La figlia di Ananke

(*) di Fabrizio De Santis “Gilgamesh”

Correva a più non posso, e le sue lacrime si confondevano con la pioggia che cadeva tutto intorno. Non vedeva bene dove stesse andando e sarebbe potuta inciampare e cadere se un senso dell’equilibrio quasi soprannaturale non l’avesse già salvata più volte trasformando la caduta in un salto o in un volteggio. Avanzava velocissima, ma non aveva idea di dove stesse andando, né se ci fosse qualcosa da cui fuggire.
Si svegliò all’improvviso e si mise seduta sul letto. Fuori era giorno fatto, la luce filtrava tra le imposte. Scostò le lenzuola e posò i piedi sul pavimento freddo. Rabbrividì e cercò la vestaglia e le pantofole. Brandelli di sogno ancora affollavano i suoi pensieri. Soprattutto una voce, e il ricordo di una sala piena di specchi. La voce ripeteva «Figlia del tempo, tu hai molte facce e una sola natura; non sfuggire al tuo destino, affrontalo».
Andò in bagno, si spruzzò dell’acqua fredda sul viso e si guardò allo specchio, sostenendosi con le mani appoggiate al bordo del lavabo. Aveva un viso assolutamente simmetrico che si sarebbe potuto definire quasi bello, con grandi occhi neri, sopracciglia ben disegnate, un lungo naso greco, labbra sottili e un incarnato pallido. I capelli erano corvini e lisci, molto lunghi, fin oltre metà schiena. Non ricordava assolutamente il proprio nome, né come fosse arrivata fin là o quando.
Tornò in camera da letto, aprì gli scuri e guardò fuori dalla finestra: la sua stanza era al secondo o al terzo piano di un edificio probabilmente molto simile agli altri che vedeva intorno, e si affacciava su una piazza rettangolare con una fontana al centro e una chiesa su un lato.
«È tempo di uscire allo scoperto e andare fra la gente, molti non ti riconosceranno e tu pure sarai all’inizio sconosciuta a te stessa.» Di nuovo la voce del sogno che riecheggiava nella sua testa. Cercò di concentrarsi e richiamare i ricordi del sogno prima che svanissero del tutto alla luce del giorno. C’era un vecchio, che parlava nella sala con migliaia di specchi. Anche il pavimento era uno specchio, perfettamente lucido, e non c’erano finestre. C’era anche una donna velata, ma non riusciva a richiamarne altro che una vaga impressione.
Guardò nell’armadio, i vestiti erano tutti della sua misura e in qualche modo rispondevano al suo gusto. Scelse un maglione bianco e un paio di jeans dello stesso colore, legò i lunghi capelli in una coda di cavallo e uscì dalla stanza. Si trovò in un lungo corridoio sul quale si affacciavano altre stanze e che terminava in un vestibolo, nel quale c’era una specchiera con appendiabiti e un portaombrelli decorato.
Prese un soprabito color ghiaccio e trovò nelle tasche un mazzo di chiavi; sul tavolino all’ingresso c’era una pochette nera: all’interno un telefono cellulare, un portadocumenti e varie altre cose di minore importanza. Prese il portadocumenti e ne estrasse un passaporto: accanto alla sua foto c’era un nome, ma non le diceva nulla. La data di nascita le suggerì che aveva poco meno di trent’anni e stando a quanto c’era scritto era nata a Salonicco, residente a Malta ed era di cittadinanza britannica. Scrollò le spalle in un gesto istintivo, si sentiva stranamente disinteressata ai dettagli della propria identità, come se il sogno le avesse lasciato la certezza che i nomi e le storie personali non fossero che mere etichette e descrizioni che poco avevano a che fare con la realtà di ognuno.
Aprì il portone e discese le scale, disdegnando il vecchio ascensore. Il palazzo era vecchio, forse addirittura antico, ma ben tenuto e luminoso. Una volta in strada, cercò una caffetteria per fare colazione, e la trovò poco oltre la piazza, in una via laterale del corso che da essa dipartiva. Si sedette a uno dei tavolini all’aperto, nonostante la giornata nuvolosa e non proprio calda, e si vide riflessa nella vetrata del locale. Sussultò per un attimo. Il suo viso riflesso appariva abbastanza diverso da quello che aveva visto nello specchio poco prima, con occhi dal taglio quasi orientale, un naso piccolo e labbra piene, con un mento deciso e zigomi alti.
