Volere volare

di Leonardo Vacca “Pepper Mind”

La discussione si faceva sempre più concitata.
Difatti le massicce figure dei Sen che discutevano, si facevano sempre più immobili, più silenziose, più immerse nella totale oscurità.
Che cosa volete farci, i Sen sono fatti così.
Treklimpsexadat era un Sen noto per essere un “salutare rompiballe”, se così si può tradurre. Soprattutto per quanto riguardava le discussioni. Ogni volta che ci si avvicinava all’emissione del Giudizio Insindacabile, che doveva essere raggiunto all’unanimità dai 37 componenti dell’Equipaggio Giudice, ecco… lui sindacava.
Si sa che i Sen amano essere scientificamente certi del Giudizio, prima di farlo seguire dall’aggettivo “Insindacabile”. Proprio per questo la presenza di Treklimpsexadat era considerata “salutare”.
Ma si sa anche che i Sen, come rito conclusivo di ogni Sessione Giudicante, amano mangiare la mitica pizza golbosyana. Calda, però, quasi rovente. E proprio per questo la presenza di Treklimpsexadat era al contempo considerata una “gran rottura”, sempre se così si può tradurre. Già, perché quando quel “salutare rombiballe” di Treklimpsexadat iniziava con le sue obiezioni, il favoloso piatto tipico golbosyano… be’… si raffreddava oltre il limite concesso dai fini palati dei Sen.
Ma che volete farci, i Sen sono fatti così.
– Non si può giudicarli inadatti indefinitamente, senza neanche un tentativo! Sarebbe deontologicamente scorretto, insisteva Treklimpsexadat.
– Deontologia e Economia non sono mai state commensurabili. E non aggiungo di più solo perché questo provocherebbe un’ulteriore perdita di tempo e quindi, relativamente alla temperatura della leggiadra pizza a cui noi tutti aspiriamo, di godimento, rispose serafico Merxipsesodop, provocando un caloroso moto emotivo d’approvazione in tutto il consesso. Tutto escluso Treklimpsexadat, che invece insistette:
– Ma se si ampliasse solo una capacità genetica di, non so… 23/24esimo ordine? Questo potrebbe risultare un soddisfacente compromesso tra le due branche prima citate. Se poi la reazione della Razza In Corso Di Giudizio non si attenesse ai modelli approvati… allora basta. Metterei da parte le mie obiezioni e voterei anch’io per l’inadeguatezza indefinita.
Dopo qualche frammento di secondo, gli altri 36 Sen distolsero simultaneamente l’attenzione dall’indicatore di temperatura. La Pizza Golbosyana stava raggiungendo un frustrante 6754 X°. Temperatura paurosamente vicina all’essere sgradevolmente fredda.
Ma finalmente fu Sengrebsejosox a illuminare i sensi dell’assemblea:
– Perché invece non sperimentiamo solo su un membro della Razza In Corso Di Giudizio? Magari già predisposto me… mentalmente, mi pare che si dica. In questo modo il nostro caro questuante non potrà insinuare scorrettezze deontologiche, e l’Economia verrebbe salvaguardata in buona misura. Che ve ne pare?
Nella sala aleggiò l’inconfondibile colore dell’unanimità, subito seguito dalle più disparate manifestazioni di gioia e dalle più arzigogolate comunicazioni, che, in sostanza, si potrebbero agilmente tradurre nel concetto di: “Finalmente Pizza!”.
Di fatto l’atmosfera si fece gravida di incontenibile emotività. Infatti le massicce figure dei Sen lì riuniti rimasero immobili. Silenziose. Immerse nella più totale oscurità.
Eh sì, non c’è niente da fare, i Sen sono proprio fatti così.

