Bianco sporco

di Benedetta Torchia “Sonqua”
e Simone Magnani “purtroppo”

Anno sedicesimo

Giorno 312 ottava ora da Irene a Izmael
Sto bene. Mi sembra di aver superato Orione e ora vedo già Daphne. È solo un puntino che brilla poco più di tutto il resto, ma ho tenuto la rotta di sempre e ormai so riconoscere anche lontana anni luce le tracce di un andamento logaritmico. Intuisco dai calcoli che tra poco scalerò i bracci della spirale di questa nuova galassia per raggiungere presto il nucleo.
Quello che, invece, non so più è come è fatto il mio viso.
Ricordo appena il tuo e, più che l’ovale o i segni, mi rammento del profilo ruvido delle tue guance. A pensarci, sei uno dei pochi a cui ancora cresce la barba. Io sono liscia. E questo, soprattutto, ricordo di te: che mi accarezzavi le guance e il capo e io non avevo che la mia pelle liscia. Eravamo così giovani. Chissà ora com’è il mio viso.
Ho provato a specchiarmi.
Senza successo. Anche le pareti della mia navicella sono state revisionate in modo da omologarla rispetto al resto dell’equipaggiamento. Sono stata una delle ultime, ma così il rivestimento antiriflettente permette anche alle unità più piccole come la mia di trasformare l’effetto fotoelettrico delle onde captate in energia cinetica.
Ieri pensavo di usare il mio scanner. Di mappare il mio viso e poi provare una ricostruzione tridimensionale per vederne il risultato. Continuo a seguire i miei pensieri e a puntare su Daphne, ti abbraccio.

Giorno 312 nona ora da Izmael a Irene
Irene, che idee hai. La scannerizzazione tridimensionale restituirebbe la forma di un viso senza espressioni. Sarebbe come vederti inerte, già morta. Se chiudi gli occhi e rimani immobile, come il procedimento richiede, vedresti qualcosa di innaturale: un po’ per effetto degli acidi che abbiamo iniettato sottopelle per evitare che col tempo si rovinino i tessuti e, un po’, sarà l’effetto dell’elaborazione matematica dei punti mobili del tuo viso traslati sugli assi cartesiani del piano bidimensionale di lettura.
Pensavo che li avessero ritirati tutti, gli scanner di servizio. Saranno almeno tredici anni che non ne sentivo parlare, da quando le esploratrici non hanno più l’obbligo di scendere a terra per misurare i livelli gassosi.
Abbi pazienza, appena riusciremo a incontrarci te lo racconterò io, il tuo viso, con le mie carezze.

Giorno 313 ventiseiesima ora da Irene ad Izmael
Ho chiesto io di tenere lo scanner. Mi preoccupo di ripararlo e aggiorno i sistemi di archiviazione con le economie che riesco a fare sul materiale che inviano periodicamente. Ho siglato un accordo secondo il quale lo avrei potuto tenere senza che questo rientrasse tra la dotazione di servizio attribuita d’ordinanza alle esploratrici. Praticamene posso tenerlo a patto che non pesi in alcun modo sull’economia dei materiali e pezzi di ricambio.
In realtà, a me, piaceva quando le incursioni terrestri sui pianeti erano necessarie. Adesso, non solo non sono più obbligatorie, ma spesso non abbiamo l’autorizzazione a scendere. Tutte le esploratrici sono state unificate sotto un’unica etichetta. Non ci sono più le distinzioni tra gruppo A, incaricate di accompagnare le esplorazioni a terra e leggere, elaborare e trasmettere i dati, e il gruppo B, dove quelle come me avevano il compito di individuare pianeti e raccogliere dati. Ora, la strumentazione permette di rilevare i livelli di gas e le informazioni sulla natura delle molecole presenti nelle componenti a terra con un teleobiettivo multifunzionale capace di raccogliere informazioni e particelle per noi. A volte, quando non ho divieto esplicito, provo ancora a toccare terra.

Giorno 314 prima ora da Izmael ad Irene
Si, Irene, so tutto dell’unificazione delle esploratrici. C’è stato un gran dibattito sull’astro zattera prima di decidere. Nell’ottica della creazione di colonie, alcuni non si fidavano della nuova strumentazione: preferivano che fossero le stesse esploratrici a essere le prime a provare il peso delle atmosfere sui propri corpi o a testare la vivibilità effettiva del pianeta; ancora prima dei risultati delle analisi dei dati raccolti. È proprio per il buon lavoro che ho portato a termine nell’equipe di progettazione del teleobiettivo multifunzionale che mi hanno dato l’incarico di meccanico esterno con compiti di tracciabilità delle informazioni. Non ci saremmo mai trovati, Irene, se non avessi un posto qui, all’esterno. Ora ho un’unità tutta mia anche se priva di una rotta indipendente. Ruoto attorno all’astro zattera come facevano gli uccellini intorno ai covoni in cerca di insetti. Ti ricordi Irene, i covoni? Io mi ricordo il giardino che dividevamo. Che voglia, ogni tanto, di abitarne uno simile.

Giorno 314 settima ora da Irene ad Izmael
Non mi piace pensare di essere stata a lungo una sorta di cavia ma, di certo, anche io preferivo i sopralluoghi diretti sui nuovi pianeti. Era, ogni volta, come cercare un nuovo giardino, Izmael. Ogni tanto ci si imbatteva in esseri da cui scappare ma, per lo più, era divertente ed è così che ho iniziato la mia collezione di forme di vita. Con lo scanner sono riuscita a catalogarne migliaia, ognuna con la tracciabilità del corrispettivo RNA, ma nessuna che avesse qualche coincidenza con il nostro DNA. Scusa, devo lasciarti, mi arrivano istruzioni per cambiare la rotta esplorativa. Ho visto che le nostre comunicazioni hanno equazioni diverse e percorsi diversi rispetto alle tracce di segnali che mi vengono dal comando.

Giorno 314 decima ora da Izmael a Irene
Sì, Irene, teoricamente tu non dovresti ricevere altre informazioni dall’astro zattera se non quelle che ti arrivano dal comando e per me sarebbe proibito comunicare con cellule non autorizzate. Ma quando mi sono imbattuto nel tuo codice, durante una comunicazione ufficiale, non ho saputo resistere. Non ho saputo resistere.

Giorno 315 decima ora da Irene ad Izmael
Anche io. Ti ho pensato in questi anni.

Giorno 315 undicesima ora da Izmael a Irene
Stai tranquilla, è tutto criptato. E tutte le tracce delle comunicazioni mi appaiono nella strumentazione, quelle ufficiali e quelle non ufficiali. Cripto e controllo che non si sovrappongano. Non tradiremo nessuno, nulla ci tradirà.

***

Giorno 529 decima ora da Irene ad Izmael
Tu, noi che ci scriviamo, questa abitudine che ci portiamo dietro da tanto tempo, mi fa compagnia. Non mi sono mai più sentita sola. In questo lungo viaggio, però, mi sarebbe piaciuto ancora incontrare qualcosa di animato, che si muovesse, che non fosse solo una luce che si muove perché arriva dopo aver passato infiniti strati di atmosfera calda e fredda. Che sciocca penserai che io sia: lo sai meglio di me come sono fatte queste strane rotte che ci spostano nel tempo e nei luoghi.
Sull’ultimo pianeta su cui sono scesa, per conservare qualcosa di concreto, ho scannerizzato una forma vegetale. Dalle informazioni raccolte sembra che sia una specie ricca di tossine nervose che potrebbero indurre alterazioni nella percezione umana. È ricca di flavonoidi, tannini e alcaloidi di specie non ancora classificate, e scopolamina. La molecola principale di cui si compone la tossina sembra fortemente in contrasto con i nostri enzimi, soprattutto quelli che assumiamo artificialmente e che regolano i livelli della la temperatura corporea, della pressione arteriosa e dei battiti cardiaci. Da una prima valutazione forse potrebbe essere utile per indurre uno stato di incoscienza, oppure potrebbe essere funzionale alla sperimentazione di anestetici. Più probabile, però, che modifichi i livelli di coscienza; mi chiedo se, assunta in combinazione con qualche fiala di ricordo, potrebbe creare deliri o allucinazioni realistiche.

Giorno 529 undicesima ora da Izmael ad Irene
Non sapevo che saresti scesa a terra. Non ne hai dato comunicazione. La specie vegetale che hai mappato mi sembra sufficientemente pericolosa da non azzardare ipotesi di assunzione, sotto nessuna forma.

Giorno 529 undicesima ora da Irene ad Izmael
Non ho formalizzato la mia discesa a terra. Mi è bastato far galleggiare la capsula a un’altezza di guardia rispetto al suolo e avviare la scansione e la raccolta delle informazioni tramite il teleobiettivo multifunzionale. Nell’attesa che il blocco informativo impostato fosse importato all’interno della mia cellula informativa, avevo a disposizione due ore per esplorare la terra, dentro la tuta pressurizzata.
Di quella forma di vita vegetale ho raccolto anche qualche campione. Ho usato la fiala di un ricordo che avevo già sniffato. Mi incuriosisce e mi chiedo cosa dovrei fare per rendere l’RNA compatibile con il mio DNA. Ho provato a mapparlo con il computer di bordo, ma c’è sempre qualche valore fuori norma. I parametri poi sono assai differenziati tra radici, rizoma e frutti. Questi ultimi mi ricordano qualcosa che non riesco a mettere a fuoco. Proseguo: nel frattempo mi riposiziono rispetto alla rotta e ti aggiorno sui miei esperimenti di bordo.

Giorno 529 dodicesima ora da Izmael ad Irene
Irene, non so se sia una buona idea continuare a giocare con campioni veri piuttosto che testare le funzioni matematiche che regolano i livelli di compatibilità. Spero che tu non abbia assaggiato alcunché; non avrei gli strumenti per mandarti in soccorso qualcuno.

Giorno 529 tredicesima ora da Irene ad Izmael
Izmael mi chiedo quanto ingenua credi che io sia. Ho cura della mia vita e un gran rispetto per i trattamenti che mi tengono in vita. Senza quelli non mi sarebbe stato possibile pulire le mie viscere per assimilare tutte le sostanze necessarie alla struttura del mio fisico salvandomi dallo stress che questo subisce nel passaggio tra una galassia all’altra, e poi giù, fino a terra. Altrimenti oggi sarei morta. Sono un’esploratrice che conosce la gratitudine verso la comunità che serve e ho cura delle speranze riposte in me. So bene che le nostre mucose non sono in grado di resistere agevolmente ad agenti esogeni o sconosciuti. Le cure hanno lavorato bene raggiungendo traguardi importanti. Mi ricordo ancora quando mia nonna, a tratti, stava male per ostinarsi a mangiare dei frutti degli alberi.

Giorno 529 tredicesima ora da Irene ad Izmael
Non volevo offenderti, scusa. Deve essere difficile vivere lì, da sola, orbitante e al servizio dell’Ordine senza contatti diretti con la tua comunità. Scusa.

Giorno 530 terza ora da Irene ad Izmael
Ho capito a quale ricordo è associato questo campione. Era quasi inizio della stagione del sole nuovo; mia nonna coceva piccoli frutti rossi, che contenevano una specie di atomo formato da una unica molecola dura, come un nocciolo, e mescolava sul fuoco aggiungendo della polvere dolce e bianca. Diceva che i padri dei padri facevano così e che cocendo sarebbe stato tutto più digeribile per noi e per dimostrarcelo avrebbe assaggiato per prima. Lei era contraria all’assunzione di nutrimento sintetico e, ancora, a duecentoventisette anni, quando gli adulti si distraevano, faceva di queste cose. Assaggiò questa poltiglia rossa e mi spaventai quando la vidi piegata tenendosi il ventre con la bocca ancora piena. Per prevenzione mi sottoposero al bendaggio dello stomaco per evitare che potessi essere tentata dalle pozioni della nonna. E decisero allora che presto mi avrebbero allontanata. Così disse mia madre, per evitare che imparassi a trattare elementi allo stato grezzo in modo pericoloso per me e per gli altri. Per quello era già troppo tardi.

