Mentre che il vento come fa ci tace

di Alessandro Forlani

La situazione dell’appestato, che muore senza distruzione materiale
con tutte le stimmate di un male assoluto e quasi astratto
Antonin Artaud

Francesca posò lo zaino su un tavolino, occupò con i borsoni le due sedie di zinco, crollò di gomiti sul bancone bagnato aggrappata a una teca di cornetti e di sandwich:
«Si può?»
La barista annuì, posò il joystick del mocio-robot su uno scaffale e indossò lo zinale e il cappellino dell’uniforme. Si fermò fra le consolle del cibo, delle bevande e le sigarette, pronta alla comanda sui pulsanti sbiaditi. Lei tamburellò sulla calotta dei dolci, ammucchiati nei vassoi luccicanti sotto un’unica colata di mandorle e di glassa:
«Cosa c’è nei cornetti?»
«Cornetti.»
«Intendo che farcitura», insistette Francesca; la ragazza arricciò le labbra:
«Cappuccino o caffè?»
Lei si stravaccò fra i suoi bagagli:
«Caffè macchiato corto, grazie sì; e un cornetto qualunque », sopportò che la poverina le servisse qualsiasi cosa.
Il bar era deserto, la grata abbassata a mezzo, ma il neon brillava azzurrino e accogliente, e a lei ancora ribolliva lo stomaco per il volo in charter-shuttle Virgin. «Di notte uno spazioporto non è affatto un bel posto; soprattutto», pensò, dopo un’occhiata allo schermo del sat-phone, «sono le cinque e quarantacinque: per lei come per me e chiunque.»
Di là dalle vetriate del soffitto del locale, e ancora mille metri più distante, di là dal vetro-acciaio delle cupole, la Terra brillava piccolina e cerulea nel cielo freddo e nero di quel giorno d’autunno.
Francesca pestò i piedi sulle lamiere del pavimento, carezzò il mobilio freddo spaziale, rovesciò la testa indietro sulla sedia a godere, da quelle grandi finestre, del buffo rollio delle stelle e del pianeta.
Squittì di contentezza.
Nonostante la stanchezza per il viaggio, che la spalmava sulle seggiole e le valigie, la accendeva tutt’un fuoco di fare: tolse dallo zaino l’antica copia della Commedia scovata in un mercatino quando aveva diciassette anni, eletta da allora a potentissimo amuleto per realizzare l’aspirazione di sempre: diventare filologo. Quel volume cartaceo puzzolente di decenni, il frontespizio lo datava al XIX secolo, era annotato, negli incipit delle Cantiche, di memorie del suo percorso di studi: il liceo, gli anni universitari, i gruppi di poesia, gli inutili concorsi pubblici, i corsi di perfezionamento e le supplenze su Marte.
Francesca scorse il libro fino a principio del Purgatorio: per correr miglior acque alza le vele; accese la biro laser e aggiunse a bordo foglio:
Ateneo Lunare Stil Novo D-1321. Dottorato. 15 Ottobre 2093.
La barista sbatté una tazza sul tavolo: una goccia di caffè nero macchiò l’appunto e la pagina.
«Ehi, attenta!», Francesca chiuse il libro, fulminò la ragazza; quella scrollò le spalle con una smorfia mortificata:
«Non l’ho fatto apposta.»
