Nerosangue

di Leonardo Vacca “Pepper Mind”

Attraversando tutto quel corpo lucido, rovente, luminoso, tutti colori, musica, musiche, parole, vestiti, sussurri, guarda dove vai testa di cazzo, occhi, implanti, grida, è l’ultimo modello ma dove vivi, lui si sente enorme.
Enorme come il suono di un deserto.
Si alza lento come una sfumatura che dia sul nero.
Sente scorrere via dalle spalle quella Milano furiosa, sgomitante, palpeggiante, abbassa la testa e nessuno lo vede.
Nessuno lo ostacola con la sua faccia isterica d’essere vivente.
Ci passa in mezzo indenne.
Ma tutti quegli esseri umani gli rimangono addosso come una puzza di vomito.
E non c’è più vento a Milano.
Solo polpa ghiacciata e puzzolente, l’aria.
“Devo uscire da questa merda.”
Si vede rinchiudersi nel proprio cappotto sintetico, e strisciare ancora lì in mezzo al cuore di strade, vetrocemento, puttane, campi magnetici, plasticanera, ricchi, luci solide, città di città.
Uomini.
“Me ne vado.”
Il Quartiere di Legno, l’unico posto dove ancora rimangono appesi a quel futuro gli stracci di anni passati.
Il Quartiere di Legno. Puoi trovare ancora radio, televisori, carrelli del supermercato, cani non clonati, cellulari a mano.
Ma niente vento.
Però un’auto sì, quelle con le ruote in gomma…
– Quanto mi costa questa?
– Solo duemila soldi, dice il vecchio boliviano, aggiustatutto, venditutto, con la sua faccia piena e glabra.
– Guarda, capo, c’è anche una donna dentro. Compresa nel prezzo!
– Voglio stare solo. Tienitela, risponde subito, livido, arido.
– Non posso. Il sindaco mi manda i vigili, se non rispetto gli accordi. Le auto le posso vendere solo per scoparci dentro. La donna serve per questo.
– E se io fossi una donna? Che mi venderesti? Un’auto provvista di negro con la nerchia genemodificata?
-Certo.
– Vaffanculo. Posso almeno accopparla, appena svoltato l’angolo?
– Come fai sesso tu, sono affari tuoi.
“Evviva la vita, evviva l’amore.”
Taglia corto, paga, si mette al volante, e se ne va.
La donna è già lì che conta i 500 soldi che il boliviano le ha dato, quelli che le spettavano dalla transazione, e poi subito gli cerca il cazzo con la mano.
– Molla il colpo. Hai gli implanti depuranti?
– Me li compro con questi soldi, risponde la donna.
“Non posso neanche mollarla a piedi. L’inquinamento la stroncherebbe. Devo prima uscire da Milano.”
– Ok. Stai zitta e ferma, appena fuori Milano ti levi di culo.
– Perché? Che hai?
– Niente, per modo di dire. Sono malato.
La donna si ritrae istintivamente, lo guarda perplessa.
Non le pare proprio che sia malato.
– Ho la noia. Mi sta appiccicata sulla pelle, mi imbratta i vestiti. Sto male.
– Ah. E come mai?
– Perché tutto gira della stessa nausea, nella stessa maniera da automa sudato.
Cerca, trova, si accende una sigaretta, tenendo il volante con un gomito.
– Quindi corro. Corro, così magari non vedo quello che rimane fermo. Magari c’è veramente qualcosa fuori da questa città. Dal vuoto che c’è dentro. Sono un poeta eh?
La donna sta zitta. Anche lui, ma poi stringe le labbra e le parla ancora.
– Sei mai uscita?
– No. Mai. Perché poi? A Milano c’è tutto, e soprattutto è riscaldata. Ma lo sai che potresti morire di freddo fuori?
– Ma se non hai neanche i depuratori implantati? Questa città ti ucciderà.
– Ma no. Ora posso comprarmeli e godermi Milano completamente.
“Amplesso integrale.”
– Va bene. Ora però stai zitta, gli sale già la voglia di essere solo a contorcersi. Le sue parole sanno già di vecchio.
Sanno del dolore debole e vigliacco di una lenta morte.
Palazzi, case, grigiobuio, tutto corre nel verso opposto a quello dell’auto. È sempre notte.
– Ma poi che faccio fuori città?, rompe il breve silenzio la donna, – non posso rientrare perché rischio di morire per l’inquinamento, non posso rimanere fuori perché rischio di crepare per il freddo…
– Ti compri l’implanto al grill della Barona. E poi ti fai dare un passaggio per rientrare. Se proprio ci tieni.
– Sì. Milano è la mia vita.
– Ma dai? Ma allora sei tu la vera poetessa del cazzo!
“Vorrei essere leggero come un paracadute che si gonfia d’aria al contrario, un cielo di marmo, il tessuto sottile e rotondo di vento che diventa lontano, come un sorriso a labbra chiuse dal sole…”
“Invece sono un pugno di cera fredda e sporca, informe, come questa città.”
“Se sto fuggendo da me stesso ce l’ho nel culo. Mi ritroverei ovunque.”
– Ma dove stai andando? fa lei, mentre riconta i soldi e la luce della strada le accende e spegne il viso bianco.
– Stare zitta proprio no, eh? Si può stare in silenzio. Ci sono posti in cui nessuno parla. “Posti dove solo quello che ti circonda, tutto ciò che non è te, racconta con suoni inumani la storia di una vita distante.”
– Al mare. Vado al mare.
Lei non può fare a meno di ridere: – No, dai, dimmi dove vai…
Lui la guarda stanco, come se la intravedesse da dietro un vetro di supermercato, mentre ride con un altro. “Non sa cosa sia. Chi cazzo c’è ancora che si ricorda cos’è il mare? Cosa dice la tv? Non fa vedere neanche più qualcosa che non sia Milano e il suo umore viscido che si allarga per chilometri. Ingoia tutto. Paesi, uomini, campi morti già da soli, case e cessi, cunicoli, siringhe, fazzoletti di carta, miseria e memoria. Nessuno che si ricordi che qui, prima, c’era qualcos’altro, oltre al freddo e al buio.”
– Almeno dimmi che fai… sei un laser-pittore? No… secondo me sei un suono-pittore…
– No. né luce né suoni… dipingo con la merda. Scrivo programmi tv.
– Ma che bello!
– Una vera figata.
Gli viene voglia di scatarrare, quasi lo fa, lì, sulla moquette dell’auto, bucata e marcia come il suo sputo, come un cane magro, ammalato di morte.

