Posti liberi in sala

di Leonardo Vacca “Pepper Mind”

C’eravamo tutti.
Vabbe’: mancava er Patata, che ci aveva chiuso lì dentro e poi se n’era andato, lo possino.
Quindi: c’eravamo quasi tutti.
Ci stava er Poscio, ribbattezzato apposta così quando ci siamo accorti che era solo lui che ci rovinava la comesichiama, l’armonia dei nomi, datosi che abbiamo deciso che devono iniziare tutti con la “P”, perché se no a lui lo chiamano Roscio, di solito, e non per i capelli, ma datosi che è comunista così.
Poi ci stava er Peso, così detto perché “ce va giù de peso” coi tamburi della batteria, tanto che quando ci pesta pesante pe’ davero, se stai attento, li puoi sentire urlà “basta, perché tanto dolore?”
Non ci stava er Patata, che comunque si chiamava così perché… perché gli piaceva… dai, avete capito cosa.
Er puré, appunto.
E per ultimo ci stava anche er Peperito, così detto perché ci ha ‘r pepe addosso, tanto che s’addormenta mentre parla, anche nel bel mezzo delle frasi, chessò, se sta dicendo “passami ‘r sale” si ferma a “passami” e ci tira ‘na pennica.

“Noi siamo le Farfalle Flautolenti
Vi spaccheremo presto tutti i denti
La musica è violenta e volgare
Se popo nun ve piace, annate un po’ a…”

Questa è ‘r nostro anthem d’apertura del concerto. E se proprio non vi piace…
Come si evince, noi ci abbiamo l’ossessione per i nomi che iniziano tutti uguali, con la “P”, tanto che, quando abbiamo fondato il gruppo, er Patata lo voleva pure chiamare Plautolenti Parpalle, figurate. Quando ce l’ha detto, tutto eccitato dall’idea che gli era venuta, noi l’abbiamo fissato.
Muti.
Per cinque minuti.
Poi gli abbiamo passato n’antro bonghe pieno di droga: fuma e taci, va’.
Ah, con noi ci stava pure Norma, la vecchia signora che accompagna sempre er Peso (è un cane, anzi, una cana, se proprio bisogna farne una questione de biologgìa, ma per noi è come una nonna, una nonna di quelle buone però, di quelle che non ci hanno mai cacciato di casa a carci ner culo).

Dunque stavamo lì, nel bunker della sala prove, datosi che ‘r Patata ci aveva chiusi dentro per obbligarci a suonare, che col demo stavamo a zero, non facevamo scoreggià ‘e chitare come si deve, e la data del nostro concerto era vicina ormai.
E per suonare amo suonato. Non ci rimaneva molto altro da fare, datosi che fuori non si poteva uscire.
Norma ha pure alzato l’orecchia due o tre volte, e se pure una signora sorda come lei nota che c’è grosso rumore fastidioso è segno che la musica funzica.
Però nun ce capiamo ‘na fava col mix, tutti quei volumi, lucette e lucettine, perché a tutta ‘sta roba ci pensa sempre er Patata, e quindi abbiamo suonato sì, ma senza registrare manco il pensiero di un riffe, mezzo giro di chitara, n’enticchia de quarcosa, giusto per dirsi “Be’, dai, è n’enticchia de quarcosa”, e andarcene finalmente fuori dal bunker, che ce stava a venì ‘r soffoco. Volevamo un po’ d’aria, stare all’aperto a fare quello che ogni cristiano fa all’aperto: ammazzarsi di alcol e droga in santa pace.
Allora ci siamo messi ad aspettare che arrivava er Patata con le chiavi, e a fumarci i bonghe, e a magnarci la scorta di Marz e Tuixxe, e altre cibarie da lurido che ‘r Poscio si porta sempre appresso. Poi er Poscio ha pure vomitato, e noi tutti giù a ridere, e poi smettevamo, e poi ci riprendeva, sempre così, ogni volta che guardavamo la moquette verde che non era più mica tanto verde dopo ‘r vurcano de Pompei der Poscio, ma tipo un beje trattino viola, a seconda di dove guardavamo, e quindi giù a ridere.
Suoniamo e magnamo, ridiamo e suoniamo, ridiamo che ti ridiamo e suoniamo e magnamo e anche un po’ dormiamo e scoreggiamo, che ci pareva il caso, quand’ecco che… ci siamo accorti di una certa cosetta: avevamo perso il senso del tempo.
Da quanto stavamo chiusi lì dentro?
Datosi che lì nel bunker i cellulari non prendevano, ma che “le date che essi riportano dicono che trattasi di giorni”, come diceva er Peperito (non senza tirarci una pennica dopo “riportano” e dopo “trattasi”), non ci si credeva, e datosi che non si poteva chiamare nessuno e nessuno ci veniva ad aprire, finalmente ci siamo accorti che stavamo chiusi lì dentro da un po’ troppo.
Un’enticchia troppo, via.
Forse un sospettuccio poteva anche venirci prima, datosi che l’acqua der bonghe sapeva de fogna.
Ma tant’è.

