Danno collaterale

di Roberto Corsini “Gravitazero”

Ma se ne segue danno, allora pagherai vita per vita:
occhio per occhio, dente per dente, mano per
mano, piede per piede, bruciatura per bruciatura,
ferita per ferita, livido per livido.
(Esodo 21,23-25)

L’ambasciatore Arlen era insolitamente nervoso.
Non che nel suo atteggiamento vi fosse nulla che tradisse la minima preoccupazione, né alcuna altra emozione. Arlen era troppo abile ed esperto per concedere ai propri interlocutori il minimo spiraglio che potesse far intravedere il suo scopo e prevedere la sua tattica. Perfino in questo caso, di fronte a un avversario costituzionalmente incapace a leggere un possibile indizio nell’inarcarsi di un sopracciglio, nel serrarsi di una mandibola o nel respiro diventato un poco più rapido, l’ambasciatore restava impassibile. La fredda, lucida cortesia con cui conduceva la trattativa era come al solito impeccabile.
Ciononostante, a dispetto dell’imperturbabilità esibita, l’ambasciatore era forse più che semplicemente nervoso.
La negoziazione ormai era iniziata da più di tre ore e ancora non si era giunti al dunque. Le prime due ore erano trascorse officiando il rigido rituale con cui tradizionalmente iniziavano tutte le trattative fra umani e X’ervees.
Durante questa fase, l’aiuto dei bot protocollari e l’assistenza del legato Dervis erano stati essenziali per Arlen. Gli X’ervees iniziavano ogni loro trattativa con altre specie senzienti ricapitolando l’intera serie di contatti fra le due civiltà avvenuti in precedenza; ogni accordo, ogni contenzioso – per quanto insignificante – veniva elencato, riassunto e coscienziosamente analizzato. Il tutto inframmezzato da complesse formule rituali e condito da interminabili perifrasi. Il fatto che gli X’ervees utilizzassero lo X’odaar, il loro linguaggio rituale, non semplificava la faccenda. Lo X’odaar utilizzava segnali luminosi emessi dal loro carapace anteriore, codificati in modo altamente intricato attraverso sfumature di colore, in larga parte appartenenti a una regione dello spettro elettromagnetico inaccessibile agli umani. I bot protocollari e i sistemi di traduzione automatica arrivavano a rendere comprensibile all’ambasciatore il 95% del significato esplicito. Il rimanente 5%, insieme alle sfumature, ai messaggi impliciti e alle stratificazioni semantiche peculiari dello X’odaar ricadevano nelle prerogative del legato Dervis, con la sua ventennale esperienza sul pianeta X’aav. Un uomo esperto e capace, il legato.
Ma anche un uomo di cui l’ambasciatore non riusciva a non diffidare.

***

Chiaro. Chiaro e inequivocabile.
Il segnale luminoso era apparso all’improvviso sullo schermo 3D, esattamente come previsto. Una minuscola scheggia rossa persa nel pulviscolo di scintille colorate che fluttuavano e si intersecavano in una danza silenziosa, la sua apparizione sarebbe potuta facilmente sfuggire a un occhio distratto.
Ma il comandante Gren e l’equipaggio della “Margine di Profitto” aspettavano soltanto quello.
– Eccolo, vado?
– Aspetta un attimo, è ancora troppo lontano.
– Non lo manco, comandante, ci può giurare.
– Aspetta, ho detto. Non hanno idea che siamo qui ad aspettarli, non c’è fretta. Non voglio correre nessun rischio. Nessuno, capito?
Un crepitio di statiche e una voce concitata dall’intercom:
Comandante, qui Ghar, dall’exapod 6. Il segnale non corrisponde. Ripeto, il segnale non corrisponde.
– Cosa? No, non è possibile. Devono essere loro per forza, stanno sbucando esattamente dove li aspettavamo, e nel momento previsto. Le probabilità di una coincidenza tale sono infinitesime. Controlla meglio.
Negativo, Comandante. Il transponder corrisponde a una colonia viaggiante X’ervees. Anche i segnali secondari sembrano confermare l’identificazione.
– Stronzate. Fosse la prima volta che i pirati Haar ci fottono in questo modo.
– Comandante, guardi che forse Ghar ha ragione – si intromise Hol, il navigatore – la curva della traiettoria è troppo larga, la massa mi sembra troppo grande, e poi…
– No! Non li lasceremo scappare così. Quei bastardi hanno fatto esplodere un fottuto planetoide. State pronti a lanciare, ma non fate nulla finché non do il segnale, aspettiamo che si avvicini ancora.
Comandante, qui exapod 6. Confermiamo l’identificazione. Colonia X’ervees tipo A1X5. Comandante, se vuole richiedo una comunicazione diretta.
– Col cazzo, così hanno il tempo di andarsene! Niente segnali, e interrompete anche lo scanner. Non voglio che si accorgano di noi.
– Cosa faccio comandante? Li ho nel mirino da dieci minuti. Fra altri cinque al massimo saranno nella fascia esterna, e poi saranno cazzi. Vogliamo farli scappare, i bastardi?
– No. Non scapperanno. Ormai sono abbastanza vicini, anche se vedono arrivare il missile non avranno più tempo per una manovra evasiva. Inizia pure il countdown.
– OK, meno 5…
– Comandante, questi mi sa che sono davvero X’ervees, non può…
– … meno 4…
– Interrompa il countdown! Solo un attimo, riaccendo gli scanner e…
– … meno 3…
– Fermi tutto, la prego! Chiedo l’identificazione diretta.
– …meno 2 …
– No!
– …meno 1…
– …
– Zero. Fuoco.
Il pilota interstellare di seconda classe X’varavas, ai comandi del trasporto colonia X’ervees tipo A1X5 numero 3275, ebbe giusto il tempo di notare un debole segnale a velocità appena sub-luminare, proveniente dal settore superiore di prua e alla distanza iniziale di circa quattro secondi luce, e di cominciare la procedura di identificazione automatica, prima che l’onda di radiazioni proveniente dell’esplosione li raggiungesse.
Gli altri 15000 X’ervees a bordo dell’astronave non si accorsero mai di nulla.