***

Giorno 729 quarta ora da Izmael a Irene
È vero, Irene, eravamo vicini, ma il contatto visivo con le squadre è stato più difficile del previsto per via della quantità di particelle ferrose presenti sul tracciato.
Abbiamo perso troppo tempo per l’avvicinamento, mentre tu avevi già ricevuto altre istruzioni. Spero anche io in una prossima volta.

Giorno 729 decima ora da Irene a Izmael
La luce che arriva si trasforma in energia e le superfici antiriflesso mi permettono di guardare fuori senza rimanere ferita dagli abbagli. Vedo quel che esiste, ma non ricordo il mio volto. Mi farebbe bene vederlo, ogni tanto. Come cullare qualcuno a cui tieni. Mi avrebbe fatto piacere vedere anche te, lo confesso. Avrei cullato anche te nei miei occhi.
Non voglio rattristarti con tutte queste mie sciocche parole: ma dalla prima ora non è successo niente di particolare. Continuo a viaggiare e non ho molte cose da dirti. Non ho voglia di sniffarre un ricordo, oggi.
Fai attenzione a dove sei tu, la quantità di ferro dello sciame che stai attraversando è alta per chiunque, anche per te. Stai bene.

Giorno 729 diciassettesima ora da Irene a Izmael.
Questo è solo un messaggio di prova, ho guardato, ogni momento, che si accendesse la luce verde della tua risposta e non si accesa. Volevo solo controllare che tutto funzionasse. È un messaggio di prova, scusa.

Giorno 729 diciassettesima ora da Izmael a Irene
Irene, non so dirti quante volte ho riletto il tuo ultimo messaggio. Continuavo a scorrerlo dall’inizio alla fine.
Dall’inizio alla fine. Perdendomici. Pensavo e ripensavo alle cose che avrei voluto dirti, rispondendoti. Pensavo a come renderle parole. E ogni volta ci trovavo uno spunto nuovo, una sensazione che partiva dalla pancia, da dentro. Una sensazione sempre nuova.
Non può essere solo la paura che qualcuno dell’Ordine arrivi a leggere questi messaggi (ricordati la crittazione di qualsiasi frase, l’hai promesso). È qualcosa che mi blocca e mi elettrizza allo stesso momento. Non so. Ma sento un senso di sconfitta e mi sono deciso a risponderti solo dopo il tuo disperato “messaggio di prova”. Allora ho scelto una delle mille cose che mi giuravo di raccontarti. Una delle mille.
La verità è che ho paura. Continuo a pensare al momento in cui, con la mia mano, ho toccato la tua tempia. E non mi sembra possibile che non sia permesso. È come se l’Ordine non fosse più in grado di giustificare il senso di questi spostamenti.
Non so. Ma è come se tutto quello in cui ho creduto fino a oggi mi crollasse addosso.
Scusa, un segnale sonoro, devo andare. A presto.

Giorno 729 ventisettesima ora da Irene a Izmael
Non invocare il mio nome così; mi sembra che tu voglia tenermi lontana. Lontana nel tempo che è stato. Non chiamarmi. Tienimi a mente, solo lì, come il bisbiglio che i maestri ci imponevano quando ripetevamo a memoria il nome delle stelle e le gerarchie dell’Ordine. Ricordi quanto eravamo piccoli? Così io faccio con te. Ti ripeto a memoria per non lasciarti andar via.
Non volevo turbarti, né voglio ora con questo nuovo messaggio. Tutto è criptato, come mi hai insegnato.
E questa tua paura, mi ha fatto tornare in mente una cosa che avevo rimosso fino a che non ho disoppilato la fiala dei primi ricordi. Ho visto la pelle accartocciata di mio nonno: era così che avveniva a chi superava i centoventi anni, i composti erano ancora così instabili.
Mio nonno mi raccontava di parole scritte che giravano sui fili e sui nodi di rete e lì rimanevano impigliate, tracciabili e riconoscibili. Ma tu stai tranquillo. Ho studiato bene anche io, questo nostro sistema. Non rimane alcuna traccia, tanto che, a volte, credo di inventare tutto, di inventare anche te. A volte, mi chiedo se davvero io non stia dialogando solo con me stessa.
Se è lo stesso per te, allora va bene: se io non sono, se noi non siamo, facciamo in modo che possiamo ancora essere. Se non siamo mai esistiti, potremo di nuovo essere. E non ti incupire. Tutto ciò in cui crediamo è solo quello che sappiamo e, a volte, mi piace pensare che sia davvero poco.
Vado a riposare prima di indirizzarmi verso la nuova rotta che mi hanno comunicato.

Giorno 730 terza ora da Izmael a Irene
Irene, Irene, Irene, Irene, Irene, non ti tengo lontana, mi cullo, così. Irene.

Giorno 731 dodicesima ora da Irene a Izmael
Mi piace quando ti culli.
Volevo scriverti subito, ma cinque volte il mio nome mi hanno infettato. Di nostalgia.
Ho sentito come un buco nero, un senso di mancanza che m’ha fatto girare la testa. Avrei chiuso gli occhi e mi sarei nascosta nell’incavo delle tue clavicole, come quando c’erano gli insetti grandi che camminavano sul prato e mi facevano impressione e tu li mandavi via prima che si avvicinassero ad annusarci.
Avrei chiuso gli occhi e mi sarei fatta pungere, anche da quel sole sotto cui ci attardavamo alla fine delle nostre lezioni di geografia astronomica. Ricordi, poi quella volta che siamo scappati nella notte? Quella volta che abbiamo neutralizzato il campo magnetico e ci siamo allontanati verso le colline, dove ci era proibito dirigerci.
Le colline oltre le quali c’era sempre quel fumo giallo e quell’odore strano, ti ricordi? stavamo quasi per affacciarci oltre il crinale e oltre ancora e, invece, ci siamo distratti con la luna. Ti ricordi?
Sono rimasta a guardare le macchie dei crateri, che i ciarlatani si divertivano a leggere per inventarsi il futuro e per scherzo ho cantilenato i tuoi aruspici. Cercavo di divertirti, sciocchina che ero.
E tu, invece, tutt’un tratto eri silenzioso e non ho mai saputo se, a sciogliere quell’avventura nel silenzio, siano state le mie profezie inventate, il fresco di quella sera così dolce o se invece avessi visto qualcuno oltre quella collina. Non l’ho mai saputo e mi sono sempre vergognata a chiederti il motivo, perché avevo paura di essere di peso. E quella fu l’unica volta che mi hai portato con te, oltre il perimetro che ci era concesso.

Giorno 731 quindicesima ora da Irene ad Izmael
Ieri, dopo il tuo messaggio, ho provato a cercare il ricordo di quella sera. Volevo riuscire ad assaporare ancora quell’unico bacio notturno, l’unico ricevuto. Ho rovistato ben bene nella sezione di memoria n.527, quella attraverso cui accedo al catalogo delle fiale dei ricordi, ma non l’ho trovato.
Pensavo mi appartenesse, quel ricordo, ma non l’ho trovato. L’hai tenuto tra le cose che hai reclamato, quel ricordo? Ti appartiene ora? Tienilo stretto, culla quello e, insieme, cullerai anche il mio desiderio.
Se così fosse, altri mille baci ti darei oggi, in questo buio infinito che percorro in lungo e in largo alla ricerca di pianeti su cui mi trovo sempre sola.
A furia di cercare, invece, ho trovato la fiala che conteneva il profumo dei fichi. Ho inalato tutto il contenuto. È per questo che non ti ho risposto subito: un po’ di stordimento. Sono stata ingorda, ma c’eri anche tu: eravamo in campagna, e mia nonna, sempre mia nonna, ci indicava di nascosto una pianta con le foglie grandi e urticanti. Mia madre non voleva che ci avvicinassimo perché avevamo appena concluso le flebo di estratto di lumaca per il ciclo decontratturante per la muscolatura superficiale del derma. E mia nonna, che aveva le mani rugose perché le sue cure erano state quelle della fase ancora sperimentale, ha spezzato il gambo che teneva appesa una foglia e ce l’ha passata sotto le piante dei piedi in modo che non ci
restassero i segni. Che solletico e che profumo la linfa, ricordi?
Ridevamo e, poi, ci ha sbucciato quel frutto morbido e dolce, raccomandandoci di sputare tutti i piccoli sassi che conteneva, i semi diceva. Ma erano così piccoli, immoltiplicabile Argo, così piccoli che, alla fine, li ingerimmo insieme al fruttosio che contenevano e siamo stati male per una manciata di giorni.
Ci hanno scoperto subito. Per accorgersi che avevamo mangiato quelle cose che venivano direttamente dall’albero, è bastato il primo lavaggio del colon.
Chissà quanto male ci farebbe mangiarne ora che abbiamo reso inerti e lisci i muscoli delle sezioni esofagee e oltre. Che desiderio, però, sarà per questo che mi hanno selezionata per essere esploratrice: per non farmi star male a causa della mia curiosità.
Eppure, chissà, a volte, ho l’impressione che il destino di ognuno sia solo l’esigenza dell’Ordine.
Ecco. Dietro questi pensieri mi sono persa, ricordarmi di te mentre ancora acerbi ci formavamo.
Tieni stretto il mio nome e il mio bacio notturno.
Altri mille ne darei ora che sono sotto stelle diverse.
Ieri ho passato un pianeta minuscolo, ma la proporzione di elementi ferromagnetici e il mantello di silicati è ottimale. La massa dovrebbe essere sufficientemente consolidata da far presupporre anche buoni livelli di ricambi gassosi nell’atmosfera. L’ho segnalato all’Ordine per il canale ufficiale e dunque non spaventarti se troverai tracce manifeste di una mia comunicazione in entrata e in uscita nei tabellari quotidiani.
Una pattuglia è sulla mia rotta, dietro di qualche giorno; farà il sopralluogo come di consueto. Valuteranno il suolo e l’atmosfera e mi comunicheranno il punteggio che avrò ottenuto per la scoperta e segnalazione. Continuano a promettermi che, appena raggiunto il livello giusto, mi consentiranno di essere stanziale presso l’astro zattera.
Di recente, però, le mie performance non sono più ottimali. Dai bollettini di bordo, so che stiamo perdendo tutte le squadre che scendono al suolo. Provano a installarsi sul pianeta, procedono a una prima organizzazione, confermano i livelli di vivibilità ipotizzati ma poi muoiono dopo qualche giorno. Mi chiedo di continuo se sia colpa mia. E mi interrogo sulle mie capacità ma se queste fossero scemate nel tempo mi chiedo davvero perché non accettino le mie dimissioni dal gruppo di esploratrici.
Ma non dev’essere un problema legato alle mie capacità; come farebbero, altrimenti, ad attribuire un punteggio positivo a valutazioni sbagliate? Sono domande che mi pongo ogni volta che mi informano della sciagura che colpisce le squadre a terra. Quelle che hanno resistito più a lungo non sono sopravvissute più di qualche mese.
Muoiono tutti. Sarà colpa loro? Secondo te, soffrono quando muoiono? Anche a loro omologano i livelli di coscienza al livello zero?
Continuo a cercare e cercare e spero di percorrere la strada a ritroso da te.

