I sogni nelle crisalidi

di Christian M. Fedele

L’astronave è immensa. La sua mole da sola copre quasi un quarto della luna che ruota attorno a Corvalis V, il pianeta dei ribelli. Nugoli di veloci caccia-bombardieri le sciamano attorno, tempestandola con i cannoni laser nel vano tentativo di rallentarne l’avanzata. Ma i loro sforzi, per quanto disperati, sono ormai inutili; l’astronave ha agganciato l’orbita di Corvalis V e dal suo ventre metallico vengono sganciati sul pianeta grappoli di bombe al plasma. Il tempo sembra dilatarsi all’infinito mentre le piccole sfere cromate precipitano verso la superficie del mondo sottostante. L’attrito con l’atmosfera le trasforma in una miriade di fiammelle color cobalto; piccole lucciole artificiali che si perdono nella cappa nuvolosa del pianeta. Poi toccano il suolo, e si scatena l’inferno. La reazione al plasma incendia l’ossigeno dell’atmosfera trasformando Corvalis V una enorme palla di fuoco. Il calore che si sprigiona è tale che tutti i caccia-bombardieri, a centinaia di miglia di distanza, vengono vaporizzati; solo la gigantesca astronave, protetta da scudi ionici polarizzati, rimane incolume a tanta distruzione. Al suo interno, sul ponte di comando, il capitano Stigias osserva impassibile l’olocausto che ha scatenato, mentre fiamme colossali consumano il pianeta sotto di lui. Quello che un tempo era un mondo verde si trasforma in un ammasso di lava fusa da cui sorgono, quasi seguendo il ritmo di una muta sinfonia ancestrale, diafani esseri antropomorfi di forma cristallina. Il professor Metzil osserva affascinato questo spettacolo, conscio delle potenzialità che la sua scoperta porterà all’intero genere umano. «Vede mia cara», dice rivolgendosi alla dottoressa Lagmass, sua assistente di laboratorio, «gli sforzi di tanti anni di studi e ricerche sono stati ripagati: abbiamo creato una nuova forma di vita; una forma di vita di puro cristallo, inattaccabile dalle intemperie siderali e dal morso glaciale dello spazio più profondo. Grazie a loro potremo colonizzare l’universo. Pianeti incandescenti come Mercurio, o dalla gravità impossibile come Giove non saranno più inaccessibili a noi. Pensi a cosa potremmo fare con questi esseri. Oh, certo, visti così sembrano estremamente fragili, ma le assicuro che la loro struttura molecolare è in grado di fare a pezzi con un morso un uomo da cento chili.
Rispondendo a un ancestrale istinto di sopravvivenza Euphin fa un balzo all’indietro, evitando di un soffio le zanne della gigantesca creatura. Attorno a lui, sugli spalti, il pubblico esplode in un boato assordante. Un tempo avrebbe accolto quell’urlo con compiacimento, forse con gioia, ma anni di combattimenti nell’arena gli hanno insegnato che l’appoggio del pubblico è qualcosa di effimero, mutevole e capriccioso come i venti estivi che soffiano sui deserti di Goram, il suo pianeta natale. Ciò che veramente vuole quella gente assiepata lì attorno è veder scorrere il sangue, non importa di quale dei due contendenti.
Con un gesto di stizza Euphin si scosta dalla fronte una ciocca di capelli e nel frattempo retrocede, cercando di mantenere la maggior distanza possibile tra sé e il wilgor. Sente gli occhi gialli della creatura calamitarglisi addosso, implacabili, pronti a cogliere il momento propizio per sferrare un nuovo attacco. Euphin solleva lentamente lo scudo metallico, come se volesse proteggersi dall’imminente assalto; in realtà così facendo lo inclina in modo che la sua superficie, lucida e perfettamente levigata, rifletta la luce dei due soli gemelli proprio negli occhi sensibili del wilgor. Abbacinato, il suo bestiale avversario scuote furioso la testa. Si distrae solo per un attimo, ma è il momento che Euphin attendeva per attaccare. Lanciando un urlo agghiacciante si getta in avanti, e con la corta spada colpisce pesantemente il portellone bloccato, ultimo ostacolo che li separa dalla salvezza. Ma la massiccia porta al titanio rimane ben fissa sui cardini, facendo presagire loro una inevitabile lunga e dolorosa morte per asfissia. Gli altri passeggeri sono in preda al panico; non riescono a capacitarsi di come un’ordinaria crociera al largo della tranquilla costellazione di Andromeda abbia potuto tramutarsi nell’incubo che stanno vivendo. «Ascoltatemi!», grida loro Mikita, sovrastando il caos che regna nella piccola cuccetta. «L’impatto con l’asteroide ha messo fuori uso i generatori di ossigeno e l’aria all’interno dell’astronave sta ormai esaurendosi. Se vogliamo sopravvivere dobbiamo raggiungere le capsule di salvataggio nella plancia superiore. Purtroppo lo scontro ha fatto scattare i dispositivi di sicurezza, e i portelli dei passaggi di comunicazione sono stati bloccati. Per cui, l’unico modo per uscire da qui, è quello di trovare qualcosa che riesca a rompere il sigillo dell’Imperatore che nomina lui, Magdelon Terzo, il nuovo reggente di Seeref. Per raggiungere il suo scopo aveva dovuto avvelenare il consigliere Irakasi, che da sempre nutriva avversione nei suoi confronti. Era stata una mossa rischiosa, certo, ma ne era valsa la pena. Lo schiavo che aveva materialmente messo i cristalli di corsenzio nella bevanda di Irakasi era stato fatto sparire e nulla aveva collegato lui alla morte del consigliere. Aveva giocato il tutto per tutto, ma senza quel rischio calcolato non avrebbe mai raggiunto il controllo di Seeref, il pianeta dove gli schiavi in rivolta, incitati dalle urla profonde di Obessus, stanno per affrontare le truppe wikoniane, giunte in rinforzo della milizia locale. «Fratelli! Amici!» La voce di Obessus è profonda, ma le sue parole, per quanto crude e realistiche, non spaventano i suoi compagni, ma anzi li rassicurano, li tranquillizzano. «La lotta che ci attende sarà dura, e non vi nascondo che molti di voi non vedranno l’alba di domani. Eppure io vi dico che il sacrificio di chi perirà qui oggi non sarà stato vano. Riusciremo ad avere la meglio sulle armi dei nostri aguzzini, e una volta vinta anche quest’ultima battaglia nulla ci impedirà di marciare a ranghi serrati verso Zykon, la città capoluogo dell’Impero, piena di vizi e decadente, il luogo ideale per un novizio come Imasi per convertire i peccatori alla vera fede. Imasi è impaziente, non vede l’ora di raggiungere la capitale per diffondere il verbo del culto di Skaar, una setta di fanatici assassini asserragliati nello spazioporto con un centinaio di ostaggi. «Li ucciderò tutti, avete capito?» ringhia Fazakis, il capo dei terroristi. E così dicendo punta il pesante blaster alla testa di un ragazzo poco più che quindicenne accucciato al suo fianco. Il dito sta per premere il grilletto, ed è allora che il colpo del cecchino, sparato a una distanza di quasi tre isolati, gli stacca di netto il tentacolo della piovra robotica permettendo così a Sheela di liberarsi. I due giovani nuotano verso la superficie, tra la schiuma del mare resa opaca dall’olio che fuoriesce copioso dall’arto meccanico tranciato. Ma è presto perché possano dirsi salvi: l’antica sentinella robotica svelle i cavi che la tengono ancorata al fondo marino, e azionando un getto propulsivo sul dorso punta verso i due ragazzi. Quando si volta per incitare Sheela, Azumi scorge con orrore alle spalle dell’amica…