***

Al legato Dervis, l’ambasciatore non piaceva. E non ci aveva messo molto a scoprire di essere ricambiato. Durante il loro primo incontro, dopo un quarto d’ora trascorso a studiarsi cautamente a vicenda e a sviluppare un mutuo, riluttante rispetto per le rispettive capacità professionali, la loro conversazione aveva preso una piega piuttosto sgradevole. E ora, durante la prima pausa nella negoziazione concessa loro dagli X’ervees, lo stesso schema si stava ripetendo.
– Ambasciatore Arlen, la prego di riconsiderare…
– Diamoci del tu, Dervis, siamo colleghi, e ormai ci conosciamo da più di sei ore. – Il tono dell’ambasciatore era cortese, appena velato d’ironia.
– OK. Va bene. Allora, stavo dicendo, ti prego di riconsiderare la tua posizione. Non siamo in grado di porre condizioni. Sfortunatamente il comandante Gren è stato così idiota da restare nei paraggi del luogo dell’incidente abbastanza a lungo da finire come un pesciolino nella rete della flotta X’ervees. Con lui e l’equipaggio della “Margine di Profitto” in loro custodia, ora hanno il coltello dalla parte del manico. Gli scambi mercantili con la Confederazione sono piuttosto limitati ed essenzialmente equilibrati. Al limite siamo noi a guadagnarne più di loro, quindi non possiamo far leva su un embargo commerciale. Non abbiamo altri mezzi di pressione, tranne quello militare, e gli Esterni non aspettano altro che un nuovo incidente permetterci in difficoltà. Non riesco a capire come tu possa pensare di ottenere il rilascio dell’equipaggio. Ci converrebbe accettare che siano giudicati da un tribunale X’ervees. Forse potremmo chiedere un tribunale congiunto, o interspecie, per quanto dubiti che possano accettare. Magari una rappresentanza minoritaria nella giuria, ecco, questo almeno ci permetterebbe di salvare la faccia.
– No. Non possiamo farci umiliare cosi da una civiltà di secondo rango come gli X’ervees. E inoltre, se lasciassimo Gren e i suoi in mano loro, militari, opposizione e opinione pubblica non darebbero tregua al governo per i prossimi mesi. Ho istruzioni dirette del Consiglio Ristretto che mi impegnano a ottenere il rilascio dei prigionieri. E intendo rispettarle.
– Bah. Già che c’erano potevano impegnarti a raffreddare Eta Carinae fino a 0 Kelvin. Ti ripeto che non abbiamo argomenti su cui fare leva…
– Tranne il senso dell’onore ipertrofico degli X’ervees.
– Non capisco.
– Eppure sei tu che me ne hai parlato così diffusamente ieri, durante il nostro primo incontro. Intendo offrirmi come ostaggio in garanzia del rilascio di Gren e del suo equipaggio.
– Continuo a non capire. Con quale motivazione?
– Perché affrontino un processo sulla Terra, un primo grado di giudizio da parte di un tribunale speciale della Confederazione.
– Gli X’ervees hanno già escluso questa ipotesi. E poi, a cosa servirebbe un ostaggio?
– L’accordo a cui penso prevedrebbe il ritorno di Gren e degli altri imputati su X’aav alla fine del processo. Un tribunale X’ervees sarebbe poi convocato per confermare o meno in secondo grado la sentenza della Confederazione. La mia permanenza su X’aav servirebbe a garantire il loro ritorno. Un primo grado di giudizio concesso alla razza d’appartenenza, ci sono precedenti in casi analoghi. Il senso dell’onore degli X’ervees li spingerà ad accettare.
– Capisco. Sarebbe meno umiliante per la Confederazione, oltre naturalmente a costituire un grosso successo personale per te. Inoltre gli X’aav si troverebbero a dover risalire la china per giustificare un eventuale ribaltamento della sentenza. Ma soprattutto, passerebbe del tempo e nel mentre la questione uscirebbe dall’attualità politica. Però è tutto molto rischioso. Soprattutto per te.
– Lo so. L’unica pena che gli X’ervees sono disposti a considerare per i responsabili dell’incidente è la pena di morte. E la legge X’ervees prevede che un garante assuma su di se la responsabilità di colui che viene garantito. Se Gren non tornasse su X’aav, mi ucciderebbero.
– Sì. E la pena di morte non è prevista dalla nostra legislazione. Dopo un processo sulla Terra, sorgerebbe un conflitto legale riguardo alla restituzione dell’equipaggio. Potrebbero rimanere bloccati sulla Terra, e tu rischieresti di essere abbandonato alla tua sorte. Ascolta, il comandante Gren è un maniaco assassino, oltre che un incapace, e per quanto mi riguarda si merita di raggiungere i membri della colonia X’ervees nel luogo in cui li ha spediti. Però in un processo locale possiamo salvare il resto dell’equipaggio e limitare i danni, senza che tu rischi inutilmente la tua vita…
– No. Non c’è scelta. Il mio mandato è chiaro, ed è assolutamente ovvio come occorra procedere. Ho piena autorità per trattare nel nome della Confederazione, e non puoi fare altro che aiutarmi a ottenere ciò che desidero. Che ti piaccia o no.
Il legato scosse la testa. La logica di Arlen era sottile e ben argomentata, ma qualcosa continuava a non convincerlo. Non sarebbe andata così liscia.