***

Volare. Quante volte aveva spiccato un balzo, magari dalla cima di un burrone, aveva planato dolcemente, si era sentito parte dell’immenso panorama spoglio, di un giallo sbiadito, che scorreva di sotto. Volare.
Era un po’ come lo slancio di un salto trattenuto il più possibile, prolungato. A volte gli accadeva di farlo in uno strano intrico di corridoi a soffitti alti, forse la cantina di Romano, non sapeva bene, perché era più grande.
Ma in genere era in quello scenario da Grand Canyon, dove da un momento all’altro ci si poteva aspettare di intravedere Wile Coyote che trafficava con uno dei suoi aggeggi dell’ACME.
Era lì che volava.
Però sempre s’interrompeva all’improvviso, quella magia, stato di grazia, che gli permetteva di galleggiare nell’aria. Non riusciva a capire né il come né il perché. Non era per distrazione, no, no, era sempre distratto… e non era neanche per questioni di correnti d’aria, dai, impossibile… Non sapeva, non riusciva a capire.
Ma per fortuna i sogni continuavano a ripresentarsi, prima o poi, senza regolarità, come a tutti, pensava.
I sogni. Certo. Perché lui sognava di volare. Mica volava realmente. Ma i sogni fanno parte della realtà? A questa domanda alla Gigi Marzullo, lui pensava che avrebbe risposto sì. Così un poco di quella soddisfazione che provava nei sogni, poteva esistere anche quando era sveglio. E quella soddisfazione se la portava dentro da 23 anni, come una città di una favolosa civiltà scomparsa, di cui solo lui conosceva l’ubicazione, e in cui un giorno o l’altro sarebbe andato. Per rimanerci per sempre.
Per questo nel sogno volava. Anche quella notte. Però il cielo era azzurro, non gialliccio come al solito. E c’erano dei pallini rosa, forse sfere, dappertutto. E il canyon era anch’esso stranamente vivido, come un documentario. E lì, aleggiante sopra il canyon, c’era la sua prima ragazza. Giovanna. E volava.
Vabbè che nei sogni capita di tutto… però, cazzarola come volava bene, la Giovanna. Va’ che roba! Picchiata, ruota su se stessa, risale, vira… mentre lui riusciva a stento a mantenere la direzione iniziale!
– Ehi, Giò, ma come fai?
– Ciao, Stefano Panzieri, terrestre. Il difficile non sta nel “come fare” ma nel “come volere”. Devi scoprire un tipo di volontà, che nessuno dei terrestri ha ancora scoperto. Così potrai volare. Ti ricordi quando tu e la figura che mi rappresenta vi siete messi assieme?
– Quando io e…?
– Tu e Giovanna.
– Ah… beh, sì, è stato uno stress psicofisico notevole… cioè, volevo dire, come potrei dimenticarlo? È stato bell…
– Lascia perdere spiegazioni di ripiego, tipiche della vostra razza di fronte all’incomprensibile. Pensa invece allo “stress psicofisico”, come tu lo hai chiamato. Ti sarà capitato altre volte di provarlo. Ti sei mai chiesto quando e perché succede?
– Beh, no, ma che cazzarola c’entra? Da quando parli così, Giò?
La figura della sua ex, che era vestita di un tutù da ballerina da circo, iniziò a mutare. Velocemente assunse le forme pienotte e più svestite della sua vicina di casa. Una ragazzotta piuttosto bruttina, a dir la verità, ma che era piazzata bene nella speciale classifica “fantasie erotiche del Panzieri”. Altrettanto velocemente mutò di nuovo. Davanti a Stefano prese forma il corpo nervoso e bruno, completamente nudo, di un’attrice pornografica. Naturalmente sul posto a lei spettante nella classifica summenzionata non c’è bisogno di dilungarsi oltre…
– Dai Giò, smettila, abbi pietà!
– Non sono Giovanna, non capisci? Sono il desiderio. Non hai ancora afferrato? Concentrati. – disse la figura mutaforma, ammiccando, dimenandosi, accavallando le cosce sode nell’aria calda, con una faccia da film porno.
– Concentrarmi? Niente di più semplice… – deglutì Stefano, nell’aria calda, con una faccia da spettatore da film porno. La pornodiva sbuffò altera, e riprese:
– Senti, io ho da fare… la questione e questa: quando desideri una cosa per la prima volta, lo fai in maniera diversa da tutte le altre volte che desideri per la prima volta una cosa diversa da quella. Ti è chiaro?
– Mi si sta annebbiando la vista…
– E piantala di fissare l’apparato sessuale di questa immagine!
Il corpo sensuale della pornodiva, così dicendo, si riconfigurò nelle spoglie del primo amore del nostro eroe.
– Non ti ho mai amata. – Asserì l’immagine onirica del Panzieri, con lo sguardo deluso dall’ultimo cambiamento.
Ma la rappresentazione polimorfa, che adesso era ancora nei panni di Giovanna, riprese:
– Fammi finire, stavo dicendo: volare per te è un desiderio, e la prima volta che lo desidererai nella giusta e propria maniera, sentirai uno stress psicofisico, appunto. Questo per farti capire che volare non è differente dal provarci con una ragazza, masturbarsi, fare sesso con una vicina di casa.
– Ehi, quest’ultimo caso purtroppo non si è ancora avverato, quindi…
– Basta, mi hai stancato. Devi volere che il tuo corpo si muova tutto assieme, contemporaneamente. Così si fa. Sono le otto meno venti, se non ti sbrighi arrivi tardi. Stefano? Stefano!
– Eh!? Che c’è?
La bocca una pasta, gli occhi due stagni con intensa attività microrganica, Stefano si svegliò con immensa fatica e lentamente, intuendo la voce di suo padre che assumeva il quotidiano ruolo di “rompiballe che mi sveglia”.
“Che cazzarola di sogno”, pensò, prima di alzarsi.