Lei guardò la tazza: tracimava d’aroma scuro; ripose l’Alighieri, respinse il vassoio:
«L’avevo chiesto macchiato corto.»
«Cornetto e caffè», l’altra le sorrise «scusami per la macchia: non l’ho fatto apposta», e le porse il lettore bancochip con l’ammontare dell’ordinazione.
«Questa è scema», Francesca pensò, le scrutò nelle pupille una favilla d’insania; e però considerò che per un common e ottanta non fosse il caso di questionare: pagò.
Il bar alla spicciolata si popolò di clienti.
Operai dello spazioporto con le tute d’argento che appoggiavano ai tavoli zaino-razzi anneriti, agenti Pol-Spazio, personale di Istaritalia in uniforme cobalto che annodava le cravatte sotto i grugni rasati male: curvi al bancone con le cispe negli occhi, e i lunghi sbadigli soffocati nei pugni, la barista serviva loro la colazione senza che quelli domandassero alcunché; trofinavano le banco-tessere sul pianocassa, se ne andavano con «buongiorno» assonnati nel concerto di bip e di fischi di espresso.
La vetrina si appannò di una fumata azzurrina, e dai ponti prospicienti il locale tuonò l’eco di un ruggito di retrorazzi, il sibilo di pistoni idraulici che servivano le piattaforme.
Gli shuttle dell’alba atterravano sulle piste.
La folla pendolare gremì subito il bar, con le borse e gli scafandri a tracolla sui goretex doppiopetto e sui jeans e le felpe.
Tre bariste si aggiunsero alla prima a accontentare la moltitudine che si accodava al bancone: tramezzino, cornetto, sigarette e caffè. Francesca nel crepitio di comande non sentiva altre parole, soltanto sostantivi; né una frase di senso compiuto né una formula di cortesia.
«Ma sentila», si stizzì, «questa massa di maleducati»; ebbe pena delle ragazze.
L’accento lamentoso, monotono dei seleniti riempì il bar di un noioso ronzio.
Francesca, raccolti i bagagli, si spostò sul marciapiede degli heliobus; s’informò sul mezzo fermo sulla rotaia che aveva scritto università sull’insegna luminosa.
«Devo andare all’Istituto Stil Novo: vado bene con questa?»
L’autista annuì, alzò gli occhi al display:
«Sì, per il campus.»
«Condotto Auerbach, numero trentatré.»
«Sì, per il campus», e le porse lo schermo tattile con l’ok per il biglietto.
Francesca salì.
Trovò posto sul vagone fra studenti addormentati: si schiacciò fra il finestrino e un ragazzone d’un metro e ottanta con il tablet grigio cenere e dispense di Metrica.
L’heliobus sfrigolò sulla rotaia, e uscì dalla stazione per un tunnel trasparente che scavalcava lo spazioporto e saliva agli insediamenti. La Terra tramontava nelle altezze celesti, e il Sole sorgeva al luccicante orizzonte sulla Fascia di Rifiuti tutt’attorno al pianeta. Lo spazio avvampava di luce rossa sui rottami dei satelliti, i razzi, i vettori; gli shuttle incrociavano nel magma. Lei pensò commossa a Lucrezio:
Sotto il cielo cosparso di stelle fa che il mare sia corso di navi, per sempre.

