Fanculo Tannoiser

di “Chetto”

“Fanculo Tannoiser” pensava proprio mentre, attraversando la strada distrattamente, si faceva travolgere da un TIR. Il perché di quel pensiero non era chiaro nemmeno a lui e per un decimo di secondo roteando in aria dopo il colpo se lo domandò, ma non ebbe il tempo di trovare la risposta che la sua testa incocciò con l’asfalto, facendogli intuire pienamente il reale significato dell’espressione perdere i sensi.
In questi casi solitamente dovrebbero partire tutta una serie di descrizioni di tunnel oscuri con una luce intensa in fondo o di una di quelle che gli americani chiamano “out-of-body experience” e che sostanzialmente si traducono nel vedere il proprio corpo che muore, nella peggiore delle ipotesi, o che rantola, nella migliore, mentre si svolazza in aria. Niente di tutto questo. Per lui nessun effetto speciale, solo unicamente buio per un lasso di tempo che non sembrava eterno ma sicuramente abbastanza lungo per dar la sensazione di essere inquietantemente noioso. Poi, improvvisamente, la luce. Nulla di biblico o di divino, semplicemente quella che capì essere dopo poco una lampada artificiale di quelle da sala operatoria. Assieme alla sgradevole sensazione della luce puntata sugli occhi sentì anche quello che poteva essere definito un martello pneumatico che con dovizia insisteva a voler avere contatti con la sua nuca. Insomma non il massimo dei risvegli.
Rifletté per un attimo che tutto sommato la situazione, per qualcuno che era appena stato tirato sotto da un TIR, non era così insolita: il tragitto ospedaliero di una vittima della strada che passa dallo svenimento sull’asfalto a uno scomodo lettino di ospedale, ma c’era qualcosa che non gli tornava. Tirò un sospiro e pensò che forse a dargli quella strana sensazione era la faccia che faceva ogni tanto capolino tra lui e la lampada che tendeva a fargli strizzare gli occhi. La mascherina da dottore che copriva metà della faccia era del tutto regolare, a essere insoliti erano quel colorito verde e quella consistenza squamosa che aveva il viso tutto attorno alla mascherina, per non sottolineare i brividi che gli davano gli occhi da rettile che si spalancavano ritmicamente poco al di sopra della stoffa bianca. Avrebbe voluto chiedere qualcosa, o anche semplicemente potersi sacrosantamente lamentare dello strano risveglio, ma qualcosa gli impediva di emettere qualunque suono.
Pensare che doveva essere una di quelle giornate in cui tutto sarebbe dovuto andare liscio: sveglia in perfetto orario la mattina, un’espressione allo specchio che era meno disagiata del solito; aveva perfino trovato il tempo di una colazione frugale prima di dirigersi verso la cucina del ristorante nella quale lavorava ormai da tempo. Invece eccolo qua, dolorante, istupidito da una luce che sembrava non dargli tregua e osservato da un lucertolone travestito da dottore che poteva esser benissimo uscito da un B-movie da nottata estiva. Proprio quando pensava di aver raggiunto il record della bizzarria, capì che all’insolito non c’è limite nel momento in cui il rettilone cominciò a parlargli.
“23693 non abbiamo riscontrato alcun danno strutturale, può tornare alla sua mansione”.
Ecco, la notizia che non ci fosse alcun danno strutturale lo rincuorava – sopravvivere ad un TIR che ti travolge in pieno rimane comunque qualcosa che puoi raccontare ai tuoi nipotini – quello che però rovinava il sollievo era il fatto che 23693 era il suo numero di bancomat e non il suo nome e che non aveva proprio ben preciso in testa quale fosse la mansione a cui faceva riferimento il bestione vestito da dottore.
Avrebbe voluto chiedere maggiori informazioni, seppur non molto sicuro di voler aumentare il grado di insolito parlando con una lucertola bipede vestita da dottore, ma come detto prima qualcosa gli impediva di aprire la bocca. Provò, più per accontentare le richieste del burbero squamoso, ad alzarsi e diede ragione alle valutazioni mediche del rettiliforme troppo cresciuto: le gambe funzionavano e riusciva addirittura a stare in piedi nonostante continuasse il dolore pulsante sulla sua nuca. Ma come per la precedente esperienza piacevole, qualcosa gli rovinò subito la festa: di sfuggita, guardando il suo riflesso su un vetro riflettente su una delle pareti della stanza in cui si trovava, vide cosa gli impediva di aprire la bocca. A prima vista sembrava una museruola da cane riadattata per esseri antropomorfi e la seconda vista confermò l’informazione.
