L’inferno ha il colore delle stelle

di Silvia Brunati

Alexandrina Foz, Alex per gli amici, viveva all’Inferno.
Non che la cosa le dispiacesse, era solo che talvolta si chiedeva come sarebbe stato rivedere le stelle e ogni tanto, ma solo raramente, alzava lo sguardo verso la nuda roccia sopra di lei cercando di ricordarsi l’aspetto del cielo.
«Alex!» Tom, il capoturno, non aveva di questi pensieri. Grande e grosso, con i piedi ben piantati per terra, vedeva le cose in un unico modo: brutalità e cattiveria lo appagavano appieno e se ne aveva l’occasione non esitava a usarle entrambe. Per questo Alex posò subito gli attrezzi e risalì lungo i rozzi scalini in pietra sino al punto dove lui la stava aspettando con le grosse mani lungo i fianchi.
«C’è qualcuno che ti vuole parlare».
All’Inferno non esistevano pause, né momenti di riposo, non c’era tempo per le chiacchiere e Tom lo sapeva benissimo; Alex indicò con la testa la piattaforma di roccia sulla quale stava lavorando fino a qualche secondo prima.
«Ci penserà Andi, numero 7».
Anche sulle parole si risparmiava perché il fiato era necessario a respirare; l’ossigeno scarseggiava all’Inferno.
Strinse le spalle e si avviò verso la stanza di colloquio 7 pulendosi le mani sui pantaloni da lavoro, mentre cercava di ricordarsi se avesse commesso qualcosa di illegale di recente. Nessuno scendeva fin laggiù solo per parlare, nemmeno se ti doveva licenziare. Si fermò qualche secondo a riprendere fiato prima di entrare; aveva camminato troppo velocemente. Quando si fu ripresa inserì il suo passi e attese che la porta si aprisse davanti a lei.
«Si accomodi signorina Foz, è un piacere conoscerla.»
L’uomo che la accolse tendendole la mano era troppo elegante per essere un rappresentante della Eaternis e troppo poco a suo agio nella gravità dell’Inferno per essere uno dei sorveglianti; doveva per forza venire da Primus. Perplessa Alex si sedette osservandolo con aperta curiosità mentre lui apriva una cartellina gialla. Trascorsero alcuni secondi di interminabile silenzio interrotto soltanto dal rumore delle pagine plastificate che voltava lentamente.
«Vedo che ha lavorato su un’astronave», non era una domanda, quindi Alex non rispose, «è specializzata in motori sofisticati e di grande complessità e ha servito per tre anni l’esercito con il ruolo di primo meccanico. Studi avanzati, intelligenza sopra la media, progettista di grande abilità… Che ci fa in questo buco?»
Alex si mosse a disagio sulla sedia ma, prima che potesse rispondere, lui tornò a guardare il raccoglitore. «Un tecnico specializzato del suo calibro può sicuramente aspirare a qualcosa di più delle miniere di Primus e guadagnare molto, molto denaro». Allargò le mani a sottolineare la sua incredulità di fronte allo spreco dei suoi innumerevoli talenti e la fissò. L’improvviso silenzio che cadde fra di loro lasciò Alex così spiazzata che si ritrovò a sudare freddo senza motivo. Che cosa voleva da lei?
«Abbiamo un problema con uno dei suoi motori».