***

Ma questa volta era diverso.
Aveva fatto tutto quello che ci si aspettava facesse.
Aveva digrignato la solita serie di azioni quotidiane, inserendo il pilota automatico. Università, ripetizioni (sbirciatina alla coscia della mamma del deficiente ripetizionato), “che si fa stasera?” al campetto con gli amici, e poi, e poi.
Aveva fatto il bravo ragazzo diligente.
Forse per non pensarci. Forse per pensarci meglio.
Al sogno.
L’aveva fatto per quasi tutto il giorno, ma poi… uno scarto. Telefonata alla nonna, “Vengo da te a mangiare stasera?”, e vuoi che la nonna ti dica di no? “Vieni, vieni, ti preparo le melanzane, quelle col parmigiano, eccetera eccetera”, e il gioco è fatto. Era lì. A casa di sua nonna.
Quel palazzo a mattonelle piccole e grigie, pieno di scale, cunicoli, sopra e sotto, la gioia, l’avventura della sua infanzia. Sopra e sotto.
Più sopra che sotto.
Il terrazzo, uno di quelli col pavimento di piastrelle grandi, color pietra, calde, sempre pulite di sole, per l’andirivieni delle sciure che stendono i panni, le transenne smaltate di nero, e poi due cornicioni in scala. Larghi.
Più larghi di quelli dei film dove la gente cammina, si insegue, si ama, prende il tè, e tutte quelle cose che fanno gli americani sui cornicioni, “cazzarola che gente strana gli americani”, anche minacciare di buttarsi di sotto.
Già. Buttarsi di sotto.
Era lì, su quel cornicione, il secondo, quello più esterno, su quel terrazzo, in quel palazzo, che tante e tante volte Stefano aveva misurato il proprio coraggio, quando era piccolo. Se lo ricordava bene, proprio lì, su quel cornicione, a guardare la via lì sotto.
Era lì che, sogno a occhi aperti, si buttava verso la striscia sottile d’asfalto, persone, auto, che laggiù consumava l’indaffarata esistenza, lì che, dopo attimi di caduta mortale, faceva un inversione a “u” verso l’alto, braccia aperte, vento in faccia, ruotava su se stesso e volava.
Volava!
Fino a quando arrivava sua nonna, strepitio di paura, lo strappava dai sogni e dal ciglio della terrazza, e lo riempiva di botte.
Ma questa volta era diverso.
Questa volta lui si sentiva diverso.
Inutile girarci attorno. Il sogno della notte precedente aveva distratto tutta la sua pur flebile attenzione ai suoi compiti quotidiani.
Aveva penato, suo padre, aveva urlato, punito, spiegato. Fatto di tutto, per riportarlo su ciò che era sicuro fosse la giusta maniera di comportarsi.
E lui basta giocare, basta fumetti, basta televisione, basta testa nelle nuvole, perché voleva bene a suo padre. Si era impegnato, sbuffando la vita normale, pezzo per pezzo, con fatica e speranza che un giorno avrebbe potuto decidere per sé, senza dipendere dai suoi o da chicchessia.
Si era rassegnato, con diligenza, a lavorare per il futuro, e ad aspettare.
Invece questa volta era diverso. Ed era colpa di quel “cazzarola di un sogno”.
Sì, perché non aveva bisogno di immaginare di gettarsi per poi librarsi nell’aria… se lo ricordava proprio. Come se lo avesse già fatto migliaia di volte: cadere per un attimo, desiderare di muoversi all’insù, farlo con tutto il corpo… semplice come camminare.
Come desiderare una donna, come aver voglia di ascoltare una canzone.
Giovanna era stata chiara, nel sogno, perché non l’aveva capita subito? Si trattava di volere in maniera diversa da tutte le altre volte. Ogni desiderio ha come un suo colore. Il desiderio di muoversi con tutto il corpo (perché volare non è altro che quello!, come aveva fatto a non pensarci prima?) ha un colore tutto suo. Azzurroviolarosa, avrebbe detto.
Bene. Molto bene. La figura di Stefano Panzieri era ondeggiante d’euforia, in piedi su quel cornicione, che sapeva ancora degli anni dell’infanzia. Smise di guardare di sotto. Di fronte a lui, abbaini ghiacciati da riflessi del sole, tetti bianchi, angoli piani. In basso, la strada fosforescente tra le facciate scure dei condomìni.
Tutto molto bello.
Era pazzo.
Ne era sicuro.
La prova concreta era la sua assoluta sicurezza di saper volare. Anzi, la sicurezza di averlo già fatto. Non in sogno, badate bene, il sogno non fa parte della realtà, non se ne ha ricordo come di una cosa reale… come aveva fatto a pensarla diversamente fino ad allora?
Era pazzo. Non aveva paura di buttarsi. Aveva invece paura di questo suo non aver paura.
Non poteva. Non poteva farlo. Tutta la fatica che aveva fatto per riuscire a poggiare i piedi per terra! Come poteva, adesso, volare?
Troppo. Troppe cose rischiava. Anche se ci fosse riuscito, anche se come un’esplosione di bolla di sapone si fosse librato tra lo smog e il cielo arrossato, avrebbe perso sé stesso, le sue convinzioni di persona seria. Di uomo che pensa al suo futuro, la famiglia, un lavoro, i figli.
A chi serve un pazzo che sa volare?
Qual è il suo dannato posto tra tutti gli altri?
Non si buttò.
Disse tutto a suo padre.
Propose lui stesso di farsi mettere in cura da un analista.
Quel cornicione non lo rivide mai più.
Stefano Panzieri ora lavora in un ufficio di pubbliche relazioni, ha moglie e due figli, e non vola più.
Neanche in sogno, grazie.