Quindi: sveglia con sprint, attraversamento con il botto e risveglio sotto le grinfie di un essere a sangue freddo in camice, con in più una museruola a metterlo decisamente a disagio. Per un attimo le sue sinapsi pensarono che nulla sarebbe potuto capitargli di più bizzarro, se non fosse stato che scrutando di nuovo la sua immagine riflessa capì che la museruola era una bazzecola rispetto al fatto che al di là del vetro che gli permetteva di specchiarsi c’era uno gnocco di terra che sembrava con buona approssimazione essere proprio La Terra.
Una decina di domande che non gli sarebbe spiaciuto fare gli passò per la testa, ma arrivò prima lo sconforto e la rassegnazione al bizzarro che lo contornava. Quindi, tutto sommato, lo stupore, quando si guardò in giro, non fu grande come avrebbe dovuto essere. Le porte scorrevoli in puro stile vintage Star Trek gli procurarono unicamente un piccolo brivido lungo la spina dorsale e gli schermi pulsanti che vedeva agitarsi tutto attorno non riuscirono a fargli spalancare la bocca dallo stupore, anche perché l’attrezzo che gli avevano messo in faccia non gli rendeva la cosa fattibile.
“23693 le è stata già indicata la necessità di tornare alle sue mansioni”.
Ora poté apprezzare appieno anche il tono quasi prossimo al sibilo che aveva la voce che continuava a impartirgli ordini decisi seppur cortesi. Ora rimaneva solo da scoprire cos’altro lo aspettava di inusuale al di là della porta che più volte l’unghiuto dito del dottore più bizzarro con cui avesse avuto a che fare gli indicava. Grandi altre opzioni non ne vedeva e cominciò quindi a dirigersi verso quella porta che tanto gli ricordava i pomeriggi passati davanti alla televisione a sperare che qualcuno desse una definitiva lezione a quel saputello del Dott. Spock. Quello su cui ancora non aveva ragionato sotto ogni punto di vista era come una volta raggiunta la porta avrebbe potuto far capire all’attrezzo metallico la sua intenzione di oltrepassarla. Si avvicinò speranzoso che unicamente pensando “Apriti! Apriti! Apriti!” questa avrebbe assolto il suo dovere, ma capì ben presto che o la porta non conosceva perfettamente le sfumature della sua lingua o il comando telepatico non era contemplato. Provò quindi con un battito di mani, in fondo, prima di finire spianato da un TIR, tutti dicevano che il futuro della domotica, che aveva intuito essere qualcosa che avrebbe reso l’uomo più sereno nel suo rapporto con l’attrezzistica varia casalinga, erano i comandi sonori e, non potendo urlare, decise per un più cortese e elegante applauso. L’unica risposta fu la voce sibilante del lucertolone:
“23693 non è attualmente l’ora dello svago e della musica, torni alle sue mansioni o sarò costretto a fare rapporto al Comandante Sgrovak”.
Ecco altre due informazioni da tener ben presente: la domotica umana non era materia di studio tra i lucertoloni spaziali e qualcuno di nome Sgrovak non sarebbe stato particolarmente contento di sapere che in quel momento lui era piantato di fronte a una porta che non voleva saperne di eseguire il più infantile degli ordini. Più preoccupato della seconda informazione – in fondo le disquisizioni sull’interpretazione lucertoliana della domotica non risultavano essere ai primissimi gradini della scala delle sue priorità attuali – guardò meglio il pezzo di metallo che gli impediva di tornare alle sue mansioni, qualunque queste fossero, e vide un pulsante proprio sul lato destro. Tirò un sospiro di sollievo per quanto la bocca serrata glielo permettesse e premette con delicatezza il bottone appena individuato. SWISSH. La porta si aprì mostrandogli il corridoio asettico e freddamente illuminato da neon che gli si parava davanti.
