Confini

di Diego Fontana

– Come devo dirtelo che non sono un “frocetto”?
È frutto di un malinteso alquanto disdicevole. E comunque nemmeno mi sfiorano le tue fanciullesche provocazioni.
– Fanciullesche? Fanciullesche? Ma te lo vuoi mettere in testa che siamo nel ventunesimo secolo? Quand’è che imparerai a parlare in una lingua comprensibile, caro il mio frocetto? E poi devi pur ammettere che in quel “malinteso”, come lo chiami tu, non ci sono cascato solo io. C’è cascata una generazione intera.
Ed effettivamente era proprio così. Diciamo pure che se Guy non era omosessuale, i programmatori e i graphic designer avevano fatto di tutto per portarlo a credere. Per prima cosa il nome, con quell’allusiva assonanza. E poi quel comportamento così… così effeminato, ecco.
Tra i tre personaggi di quel videogioco del ventesimo secolo, “Final Fight”, Guy era senza dubbio quello meno potente. Sì, era agilissimo ma decisamente poco potente. Proprio come una femminuccia.
Sapeva saltellare di qua e di là, era ottimo nello schivare i colpi, ma assolutamente privo di potenza quando si trattava di assestarli.
– Va bene, non sei gay – finse di ammettere il ragazzo mentre il treno iniziava a rallentare – e allora perché quella fine? Perché ogni volta che finivo il gioco, c’eri tu che te ne andavi tutto soddisfatto con Cody, e quando arrivava la biondina lì… com’è che si chiamava?
– Jessica si chiamava. Era la primogenita, nonché unica figlia di Haggar, il beneamato sindaco di Metro City.
– Ecco, quando arrivava lei e chiamava Cody, tu ti ricordi cosa facevi? Te lo ricordo io cosa facevi: gli spaccavi la faccia. Così, come una checca isterica, indignato perché il tuo amichetto aveva una fidanzatina segreta.
– Quali volgari insinuazioni sono costrette a sopportare le mie nobili orecchie. Vuoi davvero sapere perché pervenivo alla lotta con Cody? È molto semplice in realtà: non riuscivo a tollerare che Jessica preferisse lui, un rozzo pugile da strada, a me, ultimo discendente di una grande e antica famiglia di samurai.
– Ma se non la degnavi neanche di uno sguardo! A te interessava Cody, non Jessica. Ammettilo, non c’è niente di male. Non ho problemi se uno dei miei eroi è un frocetto. Ne ho subite tante di delusioni… una più una meno, che differenza vuoi che faccia.
– Dici il vero: non mi permettevo di incrociare lo sguardo con gli splendidi occhi di Jessica. Ma solo perché il bushido me lo impedisce. Rammenta sempre che io sono l’ultimo discendente di una grande e antica famiglia di samurai, e pertanto ho un codice di comportamento da rispettare, una via da seguire.
-Sì, sì, va bene. Ok. Tanto è sempre così: quando non sai più cosa dire tiri fuori il bushid…