È un buio punteggiato da milioni di led, il profumo intenso che hanno gli oggetti freschi di fabbrica. Silenzio.
Nel buio si scrivono delle parole celesti fredde su un terminale, come un riflesso d’acqua fonda:
>talk logos@212.97.43.32
>sì?
>hai sentito logos?
>sì
>gli sto dietro mi sa che è proprio un pn
>sì stagli dietro io sto in ascolto se non si scioglie da solo ti dico che fare
>ok

La donna dorme. Lui non ha avuto voglia di dirle che erano ormai fuori dalla città, l’autogrill è scivolato giù con il suo giallore tagliente nella notte rosa azoto e nubi senza pioggia. Gli fa schifo fermarsi sotto quel momento congelato, come prima di un’esplosione, un appartamento che sta per spaccarsi, bruciare, lamenti e sirene. Non riesce a parlare. Non ha detto niente e non si è fermato.
Perché la vita sembra un animale che pensa, ma non lo è. Non è un essere che vive, è un niente riempito di cose che accadono.
Se proprio insisti a vederla come un animale allora sappi che può diventare aliena, violentarti nelle viscere, camminarti addosso coi passi pesanti di una tragedia. Il volto che ti aspetti dal normale corso delle cose te la gonfia di rosso pulsante, una luce che ti stringe lo stomaco.
La tua casa che ti crolla addosso mentre ascolti musica.
“Riesci a immaginare che umore ha?”
“Tutto ti guarda con gli occhi di un mostro volgare, tutto. I mattoni sulle tue gambe spezzate, il sangue sulla polvere, la luce che non c’è più, solo mormorii di pianti di gente che sta morendo sotto la tua stessa vita che è morta perché ha deciso di morire.”
“Riesci a immaginare che colore ha la vita ribaltata dalla guerra?”
“O anche solo il sapore di una stronzissima caldaia che ti esplode addosso?”
Un’altra sigaretta, l’accendino fa baluginare il riflesso dell’uomo sul parabrezza, e lui si nota con la coda dell’occhio. Si stupisce come non abbiano ancora inventato la sigaretta autocombustibile, che si accende solo tirando, il genere di cazzate che immettono a tonnellate nella vita di tutti i giorni. “Da bravi, non fate più un cazzo di movimento, che magari si ferma tutto, cervello, cuore, intestino, insieme al corpo.”
Che cosa avrà poi da sbraitare, si chiede. Che cosa cambierebbe se non fosse così?
Anche l’amore ha la testa mozza, un sanguinare lacrime di parole. Gesti che vogliono venire lenti, come una musica profonda, e invece sono solo scomposti, tagliano come travi di metallo grezze, lasciano senza mani. Senza piedi. Senza occhi e bocca.
E più in là dell’amore non c’è niente. Niente. Lo sanno tutti. Anche quella troia-compresa-nel-prezzo lì di fianco.
Lo sa pure chi deve ricominciare a camminare quando si accorge che non si è amati, ma non c’è un cazzo di terra su cui camminare. Solo un’infinita caduta nel nulla. “Come cazzo si fa a ‘intraprendere un nuovo percorso’? Saltando da un blocco di vuoto all’altro? Ma andate a fare in culo, va’.”
La donna mugugna, lui la guarda e immagina il suo alito cattivo, di persona appena svegliata. Sente i rumori lievi che fa una bocca ancora impastata di sogni.