Se la soluzione del mistero della porta era alle spalle ora lo attendeva l’improba impresa di capire cosa intendesse il tutt’altro che simpatico squamato con la frase “le sue mansioni” e, da quello che aveva intuito, doveva arrivare alla soluzione dell’enigma prima che un tal Sgrovak trovasse la sua assenza particolarmente sgradevole. Si incamminò lungo il corridoio con passo incerto e per un attimo il ricordo delle sue mansioni terrestri gli fece sembrare tutto quello che era successo prima della solenne botta molto lontano. Arrivò al termine del corridoio ancora immerso nei suoi pensieri e per la seconda volta nell’arco di poche ore venne colpito da qualcosa che lo sbalzò qualche metro più di lato. La distrazione dei pensieri sulla sua vita terrestre non gli aveva permesso di vedere un altro bestione verde che gli era venuto addosso con la gentilezza di un elefante in amore di fronte alla vista di una femmina dai canoni estetici pachidermicamente sublimi.
Scosse la testa, cercando di riprendersi dalla botta – due categoriche botte in un giorno, il dubbio che stesse diventando una sorta di punching-ball galattico non gli parve poi così incredibile – e inquadrò l’armadio verde che aveva davanti. Il colorito della pelle era della medesima nuance di verde che aveva visto addosso al dottore poco prima, solo che questa volta era distribuito su una superficie decisamente superiore. In pratica ad averlo “gentilmente” urtato era una sorta di bulldozer squamato dallo sguardo minaccioso, tra l’altro vestito con quella che potrebbe essere definita la versione futuribile di un’armatura medievale.
“Proprio te cercavo! 23693! Presto a lavoro!”
Il sibilo in questo caso era più simile al respiro affannoso di un bisonte rincorso da un treno e rendeva la frase decisamente più minacciosa rispetto a tutto quanto dettogli dal rettile medico. Avrebbe voluto spiegare che era anche ben disposto a riprendere le sue mansioni e che l’effetto di quei muscoli ricoperti di squame e dei denti aguzzi e bavosi che spuntavano dalla bocca dell’energumeno che aveva davanti erano un grandissimo incentivo alla sua voglia di espletare mansioni, qualunque esse fossero, ma l’unico risultato fu uno sguardo che assomigliava molto a quello che dovrebbe avere un topolino poco prima di far conoscenza con uno pneumatico che gli corre incontro a gran velocità.
“Seguimi 23693!”
In altre situazioni gli sarebbe sembrata una pessima idea seguire un ordine di quel tipo, soprattutto visto il soggetto che glielo stava cortesemente imponendo, ma a volte l’essere realista ti conduce verso sentieri che mai avresti voluto battere.
Girarono un paio di corridoi che avevano quell’atmosfera mista di ospedale e navetta spaziale in stile seventies per ritrovarsi di fronte a una porta dai bordi della quale uscivano diverse folate di vapore.
Ecco, era giunto il suo momento, pensò, dimenticandosi delle mansioni e si vide già inserito in un gran forno a deliziare con le sue carni le papille gustative dei lucertoloni di cui aveva appena fatto la conoscenza. Non era lontano dalla verità, e appena aperta la porta capì che in effetti quello che pensava era vicino alla realtà, solo che non avrebbe dovuto fare “da” cibo per gli squamosi, bensì fare “il” cibo per i rettili ipercresciuti.
In sostanza passava dall’essere un cuoco terrestre a un cuoco spaziale. Il vapore infatti usciva da grossi pentoloni – anche questo confermava che gli aspetti di comfort in cucina non erano tra le priorità scientifiche e culturali della razza aliena – dai quali spuntavano nauseabondi pezzi di quelli che con buona approssimazione sembravano degli insetti di dimensioni galattiche. Provò a fare mente locale se alla scuola di preparazione per cuochi avessero mai affrontato come materia qualcosa che suonasse come “il menù perfetto per un lucertolone” o come “le migliori preparazioni per insetti giganti”. Nulla. Poi dicono che non bisogna lamentarsi dello stato della formazione della classe lavoratrice…
Tra le nubi di vapore maleodorante riuscì ad intravedere anche una figura che contrariamente a quanto visto fino a quel momento non possedeva un colore verde ramarro, ma bensì un ben più rassicurante rosa pallido. Il lucertolone in armatura gli diede un notevole spintone, tale da farlo praticamente caracollare dentro la sauna dal puzzo tremendo e una volta accertatosi che il desiderio di scappare era ben lontano dalle intenzioni del nostro si limitò a grugnire un ultima volta prima di andarsene chiudendolo dentro quella che sembrava essere la più primordiale delle cucine fantascientifiche che lui avesse mai immaginato.
