L’Oostvaard e il Conglomerato

di Matteo Benni

Uno.
Quando Sander Bos aveva iniziato a correre si era sentito uno stupido: bastava uno spazio troppo grande per farlo scappare. Scappare dove, poi? Perché correva? Non riusciva a capirlo. E al tempo stesso non riusciva a fermarsi.
L’istinto della fuga era arrivato di colpo, all’alba. Era il suo quinto giorno fuori dal Conglomerato.
La notte l’aveva passata appollaiato tra i rami di un grosso albero. Il tronco emanava un piacevole odore dolciastro, uno dei tanti profumi che non aveva mai sentito prima. Quel posto ne era pieno.
Più che l’alba, a svegliarlo era stato il gracchiare di una famiglia di aironi color cenere che aveva trovato casa qualche ramo sopra la sua testa. Gli ci erano voluti alcuni secondi per ricordare come fosse finito lì, e qualche altro istante per considerare che ormai aveva perso del tutto il senso dell’orientamento.
Poi qualcosa aveva urtato la sua gamba. Aveva sentito grattare, poi ancora un colpo: un corpo estraneo si era issato in equilibrio sulla sua caviglia e stava iniziando a muoversi veloce.
Sander Bos aveva messo a fuoco in quella direzione. Era un topo. La coda grossa, il pelo lungo e marrone, chiazzato di nero.
Ancora stordito dal sonno, senza pensare ad altro, si era alzato ed era sceso veloce a terra. Aveva raccolto il suo piccolo zaino e aveva guardato davanti a sé. C’erano erba gialla, sterpaglie, grandi alberi e un enorme cielo azzurro, tanto luminoso da ferire gli occhi.
Era stato allora che il fiato aveva smesso di scendere verso i polmoni. Non era abituato a scenari simili, nessuno lo era più. Non una parete, una vetrata, un soffitto. Non una mappa o una planimetria. In quell’orizzonte senza fine, era solo. Era perduto.

Due.
La vecchia casa di Jar e Wendy. A Judith non piaceva l’idea, ma quando Jeroen le aveva chiesto di trovarne una migliore, non aveva saputo cosa rispondere.
Quante volte era stata in quella casa? Non riusciva nemmeno a ipotizzare un numero. Sicuramente ogni volta che aveva avuto paura. E nell’Oostvaard, per un bambina piccola, avere paura è un’esperienza quotidiana. Un esercizio intensivo. Era anche merito di quel rifugio se aveva saputo diventare grande.
La casa dei nonni. Vuota da quasi un anno, ormai. Se ne erano andati, uno dopo l’altra, a pochi mesi di distanza.
Non ricordava di aver mai versato tante lacrime.
– Aiutami Judith.
La voce di Jeroen la riportò al presente.
Fecero scendere da cavallo l’uomo ancora bendato. Camminava a fatica. Jeroen aprì la porta e lei lo accompagnò dentro, sostenendolo sotto una spalla.
– Nella stanza dietro – disse.
Nessuno entrava più in quella casa, non ce n’era motivo. Ma era meglio essere prudenti.
Jeroen aprì una seconda porta e la richiuse con cura dopo che Judith e l’uomo bendato furono passati.
Judith lo fece sedere su una vecchia sedia impolverata. La fasciatura improvvisata che gli avevano fissato alla gamba era sporca di sangue, ma l’emorragia sembrava essersi fermata.
Jeroen gli si avvicinò e gli tolse la benda dagli occhi.
Sander Bos impiegò diversi secondi ad abituarsi a quella nuova penombra, segnata da un odore secco e granuloso.
Doveva essere quasi svenuto quando lo avevano trovato. Ricordava forme sfuocate e molte parole veloci.
Lo avevano caricato su un cavallo, gli avevano fasciato la gamba ferita e bendato gli occhi. Dove lo avevano portato?
– Io sono Jeroen, lei è Judith
La voce era vicina, ma Sander ancora non riusciva a mettere a fuoco il volto da cui arrivava.
– È probabile – continuò la stessa voce – che se qualcuno degli abitanti dell’Oostvaard scoprisse la tua presenza qui, la vita per te diventerebbe difficile. Molto più che adesso.
Era un ragazzino a parlare. Capelli biondi, corti e scomposti, non poteva avere più di diciotto o diciannove anni. E la ragazza accanto a lui, sguardo basso e vestito azzurro, non ne dimostrava più di sedici.
– Non vogliamo farti del male o derubarti. Non sei nostro prigioniero o cose simili – disse lei.
– Cosa volete allora? – si decise a chiedere lui. La voce non gli era uscita così ferma come avrebbe voluto.
– Prima di tutto una conferma – disse Jeroen.
Fece un passo avanti, poi chiese: – Arrivi davvero dal Conglomerato?