Giorno 731 ventiseiesima ora da Izmael a Irene
Se una pattuglia è sulla tua scia – almeno fino al nuovo pianeta – è meglio sospendere le comunicazioni per una cinquantina di ore a partire da ora. Meglio non rischiare che le tracce si sovrappongano e che la nostra venga scoperta.
Il ricordo della notte sulla colina non esiste. Non c’è alcuna fiala. Non mi appartiene.
Sei diventata esploratrice per le troppe domande che poni. L’Ordine sa queste cose e anche altre.
Per il resto concordo con te: meglio mangiare e inalare come siamo abituati. Le flebo drenanti e i granuli non sono così male. A me, la cicatrice di foglia urticante sulla pianta del piede è rimasta. Immagina cosa succederebbe oggi alla nostra lingua. Il rivestimento liscio delle capsule è la salvezza. Ne stanno distribuendo di nuove, con etichette verdi. Sopra c’è scritto vaniglia. Credo di non sapere come sia fatta una vaniglia ma il sapore è buono.
Rispetto a tutte le altre questioni che poni, non so se sia tua la colpa della scia di morti che noi, organizzati sotto il nostro Ordine, lasciamo al nostro passaggio. Piuttosto, mi sembra che tutto sia frutto di tragedie comuni.
Quello che so, infine, è che devono averti selezionato facilmente per fare l’esploratrice, per tutte le questioni e le lungaggini di pensiero in cui ti perdi. Concentrati sui livelli di gas dei pianeti. Mi sembra abbastanza.
Per il resto, stai bene.

Giorno 733 prima ora da Irene a Izmael
La pattuglia si è ancorata al pianeta. Mi hanno comunicato che i parametri di massa, e gas sono ottimali. Il vento radioattivo è nullo. A breve installeranno una stazione fissa dove far scendere l’ennesima squadra. Non hanno ancora comunicato il mio punteggio: il pianeta era piccolo, non credo di raggiungere il massimo. Ti scrivo in sicurezza solo perché mi sono sganciata dalle rotte ufficiali e sto riprendendo ad andare. Non ti vedrò neanche questa volta. Non so più se sia un bene o un male vivere con questa speranza. Come sai essere duro a volte. A presto.

Giorno 733 terza ora da Irene a Izmael
Mi spiace essere stata invadente con il ricordo del bacio. Ma quel ricordo esiste e se tu lo te lo concedessi – e me lo concedessi – sarebbe l’unico motivo vero per cui abbiamo continuato a cercarci, a spingerci oltre le trasmissioni lecite e a parlarci così, sotto traccia, come se esistesse ancora uno spazio da riempire sotto la pelle. Come un tatuaggio per cui abbiamo scelto un posto ma non il disegno.
Ma questo tuo capriccio di non voler sperare, questo limite che poni e inventi, io, davvero, non riesco a capire. Non so davvero se sia un elemento strutturale, di sistema, chessò, un limite endogeno al trattamento che hai ricevuto da quando sei stato promosso da riparatore a responsabile delle tracce informative.
Mi hai raccontato che l’Ordine opera prelevando quote di coscienza a coloro che sono in orbita per le manutenzioni. Mi hai spiegato che scelgono con dovizia le persone da sottoporre all’operazione. Mi hai spiegato che se l’operazione riesce non si diventa automi ma solo persone eccellenti per eseguire al meglio ordini e istruzioni e che lo stato di veglia è più che sufficiente per vivere dignitosamente e intessere relazioni comuni anche con le donne che vivono sull’astro zattera. Mi hai spiegato come tu hai resistito intimamente mentre compivano l’operazione. Mi hai anche spiegato che la tua resistenza è stata docile e silenziosa e quasi inconsapevole.
Quello che oggi mi chiedo è se sia stata davvero efficace come credi, questa tua resistenza emotiva, o se sia appena una estensione del tuo quoziente intellettivo.
Izmael, che senso ha rimanere e tornare, di nuovo, nei confini della tua durezza, nelle parole che non dicono niente, nei tuoi silenzi camuffati da cortesia.
Ma, mio amato, amatissimo salgemma, moriremo sani e salvi. Con la pelle liscia, l’intestino pulito e le vene libere. Moriremo con il bianco della pelle idratata e i denti sani. Saremo talmente belli che non ci faranno più autopsie perché sarebbe un peccato sciuparci. Moriremo forse ancora tra un secolo o più.
Ma, come posso trascorrere questo tempo se anche mi sottrai il senso di poterti raccontare davvero quello che faccio, quello che vedo?
Non ho neanche la consolazione di poter essere un giorno madre e toccare la pelle nuda di un bambino prima che vengano iniettate le prime dosi di botulino per distendere le pieghe dell’adipe neonatale.
Le esploratrici sono sterili per definizione; alle esploratrici non è permesso provare. Tu lo sai già, ma io, di tanto in tanto, lo devo ripetere, ancora oggi, anche a 74 anni.
Le esploratrici sono allontanate presto, troppo presto per provare a sconfessare la statistica della mappatura genetica che misura il bacino e ne decreta il destino sterile. Ma queste sono le regole.
È da ieri che non faccio altro che pensare a questa privazione; in una conversazione allargata e in chiaro ho appreso solo ieri che, insieme alla squadra, sul pianeta nuovo sono scesi anche tutti i bambini nati nella terza luna di quattro anni fa. Nessuno sembrava stupirsene o che fosse un evento insolito. Ho dedotto che avviene abitualmente. Non lo sapevo. Dunque, muoiono proprio tutti.
Mio amato, amatissimo opale, stai bene e sii sincero con me, come l’atmosfera che ci separa.

Giorno 733 settima ora da Izmael a Irene
Scusa, scusa davvero. No. Non è strutturale. È solo paura, la mia. Il terrore che tutto questo controllo che esercito quotidianamente non funzioni, non serva più. A volte, mi sembra che tutto questo girare e girare intorno all’Ordine faccia andare al contrario tutto quello che voglio.
No. Alle squadre che scendono a terra non viene prelevata alcuna quota di coscienza; scendono anche i bambini, ma solo in numero sufficiente a garantire che l’astro zattera non perda il suo volume demografico nel medio periodo.
Non possono togliere la coscienza agli uomini delle squadre a terra perché altrimenti non sarebbe possibile gestire i bambini. Cioè, questi ultimi, pur non essendo stati educati in niente per rimanere intatti per la nuova esperienza, hanno bisogno di essere abbracciati, di chiedere perché, di essere rassicurati, di giocare, di litigare, di fare i capricci e, per fronteggiare queste cose, c’è bisogno della totalità della quota coscienza con cui nasciamo.
Non lamentarti del fatto che non toccherai mai un neonato. Pensa piuttosto che il popolo di donne fattrici si lamenta di non essere apprezzate se non per la loro capacità di riprodursi. In effetti, per la verità, alcune sono molto brave: hanno la capacità di generare nuovi esseri con geni già modificati, cioè di trasmigrare in utero la memoria genetica accresciuta nelle ere dall’Ordine. Alcuni bambini, per esempio, nascono già completamente privi di peli e lisci senza necessariamente dover essere sottoposti a trattamenti neonatali. Da poco, poi, pensa, hanno scoperto che se li si nutre di soli liquidi ci si può occupare di loro e del loro intestino dopo più di un anno. E pensa che alcune fattrici sono state capaci anche di modificare i propri geni per autoprodurre un liquido da dare al bambino. Fa un po’ impressione a pensarci e, per essere più tollerabile alla vista, i medici hanno fatto in modo di rendere bianco anche il liquido prodotto dalle fattrici. In questo modo non si provoca alcuna dissonanza cromatica tra il colore dei denti e delle ossa. La nostra specie si evolve più velocemente di quanto i nostri maestri avessero ipotizzato.
Però sì, non sbagli. Muoiono tutti, ma non dipende dalle tue valutazioni, sii serena mio giovane amore.

Giorno 734 prima ora da Irene a Izmael
Tentenno. Da ore dondolo tra la dolcezza del tuo saluto e le domande che mi affollano l’anima. Vivo sola da troppo tempo e mi sembra di conoscere solo i miei grafici. Le madri, le madri, così brave a produrre geni diversi, quelle madri come fanno a lasciar scendere a terra i bambini? Come possono sapere che per i loro ci saranno meno rischi che per quelli che li hanno preceduti? Come? Quali calcoli compiono che io non so fare? Saperlo, forse, mi aiuterebbe a valutare più esattamente la qualità dei pianeti che segnalo: quali indicatori usano oltre i livelli di gas? Gli assi di rotazione e il rapporto tra il modulo della forza agente e l’area della superficie su cui insiste ortogonalmente? Cosa devo imparare? È per questo che non riesco a raggiungere più punteggi ottimali, vero? Per questo non tornerò mai più alla casa madre dell’astro zattera, vero? La fisica quantistica e l’astroscienza è andata avanti e sono convinti che il mio cervello non sia più abile a recepire prospettive nuove, forse, ipotizzo. Mi tengono, dunque, appositamente lontana, vero?
Ma allora ti scongiuro di chiarirmi, se sai la logica, il motivo per cui le squadre si fidano di me. Eppure tutti gli uomini delle squadre hanno la coscienza ai livelli completi: è la mia punizione?
Tante volte ho pensato di tornare indietro prima che il mio compito fosse finito e restituire il titolo di esploratrice; sarebbe per poco, lo so, il tempo stabilito fino alla esecuzione capitale e pubblica, ma, almeno, avrei di nuovo un contatto vivo con la mia gente. Sarebbero, allora, forse solo poche ore che mi sarebbero concesse, forse giorni, ma sarebbe bello vederti.

Giorno 734 prima ora da Izmael a Irene
Irene, non devi imparare alcunché. Gli aggiornamenti dei teoremi di fisica e astroscienza ti vengono inviati periodicamente. Non esistono indicatori diversi da quelli che padroneggi e, soprattutto, consegnarsi prima che il compito sia stato concluso è un capriccio inutile che ti mette a repentaglio. Le sanzioni sono ora severe anche per il periodo di permanenza in stato di detenzione. Quanto credi che potresti sopravvivere al contatto con gli altri esseri della comunità dell’Ordine, non avendo sviluppato gli anticorpi in questi ultimi 60 anni? Vivi in una sterilità ermetica che ora ti preserva. Rinunciando al titolo, non ti verrebbero più somministrati antibiotici e cure preventive. Da subito. Non ti darebbero neanche più le dosi minime di formalina che ci permettono di sostenere la pelle del corpo. Ti accartocceresti come il ricordo che ho di una rosa essiccata. Non farmi più pensare a questo, Irene, no. Pensa, invece, che forse mi potresti vedere finalmente in posizione eretta, quando finirai il tuo compito. Sto andando bene: la mia struttura reagisce meglio di quanto mi aspettassi a quest’ultima trovata di volerci far camminare con la schiena ben dritta e il capo rivolto verso il buio del cielo. Stanno riprogettando gli interni delle capsule e delle navicelle orbitanti per assicurare una migliore abitabilità a queste nuove altezze. Ti raggiungerò, mia diletta, tu che hai già spiccato lo sguardo oltre le spalle di molti. Così ti ricordo, eretta, e così vorrò incontrarti di nuovo, guardandoti negli occhi.