Dall’altra parte della coltre di fumo, man mano che gli occhi si abituavano alla nebbia riconobbe più distintamente una figura più antropomorfa di quelle che fino a quel momento gli avessero fatto compagnia. Era un omino di mezza età, tarchiato e dalla scarsa capigliatura sul capo. Non appena gli fu abbastanza vicino vide nei suoi occhi uno sguardo che di amichevole aveva ben poco. Perfetto, anche l’unica figura umana che incontrava aveva qualcosa da ridire nei suoi confronti. Quando si parla di giorni felici…
Con un gesto stizzito, ma abile l’omino si slaccio la museruola che anche a lui impediva di proferir verbo. Sarà stato per il gran vapore o per la velocità del gesto, ma non capì bene come avesse fatto. Una volta tolta la museruola, l’abbondantemente stempiato cominciò a parlargli con una discreta carica di stizza. Sembrava che intergalatticamente tutti ce l’avessero con lui.
“Dove cazzo eri finito! Come al solito mi volto e scompari, lasciandomi a preparare la cena per tutti gli alti ufficiali Tannoseriani” (Tannoseriani… come mai quella parola non gli risultava così astrusa, ma anzi aveva un ché di familiare?) “Proprio oggi poi che ci sono le falene aliene. Lo sai che ci mettono almeno 3 ore prima di diventare morbide come piacciono a loro!”.
Il nostro cercò a gesti di far capire all’omino alterato che non poteva parlare. Questi scuotendo la testa si avvicinò, gli andò alle spalle e in un attimo gli slacciò la museruola. Finalmente si tornava a respirare e, nonostante l’intorpidimento della mascella, gli sembrò decisamente un enorme passo avanti. Quello che rimaneva in lui ancora immutato era lo sguardo tra l’impaurito e lo sbalordito, di quello che finisce nella stessa giornata sotto un camion e su una navicella spaziale.
“Ho sempre sospettato che il tuo cervello fosse più inutile di un posacenere in un locale per non fumatori! Ma oggi riesci addirittura a stupirmi!”
Cercò una scusa qualunque per coprire il fatto che tutta la situazione per lui fosse più incomprensibile di una lezione di cinese antico. Rispose all’omino che probabilmente aveva sbattuto la testa e che ora ricordava molto poco. Senza batter ciglio il burbero ometto ne approfittò per un sagace affondo:
“… e io che pensavo che una botta in testa avrebbe solo potuto renderti più intelligente”.
Nonostante il fare burbero il paffuto cominciò a spiegare cose per lui banalissime come la conquista della Terra da parte dei Tannoseriani l’anno terrestre precedente e lo sterminio del genere umano fatta eccezione per loro due, considerati troppo importanti grazie alle loro capacità culinarie. Gli descrisse velocemente la loro condizione di schiavi/lavoratori e, visto quanto veniva pagato nella sua vita precedente da cuoco, la cosa forse gli sembrò la meno improbabile della giornata. Concluse con l’unica raccomandazione che trovava importante:
“Non rovesciare mai il loro cibo o finiresti come il resto dell’umanità. I Tannoseriani non sopportano gli sprechi delle loro tanto adorate falene.”
Dopo queste rivelazioni non poté far altro che deglutire dallo stupore, ma la cosa non sembrò dargli particolare sollievo, così deglutì una seconda volta e non trovò nulla di più intelligente che chiedere che cosa avrebbe dovuto fare. La sua controparte, con la medesima gentilezza fin a quel momento dimostrata rispose con
“Ok prima pensavo che la storia della botta in testa fosse una tua bella invenzione per farmi perdere altro tempo, ora che mi hai rifatto la medesima domanda che mi rivolgi da un anno a questa parte ne ho la certezza. Cosa devi fare? Prendi quei piatti e riempili di falene, stanno già aspettando da troppo tempo. Non so se la botta in testa ti abbia fatto dimenticare anche quanto siano impazienti i Tannoseriani!”.