***

Dervis in verità non aveva mai amato i viaggi interstellari. Li trovava scomodi e noiosi, ma soprattutto scomodi. E questo era il terzo che gli toccava in poco più di sei mesi. I primi due, da X’aav alla Terra e ritorno, erano stati inutili. La Confederazione si era rifiutata di riconsegnare l’equipaggio della “Margine di Profitto”, e per due volte aveva rimandato a casa la delegazione X’ervees a mani vuote. In qualità di legato, aveva accompagnato la delegazione in entrambe le occasioni, e aveva anche cercato in ogni modo di perorare la loro causa, perfino chiedendo aiuto alle poche conoscenze rimastegli nell’ambiente diplomatico del pianeta madre e che ancora gli dovevano qualche favore. Tutto invano. Ora stava ritornando ancora una volta sulla Terra, ma stavolta l’astronave trasportava soltanto umani. Anzi, a dire il vero, Dervis era l’unico passeggero, a parte l’equipaggio. L’unico vivo, per essere precisi.
Lui nell’angusta cuccetta della cabina passeggeri sul ponte superiore; nell’oscurità della stiva, in una lucente bara di multimetallo destinata a riportarlo sulla Terra, il cadavere dell’ambasciatore Arlen.

***

X’vereys non stava utilizzando il linguaggio cerimoniale con il suo segretario, ma la forma abbreviata di comunicazione chiamata X’iveed. La questione era urgente, e non c’era tempo da perdere per le formalità.
Il Ferth è arrivato? – Rapidi lampi monocromatici dal carapace del Supremo Maestro.
Sì, è nel palazzo e lo aspetta, eccellenza.
Andiamo.
Entrarono insieme in una saletta interna. Davanti alla finestra, il Ferth stava ingannando l’attesa ammirando lo splendido panorama degli antichi parchi imperiali.
Tu devi essere Supremo. – Il traduttore montato sul petto dell’umanoide lampeggiava meccanicamente in uno X’iveed rudimentale.
Sì, sono il Supremo Maestro. Sai perché ti abbiamo chiesto di venire, vero?
– Certo. Io dovuto assistere a esecuzione. Io ora spiego.
– Allora dimmi. Hai notato niente di strano?
– Molto. Molto strano.
– Che cosa?
– Non so. Mai sentito una cosa così. Lui non solo.
– Come? Cosa vuoi dire?
– Sua mente non sola. Non una. Loro due. Simili. Uguali. Uno vicino, l’altro lontano, ma pensa uguale. Come cantare insieme, stesse parole, stessa musica. Uguali. Stessa mente.
– E poi?
– Poi, dopo esecuzione, solo uno. Lontano, poi parte anche più lontano. Ma io sento ancora, per poco. Lui contento. Ora canta solo. Contento. Va via, poi niente. Tutto qui.
– Grazie, Ferth, sei stato molto utile. I tuoi servizi saranno ben ricompensati. Puoi andare.
Mentre l’umanoide si allontanava, il Supremo Maestro si rivolse ancora al segretario:
– Non sono sicuro di avere compreso correttamente, ma non possiamo fermarci qui. Occorrerà convocare una Grande Adunanza.

***

– Alla fine non ho resistito a venire a porgerti i miei saluti.
– Cosa, chi? – Il legato era ancora intontito e confuso dall’ultima transizione spazio-temporale. Ormai erano quasi arrivati, il visore della cabina era già quasi tutto occupato dalla sfera verdazzurro della Terra, ma a lui c’era sempre voluto parecchio per riacquistare la lucidità dopo una transizione. Dalla porta della cabina lo fissava un volto sconosciuto. – Chi sei? Ci conosciamo?