Si tira su, fa scivolare con sensualità i glutei fasciati di similpelle nera sul sedile, e guarda fuori dal finestrino, vedendo solo il nero. Neanche un lampione ormai. Si agita, si volta verso di lui:
– Ma dove siamo? Siamo fuori? Fuori Milano! Ma che cazzo…
– Sta’ zitta, va’. Dormivi fitta. La prossima volta stai sveglia, se vuoi il privilegio di scegliere. Se no comanda chi guida.
È quasi una cazzo di legge universale, pensa lui, e gli viene da ridere. O da piangere. “Da quanto tempo è la stessa stronzissima cosa?”
– E adesso che faccio? Senti un po’, coglione, io non voglio morire di freddo! – inizia a strillare, – Adesso devi fare qualcosa! Non puoi farmi questo, sei un bastardo!
– Se stai zitta da adesso in poi, quando mi fermo a riempire il serbatoio della merda che gli serve, quando incontriamo il prossimo autogrill, ti scarico lì e ti pago una tuta isolante. Basta che stai zitta.
– E come faccio?
– E taci, cazzo. Qualche stronzo da rimbambire lo troverai che ti porta indietro. Non ho dubbi.
Lei si mette la faccia dell’opposizione muta, e guarda il niente che si aggrappa alle ruote dell’auto.
– Ma toglitela quella faccia da cazzo, che credi di fare?
Lei non lo degna. Lui sospira di sollievo dentro, non aveva voglia di dover parlare ancora, un chatterbot che dia seguito al riflesso del dialogo, e ritorna duro su se stesso, mentre sente il vuoto di quello che si lascia alle spalle, alberi mozzati dal cemento, fusi dal catrame, terra secca infilzata da scaglie di plastica, non c’è più niente dopo Milano.
Qualche città fantasma non ancora riciclata, o schiacciata al suolo per nuovi e oscuri progetti, tanto nessuno vuole sapere, nessuno saprà mai.
Tutto chiuso.
La rete, la tv, la radio-on-brain, tutto gira su un proxy che non lascia uscire all’esterno, che ti fa trovare solo notizie su Milano, quando cerchi qualcosa sul mondo. Mare? Vieni anche tu all’Idroscalo, lo splendido mare della tua estate! Fiordo? La discoteca Fiordo ogni martedì ti spara elettro-merdolisil nel cranio da idiota che hai, e vai col baggy jumping a pelo di falda acquifera!
Solo chi prende e va, può sapere.
“Una nuova era di eroi e scopritori, e notizie sussurrate dai pochi pazzi che non vogliono stare al gioco, e vanno, e tornano con occhi che hanno visto altri mondi, altre città, hanno visto quello che c’è al di fuori delle vostre calde casette lucide e inodori.”
Ma lui non è tra quelli. Lui l’ha visto da bambino il mare. Lui non vuole aprire gli occhi a nessuno. Non gli frega un cazzo, non ne può più degli altri, pelle, peli, profumi e sudori, ciglia finte, rossetti adesivi, gambe abbronzate, muscoli e capelli corti, odore, alito, saliva, basta, basta, basta. Vuole solo l’enorme respiro da animale assurdo che è il mare. La paura che ti fa. Il freddo che ti soffia su per le nari.
Il mare è come una notte che si muove. E i brividi che hai quando lo senti che è così.
Il mare.