Tre.
Seduto su una vecchia sedia bassa, Sander Bos ricordava.
Aveva attraversato la piana desolata di rovi ed erba alta. Cervi rossi ed enormi, irreali, bisonti alzavano lenti le loro teste al suo passaggio. Lo osservavano senza mostrare emozioni poi, ancora lenti, tornavano a brucare.
Correva e non sapeva fermarsi. Dove stava andando? Da cosa scappava? Quante provviste gli rimanevano? In quale punto di quella immensa pianura sarebbe morto? Quegli animali avrebbero mangiato il suo cadavere? Aveva importanza?
Il suono sottile di un allarme gli aveva ridato lucidità.
Aveva sollevato il polso destro: una luce rossa aveva preso a lampeggiare sul margine di un quadrante circolare.
Uomini? Là fuori? Ma non era riuscito a pensare oltre.
Un ramo, una radice, forse una pietra: i piedi avevano perso il terreno. Era caduto.
Un dolore tagliente era corso rapido lungo tutto il corpo.
Poi ancora, più forte di prima.
Rotolava a terra tenendosi una gamba. Era finito su una roccia scheggiata. Era ferito e perdeva sangue. Non era in grado di rialzarsi.
Il suono intermittente dell’allarme continuava. Uomini. Chi erano? Lo avrebbero trovato?
Ricordi lontani.
Era in quella casa da otto giorni, ormai. A metà giornata e dopo il tramonto gli venivano portati cibo e acqua. Judith gli medicava la ferita e cambiava la fasciatura alla gamba. Dopo poco più di una settimana riusciva a stare in piedi senza fatica e, seppur zoppicando, a camminare. Non c’erano ossa rotte, solo una brutta botta e qualche taglio che si stava rimarginando velocemente.
Ogni volta che lo andavano a trovare, Jeroen e Judith volevano sapere della sua vita al Conglomerato. Volevano capire come era fatta. E incontro dopo incontro, Sander Bos gli aveva raccontato tutto quello che poteva: dall’infanzia passata nel Centro Comune, segnata dalla stagione spaventosa delle esplosioni, fino agli ultimi anni, trascorsi nel grigiore artificiale della Centrale Energetica. Spiegava ogni cosa con cura, descrivendo ambienti, usanze, costumi e modi di dire.
Solo sulla sua fuga si era ritrovato a mentire. Dal Conglomerato era stato cacciato, aveva detto. Un suo superiore lo aveva incastrato inventandosi una infrazione che non aveva mai commesso.
Per giustificare quella severa punizione, Sander aveva imbastito un complesso racconto di invidie e rancori mai sopiti che, a giudicare dalle loro facce, i due ragazzi non dovevano aver capito fino in fondo. Da allora, però, non avevano più avanzato domande su quel tema, e tanto bastava.
In cambio del racconto della sua vita ormai passata, Sander Bos aveva provato a capire dove fosse finito.
Oostvaard, gli avevano detto. Così si chiamava quella regione.
Judith e Jeroen non erano in grado di delimitarne un confine preciso, ma doveva essere uno spazio molto vasto. Nel suo percorso fino a lì, Sander ricordava un cambio drastico di paesaggio una volta superato un lungo tratto di foresta. Poteva essere quello il punto in cui aveva inizio.
L’Oostvaard era il frutto di un esperimento avviato molti anni prima, gli aveva spiegato Jeroen. L’obiettivo era ricreare, all’interno di un grande parco, l’ambiente naturale del pianeta prima della comparsa dell’uomo.
Il primo passo era stato introdurre nell’area diverse specie animali sopravvissute nei secoli all’estinzione, le quali, adattandosi al territorio ed espandendosi, avevano dato vita a un habitat del tutto originale.
Alcuni decenni più tardi, in una seconda fase del progetto, si era riusciti ad andare oltre: grazie ai progressi della tecnologia genetica, erano state riportate in vita alcune antiche specie animali ormai estinte. Ma questa nuova attività era durata soltanto pochi anni, interrotta di colpo dall’inizio delle esplosioni.
Le famiglie di Judith e di Jeroen furono tra le prime a stabilirsi nell’Oostvaard. I loro genitori facevano parte del gruppo di ricerca che aveva portato avanti l’esperimento. Nei mesi del conflitto, paura e incertezza dominavano gli animi, e quello era un luogo disabitato e deserto: nessuno avrebbe sprecato tempo e risorse per bombardarlo.
Nuovi abitanti si erano aggiunti negli anni: sparuti profughi e viandanti stanchi. Una manciata di persone. Erano in pochi quelli che sapevano come arrivare fino a lì.

