L’odore della carta

di Giuseppe Fraccalvieri “Haukr”

Era una tiepida mattina di Aprile. Una giovane donna si dirigeva, come d’abitudine, verso l’ufficio dove lavorava. La metropolitana era stata rapidissima nel portarla a un centinaio di metri di distanza dalla destinazione finale: c’era solo un ultimo breve tratto da percorrere a piedi.
Paola indossava un vestito che solo a guardarla si sarebbe indovinato il suo lavoro da hostess. Era un po’ più bassa della media delle sue colleghe e si muoveva con molta grazia. Le pieghe del tessuto lasciavano intravedere il seno piuttosto grande, i capelli raccolti a treccia le ricadevano sulla spalla destra. Non la si sarebbe detta anonima, ma neppure di una bellezza particolarmente appariscente o sconvolgente.

Dalla direzione opposta alla sua veniva incontro un uomo alto, dalla carnagione olivastra e i capelli biondi. Era estremamente giovane, ma la barba dorata sembrava dargli qualche anno in più. Teneva la testa alta e il labbro appena sollevato: la guardò sicuro e lei sentì sussurrare qualcosa nella testa. Paola sorrise all’uomo e questi iniziava a comportarsi come se la porta fosse aperta.
Inaspettatamente, nella mente della giovane iniziarono a fluire immagini di sesso che lo strano uomo convogliava col suo sguardo. La sensazione di disagio crebbe al punto che i sistemi integrati di interazione sociale intervennero:
“Rilevata attività invasiva, utente esterno alla sfera dei contatti. Opzioni suggerite: bloccare, segnalare, chiudere comunicazione cerebrale.”
Paola fu per qualche secondo indecisa sul da farsi: per qualche inspiegabile motivo non voleva segnalare l’uomo, ma non riteneva neppure accettabile quel tipo di interazione con uno sconosciuto, per quanto belloccio. E comunque i moderatori automatici avevano già rilevato l’episodio nel sistema, quindi la donna scelse l’unica cosa che non le facesse perdere ulteriore tempo. Chiuse la comunicazione, guardò freddamente l’uomo e si diresse verso il posto di lavoro. Il giovane dalla carnagione olivastra la vide passare e la guardò divertito. Il suo atteggiamento di sfida avrebbe potuto costargli caro: il fatto era comunque passato dall’attenzione dei moderatori e avrebbe potuto essere riaperto in qualsiasi momento.