Le parole dell’altro unico sopravvissuto alla catastrofe dell’umanità furono accompagnate da due veloci gesti delle mani, uno verso una pila di ciotole nascoste nella bruma pestilenziale e uno verso la porta che era alle spalle.
Diligentemente prese la prima dal cumulo di ciotole e prese a riempirla con la brodaglia carica di falene, trattenendo il respiro per non svenire per il macabro odore che emanava la “succulenta” pietanza. Ne riempì una seconda e, sotto lo sguardo vigile e stizzito del suo collega, si avvicinò alla porta che prima gli era stata indicata. “La museruola imbecille!” gli ricordò con la solita cordialità il suo nuovo amico e con la stessa velocità con cui lo aveva liberato gli legò di nuovo lo scomodo optional. Con le due ciotole in mano impacciato premette il pulsante che aveva imparato essere l’innovativa modalità di apertura delle porte e immediatamente il brivido che oramai lo accompagnava dall’inizio della sua avventura tornò a farsi sentire.
Davanti a lui si parava un tavolo di notevoli dimensioni occupato da una decina di lucertoloni. Riconobbe dal camice il dottore che lo aveva riportato alla luce attorniato da altri lucertoloni con l’armatura futuristico medievale e infine notò a capotavola uno dei loro simili agghindato con un rudimentale mantello e una corona dorata che gli stava sbilenca sopra le squame della testa. Proprio quest’ultimo lo fissò e con il solito sibilo che quelle creature emettevano gli si rivolse:
“Finalmente 23693! Visto il ritardo con cui ci avete servito, sarò costretto a farla punire dal Comandante Sgrovak”.
Indicò il lucertolone alla sua destra, il quale fece un gesto dalla chiara interpretazione, nonostante le differenze culturali intergalattiche, ovvero fece sibilare un enorme lingua al di fuori delle sue labbra per poi passarsela lentamente sui denti aguzzi. Sarà stato per l’ennesimo brivido che lo aveva percorso al gesto del Comandante Sgrovak, oppure per l’avvertimento minaccioso che il suo compare cuoco gli aveva fatto poco prima sull’attaccamento al cibo dei Tannoseriani, o più semplicemente per la chiazza di sbobba dall’acuto olezzo che aveva fatto scivolare per terra poco avanti a lui, il risultato fu che il nostro sentì il suo piede scivolare, il suo corpo perdere l’equilibrio e ebbe appena il tempo di pensare “No! Di nuovo!” e di sentire l’ennesimo colpo alla nuca prima che tutto si spegnesse.
Tornò il buio ad avvolgerlo, anche in questo caso abbastanza lungo da sembrare inquietantemente noioso. Già pronto a un ennesimo evento nel campo dell’improbabile, fu immediatamente rasserenato quando, assieme alla luce, comparve un viso umano davanti ai suoi occhi appena aperti. Il volto dell’uomo davanti a lui pur essendogli sconosciuto aveva qualcosa di familiare. L’abbondante calvizie, lo sguardo torvo e decisamente poco conciliante e la paffutezza di quella faccia gli ricordavano qualcosa, ma non sapeva di preciso individuare cosa. La voce che uscì dalle labbra di quella faccia gli sembrò anch’essa particolarmente e inspiegabilmente familiare, così come le parole usate.
“Imbecille, è un miracolo che tu sia ancora vivo! Spero solo che la botta in testa abbia mosso qualcosa dentro quella testa vuota che ti faccia capire che forse è bene guardare prima di attraversare le strade!”
Riuscì ad alzarsi e la cosa gli sembrò sorprendente, ma in fondo aveva la sensazione che non fosse tra le più insolite accadutegli nelle ultime ore. Diede uno sguardo all’oino che ancora imprecava davanti a lui e si rassegnò alla sensazione di familiarità con quello sconosciuto. Alzò lo sguardo per un attimo e proprio mentre ricominciava a fare i primi passi dopo la forte botta in testa, girò attorno al camion fino a vedere sulla fiancata l’enorme scritta “Tannoiser Trasporti”.

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“Chetto”
La morte è ciò che fino a ora la vita ha inventato di più solido. (cit. Emil Cioran)

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(marco manicardi)
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