Necrodiesel

di Massimiliano Calamelli “mcalamelli”

(da Widekipedia, l’enciclopedia planetaria ufficiale)

Il necrodiesel è un biocombustibile, cioè un combustibile ottenuto da fonti rinnovabili, analogo al biodiesel [1] derivato dalla combustione di oli vegetali e grassi animali. Più precisamente, il necrodiesel è ottenuto da processo di eliminazione della xenoalga AL2047 [2].

Il necrodiesel è un biocombustibile liquido, semitrasparente e di colore verdastro, con una viscosità simile al biodiesel e al vecchio gasolio per autotrazione.

Al necrodiesel viene applicata una siglatura simile a quella del biodiesel per identificarne il grado di purezza. Il necrodiesel puro viene indicato con ND100, mentre per le miscele il numero che segue il prefisso ND indica la percentuale di necrodiesel contenuto (cosiderate le enormi quantità di xenoalghe [3], il necrodiesel commercializzato finora è sempre stato purissimo). Nella Confederazione degli Stati Americani la sigla è simile, ma viene omessa la lettera D (N100, N80, N40, eccetera).
Le specifiche planetarie standard per il necrodiesel sono fissate nella norma ISO 340389. La Confederazione degli Stati Americani fa riferimento inoltre alla specifica ASTM D 35754.

Dal punto di vista dell’impatto ambientale, sono valide le considerazioni relative al biodiesel [4], e alcuni punti sono ancora più favorevoli per il necrodiesel.

Le considerazioni socio-ambientali negative posso essere ricondotte a un solo punto: la coltivazione in cattività di un essere alieno con lo scopo di utilizzarne il corpo, una volta ucciso (vedere la trascrizione del manifesto «Amici degli alieni» [5]).

L’efficienza del necrodiesel è altissima, così come l’indice E.R.O.E.I. (rapporto tra energia ottenuta (ricavata) e energia spesa (investita)) (vedere i dati relativi al biodiesel [6]).

Xenoalga AL2047
(da Widekipedia, l’enciclopedia planetaria ufficiale)

AL2047 è la sigla che è stata assegnata alla forma di vita extraterrestre responsabile della prima invasione aliena rilevata sul nostro pianeta.

Il termine Xenoalga (dal greco xenos -> insolito, estraneo) è stato coniato appositamente per definire questa forma di vita avente un DNA alieno ma comunque assimilabile alle nostre alghe.

L’invasione è stata rilevata ufficialmente nel marzo del 2047 al largo delle coste Nord-Est della Repubblica del Giappone [1], estendendosi in poche settimane a tutto il Sud-Est asiatico.
Gli altri due focolai infettivi sono stati rilevati rispettivamente nel Golfo del Messico e nelle coste occidentali della Grande Unione Sudafricana [2]. Grazie alla Corrente del Golfo [3], l’invasione delle xenoalghe ha potuto estendersi con estrema facilità fino al Nord Europa.

La proliferazione aggressiva delle xenoalghe ha provocato danni enormi all’ecosistema delle zone colpite. Le forme di vita marine autoctone sono state spazzate via a causa dell’attitudine parassitaria delle xenoalghe, mentre le poche specie immuni – soprattutto crostacei – si sono spontaneamente allontanate da questi luoghi a causa dell’assenza di cibo.

Le xenoalghe hanno colpito duramente anche l’uomo, danneggiando la maggior parte delle flotte mercantili e degli impianti cimoelettrici [4].
Il livello di mortalità umano si è rilevato fortunatamente basso. Si contano alcune migliaia di decessi [5], sostanzialmente causati da shock anafilattico da contatto o da infezione polmonare – soprattutto in soggetti con problemi respiratori preesistenti.

L’invasione è rientrata dopo pochi mesi, in maniera spontanea, senza alcun intervento umano (quelli tentati [6] nel frattempo si sono rilevati inefficaci). I laboratori di ricerca, impegnati nello studio di un modo per bloccare le xenoalghe, hanno ipotizzato che la causa dell’arresto dell’invasione sia stata la proliferazione aggressiva delle stesse, proliferazione che ha portato a zero in tempi brevissimi il cibo disponibile. Sarebbero quindi morte di fame.

Il problema che si è presentato successivamente è stata la necessità di liberarsi della enorme quantità di xenoalghe morte.
L’Università di Oslo, da molti anni in prima linea nella ricerca di energie pulite alternative al petrolio, ha per prima ipotizzato la possibilità di utilizzare le xenoalghe per la produzione di biodiesel, come già avveniva per le alghe autoctone.
Dopo una brevissima fase di ricerca è stata realizzata la prima produzione di necrodiesel [7], produzione che ha evidenziato un altissimo rendimento a fronte di costi di realizzazione molto bassi.

Parallelamente alla eliminazione di ciò che rimaneva della prima ondata di xenoalghe, il gruppo di ricerca norvegese ha messo a punto un metodo efficace per la coltivazione controllata, metodo che è stato in seguito esportato nel resto del pianeta, dando il via ad una massiccia produzione di biocarburante e soppiantando così, in maniera definitiva, la dipendenza dal petrolio.

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Massimiliano Calamelli
Un bravuomo, dicono.
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(marco manicardi)
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