La giovane hostess entrò in ufficio, appena trafelata per la corsa e per l’incontro di pochi minuti prima. Una voce automatizzata ma accogliente le diede il benvenuto: “sempre in perfetto orario, Paola!” La musica di sottofondo era di facile ascolto ma non troppo banale, l’ambiente pulito e moderno. C’erano un po’ di faccende da sbrigare ancora, in ufficio: niente di particolarmente lungo, ma che comunque le aveva impedito di lavorare da casa. Il terminale di assegnazione incarichi offriva diverse opportunità per la giornata: la giovane preferì seguire la presentazione di un testo presso il grande centro congressi. Aveva avuto abbastanza emozioni e questa sembrava l’opzione più semplice. Aspettò che le colleghe finissero, poi si mosse insieme alle altre verso il luogo dove si sarebbe tenuta la conferenza stampa.
Il centro congressi era una vecchia biblioteca. Le giovani elargirono sorrisi ai partecipanti: non c’era molta gente in realtà. Vi erano lunghe file di scaffali, i cui vetri custodivano degli oggetti vetusti. Paola chiese all’addetto di cosa si trattasse. “Si tratta di libri di carta, non si usano più da secoli. I vetri li sigillano per evitare che si rovinino ulteriormente. Nessuno sa più come usarli: ormai tutte le informazioni passano a livello di impulso cerebrale o interazione video. Fino a qualche decennio fa c’era chi li studiava, ma si è preferito tagliare quella spesa: era solo uno spreco. A proposito, non dimentichi di scaricare il programma della conferenza nell’hard disk cerebrale.” Paola si recò quindi presso il centro dati, un chiosco all’entrata vicino al distributore di sostanze nutritive. La sua mano si poggiò sul rilevatore e i dati fluirono dalla mano al cervello. “Grazie per aver scelto Infobox 10.000. A breve partirà il download del programma della giornata. Incluso nel pacchetto è anche il libro presentato.” Quasi tutto era gratuito, infatti: notizie e informazioni, cibo e bevande, sanità. Un sistema monetario esisteva ancora per godere di alcuni beni e servizi particolarmente pregiati, e per molti per combattere la noia. Paola lavorava perché voleva prenotarsi la ricostruzione completa: una vita non le bastava. La voce del chiosco la riportò alla realtà in modo brusco: “errore di sistema. Contattare immediatamente un tecnico.”
Un impiegato del centro congressi si avvicinò alla macchina, interdetto. Gli errori non erano un evento usuale: l’ultima volta che ne aveva visto uno era al corso di formazione, decenni prima. Attivò la procedura per chiamare un tecnico sul posto, ma anziché ottenere l’effetto desiderato, comparve un conto alla rovescia e la scritta: “shutdown completo in 24 ore.” L’uomo sapeva di aver fatto tutto correttamente ed era perciò turbato, anche perché l’autore del libro avrebbe dovuto parlare entro pochi minuti. “Signore, c’è un problema.” “Mi dica.” “Il chiosco dati ha smesso di funzionare, dobbiamo rinviare.” “Assolutamente no, non avrei tempo nei prossimi giorni. Adesso chiamo un amico e lui risolverà tutto.” Lo studioso attivò la chiamata: l’ologramma del tecnico comparve: “sto ricevendo richieste da tutta la città e da fuori, pare che ogni aggeggio si stia spegnendo, ovunque. Richiamo appena posso, ma la vedo malissimo.”
I presenti rimasero muti per alcuni secondi. Era chiaro che stesse succedendo qualcosa di serio. Il pannello si accese e partì l’edizione straordinaria del telegiornale. “Malfunzionamenti segnalati ovunque nel paese. I guasti riguardano tutte le macchine collegate alla rete neuronale globale. Su ognuna è comparso un conto alla rovescia della durata di ventiquattro ore. L’unico indizio è questo messaggio che abbiamo ricevuto cinque minuti fa e che trasmettiamo subito.” Dopo una breve immagine statica con alcuni simboli dall’indecifrabile significato simbolico, comparve il volto del giovane dalla carnagione olivastra e i capelli biondi: proprio quello che Paola aveva incontrato poche ore prima (non che ce ne fossero molti in giro, pur essendo possibile scegliere i propri tratti somatici). La giovane era a dir poco sorpresa: non riusciva a muoversi, ipnotizzata un’altra volta da quella figura. “I malfunzionamenti nelle macchine della rete neuronale globale li ho causati io. Siete liberi di non credermi, non mi interessa. Non sono tenuto a dare spiegazioni, ho solo richieste. Da ora inizierete ad adorarmi come un Dio. O un demone, per me è uguale. Come segno di buona volontà, costruirete una colonna sulla quale iscriverete il mio nome e il mio volto, e celebrerete questa mia impresa come quella di una divinità. La macchina per incidere la pietra è una delle poche ancora funzionanti. Chi vi possa aiutare nella scrittura fareste bene a contattarlo immediatamente. Se sarete bravi e veloci seguiranno ulteriori istruzioni.”