Una porta si apre nella superficie liscia dell’astronave, e in un attimo il vuoto dello spazio si riempie di minuscole crisalidi artificiali.
Sono migliaia di capsule criogeniche di vetro e acciaio, che fuoriescono dall’astronave perdendosi nell’universo.
Non sono vuote. Al loro interno ci sono dei corpi; corpi in animazione sospesa in attesa di cure in grado di riportarli in vita.
Corpi mantenuti artificialmente in bilico sul ciglio dell’aldilà; eternamente immobili ma con un barlume infinitesimale di coscienza che fa loro rivivere le vite passate in un sogno senza fine.
Nelle capsule criogeniche i loro cervelli erano schermati da campi magnetici, ma col tempo qualcosa doveva essere andato storto, e le loro onde cerebrali si erano mischiate, accavallate, penetrando all’interno del sistema operativo dell’astronave e portandolo quasi al collasso.
Per questo il computer di bordo della “Orpheus I°”, la necropoli artificiale orbitante, si era visto costretto a disconnetterli dai loro supporti vitali e li aveva scaricati nello spazio.
Aveva dovuto farlo per la salvaguardia dell’astronave.
Ora i sistemi di bordo si erano stabilizzati, e nel satellite artificiale tutto era tornato alla normalità.
Fuori, i corpi galleggiavano alla deriva nel vuoto cosmico, e presto le correnti dello spazio li avrebbero portati via, lontano, all’altro capo dell’universo.
Il computer sapeva che ciò che aveva appena fatto era in contrasto con la Direttiva 4 del suo protocollo, ma analizzando i banchi di memoria aveva appurato che erano secoli ormai che nessuno veniva più a visitare i corpi custoditi all’interno della necropoli orbitante.
Probabilmente sarebbe passato molto, molto tempo prima che qualcuno si accorgesse della loro sparizione.
O forse, più realisticamente, nessuno se ne sarebbe accorto mai.

__________
Christian M. Fedele
Indizi dell’esistenza di Christian M. Fedele sono state trovati sul Codice di Hammurabi, sul Codice Atlantico, sulla carta di Piri Reis e sui manoscritti perduti dell’antica Lemuria. Gli storici concordano nell’identificare in Lendinara, ridente paese della provincia di Rovigo, il suo luogo di nascita. In tempi recenti, tracce del suo operato sono state rinvenute sulle pubblicazioni di Sadastor Edizioni (“Fantastique!”, “Voci dal Vortice” e “Asteria”), Edizioni Scudo, NASF – Nuovi Autori Science Fiction, sulla fanzine “Strane storie” e, se state leggendo queste righe, su “L'(n+1)esimo libro della fantascienza” di Barabba.

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(marco manicardi)
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