La SkylineSeeker era una nave acquistata, equipaggiata e spedita nello spazio a scopo pubblicitario. Il suo equipaggio era formato da persone dal curriculum importante, uomini famosi che avevano segnato la storia dell’Unione dei Paesi Civilizzati richiamati in servizio con l’offerta di notevoli compensi. Il suo capitano era Johnatan Secrest e non c’era nessuno in tutta l’Unione che non avesse sentito parlare di lui: abile comandante, pioniere dell’esplorazione spaziale ed esempio vivente che determinazione e forza di volontà sono sufficienti a guidare un uomo ovunque fra le stelle. Si diceva che la AstroStar si fosse pesantemente indebitata per convincerlo a tornare a navigare.
La SkylineSeeker era partita da Primus per un giro di rappresentanza con tappe nelle colonie dell’Unione dove la AstroStar aveva le sue agenzie: la scusa ufficiale erano i trent’anni della società di trasporti; con la pubblicità che ne sarebbe derivata la AstroStar contava di allargare notevolmente il suo giro d’affari. Il piano di volo era stato studiato con attenzione e le cerimonie ad ogni sosta programmate da mesi. Tutto era stato previsto: a parte la misteriosa scomparsa dell’astronave.
La prima cosa che si pensò fu che fosse stata attaccata da pirati o mercenari assoldati da concorrenti della AstroStar, ma non era arrivata alcuna richiesta di soccorso, né furono rilevate tracce di esplosioni. A quel punto la notizia cominciò a diffondersi, la SkylineSeeker era in ritardo di una settimana e lo stretto riserbo mantenuto dalla AstroStar era sospetto, la compagnia che aveva assicurato la SkylineSeeker iniziò a preoccuparsi.
L’astronave era coperta per una cifra che avrebbe permesso alla AstroStar di contenere i danni causati dalla scomparsa dell’astronave e causato un grosso vuoto nelle casse della Navigazione Spaziale Sicurtà. Furono esaminati i progetti di costruzione e i test effettuati sulla SkylineSeeker; fu predisposta una ricerca accurata lungo la rotta che avrebbe dovuto seguire la nave; furono chiamati esperti per esaminare fin nel più piccolo dettaglio tutto quello che era stato fatto, ma l’unica cosa su cui la NSS trovò da cavillare fu il motore della SkylineSeeker: si aggrappò a quello.
La AstroStar l’aveva acquistato direttamente dall’esercito. Era un motore di nuova generazione, più potente di ogni altro in circolazione al momento. La sua progettazione, costruzione e produzione era stato un segreto custodito gelosamente dalla Flotta fino a quando non si era rivelato troppo costoso. La AstroStar era riuscita a convincere i militari a cederglielo e aveva messo i propri tecnici subito al lavoro ritenendo che le spese da sostenere sarebbero state ampiamente ripagate. Vincoli di segretezza e contratti accuratamente studiati, impedivano a chiunque vi avesse lavorato di parlarne: avevano però sottovalutato la determinazione a non pagare della compagnia di assicurazioni.

Primus era bella vista dall’alto: un caleidoscopio di luci e colori; immensa città galleggiante nel vuoto dello spazio i cui panorami erano milioni di stelle. Qualsiasi cosa uno desiderasse la poteva trovare lì, bastava pagare. Se avevi buone idee e sapevi sfruttare il momento potevi arricchirti in breve tempo e sistemarti per tutta la vita; ma tanto facilmente salivi, altrettanto facilmente precipitavi, e dal giorno alla notte eri costretto a lasciare il tuo bell’appartamento in centro per una minuscola camera nei sotterranei. Alex aveva frequentato per un po’ i quartieri alti dopo aver lasciato l’esercito, ma non era durata abbastanza perché potesse veramente apprezzarli.
Dal trasporto fu trasferita immediatamente a bordo della Cleoparthia. Neanche il tempo di capire di essere tornata a casa che già lasciavano la stazione spaziale. Se queste erano le premesse, la cifra che le avevano offerto probabilmente era troppo bassa.
L’essere di nuovo nello spazio la faceva sentire a disagio. Non era l’assenza di gravità, né tanto meno la sua cabina, piccola e spartana, ma la sensazione che fra lei e lo spazio aperto ci fossero solo delle pareti di metallo. Un’assurda paura da provare per chi ha lavorato a bordo di astronavi anche più piccole di quella.
Martin Resen si era rivelato una sorpresa. Non era solo l’abile reclutatore che l’aveva convinta a tornare nello spazio, ma anche il responsabile di tutta la missione. Era già a bordo quando lei salì e si muoveva per la nave come se ci fosse nato. Alex si domandò stupita come avesse potuto credere che fosse un semplice impiegato.
«Qual è il suo curriculum?»
«Vuole assumermi per caso?» Resen le rivolse un sorriso divertito liquidando così la sua domanda mentre la guidava per la Cleoparthia. «L’equipaggio sarà formato da quattro persone: lei, io, il nostro medico e biologo, il dottor Ktrerr, e il signor Rove, tecnico informatico e pilota». Alex ebbe appena il tempo di intravedere volti seri che si sollevavano dalle consolle del ponte a guardarla, prima che Resen le facesse cenno di seguirlo lungo il corridoio che portava a poppa.
«Eccoci al cuore della nave», si fermò di botto vicino a una porta chiusa, «sono certo che non vede l’ora di vedere la sua creatura finita».
Premette un pulsante e la sala macchine si aprì. Alex osservò con stupore il motore che ronzava sommesso: finalmente era stata riammessa in Paradiso.