Il cameriere che le si avvicinò si rivolse a lei in francese, e lei rispose con naturalezza nella stessa lingua, ordinando
un caffellatte e un croissant. Provò a riflettere ancora: riusciva a richiamare altri dettagli del sogno, e ricordi di quella che forse era la sua vita prima di esso.
Decise di fare un esperimento: si alzò, pagò la sua consumazione con una banconota che aveva trovato insieme a parecchie altre in un fermasoldi all’interno della pochette, si diresse verso un negozietto poco lontano che dall’insegna e dagli adesivi sulla vetrina risultava essere un misto tra un internet point, un’agenzia di cambio e invio denaro e un centro telefonico. All’interno un ragazzo dalla pelle color bronzo che dall’aspetto sarebbe potuto essere pakistano, nordafricano o sudamericano. Lo guardò negli occhi e aspettò che fosse lui a rivolgerle la parola; lui lo fece in un francese stentato, con un marcato accento magrebino. Lei allora gli si rivolse tranquillamente in arabo e il viso del ragazzo si illuminò, facendo un cenno di assenso la accompagnò a un PC al quale erano collegate un paio di cuffie con microfono e una webcam, che stava nel retro del negozio insieme ad altri due identici, dietro una tenda scura. Prima di accendere il computer si vide riflessa nel monitor spento e come immaginava il suo volto era ancora differente: occhi verdi, sopracciglia appena accennate, naso leggermente aquilino, fronte alta e spaziosa, labbra tumide, il viso un ovale perfetto.
Una volta collegata, inserì nella barra indirizzi del browser un indirizzo numerico ipv6 e una porta non standard. Dopo qualche secondo comparve una schermata completamente nera senza link apparenti. Portò il cursore del mouse nell’angolo in basso a sinistra dello schermo e attese; poco dopo comparve il simbolo di una croce ansata, lei disegnò una sorta di otto intorno ad esso. Lo schermo cambiò colore e iniziarono a comparire riquadri e scritte in movimento, in differenti alfabeti. Sorrise e compilò una casella con una sequenza di lettere e numeri separati da un trattino.
Lesse con attenzione la schermata che comparve immediatamente, corredata da una mappa interattiva e varie immagini. Annotò sul cellulare che era in borsa un indirizzo e un paio di numeri, poi cancellò la cronologia, spense il computer, pagò e andò via.
Ora ricordava tutto, con una precisione e una nitidezza mai provate prima. Soprattutto ricordava la missione e la propria natura, il suo dono e il probabile motivo ispiratore del sogno della notte precedente. Tornò alla casa sicura, da un doppiofondo del cassetto dell’armadio estrasse una valigetta molto sottile, l’aprì, controllò il contenuto e sorrise.
Diede un’ultima occhiata fuori dalla finestra, alla piazza e al cielo di Metz in quella mattina di metà marzo. «Attento o Cesare alle idi di marzo.» disse in un soffio rivolta al proprio riflesso. Poi uscì di nuovo, diretta alla stazione centrale.

__________
Fabrizio De Santis “Gilgamesh”
Potrebbe raccontarvi di quando percorreva la terra e dava nomi alle cose che non ne avevano, che erano tante perché l’umanità era giovane. Potrebbe ricordare tutti i nomi che ha avuto, ma sono troppi e troppo tempo è trascorso. Dunque vi dice solo che non si può raccontare una vita, anche una breve come le vostre, in poche righe. Una vita è una storia e ogni storia che meriti di essere raccontata richiede il suo tempo a chi la narra e a chi l’ascolta.
Gilgamesh – Sha Nagba Imuru

(*)
Alethéia, nella mitologia greca personificazione della Verità e della Sincerità
(letteralmente: ciò che emerge da quel che è nascosto), è figlia di Kronos
(il Tempo) e di Ananke (la Necessità)

Annunci

Informazioni su il Many

(marco manicardi)
Questa voce è stata pubblicata in 2. (n+1)esimo ebook. Contrassegna il permalink.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...