla nostra esperienza. Tutta questa segretezza avrebbe meritato un’analisi attenta, e suscitò non pochi sospetti, ma nessuno di noi individualmente, né tutti noi insieme, avevamo sufficiente peso o capacità da poter approfondire la cosa senza rischiare di suscitare reazioni che non avessimo voglia di scoprire.
Benché non ci sentissimo vittime (né del progetto né delle autorità), non avevamo certo voglia di far parte di quell’infinita schiera di eroi presto dimenticati i cui interventi, anche quando riusciti nel portare alla luce le magagne della gestione del potere, erano stati riassorbiti prima del trascorrere di una generazione.
Seguirono quelli che per me furono gli anni peggiori. Tornare in patria senza sentirlo come un ritorno a casa, senza nessun desiderio — anzi semmai con una certa avversione all’idea — di riallacciare i rapporti con la famiglia, pur senza motivo per mantenere le distanze se non gli anni trascorsi senza sentir alcun bisogno di quei rapporti, una volta cessata l’abitudine. Cercare casa, nuove forme di sostentamento. Tornare a vivere una vita ‘comune’, fagocitata da impegni e richieste con la dominante sensazione della loro inutilità, il loro essere barocchismi superflui quanto estenuanti.
Chi mai, in tutto questo, avrebbe avuto voglia di indagare, di fare l’eroe? Non certo qualcuno di noi, troppo impegnati a riprenderci, ricrearci la nostra vita, foss’anche solo un piccolo appartamento di proprietà in un quartiere popolare, al sesto piano senza ascensore, lavorando con impieghi a contratto ottenuti grazie ai contatti acquisiti negli anni precedenti, e alla impalpabile rete dei legami che noi ‘cavie’ mantenemmo anche dopo essere stati dispersi.
Alla fine, dopo un sofferto periodo di aggiustamento, la nuova vita cominciò a stabilizzarsi, alleggerendosi nelle nuove abitudini. Cominciai ad apprezzare la possibilità di vivere dignitosamente con poco lavoro altamente specializzato. La rete di contatti si espandeva, permettendomi di entrare in contatto con culture nuove e diverse, accomunate tutte da esigenze logistiche e infrastrutturali del medesimo tipo.
Con la sopraggiunta serenità non mancarono le domande sul passato trascorso. Di cosa effettivamente eravamo stati vittime? Cosa avevamo ‘subìto’? Quali erano stati gli effetti degli esperimenti cui avevamo accettato di assoggettarci? Cosa ne era stato dei postumi del progetto?
La versione ufficiale la scoprii dalle notizie emerse infine sul disastroso esito del progetto; deformate oltre ogni possibilità di riconoscimento — e a mio parere anche oltre i limiti della credibilità — parlavano dei mostruosi frutti — un tempo esseri umani, ormai privi della propria umanità — di esperimenti sfuggiti al controllo dei loro ideatori.
La nascita di un nuovo mito, un piccolo ricamo sul ben radicato, ormai dominante, sospetto che la più larga parte della popolazione aveva nei confronti di scienza e tecnologia — o almeno certa scienza e certa tecnologia — ironicamente (ma comprensibilmente) proprio quella che le avrebbe potuto dare potere. Scienza e tecnologia a cui anche noi ‘cavie’, nel nostro piccolo, avevamo contribuito; tecnologia che molti di noi — forse tutti — avevano messo in atto per chi gestiva il potere, grazie ai contratti ottenuti dopo la fine del progetto.
Diventò tutto improvvisamente ovvio, quasi banale. Le nostre capacità non erano passate inosservate, ed eravamo stati coinvolti a lavorare anche a infrastrutture sensibili, militari o per i servizi segreti. Eravamo entrati a far parte di quel sottile, pericoloso strato di civili coinvolti in progetti segreti. Avevamo acquisito potere sui potenti, in quel sottile gioco di sottintesa minaccia, la possibilità di reciproca distruzione. Ed eravamo stati isolati, per ridurre il rischio di un nostro coinvolgimento con “la massa”.
Un tale dispendio di inventiva ad alimentare certa tecnofobia popolare, quando le persone capaci di opporsi o di sfuggire al loro controllo potevano ben vedere quanto tali miti fossero ridicoli, senza rimanerne minimamente impressionati se non per farcisi su due risate, proprio come noi?
Eppure, a posteriori, oggi, non è difficile — per quanto incredibile possa sembrare, a chi abbia un minimo di senso critico — vedere quanto ne valesse la pena, quanto quei semi si siano sviluppati come previsto.
Mi guardo allo specchio ora, e sono passati più di vent’anni dalla mia Grande Fuga (non si direbbe, ma non è questo il punto), e là fuori è pieno di gente che pensa che io, e quelli come me, si sia diventati poco più che dei freddi automi, talmente assorbiti dalla nostra tecnofilia da non aver più nulla di umano; i più creduloni hanno pienamente assorbito un immaginario vecchio di secoli che ci vorrebbe cyborg, irrimediabilmente interfacciati con le nostre beneamate macchine, immersi in piscine di liquido amniotico per mantenerci in vita.
E invece quasi ogni giorno io scendo in strada, vado a fare la mia normalissima spesa nel mio quartiere popolare, torno al mio appartamento al sesto piano senza ascensore, ed è vero, sì, che perdo la maggior parte del tempo lontano dalla realtà umana, vuoi per lavoro, ma anche per la semplice preferenza di limitare i contatti al virtuale, per quanto possibile.