Poi c’è stato il grande botto.

Un botto senza rumore, come una luce azzurra, di metallo, il colore del suono di una chitarra che ti strappa l’anima, una bomba che fa rumore come mille, anzi centomila, forse un milione di persone che bisbigliano, un rumore che ci ha invaso il cranio solo per pochi secondi, che però a noi ci è sembrato non finire mai, ma invece è finito.
E quando è finito non si sentiva più niente: la calma.
E la porta s’è aperta… miracolo…
Norma si è “destata dal suo sonno di bellezza” (pe’ capisse, cinque minuti prima der botto stava a russà come ‘na campana), e con “passo flemmatico” (nel senso che andava a uno all’ora) ha iniziato a salire le scale.
Allora siamo usciti tutti.

Fuori c’era la notte, il freddo, e Roma.
E anche degli strani cosi per terra… tappi di biro?
Boh… ce n’erano veramente tanti, tutti in giro.
E poi… poi basta: non si muoveva una mosca.
Vabbe’, siamo in inverno, non ci stanno le mosche, ma per dire: c’era un silenzio che nun se poteva sentì (per forza, datosi che era silenzio silenzioso).
Camminavamo guardandoci in giro, mentre Norma trottava precisa precisa, come se sapeva dove andare, e quando ci perdevamo a guardare Roma abbandonata, si fermava ad aspettarci.
Già: abbandonata.
Nessuno in giro.
Nessuno anche dentro le case, perché molte ci avevano la porta aperta (in qualcuna ci siamo entrati a guardare per sicurezza, metti che ci era rimasto er nonno che stava a dormire con le bolle ar naso sul divano… e anche per prendere qualcosa da magnare, anzichenò).
Poi la signora cana si è fermata davanti a un taxi.
Vuoto, porta aperta.
Due tappi di biro, o quei così lì insomma, sul sedile… ci siamo saltati su, e via.
“Namo su ‘n colle, che se vede tutto”, ha detto er Poscio, che ogni tanto ci ha la penzata.
Allora andiamo.
I tappi di biro, a guardarli bene bene non erano tappi di biro, be’, certo, ci assomigliavano, ma non erano di plastica… erano come fatti di tanti aggeggetti elettronici piccolissimi… assurdi veramente.
Giriamo che ti rigiriamo, saliamo sul colle, scendiamo dal colle, saliamo sul colle, scendiamo dal colle, uno che dice “passa dellà che se vedono lo Zodiaco”, l’altro che risponde “ma te pare? Mica stamo a fa’ er mignotton turre!”, tutti rintronati dai bong e dai giorni passati lontano da tutti e tutto, e tutti anche molto cacati sotto per la situazione da filme di dariargento, alla fine ci siamo ritrovati a San Pietro dal Buco.
“Ma che ce siamo venuti affa’, qui?”, fa er Peso.
Saperlo. Alziamo le spalle, che stava a significare “ahò, ma te pare che qui o da n’antra parte fa differenza?”
Visto che ci siamo, guardiamo dalla serratura, dentro il buco, tanto per vedere la cupola di San Pietro, rilassarci, perché “il malcontento serpeggiava tra le file”, come si dice nei telefilme.
C’era un Buco.
Da dentro il buco, eh?
Cioè: dalla serratura non si vedeva il cupolone, come al solito, ma un altro buco, là in fondo, nella notte.
Un foro… che pareva vivo, tipo una bocca, circa, che risucchiava tutto… e si stava chiudendo, diventava piccola a vista d’occhio.
Come quando buchi una vecchia cartolina con la penna, da dietro la foto, e becchi proprio il cupolone, e poi tiri via la penna… e poi guardi la foto, coi bordi del foro tutti all’indietro, e dietro… be’, dietro, c’era quella luce azzurra.
Azzurra… come quella del botto nel cervello.
Quella del grande botto.