Quattro.
Il sogno di Judith e Jeroen era entrare al Conglomerato. Il loro sogno: così avevano detto.
Per la prima volta dal suo arrivo, a Sander Bos era stato concesso di uscire di casa. La gamba gli faceva ancora male, ma in un modo o nell’altro riusciva a camminare. Era una sera tiepida e serena. La luna accesa a metà ricopriva di bianco la piana selvaggia. I versi sommessi degli uccelli notturni erano gli unici rumori.
Lo avevano accompagnato per un breve sentiero sulla cima di una piccola collina. Da lì si riuscivano a scorgere lontane le sagome scure di altre case in legno, simili a quella che lo aveva ospitato fino ad allora.
Per un minuto erano rimasti a osservare la terra e la notte.
Poi Jeroen aveva rotto il silenzio: – Il Conglomerato. Come facciamo ad entrarci? – aveva chiesto.
Volevano andarci davvero.
Sapevano che una volta dentro non avrebbero più avuto modo di uscire? Sander aveva sottolineato quel particolare con molta cura, nei suoi racconti. Lo ribadì ancora una volta. Nessuna obiezione: era un dettaglio che non sembrava interessargli.
Il Conglomerato. Come entrarci. Il posto da cui per tutta la vita aveva cercato di scappare era il posto che volevano a tutti i costi raggiungere quei due ragazzini. Non avevano sogno più grande di quello, dicevano.
Forse perché la loro vita laggiù era già un sogno? Ora che lo vedeva in tutta la sua bianca pacatezza, quel luogo, l’Oostvaard, gli sembrava incredibile, grande quanto non era mai riuscito ad immaginare. Lo esplorava con lo sguardo e non desiderava altro che attraversarlo da cima a fondo e svelarne ogni dettaglio. Le braccia aperte dell’orizzonte avevano smesso di spaventarlo.
Restò a lungo in silenzio. Poi si decise.
Non era uno scambio equo e lo sapeva. Ma il peso di scelte come quelle dipende dal valore che ognuno attribuisce ai singoli elementi.
– Vi posso accompagnare – disse puntando lo sguardo su Judith e Jeroen. – Vi posso accompagnare fino a là. Al Conglomerato.
Jeroen non riuscì a nascondere un sorriso beffardo, gli occhi di Judith presero a brillare.
– In cambio – continuò Sander – voglio fermarmi qui, nell’Oostvaard. Da civile.
– Ti faremo avere vestiti adatti – ribattè pronto Jeroen. – Sarai un viandante sopravvissuto alle esplosioni al nord, sulla costa. Chiederai aiuto a una famiglia poco lontano da qui. Loro ti troveranno una sistemazione. Non mi stupirei se fosse la stessa casa in cui sei stato finora. Una prigione che diventava casa, pensò Sander. Non così strano come poteva sembrare.

Cinque.
Lasciarono l’Oostvaard la notte successiva e viaggiarono a cavallo per quattro giornate.
Presto Sander si trovò a osservare da vicino gli stessi grandi animali, simili a enormi bisonti, che aveva visto arrivando lì. Si chiamavano uri, gli spiegarono Judith e Jeroen. Ufficialmente estinti nel 1627. Erano una delle specie riportate in vita pochi anni prima grazie alla tecnologia genetica, quando il progetto dell’Oostvaard era ancora attivo. Gli uri, in particolare, si erano adattati molto bene a quel nuovo habitat primigenio.
A fargli compagnia c’erano i piccoli cavalli tarpan, i cervi rossi, le volpi. Una mattina avevano persino visto un’aquila di mare planare severa poco lontano.
Un astore dalle ali color terra aveva deciso, incuriosito, di seguirli. Giorno dopo giorno, lo avevano visto volteggiare sopra le loro teste poco prima del tramonto. Soltanto quando furono ai confini dell’Oostvaard, lo scuro volatile aveva scelto di abbandonarli: Sander non sapeva decidere se il suo richiamo secco fosse un saluto benaugurante o un monito severo.
Impiegarono quasi un’intera giornata per attraversare la fitta striscia di foresta che chiudeva il territorio e avanzava arrampicandosi sopra un freddo altopiano. Quando ne raggiunsero la cima, gli alberi iniziarono a diradarsi, e davanti ai loro occhi comparve la sagoma scura del Coglomerato.
L’enorme struttura occupava quasi due terzi dell’intera piana rocciosa, spezzando l’orizzonte in modo innaturale. Il paesaggio, grigio e inospitale, aveva l’aspetto di un quadro al cui centro avessero ritagliato un grande foro rettangolare.
Si avvicinarono lentamente.
Jeroen e Judith avevano smesso di parlare e fissavano incerti l’enorme blocco nero che passo dopo passo sembrava inghiottirli.
Raggiunsero l’edificio da sud, e Sander spiegò loro che l’accesso per i volontari era sul lato opposto.
Volontari. Persone ingannate da un miraggio di falso benessere. Negli ultimi anni ne erano arrivati solo poche decine. E ne servivano molti di più per far funzionare a regime l’intero complesso. Voleva dire turni più lunghi, vite più misere.
Anche ora che rivedeva quel luogo da vicino, Sander era certo della sua scelta: a lungo era stato la sua casa, ma lì dentro non avrebbe mai più messo piede.
Percorsero a passo lento le lunghe centinaia di metri su cui si apriva la struttura. Alzando gli occhi, Jeroen e Judith non potevano vedere altro che la scura parete opaca scorrergli a fianco. Monotona, liscia, ininterrotta. Era alta tre volte l’albero più grande che avessero mai visto. Dietro quel muro scuro si apriva una scintillante città. Viva, luminosa, abitata. C’erano elettricità, schermi, negozi, persino automobili. Erano abbagliati dai loro stessi pensieri. Lo spazio nero su cui puntavano lo sguardo restituiva severo il riflesso lucente dei loro sogni.
Arrivati nelle vicinanze dell’ingresso, Sander prese i due ragazzi da parte e gli indicò il punto da cui sarebbero potuti entrare.
– Fermatevi a tre passi dalla parete e aspettate immobili – disse. – I sistemi di sicurezza vi analizzeranno per qualche secondo. Poi vi accorderanno l’accesso.
Judith e Jeroen fissavano decisi l’enorme parallelepipedo che si apriva davanti a loro.
– All’ingresso vi faranno firmare un contratto – disse ancora Sander. – Lavoro in cambio di alloggio. Questi sono i patti.
Li salutò entrambi, augurandogli buona fortuna. I dettagli per il suo ritorno all’Oostvaard erano già stati definiti. Se tutto fosse andato secondo i piani, non avrebbe dovuto incontrare grosse difficoltà.
L’addio durò pochi secondi. Li vide avanzare verso la parete nera. Fermarsi. Scomparire dietro di essa.