– Sì e no. Non credo che ti possa ricordare del mio aspetto. Ma ci siamo già incontrati. Su X’aav.
– Fai parte dell’equipaggio, giusto? Mi spiace, ma ora non ricordo, la transizione mi lascia sempre un po’ confuso.
– La transizione non c’entra. Ho viaggiato insieme all’equipaggio, ma in realtà non ne faccio parte. Il me stesso che conoscevi non aveva questo viso. Puoi chiamarmi Serin, ora, ma quando mi hai conosciuto mi facevo chiamare Arlen.
– Tu? – il legato sobbalzò – Ma com’è possibile? L’ultima volta che ti ho visto eri sdraiato in una bara di multimetallo…
– Era tutto previsto, vedi. Il rifiuto del Consiglio, la mia condanna, e l’esecuzione da parte degli X’ervees. Faceva tutto parte del piano.
– Ma come avete fatto a contraffare l’esecuzione? Ero presente, lì in prima fila, avrei giurato…
– Non era contraffatta, mi hanno ucciso davvero. Solo che la mia mente non era lì. O meglio, non era solo lì.
– Non capisco.
– E non è la prima volta. – sul volto sconosciuto si disegnò un sorriso – Ma te lo spiegherò volentieri, in realtà non è così complicato. Ovviamente sai cos’è l’entanglement quantistico. E probabilmente avrai anche sentito parlare delle teorie di Visan e Gertner su quantizzazione neuronale e autocoscienza: alcuni anni fa hanno dimostrato come l’autocoscienza, l’identità di un individuo, dipenda dalle attività elettriche cerebrali a livello quantistico. Poi, esiste da tempo questa tecnica che permette di micro-clonare un cervello umano in vitro. Solo che naturalmente il cervello clonato è inconscio, vuoto, privo com’è di esperienza sensoriale. Anche se ha esattamente la stessa struttura del cervello originale, connessione neurale per connessione neurale. Quello che manca sono le condizioni iniziali, l’attività elettrica cerebrale, l’autocoscienza. Il trucco è mettere insieme questi elementi.
– Inizio a capire, ora.
– Non è cosi difficile, hai visto? Quello che finora mancava era la scintilla: un metodo per associare i due cervelli, trasferire l’informazione. E il trucco è usare l’entanglement quantistico. Accoppiare le attività elettriche, particella per particella, a livello quantico. L’accoppiamento si mantiene poi nel tempo, a distanza. L’entanglement garantisce uno pseudo trasporto di informazione capace di violare apparentemente la causalità.
– Hai avuto due cervelli…
– Sì. Per circa sei mesi. Uno nel mio vecchio corpo, su X’aav. E uno in orbita intorno al pianeta, in una piccola astronave di servizio della Confederazione, ospitato in un corpo sintetico tenuto in animazione sospesa, lo stesso corpo che ora vedi qui davanti a te. Una tecnica sperimentale, ancora segreta. I due cervelli hanno funzionato all’unisono, a distanza, come uno solo, per tutto il tempo. Fisicamente, ho avuto due cervelli, ma la mia mente è sempre stata una sola, supportata in maniera sincrona da due sistemi indipendenti, ma legati. Sono sempre stato me stesso. Ed è così che non sono morto, quando mi hanno ucciso.
– Li avete ingannati!
– Li abbiamo ingannati. E loro non se ne sono accorti.
L’uomo che ora si chiamava Serin guardò il legato con un sorriso divertito. Gli rispose uno sguardo di puro orrore.