Il bivio per Ventimiglia gli va incontro come uno spaventapasseri, e si accorge che ora è proprio nel nero.
Non c’è niente.
Neanche le stelle. Aveva sperato che una volta uscito dalla cappa delle nuvole immobili della metropoli potesse vedere qualche stella. Ma le nubi ci sono ancora.
Ci sono ovunque vai.
Ti tappano nel mondo.
Per questo si ferma su un viadotto rappezzato, esce e alza il viso al cielo, come un pugno d’orrore e disperazione.
– Ma che cazzo fai ancora adesso? Chiudi che fa freddo!
– Taci. Qui non rischi di morire assiderata.
– Ma che cazzo dici!
– Ascolta. Stai zitta e senti.
– Io non sento niente.
– Già. Non un suono.
– E be’?
“Gli animali. Non ci sono più”, ha il riflesso di dirle. Ma lo reprime. Dovrebbe spiegarle che gli animali vengono dal mondo. Hanno una loro provenienza indipendente. Non nascono dall’uomo, come tutto quello che ormai è rimasto.
Avevano.
Avevano una loro provenienza.
Ora hanno solo una morte. Neanche tanto loro.
Torna a sedersi, le mani stanche sul volante, le spalle piegate. Non ha più tanta forza adesso. Solo l’inerzia.
L’attrazione del mare.
Rimette in moto.
“Arriverò prima o poi.”
– Basta che stai zitta. Zitta.
Lei lo guarda come se fosse una pozza di piscio davanti alla porta di casa. E decide di aspettare che non esista più. Che evapori.
Lui e il suo dolore volgare, da quattro soldi.

Ancora il buio asettico dei posti senza esseri viventi, plastica fresca che sfrigolerebbe a passarci sopra le dita
leggermente sudate. Ancora le gocce fredde di lettere che sorgono dal nulla…
>talk logos@212.97.43.32
>dimmi
>inizio a essere fuori fase. devo continuare ad aspettare o lo sciolgo io?
>aspetta credo di sapere dove va il tuo pn. manca poco. lì potrai rimetterti in fase, e vedere se si scioglie da solo
>ok

Ormai dovrebbe vederlo. Appostato, un animale infinito, sornione e tremendo come la follia dell’enormità.
Dell’incomprensibilmente vivo.
Il mare, con la sua pancia di madre e il suo corpo di morte, di miliardi di sentieri e voci che si intrecciano sospesi nelle tre dimensioni liquide.
Il mare, con le lacrime che confondi alla pioggia.
Il mare, desiderio di essere sotto il sole, col sorriso che solo lui sa fare quando è calmo.
Eppure non c’è.
Non lo vede ancora, mentre guarda dal finestrino e scorre sull’autostrada nuda di solitudine.

La donna al fianco guarda dritto davanti a sé, come se si fosse spenta nel mondo morto in cui lui l’ha gettata.
Pensa che non vede il mare perché non c’è neanche un pezzetto di luce da nessuna parte. Forse dovrebbe gettarsi anche lui in quel mondo scomparso.
Forse dovrebbe morire.
E poi, come se lo prendesse per il braccio all’improvviso, come quando si finisce davanti alla casa della donna che hai amato tanto, tanti anni fa, così, passeggiando senza meta, dopo l’ennesimo tunnel, gira.
Gira ed esce dall’autostrada.
È il casello macilento, senz’anima, delle sue vacanze da bambino.
Un bagliore del sole e del ridere esplode e si sgonfia, negli occhi dell’uomo.
Sentirebbe il profumo della pineta se non fosse un enorme tombino di cemento secco che gli sfila via di fianco.
E là in alto la tavola di nubi, il sole che ormai guarda altrove, che concede solo il suo culo raggrinzito a questa Terra di anime meccaniche dove l’uomo è solo pelle che cammina.
Allora si getta forsennato verso la sua meta, la testa in avanti, il pensiero tutto lì. Perché non ha più tempo per i suoi porcodio di girotondi di parole.
Vuole il mare.
La sua ossessione stride nelle ruote dell’auto che segue le curve della collina che scende.
Finisce la strada.
Finisce tutto.
E lì c’è la spiaggia.