Giorno 735 sesta ora da Irene ad Izmael
Sono triste Izmael, sono triste. Per la prima volta, mi sento così lontana anche da te, senza più voglia alcuna di rimanere agganciata a questo Ordine. Mi sento straziata e senza forze. Da quando ho cominciato a contare i morti, sembra che la sciagura mi sia compagna. Eppure, la morte è così lontana dal mio viso, dal mio corpo. Ho provato ad annusare i ricordi. Ho aperto tre fiale, ma nessuna mi ha saputo spiegare quello che vedo dai miei monitor.
Ho scelto a caso: la prima fiala conteneva un amore lontano. Ho sentito le dita di mia madre che mi accarezzava il capo. Chiudevo gli occhi da bambina e in cuor mio speravo che crescessero anche a me i capelli e per desiderare più forte strizzavo gli occhi; per questo non ho visto le braccia che mi hanno presa e portata via. Avevo ancora nelle orecchie la voce di mia madre che si raccomandava che mantenessero la promessa fatta. Aveva paura e continuava a ripetermi che sarei stata una brava esploratrice e poi, di nuovo urlava, urlava, a quelle braccia che intuivo tra gli occhi serrati, che mi avrebbero dovuto dare le stesse dosi previste per le donne che sarebbero salite sull’altro zattera. Avevano promesso, la sentivo gridare.
Devo continuare più tardi. Un segnale. Ti aggiorno

Giorno 735 ottava ora da Irene ad Izmael
Devo rimandare ancora. È apparso un pianeta. È grande, questo ultimo. Dalle dimensioni poteva sembrare un gigante gassoso, invece, è di natura terrestre, con un nucleo importante di massa in fase di avvenuto consolidamento. Il segnalatore di gas trillava e trillava. Anche gli assi di rotazione, sebbene non alienati sembrano sufficientemente regolari. La traccia dell’orbita e la valutazione delle scorie di silicati sono elevate. La forma sembra che sia perfetta, quasi ellittica. Nessuna spinta anomala dovuta all’attrazione o repulsione di altri sistemi di rotazione. Nessuna stella nera sul piano di espansione della galassia tutta. Nessuna influenza strana. Devo interrompere le comunicazioni. Ho informato ufficialmente il comando della mia rotta.

Giorno 738 prima ora da Irene ad Izmael
C’è qualcosa che non va. Stanno procedendo alle valutazioni per decidere se inviare le squadre a terra. Mi hanno chiesto di rimanere in un raggio orbitale ragionevole. È la prima volta che non mi spingono più avanti.
Forse vogliono valutare se i parametri della mia capsula di esplorazione sono settati sugli stessi valori che servono alle squadre al momento della loro discesa a terra.
A un certo punto, mi sono chiesta se, come accadeva un tempo, volessero farmi scendere per testare, per prima e da sola, i livelli di sopravvivenza; una sorta di contrappasso per aver fatto male il mio lavoro, ultimamente. Devo chiudere di nuovo. Sono stata imprudente a scrivere, ma ho un’agitazione addosso a saperti non troppo lontano. Non rispondermi, tu.

Giorno 739 diciottesima ora da Irene ad Izmael
Ancora inchiodata. Con un po’ di calma ho mappato i dintorni e le orbite dei pianeti appartenenti a questa stessa galassia. I valori risultano tutti ottimali. Ho ricevuto un solo ordine, quello di non fluttuare intorno alle navicelle delle squadre di verifica ma, se non sbaglio, dalle tracce di conversazioni captate, sono già cariche di una quantità strabiliante di uomini e bambini prelevati dall’astro zattera. Non capisco. Non aspettano di verificare i parametri. Avevano stabilito il numero degli individui con cui occupare gli aeromobili già prima di essere sicuri che le mie valutazioni potessero essere esatte o che la mia strumentazione funzionasse perfettamente. Si fidano, dunque, delle mie comunicazioni. Non capisco allora i punteggi tanto
bassi che mi hanno attribuito; è per spingermi sempre più oltre? Chiudo.

Giorno 739 ventisettesima ora da Irene a Izmael
Mi sono dimenticata di raccontarti dei ricordi che ho annusato. Mi sono accorta di averti parlato solo del primo. In effetti, anche gli altri due non mi sono stati di alcun aiuto in questo mio momento di smarrimento. Uno mi ha riportata all’epoca delle prime sedute di innesto. I blocchi di sapere con cui venimmo a contatto ci aprirono la conoscenza circa la fisiologia dei nostri corpi e la chimica che ne regola le funzioni. Non ricordo perché, ma tutte noi esploratrici in erba sembravamo aver accordato agli istruttori una fiducia incondizionata, circa la nostra impossibilità a riprodurci e moltiplicare il nostro popolo. Questa fiducia si basava sul dolore di essere state consegnate dalle nostre stesse madri. I blocchi di sapere successivi ci sono stati proiettati negli occhi ed ebbi quasi un capogiro a vedere quanto fosse ampio l’universo e quasi una vertigine nel vederne tracciati i confini sulle mappe. Erano mappe di circa sessanta anni fa e, ogni volta che mi spingo più lontana, dovrei ricordare che sto esplorando un lembo di universo che nelle mappa è ancora bianco, così come era bianco, allora, tutto quello che sono stata capace di disegnare in questi anni. Oggi, però, nel ricordarmi che siamo un groviglio di rotte scure nel mezzo di coordinate ancora da decifrare, un senso di nausea mi assale. Soprattutto ora.
Soprattutto da quando le colonizzazioni che pensavo andassero a buon fine si sono rilevate mortali.
L’ultimo ricordo, invece, riguardava la mia prima punizione. Anni fa, non volevo indossare la tuta di seconda pelle. Non vedevo ancora i segni evidenti del trascorrere dei tempi; avrò avuto forse trentacinque, forse quaranta anni. Mi lasciarono per ottantasette ore senza liquidi per dimostrarmi quanto in fretta io potessi raggrinzire. Che orrore la mia pelle squamarsi e sapere di non poter trovare altro da bere se non le flebo che avevano in serbo per me e che mi avrebbero iniettato. Indossai, infine, la tuta imbevuta di acido ialuronico e fu la mia seconda pelle per molti anni. È una fortuna che oggi dopo il primo ciclo di cura di soli cinquanta anni si possa andare in giro senza più nulla di contenitivo. La pelle è una bestia facile da educare, in fondo. È più giù, alla bocca dello stomaco chiuso che sento ancora l’irrequietezza.

Giorno 739 da Izmael a Irene
Irene, so che ti annoi. Per favore sta’ attenta. Non sapevo avessi subito punizioni per ragioni tanto sovversive nei confronti dell’Ordine. Possibile, poi, che t’abbiano lasciato ugualmente sulle navi da esplorazione?

Giorno 740 tredicesima ora da Irene ad Izmael
Ancora ferma. Comincio a essere nervosa.
Non sono mai stata rimossa dagli incarichi. Avevo punteggi ottimi in quegli anni, la migliore della batteria allestita per le battute esplorative.
È un po’ buio questo cielo. Le comunicazioni sono protette qui. Il segnale rimbalza tra pianeti e satelliti in modo strano ma sembra aiutarci e si nasconde bene. Il canale è sicuro. Da qui si vede sempre e solo una stella, sempre la solita stella. Quella unica stella sta appesa lì e sembra le antiche fotografie in bianco e nero di persone sole. Ricordi quanta emozione in quelle immagini tristi? Questa stella la chiamerò Sole finché non ne vedrò apparire un’altra. Per ricordarmi che è sola. Come lo sono io. È comunque un segno importante per misurare questa galassia. Sembra essere distesa lungo le braccia di una spirale misurabile.
Rilevo la totale assenza di buchi neri nei dintorni e questo probabilmente ha reso possibile che tutta la materia si dipanasse in modo così regolare. So che l’astro zattera ha preso un’altra direzione. Ti allontani di nuovo dietro di lei. Io rimango qui. Non ho ancora ordini. Compio orbite strane. Cauta, per non essere vista. Non è mai accaduto che mi tenessero così tanto tempo stanziale. Chissà se vorranno coinvolgermi nelle operazioni a terra.
Vado e vengo senza farmi neanche sentire. Ho spento i motori e attivato il sistema di galleggiamento magnetico. Sembra funzionare qui anche se la forza gravitazionale è potente. Se avranno bisogno, mi chiameranno.

Giorno 740 tredicesima ora da Izmael a Irene
Attenta Irene. È strano che ti tengano ferma in una sola galassia. So che presto scenderanno a terra. Attenta alle comunicazioni.

Giorno 741 ventiseiesima ora da Irene ad Izmael
Tu non ci sei più. L’astro zattera si è diretta altrove e tu con lei. E ora mi chiedo perché io non abbia osato, perché non ti sia venuta vicina a vedere.
Rimangono tre pattuglie e tre squadre che scenderanno a terra. Io ruoto ancora intorno a questo cielo in attesa che l’Ordine mi rivolga nuove istruzioni. Attivo a volte i silenziatori e mi avvicino fino ad un contatto visivo. Prima che mi arrivino nuove indicazioni e la direzione da esplorare, sarà forse l’occasione per osservare quello che succede a terra. Non riuscirò a vedere i volti, ma sarà un po’ come specchiarmi da lontano.

Giorno 742 ventesima ora da Izmael a Irene
Vorrei trovare le parole giuste. Ma è come se vedessi un vento caldo che spazza via nubi di gas. E sotto le nubi, in basso, non roccia levigata ma guglie. Insidia su cui non ci si poggia, su cui non si costruisce.
Da un lato, sento di volerti parlare, dall’altro, ho l’incubo di dirti. Di renderti come me, di metterti in pericolo.
Ma sento di non potere aspettare perché ti vedo vicina, maledettamente vicina a questo pericolo.
Ricordi la collina? Il nostro bacio notturno, l’odore acre, dolce e repellente che arrivava a tratti da dietro l’altura?
No, ma tu dimmi. Confermami che vale la pena, anche per te, andare verso il tutto o niente. Dimmelo, liberami da questo dilemma. Ora.
Non voglio passarti una verità che schiaccia. Una verità che opprime.

Giorno 742 ventisettesima ora da Irene a Izmael
Izmael perché ti cimenti nel farmi crescere ansia in questa attesa? L’Ordine mi ha lasciata qui e mi sento come se dopo una corsa su un pianeta con temperatura moderata, fossi raggiunta dall’onda di calore che la velocità mi aiutava a tenere indietro. Sono ferma. Sono assalita da questo calore. Sono senza scampo.
Le tue parole, Izmael, unica brezza.
Lo so, lo so, lo so. Non è giusto quello che dico. È la stasi. È l’attesa. È quest’ansia. Ma è anche il pensiero di te.
Dimmi, dunque. E io sposo, da subito, quel tutto o niente.

Giorno 742 ventisettesima ora da Izmael a Irene
Presto Irene, Irene presto ti dirò. Abbi solo ancora un po’ di pazienza e molte accortezze. Non avvicinarti troppo alle squadre.