***

La grotta cerimoniale non era mai stata cosi affollata. Tutti e cinquanta i seggi, posti in circolo intorno al pilastro centrale, erano occupati. L’anello esterno era gremito di folla. Il Supremo Maestro X’vereys, alzandosi solennemente, diede inizio alla riunione. Di colpo, i bagliori colorati che riempivano il grande spazio ellittico si spensero quasi del tutto, e i carapaci degli X’ervees accalcati lungo l’anello esterno assunsero uniformemente il colore grigio cenere del silenzio. Solo i cinquanta Maestri di Cerimonia avevano diritto a esprimersi durante una Grande Adunanza. Gradualmente, i carapaci dei Maestri, fino ad allora opachi e plumbei, iniziarono a illuminarsi in serie consecutive di rapidi balenii, prima brevi, poi sempre più prolungate.

Il lutto – Il dovere della sopravvivenza – Il lignaggio spezzato – Lo spazio vuoto – Il nulla.
L’incertezza – Il rischio – I dubbi della saggezza – Le domande senza risposta.

I lampi adesso si intersecavano, alternandosi e sovrapponendosi in una danza silenziosa, disarmonica e sincopata.
La sintassi del linguaggio luminoso degli X’ervees seguiva una logica allo stesso tempo formale ed emotiva, evocando più che descrivere esplicitamente.

L’insidia – L’inganno consapevole – Il tradimento – La menzogna penetrante.

Ogni fraseggio cromatico risuonava di significati secondari ed echeggiava di riferimenti che sarebbero stati incomprensibili ai membri di un’altra razza, esattamente come la maggior parte dei colori che balenavano sulle pareti di quarzo della grotta sarebbero stati invisibili agli occhi degli umani.

Lo straniero – La potenza noncurante – Il conflitto irrisolto – La responsabilità.
Il costo della vendetta – Il prezzo del tradimento – La dignità riscattata – L’onore dei percossi.

La danza adesso si era fatta più lenta e armonica, molte delle luci si accendevano e spegnevano all’unisono, in un coro solenne che poco a poco assorbiva le poche voci ancora dissonanti. La Grande Adunanza stava avvicinandosi alla sua decisione.