Cosa sono, allora?
Sono ricco. Non nuoto nell’oro, ma sono abbastanza ricco da potermi permettere di sprecare tempo e denaro in ozî e vizî, abbastanza da non dovermi preoccupare di quando arriverà la prossima commissione.
Ho accesso — ben oltre quello che mi sarebbe stato permesso, in verità, ma non lo diremo troppo in giro — all’odiata, invisibile infrastruttura su cui poggiano i delicati equilibri sociali dei nostri giorni.
Ho giocattoli di origine militare, ho contatti con gente che viene pagata per svilupparne di nuovi e che a volte mi manda un prototipo.
I miei genitori non sono morti, ma è dai tempi della Grande Fuga che non sono in contatto con loro, né con il resto della mia famiglia.
Sono praticamente a un soffio dal poter essere Batman.
Davvero. Quando penso che potrei davvero mettermi a fare il “giustiziere mascherato”, che ho gli strumenti, i mezzi, persino il tempo per andarmene in giro a punire i ‘cattivi’, a difendere i ‘deboli’, mi viene da ridere. E che altra reazione mai potrei avere?
Ma vedete, non è perché so di essere sotto sorveglianza, che non perseguo l’idea: dopo tutto, so di poter sfuggire a questa sorveglianza ogni volta che voglio. Non è perché sarebbe inutile, donchisciottesco (e non mi interessa nemmeno perder tempo a spiegare perché gli esseri umani non possono non vivere nelle strutture sociali in cui vivono, non diversamente da come i canidi si riuniscano in branchi, le formiche costruiscano formicai, le api alveari). Non è nemmeno perché non abbia un senso di giustizia, o non veda le ingiustizie, troppo evidenti perché si possano non vedere.
No, molto più banalmente, non ne valete la pena.
Vivo in mezzo a voi, assisto alle vostre beghe, vedo la vostra sofferenza, i conflitti, l’odio, la violenza, la paura, la meschinità, la vostra piccolezza, ma non riesco nemmeno a provare pena per voi, non sento alcuna compassione.
Vorrei poter dire che i vostri affari non mi tangono, ma non posso dirlo, come non posso dire di non trovare indisponenti mosche, zanzare, scarafaggi, topi, cani randagi, tutta la fauna che persiste a sopravvivere, indesiderata, negli ambienti urbani.
No, purtroppo i vostri affari, i vostri drammi, mi tangono, influiscono sulla mia vita; ma mi rimangono estranei. E se dobbiamo dar ragione a quanto Publio Terenzio Afro faceva dire a Cremete nel suo Heautontimorumenos, «homo sum: humani nihil a me alienum puto», è forse il caso di dar ragione anche alla propaganda che vuole noi ‘cavie’ non più umani, seppur non certo per i motivi e nei modi da loro enunciati.
Non lo nego: a dominare è la sensazione di avere ben poco in comune con gli altri esseri umani; non che mi ritenga necessariamente più intelligente (pur essendolo più della media), o più saggio (non so nemmeno se sia quantificabile, confrontabile), o più fortunato (benché indubbiamente lo sia stato); né possono negare di esserlo, umano, o quanto meno di esserlo stato: se lo sono ancora, non è certo quello che sento; piuttosto, la sensazione di aver superato quel mio primo essere, di essere andato oltre.
Che cosa definisce l’umanità, dopo tutto, se non la paura di morire, il timore che finisca il tempo, l’angosciante sensazione di non potere, di non riuscire? Io sono!, grida l’uomo, Non voglio non essere! Io sono!, dice a sé stesso, agli altri, Guardami! Sono importante!, anche nel proprio piccolo, come un bambino. Per questo l’uomo inventa religioni, per questo costruisce società, per questo si inventa un senso di appartenenza, il senso della memoria, l’affetto dei cari, la reverenza verso i potenti.
Tutte le più grandi opere dell’uomo sono nate per lasciare prova della significanza di qualcuno, eppure il più grande, il più famoso degli uomini rimane insignificante. Tra un migliaio di anni al più l’intera produzione umana dal XXI secolo in poi sarà stata cancellata dal prossimo medioevo. Un altro simile lasso di tempo, e le più solide costruzioni non saranno altro che anonime steli in un mondo senza memoria. Che cosa resterà dell’uomo, se non montagne di spazzatura?
E se davvero, come sembra, il progetto mi ha dato un corpo non soggetto come gli altri alla degenerazione dell’invecchiamento, come posso considerarmi parte di tutto questo, io che potrei avere la possibilità di vedere queste cose accadere? Come posso pensare affezione per un altro essere umano, qualcosa — qualcuno — che al più nel giro di un secolo sarà svanito nel nulla? Cosa mai potrebbe legarmi a uno di voi più che a un cane o a una scimmia?
No, non ne valete la pena.

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Oblomov
Scrive algoritmi per professione, programmi per passione, varie ed eventuali per perdere tempo. Inspira principalmente azoto (con un’adeguata percentuale di ossigeno), espira principalmente anidride carbonica, aspira a diventare famoso grazie a tutte le brillanti idee che non ha mai realizzato e le geniali iniziative che non ha mai avuto il coraggio di intraprendere. Voce tonante e capello possente, riversa sogni riflessioni e altre creazioni nel suo Wok.

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(marco manicardi)
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