Una piccola passione

di Emilia Cesiro “Bezael”

Non ricordo com’è iniziata tutta la faccenda. Chi è che si ricorda l’esatto momento in cui ha saputo che quello si chiama sole, che quello è il cielo, quell’altro è un tramonto, e stelle, e eccetera? Però ti piacciano, se sei quel tipo di persona. Anche a me piacciono. Mi piace anche leggere. E non so com’è iniziato. Ci sono dei flash. Zia Maria, che non era proprio mio zia, che mi tiene per mano per andare a casa sua, che mi compra la girella, e che non ha librerie in casa, ma solo colonne di libri impilati, alte quanto lei. La generale sensazione che fosse una cosa buona, leggere. Buona e comoda, un bel posto senza falene. C’era questo libro, in casa, collana Italsider. Bianco e viola, caratteri in copertina helvetica, o simili. Che ne so, magari l’avevo preso sperando che mi spiegasse il mistero del lavoro di mio padre o più semplicemente il titolo: “Racconti” cioè, storie corte, che non ci metti tanto ad arrivare alla fine (perché come finisce è sempre stata la cosa importante); la seconda parte, “di fantascienza”: ecco, qua c’è proprio il mistero, io non lo so cos’è e com’è che lo sapessi, però lo sapevo, che quello era un posto anche migliore, la fantascienza. C’era “Ali notturne” di Silverberg, “Il principio di Yehudi” di Brown e “Ricordi per tutti” di Dick. Ce n’erano anche altri di racconti, “Cade la notte” di Asimov, il racconto più premiato di tutti i tempi, qualcosa di Bradbury. Ma “Ali notturne” era stato proprio l’amore, c’era tutto quello che potevo desiderare da piccola: la malinconia, un futuro lontano con una terra in evidente decadenza, un trio, un cattivo, il riscatto di una vita passata ad aspettare un nemico che forse non sarebbe mai arrivato, ma, soprattutto, una tecnologia a base organica, e uno dei protagonisti che m’immaginavo come una versione più massiccia di Spock, il mio primo vero amore. Chiariamo una cosa: nel mio branco di lupetti e coccinelle, tra i banchi della mia scuola, Star Trek era una cosa fica. Riuscire a sollevare il sopracciglio come faceva Spock o ancora meglio, saper fare il saluto vulcaniano, garantiva onore, gloria, pezzi aggiuntivi di focaccia e merendine varie, attenzione per tutto il tempo delle ricreazione, essere fermati ai giardinetti per ripetere l’impresa e richieste con dediche. Giuro! Comunque quel racconto s’annidò nel mio cuoricino di lettrice e iniziò a germogliare un gusto particolare, alimentato grazie all’iscrizione all’Euroclub di mia mamma, che la costringeva a comprare un libro al mese, e che riempì la casa con tutti i volumi de “Le grandi storie di fantascienza”, quelle curate da Asimov e Greenberg. Compravo e leggevo tutto, gli Urania in edicola e sulle bancarelle, rubavo quando potevo e tutti quei libri, leciti e non, bruciavano nella tasca del parka e nello zaino. Il ciclo di Fondazione? Tutti, comprati e letti, consumati, anche quelli brutti. I racconti brevi? I libri dei robot? Tutti, tutti, tutti. Philip K. Dick? Praticamente un parente. Sturgeon? Una continua lamentazione, non si trovavano i suoi racconti neanche a scambiarle con il migliore dei reni. In libreria, era una costante caccia alle copertine dorate della Nord. Nonostante le sbandate per Benni, Dickens, Dostoevskji, Potok, le Brönte tornavo sempre lì. E in casa avevo finalmente un computer. Avete idea di che effetto può avere la lettura di Neuromante in contemporanea con il possesso del primo computer? Già mi vedevo, hacker a primavera. E poi venne l’esame di maturità. Il tema sulla fantascienza. Maturità scientifica 1991, il tema sulla fantascienza. E io scrivo. Scrivo tutto. Lo specchio deformato della nostra società, l’inquietudine distopica, l’interrogarsi sulla natura della percezione e della stessa umanità, il sentimento della frontiera, l’anelito verso l’ignoto… Era una vita che mi preparavo per quel momento… e niente, quattro. Quella troia mi dà quattro. E mi dice: “Poteva parlare di Highlander, che è un gran bel film”. Ancora mi chiedo com’è che non le esplose il cervello. L’ondata d’odio che stavo generando doveva essere sufficiente a sfondarne quattro di media dimensione, e comunque la commissione ammutolì e il mio prof. di matematica, membro interno, uscì dalla stanza, forse temendo il peggio. La sconfissi ugualmente sul suo campo di gioco: il XXXIII canto del paradiso, la poesia delle piccole cose di Gozzano, Montale e Calvino, un’ora d’interrogazione solo di italiano. Stremata, s’arrese. Io ci rimasi un po’ male, mi dispiaceva non essere riuscita a spiegare il potere immaginativo di quelle storie, a rendere omaggio al mio mondo, al mio amore.
Tre mesi dopo. Dopo mezz’ora che aspettiamo di entrare in aula magna, finalmente il bidello apre per la prima di lezione di letteratura italiana. Il ragazzo seduto vicino a me indossa una t-shirt di Nick Cave e ha una copia originale di Mirror Shades. Saranno quattro anni meravigliosi.

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Emilia Cesiro “Bezael”
Nasce a Napoli ma da trentacinque anni vive a Genova per colpa dell’Ayatollah Khomeini. Insegna italiano alle medie: il mestiere le piace ma non il verbo che non è preciso. Blogga, ma soprattutto reblogga su bezael.

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(marco manicardi)
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