Giorno 743 prima ora da Irene a Izmael
Li ho visti, Izmael, li ho visti.
In fila, scendevano con i calzari pesanti e le maschere. Si muovevano piano, quasi fossero indecisi se andare o tornare indietro.
Si sono spinti sotto gli speroni di alcuni promotori e poi li ho visti far capolino di nuovo in una radura. Izmael, che emozione star ferma lì su a vedere come si muovessero. Sembrano quasi tutti eretti Izmael adesso. Sono sicura che sarai così anche tu adesso. I volti non so. Alcuni mi sembrano senza peluria ma per la maggior parte di loro teneva le visiere oscurate davanti gli occhi e non ne sono poi così sicura. Raccontami Izmael, raccontami ti prego quali occhi avrei potuto vedere.
La prima squadra, sette persone, ha avviato le rilevazioni e scansioni laser. La seconda squadra, diciotto persone in tutto, ha posizionato a terra scaglie e doghe di zinco secondo un disegno preciso. Ora c’è una tensostruttura a copertura semisferica riflettente e un’altra struttura più bassa col tetto a losanghe interrotto da tre piccoli sfiatatoi. Mi sembra che tutti ricevano istruzioni solo parzialmente e poco alla volta. Un ufficiere va su e giù lungo la rampa di accesso delle navicelle e torna indietro ogni volta che si compie un’operazione. Credo che recepisca istruzioni dal comando centrale e le riferisca.
La terza squadra, otto persone. Non riesco a capire cosa facciano. Credo abbiano proceduto a rifinire le strutture installate dai diciotto uomini della seconda squadra e, poi Izmael, li ho visti: ho visto i bambini. Sono piccoli. Arrivano circa all’altezza delle cinture videoricetrasmittenti della dotazione straordinaria delle squadre a terra. Alcuni anche più bassi. Non capisco: stanno lì e si muovono, compiono movimenti strani. Non percorrono distanze, piuttosto si agitano sul posto. I più tracciano piccole traiettorie intorno alle costruzioni appena installate e orbitano di continuo.
La prima squadra è salita nuovamente a bordo. Gli altri sono rimasti nella tensostruttura. Ora è tutto fermo. La stella è andata oltre l’orizzonte e l’ombra del pianeta ricopre quasi la metà del pianeta stesso. È così che succede ovunque, in un sistema spiraloide, ci sia una sola stella. Forse riposano. All’esterno non c’è più nessuno.

Giorno 743 settima ora da Izmael a Irene
Va’ via Irene. Dormivo quando hai scritto ma ora non perdere tempo. Si devono essere dimenticati di te. È per questo che non hai ricevuto ordini. Va’ via subito. Non è previsto che tu rimanga ferma sopra quel cielo. Va’ via.

Giorno 743 dodicesima ora da Irene a Izmael
Perché andar via? Non sto contravvenendo ad alcuna istruzione data dall’Ordine. Sono qui e attendo. È la prima volta che mi dimenticano.
Approfitto per riposare tutti i miei brutti pensieri e osservo dall’alto. Credo che nessuno si sia accorto di me. Seguo l’andare dell’unica stella, del sole. La luce che emana mi nasconde agli occhi di chi cerca d puntare lo sguardo, mentre la superficie della mia capsula riflette altra luce.
I bambini sono tanti. Non credevo se ne potessero stipare così tanti in tanto poco spazio. Ne ho contati 76. È sorprendente, per lo più si muovono; sempre, non fanno altro, praticamente. Non riesco a vedere che pelle abbiano e che colore hanno scelto per loro prima di avviare i trattamenti di pigmentazione. Visti da quassù sembrano proprio puntini con appendici sottili; ce ne sono due che gironzolano più degli altri. C’è sempre qualcuno della seconda squadra che va a cercarli, li individua e li trascina assieme agli altri. Cercano di resistere puntando i piedi o abbracciando qualcosa ma senza esito. Tornano nel mucchio.
La prima squadra è sempre chiusa nella navicella.
L’ufficiere ha percorso solo una volta la rampa d’accesso per portare le istruzioni ricevute alle squadre a terra.
La seconda e la terza squadra hanno lavorato per lo più a terminare l’allestimento della struttura chiusa con pareti e coperture. Devono aver perso molto tempo con un sistema di riscaldamento potente perché hanno sostituito quelli precedenti con sfiatatoi larghi. Non capisco perché: i valori di gas non sembrano tali da far supporre un immediato abbassamento delle temperature. Alcuni, tra gli uomini delle squadre e tra i bambini, hanno deposto le visiere e sfilato le tute. L’atmosfera deve essere migliore delle aspettative. Sono praticamente nudi. Ho provato a metterli a fuoco con l’obiettivo multifunzionale, ma paradossalmente la distanza è troppo ridotta per le altezze per cui sono stati progettati. Le lenti sono troppo curve e non riesco a modificare la visione neanche digitalizzando l’immagine. Mi restituiscono solo figure sfocate e non voglio attivare gli scanner per timore che possano rilasciare segnali che rileverebbero la mia presenza. Potrei pensare, è vero, ad altre mille soluzioni, ma, a dir la verità, non mi sono impegnata molto in tal senso: non voglio usare la strumentazione di bordo, troppe tracce, e poi, devo dirtelo Izmael, vivo incollata alle superfici trasparenti di cui si completa questa capsula. Non riesco proprio a smettere di seguirli con lo sguardo. Senza niente a frapporsi. Nessuno schermo, nessun plasma, nessuna pellicola. Rimango incollata a guardarli e mi pesa, a volte, anche venire qui a raccontarti.

Giorno 743 tredicesima ora da Izmael a Irene
Scappa Irene. Va’ via di lì. Rimani nascosta nel sole fino a quando il pianeta compie una rotazione completa e poi scappa. Mantieni la modalità silenziosa a basso consumo e allontanati. Se devi spostarti, fallo nascondendoti, sarebbe meglio. Naviga per tredici ore almeno e invia il segnale alla astro zattera dicendo che non avendo ricevuto alcuna istruzione li contatti per chiedere indicazioni e la nuova rotta. Se ti dovessero vedere da terra, ti denuncerebbero immediatamente. Dovresti atterrare e lasciare la tua capsula e unirti a loro e non ci vedremmo mai più. Va’ via.

Giorno 743 quattordicesima ora da Irene a Izmael
Quanta preoccupazione leggo nelle tue righe. Le leggo però senza trovarci una motivazione ragionevole. L’Ordine ha resistito così, intatto, per tanto tempo, e non sarà certo questa sciocchezza a metterlo in crisi. Chiamala pure se vuoi frivolezza, la mia, ma, di fatto, non sto violando alcun codice di navigazione. Pur denunciando la mia presenza, scenderei a terra, aspetterei il referente dell’astro zattera per essere giudicata, ma non rischierei alcunché. Forse a risolvere questa questione basterebbe anche solo l’ufficiere di terra che fa da tramite tra la navicella e le squadre, non credi?
Eppure, Izmael, nonostante questa mia razionale convinzione, i toni delle tue parole, in numero sempre minore, amor mio, mi denunciano la presenza di qualcosa di allarmante. Ma cosa può spaventarti oggi e qui? Lascia i tuoi racconti tristi per un altro giorno, ti prego, mio amore. Lasciali per quando io sarò di nuovo lontana da tutto e da te. Avranno un senso allora.
Accolgo i tuoi ordini e andrò via come avrei accolto una fede e mi riposerò qui solo altri due giorni. Mi nutro e trovo riposo e quiete nel guardare come questi esseri che sono come me si muovano con tanta organizzazione sulla terra. Osservo le attenzioni che devono porre nel camminare sui piani accidentati e le cautele che devono usare per non lacerare la pelle, la cura che ricordano nello scegliere il cibo vero, da mangiare, e il liquido da filtrare e bere. Sto ancora un po’ qui a risposarmi.
Dopo il primo momento, in cui questa parte di galassia mi sembrava così buia, i miei occhi si sono abituati. Non è poi così male avere una sola stella luminosa. La minore sovraesposizione alla luce rende più agevole rimanere esposti all’aria e si distinguono colori diversi. Sembra che non sia più necessario che tutto debba essere bianco per non assorbire calore. Qui esistono materiali variegati che rifrangono luce diversa e appaiono di tanti colori diversi. Non ho avuto bisogno di prendere le fiale per ricordarmi del verde dell’erba e del bruno delle rocce. Erano lì davanti a me. È bello qui.
Da poco devono aver acceso il sistema di riscaldamento o di aerazione della struttura fissa. Vedo che hanno cominciato a iniettare carburante per una eventuale combustione e gli sfiatatoi hanno iniziato a surriscaldarsi. L’immagine che mi arriva è tremolante. Deve essere per effetto della distorsione delle molecole dell’aria. Il sensore a infrarossi mi ha confermato il picco di calore. Il cielo però è ancora decisamente libero dai fumi. E riesco ancora a vedere il campo base come il primo giorno. La prima squadra è sempre dentro la navicella, che resta ancorata a terra. La seconda e la terza sono impegnate in procedure e operazioni che non riesco a identificare con precisione.

Giorno 743 quattordicesima ora da Izmael a Irene
Irene, due giorni sono troppi.
Anche solo un’ora in più, se ti dovessero vedere, sarebbe troppo. Va’ via di lì. Moriranno tutti. Va’ via. Prima che ti vedano. Fa’ come ti ho detto. Le mie parole sono poche perché non mi fido del sistema di crittaggio in un luogo tanto vicino alla navicella che trasporta una prima squadra e un ufficiere. Va’ via e ricomincerò a scrivere più lungamente.

Giorno 743 ventiseiesima ora da Irene a Izmael
Izmael perché moriranno tutti? Non mi sembra che ci siano problemi. La loro permanenza a terra è buona e i livelli di gas, se non fossero stati ottimali, li avrebbero già decomposti.

Giorno 743 ventottesima ora da Irene a Izmael
Izmael, non essere arrabbiato. Ho capito: il cifrato. Non lasciarmi, adesso che sono felice, a parlare da sola. Aspetto le ore del riposo per criptarti i messaggi.

Giorno 744 prima ora da Izmael a Irene
Mi spiace Irene, sei troppo vicina all’ufficiere. Il canale delle trasmissioni dalla mia direzione rischia di sovrapporsi a quello delle trasmissioni ufficiali. Allontanati, mettiti in salvo e ricomincerò a scrivere, a starti vicino.

Giorno 744 quinta ora da Irene a Izmael
La mia via è sicura Izmael, ho controllato. Continuo ad aggiornarti. Sarà che m’hai instillato una strana paura ma, Izmael, c’è qualcosa di strano. I bambini sono irrequieti.
Continuano a scappare ed essere rincorsi, catturati e ripresi. La seconda squadra di adulti si è prima dispersa con passi disperati e poi ricomposta in cerchio come quando si prendevano le decisioni importanti. Hanno avviato come delle battute di caccia per recuperare i bambini.
Pensavo intervenisse anche la prima squadra per via delle maniere un po’ secche che hanno adoperato. Invece, è rimasta e rimane ancora ferma dove si trova, dentro la navicella ancorata. La terza continua a lavorare intorno alla struttura e a iniettare carburante. Hanno aperto imballaggi che da qui non riesco a mettere a fuoco.

Giorno 744 trentunesima ora da Izmael a Irene
Se ho fatto bene i calcoli, adesso dovresti essere lontana a sufficienza. Perché ti sei mossa da lì, vero? Ti sei sottratta a quella vicinanza insidiosa e attraente, vero? Vero? Non rispondere; so che non ti sei spostata di lì. Non è la curiosità, lo so. È il sapere, la sete di sapere di cui parlavano i testi classici dei padri di ogni secolo. Ricordi a scuola quanto stupore a vedere che la nostra razza cercava la conoscenza, l’arte, il bello, persino quando si invecchiava così in fretta da morire a cinquanta, a settant’anni? Per questo siamo alla rincorsa dell’immortalità del corpo, quella dell’anima non ci basta più. Ti prego, Irene, vieni via.

Giorno 744 trentaduesima ora da Irene a Izmael
Mi sono assopita e, al mio risveglio, ho visto qualcosa che m’ha lasciato un sapore di dubbio. Queste scene, viste dall’alto, somigliano sempre più ai vecchi filmati del primo tempo che fu, dove migliaia di animali, piegati sulle quattro zampe, venivano ordinati in recinti. Pecore, il nome. Erano presi, spostati, tosati, instradati, vaccinati, convogliati.
Macellati. Sempre con gli stessi gesti, sempre con la stessa geometrica predestinazione di recinti e percorsi e gesti. Non riesco a togliermi dalla mente la sovrapposizione di quelle sequenze di immagini con quanto vedo qui giù. Non riesco, non ce la faccio. Forse è una brutta impressione dovuta alla stanchezza, ma se questa idea avesse un fondamento?