La ragazza la aggredì sul portone dell’Istituto, le sbatté quasi il tablet in faccia:
«Metti mi piace sulla pagina Spacebook! Una firma digitale! Contro la chiusura del container S/Z! Vieni l’incontro stasera in Facoltà!»
Francesca intimidita declinò con un sorriso, entrò nell’edificio con i reader stretti al petto. L’altra restava a presidiare l’ingresso e ripeteva lo stesso slogan a chi saliva le scale.
L’androne era affollato di studenti che issavano pvc sui contrafforti di acciaio, gli striscioni di plastica difendevano la stessa causa:

no la chiusura il container S/Z

Goliardi e fuoricorso brizzolati con i montgomery di kevlar logori, i capelli intrecciati, l’andatura ciondoloni bohèmienne, l’elettroskate a voltaggio basso slacciate, si arrampicavano sulle panche e le travi e scandivano nei megafoni quella solfa sgrammaticata, incitavano al coro:
«… e stasera mi raccomando bisogna esserci molti! Per far vedere che ci siamo molti e che ‘sta cosa non la vogliamo; ché loro dicono che il container è che cade, e che invece non è vero, ci sono i soldi per tirarlo su!»
La folla applaudì.
Investita dallo scroscio di sputazzi e di decibel, Francesca allibiva schiacciata nella calca, lo stomaco le si torceva di disprezzo e desolazione:
«Come parlano questi?!»
Torva, paonazza, con gli occhi che strabuzzavano, si specchiò nella targa d’ottone che spergiurava, in alto su una parete, che si trovava in un Istituto di Lettere.
Sgomitò fra le schiene, il sudore, i cappelli, gli accampati sul pavimento; scivolò con i tacchi alti su una coltre di volantini. Raggiunse, staffilando «è permesso?» la scala mobile che scendeva alle biblioteche.
Una moonpunk tutta irsuta di piercing, con la cresta color cenere di Luna e trafitta da guancia a guancia da un boccaglio d’argento, la trattenne sui gradini e insistette per una firma: la saliva le stillava giù dal tubo di metallo, bubolava incomprensibili le ragioni della protesta.
Francesca la scansò e abbassò lo sguardo, scivolò per la rampa, sopportò le dita medie della ragazza che le esprimevano un rissoso disprezzo.
La scala si fermò in un’anticamera sotterranea, a una mappa a parete di un’estesa biblioteca.
Innanzi all’uscio aperto dell’aula schermi-servizio prestiti, e le soglie blindate delle criocelle dei manoscritti, un anziano distinto in completo color latte, su un seggiolino di plastica, era composto a mani giunte sul ventre allo schermo azzurrino di un obsoleto pc.
Accanto al computer, su un tavolo da campeggio, era steso l’ennesimo telo che gridava del container s/z, ma gli errori di grammatica corretti con biro laser.
E una penna scappucciata nel taschino dell’anziano.
Francesca arrossì, interdetta, in silenzio; il vecchio si alzò in piedi con un inchino, le porse la mano e la invitò all’apparecchio:
«Buongiorno signorina, mi presento: professor Verdenelli; Linguistica Italiana nello Spazio. Qui raccolgo firme digitali contro lo smantellamento dell’area S/Z dell’Ateneo; la petizione sarà inoltrata all’autorità competente. Sul desktop c’è un file aperto con un breve, esaustivo dossier sulle ragioni della protesta: lo legga, se vuole. Ogni firma è preziosa.»
Stordita dalla folata di gentilezza ed eloquio, lei s’irrigidì con gli e.reader al seno. Il palmo le sudava sulla plastica dei device:
«Grazie professore, preferisco sistemarmi; dedicare la giornata al mio lavoro. Sono qui solo da ieri, perciò…»