La giovane hostess si sentì trasalire: forse avrebbe potuto evitare questa situazione, se solo avesse segnalato l’uomo in precedenza. Nonostante tutto cercò di mantenersi fredda e chiese del significato di una simile richiesta: “Perché proprio una colonna in pietra?” Lo scrittore rispose: “ovviamente non posso esserne certo. Tuttavia, la richiesta di una colonna in pietra con incisioni rimanda chiaramente al mondo precedente la rete neuronale globale. Gli antichi scrivevano sulla pietra per essere sicuri che il messaggio si conservasse. La carta, il legno, l’avorio, si deteriorano coi secoli. La pietra no, può conservarsi bene molto più a lungo. Ma anche questo ha poco senso: perché costruirsi qualcosa che può essere usato solo da pochissimi, quando c’è la rete che permette a tutti noi di condividere qualsiasi cosa, adesso, ovunque?”
Paola controllò nella sua mente i dati sull’episodio invasivo della mattina. Il nome del sabotatore le pareva impronunciabile. Dopo una breve ricerca sulla rete neuronale globale scoprì che era originario dell’area dravidica. Nel frattempo, i post sui malfunzionamenti aumentavano di minuto in minuto, ovunque. La giovane non sapeva ancora se segnalare il suo incontro: la polizia avrebbe potuto considerarla connivente, o peggio, l’uomo avrebbe potuto risalire a lei e cercarla per vendicarsi. Passata un’ora, il dravida comparve sullo schermo e nella rete neuronale di ognuno, questa volta senza l’intermediazione dei giornalisti. “Vedo che non mi avete preso sul serio. Come dicevo, non mi interessa ciò che fate. Adesso stacco la rete dalla zona commerciale: potete provare a farla funzionare di nuovo, non ve lo impedirò. Ci sentiamo presto.”
La minaccia doveva aver funzionato questa volta, perché meno di un’ora dopo dall’annuncio i giornalisti mostrarono la piazza centrale con la colonna in pietra, il volto del dravida e il suo impronunciabile nome. Sotto di questo, l’iscrizione: “al Demone che mette a rischio le nostre vite e le nostre macchine. Il popolo adorante.” Per quanto il testo potesse sembrare assurdo, le autorità dovevano essere piuttosto disperate per soddisfare comunque la richiesta del dravida.
Paola era rimasta a seguire la vicenda per tutto il tempo, ancora combattuta sul da farsi. La sua titubanza non durò a lungo: alcuni uomini in nero entrarono nel centro congressi e la giovane comprese immediatamente che erano lì per lei. Il più vecchio di loro le chiese subito: “stamattina ha subito un’attività invasiva dal terrorista della colonna, vero?” Paola annuì, e proferì un “sì” con un filo di voce. L’uomo rispose: “come mai non ha segnalato subito l’incidente ai moderatori? Basterebbe questo a fare di lei una sospettata e probabile complice del sabotatore.” La donna ci mise un po’ a convincere gli agenti della sua buona fede, ma alla fine questi si convinsero: “Avremmo bisogno di un ultimo gesto di buona volontà per chiudere la faccenda. La situazione è critica e lei potrebbe essere una buona esca per far uscire allo scoperto il terrorista. Ci rendiamo conto che ci sono dei rischi, ma qui è in ballo la sicurezza di tutti e bisogna fare ogni tentativo.” Paola si chiese per un istante se quegli uomini dall’aspetto decisamente intimidatorio non fossero all’ultima spiaggia.

Non pareva però che ci fossero alternative per nessuno: la giovane riprese quindi l’evento della mattina dalla sua timeline e contattò il terrorista: “quando ci siamo incontrati andavo molto di fretta e mi hai colto di sorpresa, ma ho voglia di rivederti.” Passarono un paio d’ore e la trappola non sembrava funzionare: d’altra parte per il dravida non era probabilmente il momento giusto per pensare al divertimento. Nelle reti neuronali di tutti passò allora un altro messaggio, più delirante dei precedenti: “sono compiaciuto dall’adempimento delle mie richieste precedenti e dallo spirito ribelle che avete usato nell’esecuzione. Imparerete ad amarmi. Una divinità non può tuttavia vivere di stenti, per cui da oggi esaudirete ogni mia richiesta economica e mi porrete ai vertici delle istituzioni. Se non farete come dico la rete neurale globale si bloccherà al termine del conto alla rovescia.” Gli agenti si guardarono: si leggeva nei loro volti la disperazione più totale. Paola chiese loro quale fosse il problema, dopotutto si trattava solo di un’interruzione della rete. “Il problema è che quell’uomo ha il controllo totale del sistema, e questo si interromperà comunque tra poche ore. Se non facciamo qualcosa ci sarà un tracollo totale in un paio di settimane. Tutto funziona grazie alla rete, da secoli non ci sono più pulsanti, volani o leve. Non abbiamo un piano B. Senza trasporti, informazioni ed energia sarà la catastrofe.”
Un silenzio di tomba scese sui presenti. Uno degli agenti propose: “prendiamoci un caffè: domani potremmo dover rompere la macchina per farne uno.” Passarono altri venti minuti e finalmente Paola ricevette dal terrorista una risposta al suo messaggio: “non so se posso fidarmi, ora sono anche una persona molto importante. Vediamoci tra un’ora vicino al bar sulla scogliera. Controlla che non ti segua nessuno.” Gli uomini in nero avevano letto la conversazione in tempo reale. Uno di loro sorrise e ordinò a tutti di andare, aggiungendo infine: “non uccidete il dravida.”