Giorno 745 dodicesima ora da Irene a Izmael
Non rispondi. Perché non rispondi? La logica mi dice che è perché sono troppo vicina. La mia paura conferma che il mio sospetto è fondato. Distruggi i miei incubi, oppure dimmi che è vero, perché io ormai sento nelle fibre del mio corpo, nei nervi, nei muscoli che non rispondi perché non vuoi confermarmi che quell’incubo non svanisce: rimane nella zona tra il sonno e la veglia e non è frutto del mio vaneggiare.

Giorno 745 quattordicesima ora da Irene a Izmael
Izmael, i bambini spariscono. Nelle ultime dodici ore, ne ho contati solo 54. Non so dove siano gli altri.
Un’ora addietro, un uomo della seconda squadra si è gettato da una rupe. Gli altri gli hanno voltato le spalle e l’hanno lasciato fare. Intanto il fumo è aumentato.
La terza squadra si muove di continuo, dentro e fuori la struttura fissa. Hanno quasi fretta. La seconda squadra compie strani cerchi di andirivieni tra la tensostruttura, la struttura fissa e la navicella. Qualcuno tiene sott’occhio i bambini rimasti e costretti in cerchio e gli fornisce cibo e liquidi. Un loro messo, ogni tanto, si intrattiene con l’ufficiere, quelle poche volte che quest’ultimo esce dalla navicella. La prima squadra è uscita solo una volta: ha lasciato della strumentazione e fogli di alluminio e zinco accanto alla tenda della terza squadra e ha supervisionato il campo. Si è soffermata qui e là ed è tornata dentro la navicella. Hanno riavvolto il corridoio magnetico che gli consentiva di accedere a terra. Forse si prepareranno a breve per lasciare il pianeta. Mantengono intanto le distanze con tutti gli altri.
Nel frattempo gli uomini della terza squadra procedono alla costruzione e montaggio dei contenitori termici. Usano i fogli d’alluminio, li piegano e li incastrano con le lame di zinco.
Una volta pronti, li riempiono di materiale di cui non riesco a capire la provenienza. Sembrano minuscoli blister.
Una volta pieni, sono ricoperti di materiale isolante, lo stesso che si usa per le spedizioni ordinarie, e poi impilati uno sull’altro; quando la torre è sufficientemente alta le spostano in una zona ben illuminata e colpita dall’energia fotoelettrica della stessa sole. Trasformano l’energia fotoelettrica in energia termica per raggiungere una temperatura di cottura, poi raffreddano il tutto con le pistole per la vaporizzazione dell’idrogeno ossigenato e, finalmente, ri- pongono il tutto nella pancia della navicella. Il corridoio magnetico è rimasto chiuso. Hanno attivato il corridoio gravitazionale ad aspirazione direttamente dalla stiva.
Sono ancora agganciati a terra, ma i segnali anticipano una partenza imminente. Sarà per questo che la seconda squadra agisce con gesti celeri.

Giorno 745 ventesima ora da Irene a Izmael
Li uccidono, i bambini, è così Izmael, vero? Li fanno entrare sotto le coperture e li uccidono vero? Ho registrato una strana coincidenza tra la loro entrata e la comparsa dei contenitori. Continuo a contarli, una due, tre volte e, di bambini, ce ne sono sempre meno.
Come hanno potuto quelle madri affidarli alle cure di queste squadre? Come hanno potuto? Li trasformano, vero, Izmael? Ti prego, amore, ti prego dimmi. Diventano quel qualcosa risposto tra i fogli d’alluminio, Izmael?
Le domande mi tormentano. Se la nostra società avesse davvero progettato un sistema di colonizzazione finalizzato al procacciamento di proteine, quale sarebbe il sistema più efficace? Testare la coerenza chimica di proteine tra noi ed esseri appena scoperti richiederebbe anni. Il tutto si complicherebbe se dovessimo avviare l’allevamento o perderci in battute di caccia in habitat sempre nuovi. Quanta energia, quanto tempo costerebbe?
Forse all’inizio dei tempi si faceva così, poi siamo aumentati di numero. E se fossero i bambini le nostre pecore? Se noi stessi avessimo pecore con cui colonizzare il nuovo pianeta, non sarebbe forse meglio? E se le proteine fossero le più simili alle nostre, non sarebbe forse ancora meglio? E quali proteine sono più simili alle proteine umane?
Come puoi tacere, Izmael? Come possono tacere gli uomini delle squadre? Quale strazio ha sentito chi si è suicidato e come possono non suicidarsi tutti gli altri? Cosa dovrei fare adesso? Continuare ad accettare i farmaci e quei blister? Continuare a vivere delle mie stesse vittime? Come puoi chiamarmi amore, Izmael: io divoro il bambino che non ho mai avuto; trovo posti magnifici, adatti alla vita che invece trasformiamo in pascoli temporanei per carne da macello.
Due bambini oggi sono scappati. Erano i più irrequieti da giorni. Hanno provato ad inseguirli e non ci sono riusciti, spaventati di perdere gli altri i diciassette uomini della seconda squadra hanno abbandonato la battuta di caccia. Spero non riescano mai. Izmael.
Mi chiedo come possa ancora amare te, con la tua coscienza e conoscenza.

Giorno 745 ventisettesima ora da Izmael a Irene
Si, mia diletta. La risposta è “proteine umane”. È logico. È pulito. È a basso impatto per l’Ordine. Tutto a un costo irrisorio. Ora scappa, scappa: prima che la prima squadra si alzi in volo.

Giorno 746 terza ora da Irene a Izmael
Chi sei Izmael?
L’aver mantenuto intatti i tuoi livelli di coscienza ti ha reso orribile. È come conoscerti solo ora. Mi chiedo dove scappare, da chi scappare soprattutto. Non voglio cercare più alcun pianeta. Non voglio più sapere (qui non sono d’accordo, il senso del verbo sapere di qualcosa è diverso dal non volerne sapere; il primo mi suggerisce un livello di conoscenza più ampia) di bambini, madri, uomini feroci come te. Non voglio più desiderare di ricongiungermi ai miei simili e sapere di incontrare squadre che abbiano partecipato alle operazioni a terra.
Cos’altro devo sapere, Izmael? Immagino che tutto finirà quando avranno finito i bambini, che rimettano tutto a posto per non lasciare le tracce. Immagino che nessuno di noi umani, idrogenati, nutriti e glabri si voglia prendere il disturbo di ricordare di quali fibre si compongano i muscoli.
Se ci paragoni ai nostri avi, siamo quasi immortali ormai e nulla più ci occorre. Non ci salveremo. Quale Ordine dovremo incolpare?
Nessuno. Non voglio più riconoscermi in alcun altro essere.

Giorno 747 seconda ora da Irene a Izmael
Lascio che finiscano il lavoro e se ne vadano. Adesso, li guardo dall’alto. Continuano a movimentare contenitori e blister. Il fumo sale e si disperde di continuo. Mi sembra quasi di sentire l’odore nauseante di quel fumo giallo. So che è impossibile, ma mi sembra di non aver più bisogno di fiale per recuperare i ricordi e questo mi punge fin dentro il naso. Ora so cosa ti rendeva silenzioso, oltre la collina. Il tuo stesso silenzio ti condanna e mi ha reso complice.
Non m’importa se leggi, se scrivi, rispondi o chiudi le comunicazioni. Poco altro mi importa ora se non sapere e conoscere da dove vengano la mia salute e la mia vita.

Giorno 747 quinta ora da Izmael e Irene
Scappa e ti giuro: racconterò tutto. Ti spiegherò esattamente come sono le cose. Va’ via di lì. Irene, non lasciarti prendere dalla disperazione. È difficile. Ma ora, ora che la verità ti ha resa libera, ora che il caso ha voluto, il caso più coraggioso di me, ora che ci ha unito dopo averci a lungo diviso, ora, ti prego, va’ via.

Giorno 747 quinta ora da Irene a Izmael
Aspetto che tutto finisca. Voglio conoscere la fine. Solo allora mi alzerò di nuovo in volo, per lasciarmi portare alla deriva.

Giorno 747 venticinquesima ora Irene a Izmael
Non so cosa stia succedendo. I bambini sono finiti da circa due ore. In un attimo è comparso nuovamente il corridoio magnetico e la prima squadra è uscita in blocco su piccoli motori semoventi. Ha distrutto strutture e tende. Un falò repentino ne ha sciolto ogni traccia. Le colonne di fumo nero hanno coperto il paesaggio e quando si è dissolto, repentino, ha mostrato infine solo poche tracce dei segni umani. Smaterializzati i metalli, recuperati i materiali. La seconda squadra sembrava inebetita. La terza squadra è stata trucidata di colpo. Falcidiata dalle armi della prima.
Otto uomini a terra e sette in piedi, armi in pugno, si stanno adesso accanendo contro la seconda squadra completamente disarmata.
L’ufficiere controlla bene che siano morti e che non abbiano inviato alcun segnale prima che vengano disintegrati del tutto. Adesso, rimangono vivi solo tre uomini della prima squadra. Quattro sono stati fulminati dai loro pari grado; credo avessero cercato le cinture video-ricetrasmittenti per avere conferma dall’Ordine delle istruzioni ricevute.
Izmael non capisco: è questa la strategia dell’Ordine?
Creare carne, crescerla, ucciderla conservarla nei blister e uccidere tutti gli operai che l’hanno reso possibile?

Giorno 748 prima ora da Izmael a Irene
Mio amore, tu sei viva solo perché non sapevi cosa avresti lasciato al tuo passaggio.
Io sono vivo perché, a loro, servo così. Gli altri sono vivi finché la loro coscienza gli permette di non dissentire. Non è raro che, tra le squadre, chi non resista si suicidi.
Solo alcuni nascono già senza coscienza e vengono accuratamente isolati e selezionati per essere ufficieri e addestrare tutti quelli che verranno arruolati nelle squadre di eliminazione a terra. Sono quelli che hai chiamato prima squadra; quelli che eliminano le tracce e si inventano un’altra memoria, un’altra epopea per incrementare il prestigio dell’Ordine. Le madri sono ignare.
Sull’astro zattera c’è un problema di sovraffollamento. Sono convinte di inviare i figli in una dimensione diversa. Di sperimentare nuovi spazi, nuovi ambienti, nuove forme di comunità e organizzazioni.
Nessuno si accorge di mangiare la propria progenie, di essere curati da medici che somministrano collageni creati con i tessuti adiposi dei loro stessi bambini. Non sanno di poter camminare in posizione eretta fino a 250 anni perché le cartilagini sostitutive sono sempre compatibili e contro ogni rigetto.
Nessuno più di me poteva essere felice, quando mi hanno detto che saresti stata sterile. Esploratrice. Fuori da qui. Fuori da questo mangiarsi. Lontana, protetta dalla tua voglia di mantenere gli occhi aperti verso un cielo lontano.
Ora, Irene, hanno individuato il nostro flusso di comunicazione. Ti stanno cercando e stanno cercando di localizzare anche la cellula informativa a cui sono destinate le tue parole. Sei stata intercettata. Ora devi proprio scappare. Ora.

Giorno 748 seconda ora da Izmael a Irene
Sto cercando di coprire il segnale. Mi sono accorto che posso ancora scriverti. Mi sto avvicinando al pianeta insieme all’astro zattera. Non hanno ancora scoperto che sono io il tuo interlocutore. Veniamo incontro alla navicella per l’approvvigionamento delle proteine appena prodotte e i livelli di sicurezza sono elevatissimi. Ci sarà una concentrazione di segnali che ci aiutano a nascondere la nostra via: provo a scriverti ancora. Cerca di impostare la tua rotta in modo da allontanarti il più presto possibile. Usa il sole per nasconderti.