1

Sarebbe mai finita?
Non faceva che domandarselo tutte le volte che ripeteva la stessa identica azione. La cosa terribile era che la sua mente capiva tutto quello che stava succedendo, lucidamente, consciamente, ma non riusciva in alcun modo a impedire di darsi la spinta lungo il tubo che l’avrebbe portata di nuovo al punto in cui si era verificato il problema al motore.
Avrebbe gridato per la frustrazione, forse lo aveva fatto.
Era successa la stessa cosa anche alla SkylineSeeker? Si chiese mentre piegava le gambe per attutire l’impatto con il fondo del tubo. Erano anche loro intrappolati in quel ciclo continuo di ripetizioni?
C’era chi sarebbe impazzito in quella stessa identica situazione e probabilmente prima o poi sarebbe successo anche a lei; ancora no, si disse, ancora no. Aprì per l’ennesima volta il portello. L’eco che le rispose all’interno del tunnel le fece capire all’improvviso che stava parlando ad alta voce: solo qualcuno fuori di testa avrebbe parlato da solo, questo era certo. Quindi forse, tanto lucida poi non lo era.
Dall’alto le giunsero urla indistinte che si sforzò di ignorare, l’interfono era acceso quando era successo.
Afferrò il microsaldatore con una mano e si tirò su con l’altra lungo la scaletta. Che assurdità mettere una scaletta in un’astronave dove non c’era la forza di gravità!
Qualcuno rise istericamente a quell’idea; probabilmente era lei, pensò mentre si librava in direzione del guasto: troppo velocemente. Eccolo là, lo vedeva, le fiamme erano già alte. Strinse la bocca per evitare di ripetere lo stesso errore che la volta precedente l’aveva portata ad inalare il vapore del gas bollente. Il risultato fu che il suo viso fu investito in pieno e gli occhi le bruciarono completamente. Urlò di dolore poi tutto divenne buio.

2

Così doveva essere il Purgatorio, decise mentre di nuovo il suo viso si sollevava verso l’allarme che aveva preso a lampeggiare all’improvviso.
«Oddio, oddio, non ancora!» Stava gridando qualcuno, Alex si diede una spinta controllata verso il segnalatore cercando di non piangere: «Smettila di urlare!»
Si rimproverò per il tono che aveva usato, dall’altoparlante provennero dei singhiozzi.
La prima volta la conversazione era andata diversamente, ne era certa anche se i suoi ricordi cominciavano a confondersi. C’era stata la comunicazione che erano arrivati sul luogo dell’ultimo avvistamento della SkylineSeeker e subito dopo la richiesta di andare a controllare il motore perché il computer segnalava un’anomalia. Lei si era data una spinta per rispondere, esattamente come aveva fatto poco fa, poi si era infilata nel tubo, senza prendere la tuta protettiva o una maschera. Il motore era a posto, lo aveva controllato pochi minuti prima della segnalazione.
“Probabilmente è un falso allarme” aveva pensato mentre raggiungeva lo sportello. La Cleoparthia era una versione più piccola della SkylineSeeker, messa a disposizione dalla AstroStar dietro le insistenti pressioni della NSS. La compagnia di assicurazioni era riuscita a convincere il cliente che rifare lo stesso percorso con lo stesso tipo di nave, avrebbe sciolto gli ultimi dubbi sul rimborso da pagare. Era un gioiello, piccola ma perfetta astronave dotata di un motore potente come nessun altro prima d’allora: e l’aveva ideato lei.
Era entrata nella sala macchine con calma afferrando il microsaldatore con una mano e con l’altra la scaletta, poi si era data la spinta. Non si muoveva più con l’agilità di una volta in assenza di gravità e aveva inferto troppa forza ritrovandosi avvolta dalle fiamme prima che potesse fare qualcosa per impedirlo.
A quel punto tutto aveva perso di senso.