Il treno fermò bruscamente. Alcuni passeggeri, di quelli che non avevano trovato posto a sedere ed erano disseminati lungo il corridoio tra i seggiolini, per poco non caddero.
Uno finì quasi per urtare la spalla di Guy che istintivamente schivò il colpo spostandosi con il busto. Oramai riusciva a non farci più caso. Si era abituato agli sguardi indagatori della gente. Sapeva benissimo che con ogni probabilità lo sconosciuto aveva solo finto la caduta. Aveva usato quella scusa per poterlo toccare. Per poter sentire di che materia era fatto un ex personaggio di videogioco. Lo sapeva, ma in fondo non gli importava più. Nonostante il Giorno Zero avesse radicalmente modificato la realtà, ancora erano pochissimi i personaggi dei videogiochi che potevano aggirarsi tra gli uomini, e suscitavano sempre una morbosa curiosità. Per non parlare dei ripetuti episodi di razzismo che il Governo aveva provveduto con fin troppa solerzia a mettere a tacere.
Si diceva che una delle condizioni necessarie per il passaggio di dimensione, era che un umano lo desiderasse con forza sufficiente. A quel punto l’uomo diveniva il tramite del personaggio, e da lui dipendeva interamente la sua permanenza nella sfera umana.
Dal momento che Guy era così tangibile e reale, e dal momento che la sua permanenza sembrava oramai definitiva a tutti gli effetti, si doveva concludere che nonostante quell’atteggiamento strafottente il ragazzo lo adorasse per davvero.
L’unico inconveniente era il bianco e nero. Tutto di Guy, dal kimono arancione al castano dei capelli, dalla punta degli stivaletti al colore degli occhi era in bianco e nero.
Inconvenienti di questo genere facevano più o meno parte della normalità. I protocolli del governo li contemplavano tra gli “improbabili effetti indesiderati del postpassaggio”, ma in realtà era una consuetudine dovuta all’instabilità delle dimensioni.
Per il resto, Guy non si poteva proprio lamentare. La perfezione con cui era stato trasferito in questa sfera era pressoché vicina al 97 per cento. Sì, il suo tramite doveva decisamente adorarlo.
Guy sorrise, come può sorridere l’ultimo discendente di una grande e antica famiglia di samurai, interamente votato alla via del bushido: tra i due, in fondo, quello che adorava un uomo era il moccioso, non certo lui. Tra i due, se c’era qualcuno che poteva facilmente essere accusato di essere un “frocetto” era evidentemente il suo accusatore. E non c’era niente, in fin dei conti, che testimoniava che non lo fosse davvero.
A questo stava pensando Guy. A questo e al fatto di come nella realtà niente era esattamente come sembrava. Tutte le posizioni erano incerte e confuse. Sì, nella realtà lo zero poteva tranquillamente essere scambiato per uno. E per un ex personaggio di videogioco tutto questo era nuovo e difficile da capire.

– Hai i riflessi di sempre, su questo non c’è dubbio frocetto – osservò il ragazzo senza smettere di masticare la gomma che aveva in bocca da almeno due ore. Cercava di indovinare cosa passava nella mente del suo eroe.

Sì, Guy aveva senza dubbio i riflessi di sempre. Come ex personaggio di un videogioco, la realtà non aveva quasi effetto su di lui. Il tempo non modificava di un pixel la sua età, che era destinata a rimanere fissa a ventitrè anni. In teoria si sarebbe potuto considerare immortale. In pratica, in caso di morte violenta disponeva solo di tre vite più eventuali continuazioni. E l’unico che poteva garantirgli le continuazioni era ovviamente il ragazzo-tramite. Questo, Guy lo sapeva benissimo.
La sua vita era interamente nelle mani di quel ragazzetto insolente che gli sedeva di fronte. E questo rendeva più concreti che mai gli insegnamenti del bushido. Quello sbruffoncello, che gli piacesse o no, era il suo signore, il suo Daimio. Il Daimio dispone della vita di ogni suo samurai. E l’intera vita di un samurai deve essere spesa per difendere il suo Daimio.
Guy si risistemò sul sedile e fissò gli occhi nelle cornee blu intenso del ragazzo tramite.
Per un istante gli sovvenne di ribattere. Sapeva che se avesse utilizzato l’argomentazione della sua quasi perfezione come prova dell’adorazione nemmeno tanto segreta che il ragazzo doveva nutrire per lui, lo avrebbe facilmente messo nel sacco. Avrebbe rigirato l’accusa e avrebbe lasciato il moccioso senza argomenti.
Ma scacciò subito quell’idea, maledicendo se stesso anche solo per averla avuta. Era tutta colpa del suo carattere impulsivo, della sua eterna giovane età.
Entrare in una discussione tanto greve non si confaceva certo all’ultimo discendente di una grande e antica famiglia di samurai, interamente votato alla via del bushido. Così, guardando distrattamente le ombre in tutte le tonalità di grigio sulla sua mano, si limitò ad osservare:
– Questa cosa che voi umani chiamate Bianco e Nero. In realtà non è mai né Bianco, né Nero. Ci hai mai pensato? Dovreste chiamarlo “Sfumature di grigio”.

E lo disse alzandosi in piedi, con tutta la dignità che può avere solo l’ultimo discendente di una grande e antica famiglia di samurai, interamente votato eccetera eccetera.

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(marco manicardi)
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