Verdenelli strinse gli occhi a fessura, si curvò sul tesserino magnetico che Francesca appuntava alla camiciola di perla:
«Ah, dottoressa! La nostra nuova ricercatrice!», scandì compiaciuto, «Benvenuta sulla Luna!»
Lei gli strinse energica la mano, ed ebbe l’impressione in quell’istante che il terreno le tremasse sotto i piedi.

L’orologio suonò le 19.45, l’altoparlante annunciò la sospensione dei prestiti e l’imminente chiusura dell’Istituto.
Il personale della biblioteca, di settore in settore, digitava sugli stipiti in successione i codici di sicurezza che isolavano gli ambienti, attivavano gli allarmi, calavano sui frigoriferi dei manoscritti le grate di alluminio scintillanti di 100 volt.
Bussarono all’uscio.
Francesca alzò lo sguardo dagli schermi fotostatici: il timer brillava in sovrimpressione -00.15.00 sulle pagine del codex Pluteo di Francesco da Barberino. Lei salvò le glosse nell’account, ripose nell’astuccio gli occhialini da lettura:
«Avanti.»
Verdenelli si fermò sulla soglia dello studiolo, e alzò gli occhi alla pallida plafoniera che inscriveva in un cerchio bianco la postazione di lei:
«Mi pareva, ci fosse ancora qualcuno.»
«Ho finito professore, ho finito: raccolgo le mie cose e me ne vado. Com’è tardi, che stupida sono!»
Francesca cacciò nello zaino le penne ottiche, le tavolette, il sat-phone, la lattina di Waterade; si attardò, appoggiata alla scrivania, ad allentare la tracolla per non gualcire il vestito.
Il monitor si spense a 00.00.00.
Sulla porta dello studio la assordò una sirena, l’architrave sfrigolò di una scarica.
«La accompagno, signorina», si offrì Verdenelli, smorzò l’allarme col passepartout ad ultrasuoni, «non vorremmo ritrovarla disintegrata fra le crioteche dei Riccardiani e dei Tordi.»
S’inoltrarono nel labirinto ceruleo. L’anziano disattivava, riattivava le barriere elettriche nel percorso dallo studio a un’uscita antincendio. Lo starnazzo disordinato del vidimare dei cartellini, gli schianti di ghigliottina dei maniglioni antipanico, le fughe degli impiegati, echeggiavano in fondo ai tunnel cacofonici d’angoscia.
Verdenelli leggeva a fatica i cartelli indicatori per le scale di servizio, proiettava gli ultrasuoni sulle consolle e le paratie:
«Dovremmo esserci», bofonchiava, «dovremmo esserci».
Svoltavano da un quarto d’ora.
Francesca appiccò dialogo contro la stretta dell’ansia:
«…e cos’è, professore, questa faccenda del container S/Z?»
Il vecchio fermò la corsa fra intercapedini e grate elettriche, si asciugò la fronte madida con la manica bianca:
«Gli studenti e qualche collega che non dirò», sorrise, «l’hanno già bollata come stronza fascista; cito.»
Lei si aggrottò:
«Leggo striscioni e volantini con errori di ortografia, e ascolto slogan e discorsi sgrammaticati da pretesi studenti di un Istituto di Lettere. Peggio loro della ragazza ieri al bar», esitò, «dei clienti, dell’autista dell’heliobus… Qui la gente è di poche parole.»
Lasciò che l’eufemismo distillasse ironia.
Verdenelli s’afflisse:
«Qui la gente ha poche parole.»
«Già due sono troppe», Francesca avvampò, «non sono una stronza fascista.»
L’anziano fece un gesto sul capo come a scacciare una nube di moscerini:
«Il problema non è quel container S/Z, che lo smantellino o no; è il genere di degrado che m’induce a riflettere:
vorrebbe accompagnarmi là? A quest’ora manifestanti e forze dell’ordine avranno entrambi sgomberato la zona, ogni sera è così. E io vorrei mostrarle qualcosa.»
«La seguo.»