3

Era morta? Si chiese alzando di nuovo il viso verso l’altoparlante. Era questa la punizione per aver abbandonato l’Inferno? Quando fu vicino all’interfono e le sfuggì un «Mi dispiace», le risposero solo dei gemiti. Forse era colpa sua, si disse mentre raggiungeva di nuovo lo sportello e le gambe le si piegavano a contatto con esso. Sicuramente non aveva tenuto conto di qualcosa quando aveva progettato il motore, anomalie che poi non erano risultate nella fase di collaudo, un difetto che si manifestava solo in circostanze eccezionali. Chiuse con forza gli occhi e la bocca preparandosi al peggio mentre la sua mano afferrava la scaletta e dava quella spinta dannatamente troppo forte.
Se avesse seguito tutto il progetto fino alla fine, se non si fosse congedata dall’esercito spinta dall’ira e avesse invece lottato per difendere la sua creatura, probabilmente ora non sarebbe stata in quella situazione. Il dolore la investì di nuovo, prima che riuscisse a odiarsi.

4

«Dobbiamo restare lucidi, concentrarci, ragionare», stava dicendo qualcuno all’interfono. Facile per lui che non moriva tutte le volte!
Probabilmente aveva parlato ad alta voce perché la risposta fu uno speranzoso: «Alex?! Mi senti? Alex?»
«Tu chi sei? Il mio angelo custode?» La sua risata isterica quasi coprì le parole che seguirono.
«Alex! Ascoltami! È successo qualcosa di strano, dobbiamo capire cosa. Dimmi qual è la tua situazione!»
Lei però già stava andando verso il tubo.
Quando sbucò in sala macchine l’interfono continuava a gracchiare.
«Alex! Dove sei finita?! Rispondi ti prego!»
Ignorando la voce, chiuse gli occhi e si preparò di nuovo al dolore.
«Muoio continuamente».

5

«Dimmi esattamente quello che è successo!»
Era così stanca.
«Qualcosa andava a fuoco… » Rispose lentamente mentre alzava il viso verso l’altoparlante.
«Cosa?! Cosa?!» La incitò a proseguire la voce.
«Nella zona del carburante, probabilmente un corto circuito».
A che serviva? Tanto non avrebbero potuto fare niente lo stesso, erano intrappolati in quel continuo ripetersi costante delle stesse azioni.
«Ascolta, io qui vedo lampeggiare il settore C1N… »
Nel tubo l’interfono non funzionava, non lo sapeva forse? Cercò di dirglielo prima di ricordarsi che non poteva sentirla. Come si chiamava? Martin o qualcosa di simile.
«Settore C1NX6! Accidenti mi senti? Alex! C1NX6!» Stava gridando, quando lei arrivò in sala macchine.
«Stai leggendo il numero di registrazione che identifica il motore». Gridò mentre andava di nuovo incontro alla morte.

6

«FBA19yw9cx…»
«Ora dimmi l’altra cifra, veloce! »
Non sapeva quando si era aggrappata alla speranza.
Probabilmente era stata l’ostinazione con cui lui aveva insistito nel ripeterle che ne sarebbero usciti vivi, che quella non era la punizione per il suo peccato d’orgoglio: l’aver difeso tanto strenuamente la sua creatura non faceva di lei una persona cattiva, ma solo una donna con un’idea.
Tanto valeva provare, aveva pensato, cos’aveva da perdere? Martin era sul ponte quando tutto era iniziato, non sapevano dove fosse Ktrerr e in quali azioni fosse costantemente intrappolato. Rove, l’ultima volta che Martin lo aveva sentito, stava per comunicare con Primus.
«È il circuito che controlla il carburante», rispose delusa non appena sentì nuovamente Martin «è un difetto che hanno tutte le navi e comunque», concluse in tono disperato, «non posso farci niente».