Il bar sulla scogliera era uno dei più belli della capitale. Lo si raggiungeva dopo una lunga salita sulla pietra bianca. Per diversi metri questa costeggiava il mare: si sarebbe detta ideale per un tuffo. Il panorama era suggestivo: alcune colonne romane si ergevano nel verde del lungomare che conduceva verso il centro della città. Il faro, inutilizzato da secoli, era comunque una presenza rassicurante. Il terrorista arrivò vestito alla maniera occidentale. Pur non essendo facilmente riconoscibile, il suo abbigliamento non dava molto nell’occhio.
Lui si avvicinò e la salutò cordialmente: non pareva troppo preoccupato di avere il mondo alle calcagna. Diversi agenti erano sistemati strategicamente nell’area: a un cenno del comando sarebbero intervenuti per catturare il dravida. Il terrorista si sedette, prese un bicchiere insieme alla donna. I due conversarono per un po’, amabilmente. Questa volta lui fu meno aggressivo e quasi piacevole, non fosse per la situazione. Situazione alla quale lei non accennò minimamente, per non mettere in guardia l’interlocutore. A un certo punto lui si alzò di scatto, mentre una trentina di uomini si muovevano da ogni direzione. Le due parti avevano avvertito vicendevolmente segnali sospetti, e dal sospetto nacque l’azione. Alcuni proiettili narcotici attraversarono l’aria, ma il dravida era già saltato in acqua. Nessuno lo trovò mai più: alcuni pensano che abbia utilizzato le grotte e il fondale per nascondersi per il tempo necessario a fuggire.

Il conto alla rovescia toccò lo zero. Senza refrigerazione, tutte le scorte di cibo andarono a male in poco tempo.
Senza trasporti ed energia, nessuno poteva andare da nessuna parte. Le città divennero delle trappole mortali: i supermercati vennero presi d’assalto e furono svuotati rapidamente. Si passò presto al cannibalismo e ancora oggi ci sono posti dove lo si pratica. Senza più rete neurale globale e informazioni, bisognò imparare tutto daccapo, come bambini. Fu come essere separati gli uni dagli altri e fu questa la cosa più dolorosa, perfino della mancanza di cibo.
Ero solo un bambino allora, me la cavai perché questa hostess mi prese con sé e mi portò al sicuro. La mia barba ora è lunga e bianca. Come ogni anno vi racconto la storia della nostra tribù e della catastrofe che ci ha preceduto. Ce ne sono state altre prima di quella, ma le abbiamo dimenticate perché abbiamo creduto di poter fare a meno del passato. Dove sono andati i ragazzi, ora?

– A fare un sacrificio alla colonna del demone dalla pelle olivastra, in mezzo alla piazza. Come ogni anno, di questi giorni.

P.S.: Non fraintendetemi. Il progresso non si può fermare, ma ci ricorderemo di fare un backup?

__________
Giuseppe Fraccalvieri “Haukr”
Þegi þú, Týr, þú kunnir aldregi bera tilt með tveim; handar innar hægri mun ek hinnar geta, er þér sleit Fenrir frá. Considerazioni impopolari

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(marco manicardi)
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