L’heliobus scambiò sulla rotaia che affondava nel basalto dei crateri in periferia. Le vetriate luccicanti e trasparenti, le maioliche candide, le architetture tornite delle cupole più recenti, scomparivano alla vista, di settore in settore, dietro i megaliti dei vecchi insediamenti.
Francesca ascoltava i passeggeri incespicare in un lessico miserabile, grufolavano con gli occhi fissi alle news-tagboard e scambiavano luoghi comuni in sì e no cento lemmi:
«Sulla Luna parlano tutti così?», sussurrò a Verdenelli, rassegnata a sopportare il blaterare che durava dal quarto d’ora di tragitto.
«La colonia non è popolosa, il dialogo è raro; gli argomenti si esauriscono in fretta, le parole per esprimerli sono sempre le stesse. I Monti Leibniz, il Mare Serenitatis, non sono adatti alle escursioni turistiche: si trascorre il tempo libero nel vaniloquio dei social network. La spazzatura che ci propinano i palinsesti terrestri per una lingua è rovina. I seleniti non leggono.»
«Paradossale, sul satellite dove l’ONU ha stipato in digitale e cartaceo il patrimonio letterario dell’intera umanità. La presenza dell’Istituto non influenza…»
Una smorfia dell’anziano le troncò la frase a mezzo, Verdenelli s’ingobbì, s’abbuiò con gli occhi lucidi; appannò l’oblò dell’heliobus di un sospiro sconfitto:
«Lo dice proprio a me: che da trent’anni, dal concavo dei crateri, cerco un senso qualsiasi del nostro canto nell’universo. Mi sforzo d’intendere se all’elegia di Leopardi corrisponda il pulviscolo che respiriamo su questo sasso, pispiglio nell’oscurità circa le rote dell’Alighieri; e mi commuovo del pigolio dei poeti nel fragore del vento cosmico.»
«Mentre che il vento, come fa, ci tace(1)», Francesca arrochì.
La navetta fermò nel condotto Contini; lei e Verdelli infilarono la passerella che scendeva dalla fermata fino all’androne dei tunnel. Fasce azzurre sui portelloni pressurizzati contrassegnavano i container che appartenevano all’Ateneo; il professore invitò Francesca nell’S/Z:
«Faccia attenzione, qui, signorina.»
L’ingresso era cosparso d’immondizia: volantini e bottiglie, stagnole accartocciate, bombolette di vernice spray e kefiah lacerate. Le transenne catarifrangenti e gli striscioni sgrammaticati, i sigilli di sovrintendenze, i nastri di polizia, spartivano le aule in idiote trincee.
Verdenelli si aggrappava alle colonne, procedeva a passi incerti sul linoleum con una goffa, circospetta prudenza. Gli tremavano le ginocchia.
«Attenzione a che cosa?»
Il vecchio le fece cenno di accostarsi a una paratia, schiarì con la biro laser la superficie metallica. Francesca la accarezzò: l’acciaio al tocco era ruvido e farinoso.
Il raggio illuminava una superficie di minuscole bruciature cuneiformi, le cicatrici s’infittivano dall’alto in basso in linee orizzontali parallele al soffitto:
«Chi le ha tracciate?», Francesca si stupì, «Non parlano l’italiano qui, ma… Pittogrammi sumeri!»
«…o accadici, assiri, ittiti», precisò Verdenelli, «caratteri disposti a caso, non significano nulla: abbiamo chiesto ai colleghi di Archeologia. Soprattutto, non li ha incisi nessuno: sono apparsi da sé.»
L’anziano puntò la biro sulla gabbia di un ascensore, la abbassò sul pavimento: le travi d’acciaio e l’abitacolo di plexiglas, i pannelli di gomma verde, scintillarono ovunque graffiati dai cunei.
Francesca seguì il raggio, sfiorò la cabina: l’acciaio scricchiolò, la plastica al tocco era gommosa.
Uno scroscio di limatura e di resina le piovve addosso dalla tromba dell’ascensore.
Lei strillò con i capelli impolverati, il professore la afferrò per un braccio, la spostò dalla cascata di trucioli.
«Qui crolla tutto!», Francesca avvampò, gli occhi le bruciavano per i granuli velenosi, «altro che protestare! Il container è marcio! Allarmate i Lavori Pubblici! Avvertite la Terra!»
«Abbiamo tecnici migliori, qui. E hanno svolto tre volte ogni analisi del caso», la calmò Verdenelli, «non ne vengono a capo.»
«Quelle lettere di… Santo Cielo, tremila anni fa! Lei cosa ne pensa? È uno scherzo, non è possibile.»
«È una peste, Francesca.»