***

Il legato Dervis non si era ancora riavuto dalla sorpresa.
– Dovete essere impazziti. Impazziti. Ti rendi conto che di tutte le persone che potrebbero trovarsi nelle vicinanze del Consiglio in questo momento tu sei la meno…
– Se sono io a parlare con te c’è una ragione precisa. Ho bisogno di sapere e non potevo fidarmi di quanto mi avrebbe riportato un aiuto di terza categoria.
– Lo sai che se avessi saputo che eri tu quello che dovevo incontrare non sarei mai venuto, vero?
– Lo so. E proprio per questo ti abbiamo tenuto all’oscuro. Ma adesso sei qui, e tanto vale che tu mi dia la risposta: cosa vogliono davvero gli X’ervees dal Consiglio della Confederazione?
– Una spiegazione, suppongo. E poi, senza dubbio, una qualche riparazione.
– Una spiegazione di cosa?
– Secondo me hanno capito. Probabilmente non hanno alcuna prova, ma hanno perlomeno il sospetto di essere stati beffati.
– Ne sei sicuro?
– Mah, non ho nessun elemento concreto. Però, conoscendoli, non riesco a immaginare nient’altro che avrebbe potuto indurli a chiedere un’udienza.
– I tuoi amici X’ervees non ti hanno detto nulla che possa…
– I miei amici, grazie al tuo infallibile piano, non sono più così amichevoli nei miei confronti. Ho passato gli ultimi tre mesi praticamente confinato nella mia residenza, con tutti gli onori, naturalmente. “A titolo temporaneo, in modo da poter meglio garantire la sicurezza di Vs Eccellenza nel malaugurato caso di uno spiacevole incidente”, c’era scritto nel bigliettino che mi ha fatto recapitare il Supremo Maestro.
– Dovevo saperlo. Sei inutile, proprio come lo sei stato su X’aav.
– OK, se lo dici tu, come preferisci. Tu invece…
– Io ho sacrificato la mia identità pubblica, la mia carriera, per salvare la faccia della Confederazione!
– Se credi di esserci riuscito ti sbagli. E te ne accorgerai domani all’udienza. Mi sembra di avertelo già detto allora. Gli X’ervees sono legalisti, incorruttibili e hanno un senso assoluto della giustizia. Non ce la faranno passare liscia.
– È quello che vedremo. Non hanno prove. Non possono averne. E gli Osservatori non umani al Consiglio della Confederazione sono tutti in eccellenti rapporti con noi, da quando l’Osservatore degli Esterni è stato sostituito. Ci appoggeranno, e tutto finirà in nulla.
– Non avrai l’intenzione di essere presente di persona, domani?
– Credo proprio di sì. Sarò fra gli aiuti del vice-delegato. Non temere, non c’è pericolo, nessuno può riconoscermi.
– Sei pazzo. Siete tutti impazziti. Ma la pazzia non paga in diplomazia, e d’altra parte mi sembra che i risultati lo dimostrino ampiamente. In ogni modo non sono più fatti miei, il Supremo Maestro X’vereys apparentemente non ha più bisogno di me. Domani verrà assistito da un interprete ufficiale del Consiglio, e io sarò a qualche anno luce di distanza. Me ne torno su X’aav.
– Ti auguro buon viaggio allora, – replicò con un sorriso ironico l’uomo che era stato un tempo l’ambasciatore Arlen. Ma il legato Dervis gli aveva già voltato le spalle, e se ne stava andando.

***

Il Supremo Maestro rivolse lo sguardo tutto intorno, facendo scorrere i grandi occhi compositi sui seggi dei cinquecento membri del Consiglio della Confederazione, i palchi degli Osservatori, le postazioni dei reporter, le tribune su cui si assiepava il pubblico. Aveva fatto le sue rimostranze, esposto le sue deduzioni. Aveva replicato ai dinieghi del Primo Consigliere, e formulato la sua richiesta: la Confederazione avrebbe dovuto riconoscere pubblicamente i propri torti, oltre ovviamente a riconsegnare l’ambasciatore Arlen agli X’ervees. Le rivendicazioni addizionali di risarcimenti materiali erano ingenti ma negoziabili.

Come si aspettava, tutte le richieste erano state rifiutate. Ora aveva diritto a un’ultima replica, prima di esser congedato.

Il Supremo Maestro si alzò, alto e solenne. Il traduttore vocale risuonò ancora una volta nella grande aula, lento e impersonale, in una povera traduzione dello X’ivush, il linguaggio intermedio degli X’ervees.

Oggi ogni legittima richiesta è stata rifiutata. Ma le richieste perdurano legittime. Oggi ogni verità è stata negata. Ma la verità sussiste, al di là delle menzogne. Oggi la forza ha voluto trionfare sulla giustizia. Ma l’onore dei percossi rimane intatto. Oggi il prezzo del tradimento è stato ripudiato. Ma la dignità perduta viene riscattata.

Il Supremo Maestro fece una pausa, scrutando ancora una volta intorno, lentamente.

– Oggi ricade su di me il sacrificio necessario a pagare il costo della vendetta.

Più di duemila bocche si spalancarono per l’orrore mentre il corpo del Supremo Maestro si disintegrava in migliaia di minuscoli frammenti, una nuvola impazzita di schegge nerissime, roteante dove appena un attimo prima, visibile a tutto l’emiciclo, si trovava l’alta figura da coleottero del Maestro. Le bocche restarono spalancate per un po’. La nube sembrò fermarsi un lunghissimo secondo, vibrando e pulsando leggermente.

Poi, i minuscoli e letali parassiti partirono a migliaia, velocissimi, in cerca delle loro prede.

__________
Roberto Corsini “Gravitazero”
Da grande avrebbe voluto fare o l’accalappiacani o l’astronauta. Un paio d’anni fa ha ridimensionato le sue ambizioni, e non se ne è ancora completamente ristabilito. Vive e lavora nei pressi di Ginevra. Nel tempo libero accelera elettroni.
gravità zero

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(marco manicardi)
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