Apre lo sportello.
Inizia a correre.
Stentato, senza riconoscere nulla, corre, accelera e corre, e poi urla, piange, bestemmia, la voce screpolata senza acqua.
Senza acqua.
Senza mare.
Non c’è. Non c’è.
Il mare.
Non c’è.
I piedi affondano, strisciano, alzano la poltiglia scotta e viscida della spiaggia.
Gli occhi si spingono all’orizzonte, immaginano, ipotizzano come fa il coglione tradito da una donna che non è mai, mai, stata sua.
Mai.
“Si sarà ritirato, l’inquinamento, la penuria idrica, desalinizzazione, depurazione, acqua per tutti, sarà più in là, più in là. Sarà più in fondo. Sarà nero di catrame, di piombo, di qualsiasi cazzo di escremento della inumanità umana, ma sarà là. Solo più passi, più passi per arrivare a sentirne il suono, non chiedo altro. Solo il mare, solo lei voglio.”
E allora cammina, mette più passi davanti ai passi, cammina, il liquame denso del suolo, la memoria della sabbia, lo imbratta fino alle ginocchia. Ogni metro, ogni cento, ogni chilometro l’uomo si sporca, prende il colore della sua tristezza raggrumata e della sua puzza di vomito.
Diventa una marcia stanca, impastata con la smorfia del suo viso, e forse del vento. Un vento che gli fa tremare i vestiti come fossero bandierine di carta, mentre cammina e cammina. Un vento che non sa di mare.
Poi inizia a sentire il suono.
“Sono io? Sto sentendo il mio stesso verso d’animale morente?”
No.
Non solo.
È più di lui. Sono tanti.
Li vede: una fila di figure d’ombra. Barcollano, ondeggiano, piagnucolano, balbettano frasi mozze.
– Non, – l’uomo quasi li sente come una voce sola, – Sabbianiente – mentre li raggiunge. Tanti, sono in tanti. Uomini e donne, – Più – alcuni sembrano accasciarsi, altri camminano, s’incrociano, stanno in fila, – Sabbianiente, sabbianiente – da un suono che non c’è, altri si girano di scatto sempre dove guardano tutti, verso l’orizzonte, verso il mare, – Mare? – il mare che non si vede, – Sabbianiente, di niente di niente – e tutti sono lì.
Sono lì.
L’uomo crolla carponi. Si rialza spinto dal deserto, va avanti ancora, verso quel suono di mille voci sussurranti la verità.
Verso quell’onda di sofferenza e pazzia di solitudine.
Verso quel mare invisibile.
C’è solo un recinto. Militari. Quello li tiene in fila in modo irreale, tutte quelle persone, quei fantasmi dementi.
L’uomo allora va, con le nari colme di terreno molle, verso il recinto.
Un soldato lo scorge. Lo vede diverso dalla folla di corpi senza sguardo. Lo sente col suo silenzio. Capisce che quell’uomo non sussurra niente.
L’uomo allora chiede al soldato senza guardarlo: – Ma dov’è il mare?
– Saranno dieci anni che non c’è più.
– Ma dov’è? Perché?
– E che ne so io… che cazzo me ne fotte?
– Dov’è?, urla l’uomo rivolgendosi a nessuno.
La folla si agita e alza il volume sconnesso, il soldato si innervosisce.
– Piantala, che mi svegli i pazzi, che poi mi tocca sparargli, e non mi piace. Fanno dei versi quando muoiono… sembrano dei bambini. Mi fanno impressione.
– I pazzi?
– Sì, non li vedi? Sei già ammattito anche tu? Vedi solo il mare come loro?
Non li vuole vedere quei matti di stupore. Ma vorrebbe lasciarsi cadere nelle loro braccia rese ossute dal mare evaporato.
Sciolto scomparso scappato.
Ucciso e rubato.
Dimenticato a morte.