***

“GIUDIZIO INSINDACABILE ORDINE 234-DF45
“Equipaggio Giudice: Sen6
“Oggetto: Razza senziente del 3° pianeta stella 6453 / 234 0p
“Risultato: NON MERITEVOLE
“Relazione:
“Data l’insistenza di una parte dell’Equipaggio, è stato deciso di evolvere un solo membro della razza in giudizio, per testare la reazione.
“Di fatto, la cavia in questione, pur mostrando tutte le predisposizioni emocognitive all’uopo, non è stata in grado di accettare l’evoluzione. Nemmeno di una caratteristica di 25° grado come il “volare”. In accordo con le previsioni, il condizionamento inflitto dalle trascendenze strutturali sociali è ormai giunto troppo oltre in questa razza: la cavia non ha nemmeno provato a usare la caratteristica che le era stata ampliata. Una mutazione evolutiva di grado maggiore porterebbe dare effetti imprevedibili e senza dubbio negativi.
“In conclusione, questa razza è giudicata indefinitamente inadatta alla costituzione di una divinità non trascendente.”
Che ci volete fare.
Gli umani sono fatti così.

__________
Leonardo Vacca “Pepper Mind”
Teste di nuvola

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Informazioni su il Many

(marco manicardi)
Questa voce è stata pubblicata in 2. (n+1)esimo ebook. Contrassegna il permalink.

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