Giorno 748 seconda ora da Irene a Izmael
Non posso andar via. I sensori magnetici che mi fanno galleggiare in silenzio dentro questo cuscinetto di atmosfera del pianeta rileverebbero la mia presenza. Se mi spingessi fuori dalla calotta celeste che avvolge questa tragedia, la prima squadra, i componenti rimasti, mi individuerebbero a vista. Provo a scivolare lungo la superficie del pianeta stesso. La strumentazione mi dice che è un po’ schiacciato ai Poli; ora sono al di sotto della circonferenza centrale dell’ellisse. Se mi sposto oltre la linea curva della calotta ho possibilità di rimanere coperta anche rispetto alle linee di tangenza delle comunicazioni rette emesse dall’astro zattera a fini esplorativi.

Giorno 748 terza ora da Izmael a Irene
Siamo vicinissimi. L’astro zattera ha agganciato in contatto visivo la navicella della prima squadra. Stanno attivando adesso sia l’ascensore gravitazionale, sia i corridoi magnetici. Importeranno i contenitori di blister.
L’operazione si concluderà in un paio d’ore, al massimo. Stanno prendendo atto di questo nuovo incidente. Tra poco lo comunicheranno a bordo dell’astro zattera. Si può parlare sicuri. Questa atmosfera fa rimbalzare i segnali in ogni direzione e la vicinanza dei nostri mezzi, insieme al numero crescente di messaggi dovuto alla farsa di avere conferma delle morti avvenute ci rende possibile comunicare agevolmente.

«Izmael, se comunicano il disastro a bordo, lo comunicheranno anche a me. Così prevede il protocollo. Per via dei punteggi. Se anche si sono dimenticati di me e delle mie nuove istruzioni, il calcolo e la segnalazione dei punteggi partono in automatico. Mi scopriranno Izmael.»
«Rimani nascosta, avvicinati ai poli schiacciati. Ho visto che la rotta dei segnali compie strani giri. Potremmo lavorare per la risposta e far finta che questa provenga dalle retrovie, che tu ti trova alle spalle dell’Astro zattera. Fai i tuoi calcoli per costruire un messaggio di risposta che sfrutti la rotazione di questo pianeta e poi spostati più che possibile verso la stella. Solo allora proverò a distogliere almeno un settore dal quadrante dai tracciati delle comunicazioni ufficiali. Fingerò una disconnessione delle comunicazioni.»
«Izmael, ho sentito lo spostamento dell’aria provocata dalla defibrillazione come di un termoreattore. Mi è arrivato il punteggio.»
«Irene, no nessuna radiazione, solo dematerializzazione, ma potente. La tua capsula non si scioglierà. Stanno cancellando le tracce. Io sono in orbita. Ti ho vista.»
«M’hanno scoperto.»
«Non è possibile tengo sott’occhio tutti i tracciati comunicativi. Non risulta.»
«M’hanno comunicato il punteggio. Non hai più il controllo completo. Il mio segnale è tornato indietro e mi hanno intimato di rimanere ferma dove mi trovo.»
«Stanno arrivando. Non rimanere sotto tiro. Spostati.»
«Sono qui, sopra di me. Mi hanno detto che ho raggiunto il punteggio massimo, posso tornare su, nell’astro zattera. Quanto sarebbe bello adesso che fosse tutto vero.»
«Ti uccidono»
«Izmael, ho una sola via. Ci provo. Raggiungo l’implosione appena avvenuta e mi lancio. La mia capsula sarà risucchiata. Penseranno che io sia già morta. Il resto succederà da sé. Addio Izmael.»
«Irene»

«Irene»

Centoventitre ore più tardi, Izmael, seduto nella sua navicella, si muoveva a fatica. La posizione eretta che aveva imparato ad assumere da qualche anno gli provocava frequenti indolenzimenti che sarebbero stati attenuati se solo avesse avuto un po’ più di spazio per distendere le gambe e allungare le braccia.
Da quando aveva iniziato l’aggiornamento del sistema centrale dell’Ordine, aveva continuato a inviare, ora dopo ora, messaggi in ogni direzione con un solo e unico messaggio: «Irene».
La chiamava ripetutamente. Ascoltando la sua speranza calare impercettibilmente. Non aveva avuto alcuna risposta e dalla sessantesima ora una sorta di rassegnazione si fissava nei vuoti che la speranza, inaridendosi, lasciava progressivamente liberi. Ormai sapeva che il quadrante non avrebbe segnato alcun segnale luminoso diverso da quelli ufficiali.

«Irene!»

Terminato l’ultimo invio, ebbe un sussulto perché apparve, di contro, una comunicazione dell’Ordine che si rivolgeva al proprio operatore per attribuirgli – secondo collaudati protocolli di sicurezza – una nuova password e nuovi codici.
Con quelli, avrebbe potuto effettuare il nuovo accesso agli elenchi e, nel frattempo, registrare gli ultimi decessi avvenuti. Tutto finalizzato alla stima aggiornata del quantitativo di proteine necessario alla comunità.
Per le nascite avrebbe dovuto attendere qualche altro giro di luna. Intanto, avrebbe dovuto redigere la schedatura necessaria a predisporre il piano per razionalizzare i tessuti più deperibili e le proteine.
Di seguito, avrebbe dovuto inviare la solita comunicazione ai congiunti degli uomini delle squadre il cui contenuto era sempre lo stesso e testimoniava dell’enorme coraggio e valore che aveva contraddistinto gli operai e gli esecutori, purtroppo morti, in questa ultima tragedia dovuta al disallineamento tra i valori previsti e quelli effettivi, dovuta ai gas, dovuta ai liquidi, dovuti, infine all’inesperienza.
Alle madri, invece, l’Ordine stesso avrebbe mandato un ufficiere quale ambasciatore del più profondo dolore e, insieme, avrebbero portato in dono una fiala per dimenticare i sensi di colpa e un recentissimo ritrovato antirughe.
Izmael si chiedeva se fosse sempre necessario uccidere anche tutti quegli uomini adulti appartenenti alle squadre operaie e se, in fondo, smaterializzarli non fosse uno spreco di tessuti e materiali commestibili che, se recuperati, avrebbero forse potuto salvare qualche giovane vita in più. Il problema era che per arrivare ad essere un uomo adulto, in grado di eseguire alla perfezione le istruzioni dell’Ordine, sarebbero state necessarie quantità e quantità di proteine da destinare ai bambini potenzialmente salvati.
Inoltre, bisognava pur considerare che le analisi circa l’ingestione di carni e tessuti di uomini adulti, per anni sottoposti a cure, bendaggi gastrici, innesti e iniezioni, non avevano dato ancora risultati certi o apprezzabili per la sicurezza della specie umana. E le madri, in fondo, nutrite e coccolate, continuavano a produrre un quantitativo sufficiente e sempre maggiore di piccoli bambini.
Izmael continuava a inviare i dati necessari a calcolare il fabbisogno energetico. Era un lavoro importante, essenziale per la sopravvivenza e per evitare che si scatenassero insubordinazioni o malumori sull’astro zattera.
Continuava a eliminare nomi e cognomi dagli elenchi ufficiali e, per ogni nome, doveva reinserire il codice personale attributo dall’Ordine. Senza quello, non si sarebbe potuto procedere alla cancellazione definitiva dell’esistenza. Senza permesso, nessuno mai si sarebbe potuto sottrarre al controllo e alle cure dell’Ordine stesso. Il nocciolo della questione, infatti, l’operazione remota, era eliminare dalla memoria centralizzata anche solo il sospetto che potessero esistere fabbriche proteiche. La questione era legata non tanto alla cancellazione delle tracce di quanto era stato fatto, quanto piuttosto azzerare una memoria collettiva in modo tale che generazioni e generazioni di uomini potessero essere testimoni soltanto della inesistenza di fatti e sospetti.
Izmael aveva le chiavi per farlo. Era un grande privilegio e se l’era conquistato sul campo, prima come meccanico riparatore, poi come addetto e successivamente responsabile dei flussi comunicativi che l’Ordine attivava ufficialmente e soprattutto – imparò – non ufficialmente, e di cui nessuno sapeva.
Per non correre alcun rischio circa la divulgazione del segreto legato all’esistenza di flussi non ufficiali, prima ancora che alla fabbricazione delle proteine, l’Ordine gli aveva ucciso le sorelle e poi i genitori e poi i nonni. Dei cugini aveva valutato la non pericolosità in quanto le frequentazioni e le relazioni tracciate non evidenziavano un grado di confidenza e solidarietà sufficientemente elevato e tale da costituire un pericolo e, dunque, avrebbe destato più sospetti procedere all’eliminazione piuttosto che trasferirli in una zona delimitata dell’astro zattera.
Al contrario, i vecchi vicini di casa, quando ancora tutti abitavano il pianeta Cedrus, si erano rilevati due veri sovversivi dell’Ordine. Abitavano con i genitori di quella sua compagnia di scuola, il suo primo amore, secondo quanto tracciato nei registri. I vecchi erano particolarmente affezionati ai ragazzi, ma avevano uno strano modo di dimostrarlo. Seppur più volte puniti per questo, insistevano nel trasferire loro gli antichi saperi legati alla terra e ai frutti e instillavano di continuo elementi di conoscenza per renderli propensi a oltrepassare i confini stabiliti da comando. Furono loro che gli indicarono la collina ai confini della civiltà. La comunità s’era convinta che si trattasse di un vulcano attivo e ne rimanevano a debita distanza ma loro insistevano che i crateri dovessero sputare lava e lapilli nella notte e non fumi gialli e odori dolciastri.
L’Ordine presto decise. Il ragazzo era dotato. La ragazza aveva, dalla sua, già accumulato saperi inconsapevoli e innati che sarebbero tornati utili.
Dopo aver prelevato la giovinetta per trasformarla in esploratrice, trasferirono il ragazzo sull’astro zattera tra i progettisti meccanici e annullarono i vecchi e insieme anche la generazione di mezzo per evitare che, con l’andare del tempo, potessero cedere alla tentazione di emulare per amore e per ricordo quelli che furono i loro avi.
Izmael si era assopito e pensava di sognare, s’era già dato dell’illuso quando di nuovo: «Izmael»

«Irene, dove sei?»

«Sono dove mi hai lasciata. Ho lasciato cadere la capsula da esplorazione nell’implosione. Avevo indossato la tuta per le ispezioni esterne e sono uscita stando ben attenta prima a recidere il cavo di trasmissione del teleobiettivo funzionale. Credo di non essere stata scannerizzata mentre mi allontanavo con i propulsori direzionali. Li ho usati fino al limite, poi ho raggiunto il suolo con l’aiuto dei dirottatori manuali.»
«Confermo, nessuna informazione: non sei stata scansionata. Stai bene? Non hai toccato suolo troppo in fretta?»
«La tuta era pressurizzata. In questa atmosfera è stato semplice scendere dolcemente fino a giù. L’ho tenuta fino a quando non si è esaurita e poi mi sono ricordata che i bambini e gli uomini della seconda squadra avevano tolto le mascherine. Ho provato anche io. Izmael, rimango qui. Ho acceso la cintura videotrasmittente che avevo in dotazione per salutarti, ma credo dovrò distruggerla.»
«Irene»
«Izmael dimmi: l’Ordine ritorna nei pianeti in cui ha già impiantato fabbriche?»
«Non lo so, Irene; se torna indietro, lo fa dopo molti molti anni. Credo esistano tracce di rotte compiute a ritroso, ma si perdono nei secoli. Nessuno di noi comunicatori ha mai visto una prova delle inversioni di rotta. Cosa fai adesso lì?»