7

«Sono stato un soldato per diversi anni, un po’ come te, e poi mercenario prima di approdare alla NSS. Tu come mai eri in quel buco?»
«Pessima scelta di compagni d’avventura», dall’interfono giunse una risata incredula. «Non c’è proprio niente da ridere», protestò Alex avvicinandosi all’altoparlante, «vorrei vedere te amare tanto una cosa e vedertela portare via dall’AstroStar per un cavillo legale».
«Non te la devi prendere, è successo ad un sacco di persone prima di te».
«Ero convinta di aver fatto l’affare di una vita e invece, non appena non hanno più avuto bisogno di me, mi hanno cacciata. Non ho nemmeno assistito al varo». L’amarezza accompagnò il suo viaggio lungo il tubo.
«C’è sempre una fregatura nei contratti così vantaggiosi, sono un esperto in materia».
Non si stupiva più dell’assurdità di quello che stava succedendo, si aggrappava alla voce di Martin come se fosse la sua ancora di salvezza, il simbolo della sua sanità mentale.
Secondo lui erano capitati in un’anomalia spaziotemporale, probabilmente la stessa della SkylineSeeker, anche se non si spiegavano come mai fossero solo i loro corpi, non le loro menti e, soprattutto, le loro bocche, a essere incastrati in quell’eterno ripetersi di movimenti. Strano che non fosse successo a qualcun altro in quella zona dello spazio, era una rotta molto frequentata.
«Probabilmente è stato il caso, nessun altro è mai passato esattamente per questo punto». Aveva concluso Martin con filosofia.
«Quindi la nostra è stata sfortuna». La spiegazione non convinceva del tutto Alex.
«Probabile».
«Non sono mai stata fortunata», ammise lei con una certa rassegnazione prima di morire di nuovo.

8

L’idea le era venuta all’improvviso: l’anomalia spaziotemporale in cui erano caduti non poteva essersi verificata così di punto in bianco, qualcosa doveva averla innescata, e l’unica cosa che le due astronavi avevano in comune era il suo motore.
Sperava che funzionasse. Doveva funzionare!
«Maledizione! Sono Martin Resen! Rove! Mi senti?!»
Alex era vicina all’altoparlante e fra poco si sarebbe diretta verso il tubo. «John, se ci stai ascoltando ordina al computer di staccare l’energia a tutta la nave! Hai capito?» Cercava di sembrare rassicurante, ma il suono delle sue parole aveva un che di stridulo e quasi isterico. Il tecnico era l’unico nella posizione giusta per dare quell’ordine, nessun altro nell’astronave aveva l’autorità per farlo, sperava che avesse ancora lucidità mentale sufficiente a capirli. Continuò a gridare nel tubo e proseguì quando fu di nuovo in sala macchine.
«Dannazione Rove! Sono stufa di morire in continuazione!»
Sarebbe scoppiata a piangere se non fosse che stava morendo.

Martin Resen guardava il contenitore scuro che usciva lentamente dal portello sforzandosi di ignorare il movimento frenetico dei fotografi e dei giornalisti alle sue spalle. Rimase in quella posizione fino a quando la piattaforma gravitazionale non portò la bara all’interno e lo scalpiccio della stampa si scatenò alla ricerca di un’immagine da rubare.
Solo allora abbandonò la vetrata.
Il volto di Alex lo seguì lungo tutto il percorso che lo portò alla sua macchina. Su tutti gli schermi olografici dello spazioporto comparivano ricostruzioni al computer di quanto era accaduto: immagini ripetute all’infinito come se anche loro fossero bloccate in un loop temporale senza fine. Esperti di tutta l’Unione avanzavano proposte su come strappare la SkylineSeeker alla sua condanna proponendo schemi e progetti irrealizzabili. Dopo che la NSS si era rifiutata di rimborsarla, la AstroStar aveva scaricato ogni responsabilità addossando all’esercito la colpa di avergli venduto i diritti di un motore difettoso: difficilmente se la sarebbe cavata.
Solo il comandante aveva le autorizzazioni per dare l’ordine di togliere l’energia a tutta la nave, gli avevano spiegato, e in quanto responsabile di missione solo lui avrebbe potuto farlo: Martin aveva urlato a Rove quello che doveva dire, il computer aveva fatto tutto il resto; non era colpa sua se il tempo si era fermato troppo tardi. Un sorriso cinico tirò le labbra di Resen quando la portiera si chiuse alle sue spalle, non si sarebbe mai liberato dell’amaro che gli saliva in bocca tutte le volte che gli propinavano quella spiegazione.
Alexandrina Foz era risalita dall’Inferno per trovare la morte in Paradiso ed era colpa sua.
Probabilmente lei avrebbe riso per quel paragone, di certo avrebbe trovato ironico il fatto che il nuovo motore Foz, una volta sistemato, sarebbe stato un successo.

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Silvia Brunati
Cresciuta a pane e fantascienza, appassionata lettrice e programmatrice “old style” a tempo perso.

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Informazioni su il Many

(marco manicardi)
Questa voce è stata pubblicata in 2. (n+1)esimo ebook. Contrassegna il permalink.

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