Non ce stavamo a capì ‘na fava.

Norma allora dice: sentite, il mio tempo sta per scadere.
Tenete, leggetevi questo giornale.
E statemi bene.
Lascia cadere di bocca la Repubblica, con la prima pagina che strilla: “DOMANI SI PARTE!”
Poi guarda Peso, gli lecca la mano, pare che sorride, si volta e se ne va giù per le vie.
La seguiamo, gridiamo “Ma ndo vai? Vieqquà!”, ma va più veloce di noi, non s’era mai vista correre così, e dopo un po’, gira un angolo di qua e un altro di là, e non la vediamo più.
Allora ci fermiamo a grattarci i pitocchi.
Noi stiamo sempre fuori di testa, ma quella volta lì mi sa che stavamo per fare er sarto de qualità di tutti i fuori de testa der monno… ce giraveno li areoplanini fosforescenti davanti all’occhi, tanto non ci stavamo più dentro.
Poi er Poscio si mette a leggere il giornale.
Peperito dice: ma sbajo o quella cana ha parlato?
Peso fa: a Pè, anvedi quanto sei osservatore… osservatore romano, anzichennò.
Er Poscio li interrompe, e ce lo dice.
“Qui dice che se ne sono andati tutti”.

Eh sì.
Proprio tutti.
Andati. Via.
Zero.
Ma dove so’ annati?
“Boh… dice che tutti i governi der monno hanno accettato l’invito degli alieni estra… extradimensionali, e quindi domani tutti se ne vanno via.”
Via.
Tutta una roba di nexi, nessus, varchi dimensionali, n’affare complicato de fisica astro-matematica quantistica botanica che ce vole ‘na laura pe’ capì.
Il giornale diceva che si erano aperte delle porte, questi nessi dimensionali, come il buco al posto del cupolone, che era una di quelle porte lì, era un nesso, una porta, che aprendosi s’è magnata anche tutta la cupola, e ormai si era quasi chiusa, dopo tutti ‘sti giorni che eravamo nel bunker, e poi chi ci arrivava lassù adesso… quando si era aperta doveva essere grande come, come… fino a terra, insomma, ma in quel momento ormai era… troppo in alto, troppo piccola.
Il giornale poi diceva che la nostra dimensione è stata perforata non si sa bene da dove, lo chiamava “l’extramondo”, bucata in tanti punti, tanti fori, tante porte, e la gente ci è entrata e saluti e baci, se n’è andata a vivere con gli alieni nell’extramondo. Tutto qui.

Tutto qui?
E com’è che nessuno, dico, nessuno di noi ci ha manco un messaggio sul cellulare, un tentativo di chiamata, un messaggio in segreteria… possibile che manco er Patata ha provato a dirci qualcosa, magari anche venirci ad aprire il bunker, anzichenò?
Nessuno, dico, nessuno ha provato a contattarci, manco la mamma, la sorella, lo zio Fernando che ci porta sempre il limoncello da Napoli?
Si fa presto a dire “si sono aperte delle porte e la gente ci è entrata, tutto qui”.
Ma tutto qui ‘sti cazzi!
Possibile che manco un cane ci ha provato ad avvertirci?

E i cellulari funzionavano, eh? Er Peperito ha fatto pure la prova, dato che lui ci ha questa fissa con le prove scientifiche, e ci ha chiamato uno per uno, e tutti gli abbiamo risposto: Sì? Ah, sei tu Pè?
E lui: e chi vuoi che sia?, me vedi che te sto a chiamà!
E tutti: e il concerto?
Ma il concerto cosa?
Nun ce se capiva popo ‘na fava che era una!
Cioé, no, una cosa invece l’avevamo capita, eh?
Ci avevano dimenticati lì.

Ma anvedi ‘sti zozzi.

__________
Leonardo Vacca “Pepper Mind”
Teste di nuvola

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(marco manicardi)
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