Unipedia catalogava ogni forma conosciuta di logorio del metallo, della plastica e del vetro; l’elenco era aggiornato a corruzioni extraterrestri. Francesca, distesa in accappatoio sul materasso, con in gola il sentore tossico delle polveri, nonostante la doccia, salivava sulla collottola di spugna e schioccava alle icone sul monitor a parete: quelle si aprivano con un trillo di campanelle, sbocciavano in link: di una peste cuneiforme non si parlava su nessun sito.
Allo specchio dello schermo si sorprese maligna a ghignare di quel difetto da Istituto di Lettere: un docente scopriva un fenomeno, si premurava di dargli un nome drammatico ma la cosa finiva là, nelle cantine dell’Ateneo:
«Fosse stata una facoltà di Ingegneria», rovesciò con un calcio i suoi tablet sul pavimento, «sarebbero già al lavoro per studiare l’anomalia, ne avrebbero già avvertito la stampa, busserebbero a quattrini pubblici; altro che petizioni.»
Sciolse l’accappatoio, vestì il pigiama grigio, chiese al room-computer di spegnere l’abat-jour, di chiudere gli scuri e impostare la sveglia. Il ronzio dei meccanismi della finestra e il jingle di buonanotte di Windows affondarono la stanza e la domanda nel buio:
«Perché cuneiforme?»
Francesca con occhi stanchi vedeva l’oscurità tutta iscritta di minuscoli pittogrammi: i chiodini babilonesi le pungevano le pupille, non riusciva a addormentarsi. Le mani le tremarono nel buio sui cuscini e la spalliera del letto, sugli spigoli del comodino: la consistenza dello zinco e la formica, e il piano incorrotto da quelle lettere folli, non bastarono a rassicurarla.
Riaccese la lampada, si sedette sul letto, saltò scalza sul pavimento gelato. Scostò le tende con i comandi manuali e si affacciò sull’orizzonte lunare.
I collegi si inabissavano nelle tenebre di Sinus Roris.
Gli insediamenti luccicanti di vita umana, celati da un costone agli edifici universitari, su quel lato non proiettavano i loro raggi: la pantomima disperata di una civiltà fra le tenebre gelate e soverchianti del cosmo, la polvere muta e sempiterna del suolo. Il quadrato della finestra era spartito a metà fra un trogolo nero e una calce cenerognola, lacerato da un orizzonte scosceso che obliquo precipitava nel periplo del satellite.
Gli antichi caratteri le balenavano nelle pupille, gremivano quel nulla, superflui: Verdenelli le aveva detto che i pittogrammi non avevano nessun significato. Quei segni belluini, primitivi, sillabici le bruciavano negli occhi e si spegnevano sui sassi extraterrestri; le prime cifre che un uomo sano aveva inciso su tavolette, un argine di terracotta all’orrore dell’universo.
Francesca tornò a letto con la nausea. Il pavimento le rotolò sotto i piedi.
L’edificio rimbombò di un’eco sorda: subito lei sentì nel corridoio, e nelle stanze limitrofe, voci sommesse e spaventate di pensionanti e scalpiccio di piedi nudi e gemiti, e bussare sugli usci; gli scatti di serrature. L’angoscia le afferrò le budella, il nylon del pigiama le sfrigolò sulla pelle.
Il sat-phone in carica sul pannello fotovoltaico vibrò di una chiamata, Francesca stolzò: sul display scorreva il numero di Verdenelli; l’anziano all’altro capo ansimava al microfono:
«L’ho svegliata? Si è spaventata? L’ha sentito fin là? È tutto a posto, non si preoccupi, sono in loco; la situazione è sotto controllo: vedo squadre già al lavoro.»
«Ero sveglia, nessun disturbo. Cos’è successo? Una scossa…»
«L’S/Z è crollato.»
Francesca pigiò sul tasto di interruzione della chiamata, calzò le ballerine irrorate di borotalco infilate l’una nell’altra nel cassetto del guardaroba, indossò il pullover rosa sulla blusa del pigiama.
Uscì dalla stanza.
Una folla di spettri in shorts e canottiere, madidi, eccitati, nella cerula penombra, si raccoglieva al lato opposto dell’edificio al finestrone sul cratere dei container.
Ginocchioni sul davanzale, schiacciati al cristallo, gli entusiasti registravano con i sat-phone videoclip del disastro, li caricavano su SpaceTube. Le scale tintinnarono di vetro: qualcuno accorreva con cassette di birra.
Occlusa da una parete di spalle, reggiseno e mutande, stordita dai rutti, i gridolini, i flash dei telefoni, Francesca non riusciva a vedere. Saltò nel discensore, si calò a livello zero. Un agente di polizia la fermò sulla passatoia che scavalcava monorotaie di condotto in condotto, in un arco dai collegi agli Istituti più vecchi.
Il cratere dell’S/Z si scorgeva fin là.
La conca era sferzata dai raggi bianchi dei riflettori, il condotto Contini era appannato di polvere: i Vigili del Fuoco si arrampicavano sulle scale a lavare con i getti al cloro le calotte incrostate. Dov’era la sera prima il container si trovava un avello di lamiera, scoperchiato, riempito di segatura: la peste cuneiforme ricopriva i detriti.
Scavalcate le transenne di polizia, una colonna di facinorosi ululanti si infilava nel corridoio interdetto, si arrampicava ai bordi fragili della fossa e piantava nella polvere nuovi slogan sgrammaticati:

pagate! giustizia!

Una testuggine di scudi magnetici di poliziotti marciava ad affrontarla dal lato opposto del tunnel.
Investita da un chiarore intermittente, Francesca alzò gli occhi al finestrone dell’albergo, vide un parossismo di scatti di sat-phone. Nel sibilo degli idranti e l’ululato delle sirene, udì il cozzo dei manifestanti e delle forze di polizia.
Gli uni e gli altri menavano alla cieca e affondavano fin le caviglie nella polvere della frana, la ghiaia scivolava sul metallo graffiato, trascinava gli avversari avvinghiati nel fosso. I pompieri si calavano con le gomene e le barelle a togliere i caduti dal risucchio della sabbia, spruzzavano la buca a sciacquare la cenere. I rastamoon con i cartelli e i pantaloni di lino, le truppe antisommossa corazzate di cuoio, si dimenavano nel brago con bestemmie scomposte.
Francesca si accorse di una candida larva che assisteva stordita alla battaglia, e riconobbe la figura di Verdenelli nel completo color latte gualcito. Inerte a mani in tasca a una transenna, il vecchio guardava allo stesso modo i combattenti, le ruspe e le macerie: il suo volto, schiarito dai riflettori, era una maschera funeraria graffiata dai pittogrammi.

«Per questo, dottoressa, bisogna vada nelle criocelle», l’addetto sbadigliò, «in copia non c’è.»
Francesca deglutì. Guardò al tunnel ricoperto di brina che proseguiva, di là da una grata a molti volt, l’ampio corridoio di basalto dell’ordinaria sezione di biblioteca, il boccaporto a combinazione sulla parete di fondo:
«Non ci sono mai entrata: come ci si comporta? Non ho pratica nei frigoriferi; sono un po’ claustrofobica. Non potreste occuparvene voi?»; e insistette a sventolare il post-it con gli estremi dell’Ashburnham Laurenziano.
L’altro le affidò la key-card, un coupon di guardaroba di tute termiche, disattivò la protezione elettrica e alzò la saracinesca.
Accartocciò in un posacenere l’appunto sul codex:
«In copia non c’è.»
Francesca s’infilò nel condotto, proseguì nella stanzetta riscaldata e scelse da un armadietto una tuta della sua misura. Appese a una gruccia la camicia e il tailleur, tornò nel corridoio impacciata dallo scafandro.
Il portello obbedì alla tessera, si aprì con uno schianto. I neon abbacinanti del soffitto e del pavimento s’illuminarono in successione nei meandri del tunnel. Le prese d’aria eruttarono vapori gelidi.
Lei seguì il percorso intermittente suggerito dai pannelli luminosi: posati ch’ebbe i piedi sul primo la porta di acciaio le si chiuse alle spalle, e le lenti verdognole di centinaia di telecamere strisciarono a osservarla sui supporti serpentini.
Gli scaffali di cristallo in armature metalliche custodivano i decrepiti manoscritti: Francesca seguì le lettere e i numeri fino alle teche dei codici della Commedia.
Rabbrividì. Il mercurio dei termometri sugli architrave scintillava spietato sulla linea dello zero, la brina imbiancava quei sepolcri trasparenti di cartelle di pelli morte e cartapecore rinsecchite. Il condotto era stipato di incunaboli, freddo, opprimente; si biforcava a ogni svolta e paratia. Un intreccio di cavi elettrici e tubi friggeva, ruggiva e la assordava.
All’improvviso il pavimento le tremò sotto i piedi.
Una folata rovente da dietro l’angolo di un corridoio, un boato, investirono la galleria e la sbatterono contro le teche. L’urto incrinò i vetri, l’acciaio scricchiolò. Le crepe si allargarono sugli scaffali, schegge aguzze esplosero dai supporti.
Lei arrancò sui gomiti sulle grate del pavimento bagnate, con le mani insanguinate e la tuta lacerata. I neon scintillarono sui cristalli spezzati, sulle costole d’acciaio incrostate dal ghiaccio.
Francesca gridò: gli impossibili pittogrammi s’infittivano sul soffitto, erodevano i manoscritti: la peste cuneiforme suppurava nel tunnel.
Coriandoli di pergamena miniata le vorticarono attorno soffiati da una burrasca, le bruciarono ai piedi in tizzoni babilonesi.
Lei si trascinò dietro l’angolo da dove era esplosa quella folata rovente: nella parete tutta iscritta di cunei, consumata in una cenere di cristallo, di plastica, di ferro, di pagine medievali, si era aperto uno squarcio sull’orizzonte lunare.
Quel buco, spalancato nel gelo cosmico vuoto, precipitava nell’oscurità delle rocce e la rena radioattiva nell’assenza di atmosfera. Francesca tuttavia respirava: la pressione non la succhiava di là dal ciglio slabbrato di quella breccia nei pannelli pittografati:
«Sto impazzendo», singhiozzava, «non è possibile, sono morta…»
Si aggrappò alla parete, si alzò, corse i corridoi, ritornò al portellone, frugò la tasca della tuta termica, trovò la tessera e aprì la saracinesca. Si rovesciò nell’anticamera, ignorò il guardaroba, si buttò scarmigliata, sconvolta al banco prestiti e agguantò per la collottola l’addetto alle criocelle:
«Un guasto: visto in webcam, sì», ripeteva l’impiegato livido e sbigottito, «chiamo un tecnico, ma mi sa…»
«Un guasto?!», lei ruggì, «Svegliatevi, imbecilli!»
Si scalzò degli stivali magnetici che la ingombravano sul linoleum, attraversò le sale studio di corsa. All’ingresso della biblioteca crollò sul tavolo di Verdenelli.
Il vecchio era assopito al pc innanzi a un foglio Excel desolato di firme. Il documento s’intitolava:

sulle cause e responsabilità del crollo dell’S/Z

«Professore!», gridò Francesca.
Verdenelli si svegliò, ingoiò lo sbadiglio, esterrefatto le squadrò la tuta e il volto, le mani arrossate:
«Ah. È stata nei frigoriferi. E sanguina, santo Cielo! Si è fatta male?!»
«Male?! Là sotto c’è la peste!»
Il vecchio strabuzzò, si strinse al seggiolino, parole incomprensibili gli morirono sulle labbra. Poi s’accasciò pallido con un gemito:
«Si è estesa fin là sotto. La cosa non mi sorprende.»
«Come sarebbe, non la sorprende?! I codici! La biblioteca! È tutto…»
«Tutto come, Francesca?»
«In rovina!»
«Facile e poco dire rovina, Francesca. O almeno a noi può sembrare sufficiente. Rovina: è una parola terribile; la peste: è una cosa mostruosa. Ma crede che basti, allo spazio? Si sforzi
«I manoscritti si inceneriscono», Francesca scandì, «gli scaffali cadono disintegrati. Là sotto c’è uno squarcio in una parete che si affaccia all’esterno, nel vuoto. Dovrei essere esplosa. Che cosa succede?»
L’anziano le accennò di tacere, piegò l’orecchio al boato terrificante che cresceva nei sotterranei.
Si strinse nelle spalle:
«Nulla, non ne ho idea, figuriamoci le parole: nessuno ne ha. Niente che possiamo esprimere è sufficiente allo spazio cosmico, le sillabe ci si spengono nel vuoto; la realtà ci si disfà fra le dita in questa polvere delle prime lettere con cui tentammo di scriverle. È giusto.»
I corridoi e le scale mobili schiamazzarono di studenti, di impiegati della biblioteca che salivano dal basso. Schiumavano di panico. Gli operatori gridavano negli interfono:
«Crollo!»
I sistemi automatizzati di smistamento delle chiamate replicavano flemmatici di indicare il settore, i dettagli dell’incidente, la tipologia di intervento richiesta, l’identità di chi effettuava la chiamata:
«Crollo!», ripetevano gli addetti; le voci meccaniche all’altro capo del filo interrompevano la conversazione con una formula di diniego; la folla era strozzata da un terrore che non sapeva significare.
Verdenelli sprofondava nella sedia, si asciugava le lacrime con un kleenex usato:
«Se ritrovassimo una lingua viva, Francesca, un linguaggio incastonato nelle cose!…»

Lei tornò nel corridoio gelato, affondò fin le caviglie nella cenere che soffiava dal buco nero nel muro. Ad ogni passo sollevava una nube, e i granuli cuneiformi ricadevano al suolo in un demente e disordinato vaticino.
La crepa si era allargata in un gorgo bruciato tutt’attorno dagli antichi caratteri; il buio dall’altra parte era infittito, era scomparso l’orizzonte lunare, i termometri illesi dall’esplosione registravano temperature molto sotto lo zero.
E ancora Francesca respirava.
Si affacciò sull’oscurità dal plastacciaio contorto, e il ghiaccio le bruciò i polpastrelli; quando il silenzio mostruoso dall’altra parte le strinse i pensieri in una morsa di disperazione sentì tutto il suo essere cosciente aggrapparsi a certi versi della Commedia, le vive pennellate di un ruvido paesaggio:

Intra Tupino, e l’acqua che discende
dal colle eletto dal beato Ubaldo,
fertile costa d’alto monte pende,
onde Perugia sente freddo e caldo
da Porta Sole; e di rietro le piange
per grave giogo Nocera con Gualdo.
Di questa costa, là dov’ella frange
più sua rattezza, nacque al mondo un sole… (2)

Nel buio udì lo scroscio di un torrente, un’asprezza di cortecce e di pietre, il profumo di una pineta, il garrito dei rondoni, l’estate e la rugiada sulla pelle.

__________
Alessandro Forlani
Premio Urania 2011 con il romanzo I Senza Tempo, vincitore e finalista di altri premi di narrativa di genere (Circo Massimo 2011, Kipple 2012, Robot e Stella Doppia 2013) pubblica racconti dell’orrore e di fantascienza e partecipa a diverse antologie.
Il Grande Avvilente

(1)
Dante Alighieri; Inferno, V; v. 96

(2)
Dante Alighieri; Paradiso, XI, vv. 43-50

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(marco manicardi)
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