Sei.
Non smise mai di pensarli. Judith e Jeroen. Vedeva i loro volti ogni giorno.
Per un periodo tentò di dimenticarli, ma fu soltanto peggio. Continuava a vederli, persi e vuoti come era stato lui, tra le mura di quella grande prigione, schiavi delle poche ricche famiglie che controllavano rifornimenti ed energia.
Quanto ci avrebbero messo a pentirsi della loro scelta? Quando sarebbe arrivato il rimpianto? O davvero avrebbero accettato il Conglomerato per il resto delle loro vite? Poteva essere sul serio quello che volevano?
Il piano per insediarsi nell’Oostvaart era riuscito senza imprevisti. Come aveva temuto, era finito nella stessa casa in cui lo avevano nascosto quando era ferito. La vecchia casa di Jar e Wendy.
Era lì da alcuni mesi, ormai. Aveva qualche animale in una piccola stalla, un grande orto e terreno in abbondanza. Stava iniziando un paio di coltivazioni e i vicini erano prodighi di aiuto e di buoni consigli. Era una vita dura, ma era meglio di quanto avesse mai avuto.
Judith e Jeroen, invece, erano persi in un’era che non sarebbe mai più tornata. Doveva essere strano per loro: tanto giovani e con un passato alle spalle che appariva molto migliore del futuro che li aspettava. Capiva la voglia di nuovo che li aveva guidati fino al Conglomerato. Forse non avrebbe potuto fermarli in ogni caso. Ma non poteva nascondersi di essere stato, in quella loro scelta, un complice poco leale.
Un giorno, uno dei vicini, un signore anziano e cortese di nome Franck, gli aveva raccontato la storia di due ragazzi, fuggiti dall’Oostvaard appena prima che lui arrivasse. Non erano i primi a farlo. Di alcuni erano stati ritrovati i corpi senza vita a qualche giorno di cammino.
Di Judith e Jeroen, invece, si era persa ogni traccia. Le loro famiglie li piangevano, ma non avevano ancora abbandonato la speranza di rivederli.
Sander aveva ascoltato con attenzione quel racconto, salutato il vicino e ringraziato per la visita. Aveva chiuso la porta di casa e si era seduto su una vecchia sedia bassa, non più impolverata. Pensava a quelle famiglie e alla loro speranza. Una delle forze più robuste esistenti in natura. Robusta abbastanza, lo sapeva bene, da riuscire a varcare le spesse pareti nere di un Conglomerato. Era successo una volta. Sarebbe potuto succedere ancora.

__________
Matteo Benni
Nato circa trent’anni fa a Bologna, dove ancora vive e lavora. Di mestiere fa il giornalista e, più in generale, si occupa di comunicazione. Nel (poco) tempo libero si diverte (fino a un certo punto) a scrivere storie.
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