L’uomo si gira.
Si allontana dalla tentazione di lasciare tutto sé stesso lì, davanti al recinto che li chiude dentro. Che li chiude fuori. Insieme a quegli occhi che urlano, insieme a quegli uomini e donne che aspettano il mare, che lo cullano con la loro nenia di stuprati alla follia.
Dalla voglia di richiudersi, basta, fine, fermo immagine, dissolvenza.
“Non ho più niente da dare. No. È tutta roba finta, cartoni che se li tocchi crollano nella polvere, e non c’è niente dietro. Solo un morso che si contorce.”
Eppure torna indietro.
Ancora quel vento che stavolta gli sferza la schiena curva, le mani nelle tasche del soprabito che sembra staccarsi mentre sbatte.
I piedi nel grumo espettorato dalla terra che era la sabbia.
Ancora uno avanti all’altro.

Vede la donna appoggiata alla portiera aperta dell’auto. Vorrebbe asciugarsi lo sporco delle lacrime secche dal viso. Ma lo sente come una maschera dura, la benedizione di non avere emozioni sulla faccia.
Lei gli va incontro. Esitante. Leggera. Diversa. Da lui e da tutto.
Ma lui non capisce come, non la vede, la guarda e basta.
Lei si ferma. Gli accarezza la guancia. Le dita si sporcano dell’immobilità dell’uomo.
Lo abbraccia. Lui no. Lui mormora.
– Sono niente. Tutti… lo sono. Adesso lo sapranno… e poi mi ammazzo. Lo dico, e poi mi ammazzo… che cosa cambia… sono già morto… un morto che sa di essere morto è vivo?
– Cosa dici? Non fare così… torniamo a Milano.
– A Milano? A fare l’autore di programmi? Va bene, eccovi il programma: siete tutti morti, vi odio, ma non vi preoccupate, conosco bene il mio nemico. Sono io.
L’uomo ride, nasconde il viso nel petto della donna.
Lei lo stringe. Gli passa una mano nei capelli. Poi la ritrae, la scosta dalla testa dell’uomo. Mentre lui ride ancora, gli appoggia il dito indice sulla nuca. La microtecnologia si attiva. Dallo scheletro d’acciaio del dito guizza lo stiletto. Buca la nuca dell’uomo.
Il silenzio sussulta. Caldo e amaro.
L’uomo striscia sul corpo della donna, giù, nella terra molle e cadaverica.
Lei lo lascia. Guarda avanti a sé, senza vita nei suoi occhi. Senza movimento sulle labbra. Si pulisce le mani sul vestito.
Poi si gira e se ne va.
L’uomo si affloscia nel suo stesso sangue.
Il respiro soffocato, rallenta.
Prova ad alzare uno sguardo.
Niente.
Non riesce.
“Ma porcodio.”
Muore.

Ancora l’ombra profonda e profumata di nuovo. Piccole luci intermittenti.
Ancora una stringa di azzurro che salta su dal buio.
>talk logos@212.97.43.32
>dimmi
>ucciso il pn. non si è sciolto da solo. voleva addirittura dire quello che aveva visto
>quindi niente da fare?
>no, non sarebbe rientrato nella normalità, era proprio andato. inservibile. l’ho ammazzato con un colpo alla nuca, come mi hai detto
>ok. se non sei già in fase, finisci di riallinearti, e poi torna a milano, che forse c’è un altro pn. lascia lì l’auto e il corpo. ho verificato che non passa mai nessuno lì.
>ok. dove trovo il probabile pn a milano?
>eliporto. giornalista, tgweb. sappiamo solo che vuole uscire dalla città.
>sì
>tanto basta.

__________
Leonardo Vacca “Pepper Mind”
Teste di nuvola

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(marco manicardi)
Questa voce è stata pubblicata in 2. (n+1)esimo ebook. Contrassegna il permalink.

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