«Hai paura, Irene?»
«Si. Ma non voglio più esplorare per essere cannibale, Izmael. Ora sarebbe impossibile tornare indietro. Hanno inseguito la mia capsula con i puntatori. Fino a che non è stata risucchiata e dematerializzata nell’implosione. Credono di avermi già ucciso. Gli ultimi comandi diretti dalla navicella della prima squadra erano settati sull’annientamento molecolare. Quando mi sono rifiutata di rispondere alle istruzioni dell’ufficiere e di farmi agganciare dalla navicella hanno capito che sapevo troppo. Ho deciso in fretta.»
«Pensavo fossi morta»

«Izmael… Izmael addio. Addio Izmael.»

Izmael ascoltava e continuava a controllare gli elenchi dei nomi comunicati dall’Ordine per procedere alla cancellazione definitiva e non trovava quello di Irene. Ma l’emozione nell’ascoltare il suo racconto e il fiato corto che gli era balzato in petto forse gli avevano fatto saltare la riga giusta. Scorse di nuovo la lista, con un’apprensione consapevole. Gli occhi la cercavano e andavano su e giù. Ma non la trovava.
Sapevano che non era morta. L’avrebbero cercata e cercata. Non disse niente.

«E se venissi anche io, lì?»
«Non torturarmi. Il mio desiderio di stringerti adesso è necessità. Non voglio illusioni. Tu sei già lontano, diretto altrove. E, se davvero l’avessi voluto, saresti evaso già da molto tempo.»

Tre frasi. Brevi. Non si giustificò. Sarebbe stato superfluo. Tre frasi, vere. E ora lei era lì, di nuovo. Nella migliore delle ipotesi, sarebbe stata abbandonata e ufficiosamente esiliata se, nel frattempo, non avessero avuto voglia o modo o sufficiente carburante per andarla a stanare. La distanza non era ancora così elevata da rendere impossibili ronde anche ad opera di altre esploratrici ingaggiate con l’inganno. Ma avrebbe avuto senso mandare altre esploratrici con il rischio che si potessero parlare?

Evadere da dove? Da chi, con chi e per che cosa. Quale senso avrebbe avuto il suo navigare solitario in uno spazio in cui nessuno avrebbe ascoltato le sue storie? In questo spazio che gli sembrava improvvisamente vuoto.
Invincibilmente vuoto.

«Irene»

«Izmael, devo dirti una cosa ancora. I miei tessuti qui si sono deteriorati velocemente. I capelli sono cresciuti. Cresciuti in fretta. Anche il viso mi pare che si pieghi e si segni dopo ogni parola pronunciata. Le mani, al loro interno, sui palmi, sono piene di righe e le unghie, se graffio le rocce, si scheggiano. Non so se sia colpa della sospensione delle chetamine e delle fiale di collagene e acidi o se invece sarebbe avvenuto comunque come reazione alla composizione di questa atmosfera. Ho provato a mangiare ma ho scoperto che il cibo va assunto solo dopo essere stato cotto. Radici, bacche, foglie; tutto cotto. Non basta che sia esposto alla luce. Il primo fuoco l’ho avviato con il lanciarazzi e cerco di tenerlo acceso giorno e notte aggiungendo filamenti di materiale combustile che reperisco a terra. Non voglio sprecare il lanciarazzi perché potrebbe essermi utile per qualcosa d’altro. Mi sono accorta che qui la vita ha un ciclo molto più breve. Potrebbe essere di centocinquanta anni, forse cento o meno. Devi saperlo. Non so quali effetti abbiano questi gas sulla mente e sul sistema di trasmissione neurologico, non riesco a immaginarlo, ma sul corpo hanno un potere di accelerazione importante. Avevo dei tester con me, nel kit di sicurezza. Si tratta di ossigeno, idrogeno, azoto, anidride carbonica con tracce variabili di monossidi di carbonio, perossido e zolfo.»

Irene aveva proprio l’anima da esploratrice. Izmael registrava le informazioni che lei gli passava e faceva qualche piccola ricerca per assicurarsi che il corpo di lei non bruciasse troppo in fretta alla presenza di tutti quei segni.
Riavviò il sistema inserì la password più recente e il codice d’accesso nuovo che dopo ogni incidente gli consegnava l’Ordine. Interruppe la linea tracciata dalla comunicazione con Irene. La cancellò sovrapponendola a una conversazione che aveva conservato per emergenza. Una conversazione abbastanza simile da essere sovrapposta e sostituita a quella cancellata. Quasi impossibile da scoprire. L’operazione più facile del previsto e si chiese perché mai non avesse usato quel sistema di sicurezza invece di tutti i cifrati che aveva sinora inventato. Per tutti quei giorni avrebbe più semplicemente potuto deviare le tracce rispetto ai quadranti di rotta. Si sentì un po’ sciocco ma sollevato. In fondo era un pensiero inutile. Digitò il nome di Irene e lo trasferì tra i codici verdi. Aspettò un paio di secondi pronto a reagire agli eventi, ma lo schermo, invece di lampeggiare di rosso, divenne prima giallo e poi bianco. Premette il tasto Backspace e uccise Irene: non database, in nessun elenco, in nessuna memoria. L’amministratore di sistema, come per gli altri nomi, chiese se fosse sicuro di volere chiudere l’operazione. Premette sicuro il tasto processing delete.
Spostò la sua navicella satellite lungo la rotta dell’astro zattera e la agganciò all’orbita gravitazionale dei suoi satelliti comandati a distanza.
Indossò la tuta predisposta per le riparazioni in orbita che a volte si rendevano necessarie per sistemare i pannelli alle parabole satellitari che garantivano la rete di sicurezza delle comunicazioni.
La gonfiò. La gonfiò al limite del possibile e si accorse di muovere le mani con difficoltà. Riuscì a chiudere la mano a pugno lasciando libero soltanto l’indice. Con quello, digitò il codice per impostare la navigazione tramite attrazione magnetica e agganciò la sua navicella ai satelliti. Cambiò leggermente rotta ma valutò che non fosse un gran danno. Ora era perfettamente allineato all’astro zattera. Digitò il suo nome, poi puntò su backspace. Di nuovo giallo, poi bianco, poi delete.

«Arrivo.»

Camera di compressione e poi fuori nello spazio.
Lanciandosi si portò una serie di strumenti che aveva preparato nella vertigine di tutti quegli “Irene!” gridati tra sé e il suo vuoto. Nel buio, fu contento di aver gonfiato così tanto la tuta. Sperava solo di non perdere l’uso degli occhi per via della pressione. Conosceva le coordinate e la direzione. Era lento e sperava che il gas da respirare bastasse.

***

Quando vide il chiarore di quell’atmosfera cercò di non svenire ma, dell’ultimo tratto e del contatto col suolo, non ricordava già nulla, quando Irene gli tolse il casco.
«Ti ho visto per caso. Non credevo, non ci credevo.»

Ci mise qualche minuto Izmael a credere di poter respirare e poi si tenne Irene sul cuore. Notò che la pelle delle mani si raggrinzì e si macchiò quasi subito, ma lo sguardo andava alle spalle di Irene che ora teneva tra i palmi, a quel corpo quasi nudo e un po’ arrossato.
Si mise a sedere ridendo dei peli che lei non aveva ma lui conservava ancora, e poi subito le fece vedere quanto fosse nel frattempo diventato bravo a camminare ben dritto.
Non c’era bisogno che si dicessero molto altro sui timori che avevano già condiviso a distanza. Erano felici di essere condannati alla caducità sul pianeta che toccavano.

«Come hai fatto? Ci cercheranno?»
«Siamo morti, non esistiamo più, non siamo più nel database, non siamo più nella memoria. Ho cancellato i nostri nomi. Non sei Irene. Non sono Izmael. Non abbiamo strumenti di comunicazione o rotte attive. Non…»

Qualcosa si mosse alle spalle dell’uomo.

«Sono i due bambini che non sono riusciti a prendere. Li ho trovati che stavano succhiando alcuni strani sassi, tondi e fragili con dentro del liquido giallo.»
«E ora?»
«Ora lui si chiama Abele e lui Caino» e mentre lo diceva divertita, il vecchio scanner le penzolava dalla cintola.
«Dobbiamo cercare il materiale che ho isolato nella capsula e che ho fatto cadere poco distante da queste coordinate. »
«Hai del cibo? Cosa hai salvato?»
«Ho messo una riserva d’energia, ne avremo per anni. E una stampante genetica 3D. Un proiettore di ologrammi e con quella possiamo ricostruire il DNA umano delle decine di persone che hai mappato e arrivare a nuovi individui. Abbiamo un’incubatrice che riesce a portare gli individui così prodotti allo stadio dell’autosufficienza alimentare. Tre anni circa.»
«Ma in questo modo potremmo cercare di…»
«Di cosa? Di creare un Ordine diverso? Hai chiara anche tu la probabilità di questo evento.»
«No Irene, possiamo cercare di sopravvivere a lungo. E di imparare a mangiare. Possiamo raccontare storie a questi bambini. Possiamo insegnar loro a distinguere il bene e il male. Possiamo parlare dei fichi e suggerire il fascino delle stelle lontane. Non possiamo fondare una nuova colonia autosufficiente. Possiamo al massimo ricominciare a sognare.»
«Sognare? Ma sognare non è più di quanto abbiamo mai avuto?»

Si avviarono per cercare la capsula atterrata lì, da qualche parte. Passo dopo passo si inoltrarono nel sogno.
Al loro ritorno trovarono tracce circolari sul terreno. Di un rosso scuro e lucido. E brandelli. Più avanti ossa: Abele. Caino l’aveva mangiato per fame e forse già per noia. E si era andato a nascondere in compagnia dei suoi pensieri sazi e inquietanti. Erano state davvero brave le madri a trasferire i comandi dell’Ordine già sin da dentro il ventre. Quelle doppie eliche di DNA già modificate. Già conformi alle strategie dell’Ordine.
«Forse dovremmo rinunciare e lasciarci solo morire guardando tutto intorno, questo giardino di meraviglie» suggerì Irene. «Forse sarebbe meglio.»
Ma Izmael non l’ascoltava. Per tutto quel breve tragitto era stato preso da una inattesa euforia. Non aveva fatto altro che concentrarsi sulle immagini di quel ricominciare.
Nessuno dei due argonauti aveva considerato gli effetti dell’adrenalina prodotta dalla paura e dalla ribellione. Senza più istruzioni da eseguire, aveva cercato per loro nomi nuovi che potessero essere davvero primitivi e naturali. E ora non aveva alcuna intenzione di rinunciare a tutte le favole che si erano andati raccontando lui ed Eva, la nuova Irene, impegnati come erano stati nella ricerca della capsula e del suo prezioso contenuto. Si sentiva di nuovo capace di inventare, di sperimentare. Guardò Eva. Lei annuì, forse colpevole di una rassegnazione più forte della fiducia di costruire nuove speranze. Ora, avevano solo un essere da cui iniziare. Una sola doppia elica di DNA da replicare. Un solo esemplare della loro specie.
Ed era Caino.

__________
Benedetta Torchia “Sonqua”
Nata e in corso d’opera.
Sonqua

Simone Magnani “Purtroppo”
Scrive un po’ qui un po’ là. Cinque maratone, tre figli, due blog, una moglie. Ama parlare di sé, ma non ha grandi argomenti. Non ha mai ritirato di persona un premio letterario.

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Informazioni su il Many

(marco manicardi)
Questa voce è stata pubblicata in 2. (n+1)esimo ebook. Contrassegna il permalink.

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