In Onda

di Fabrizio De Santis “Gilgamesh”

“Perché io, il signor B., l’ho conosciuto quando non era ancora B., sai?” mi disse posando il bicchiere e guardandomi con l’aria di chi sta per rivelare un segreto.
“Ero un giovane di belle speranze” proseguì con aria assorta “e lui era già un palazzinaro importante: avevo appena vent’anni e lui aveva già l’età di mio padre, allora, più di quaranta… oltre qurant’anni fa. Però quasi nessuno immaginava quanta strada avrebbe fatto: io invece sì. Me lo presentò un mezzo parente, il marito di una quasi cugina di mia madre, ebreo solo di cognome, in realtà era di rito scozzese antico e accettato.”
Bevve un lungo sorso e riprese a parlare, con lo sguardo perso oltre il bancone di quercia, fissando un punto imprecisato di là dalla carta da parati beige a rilievo che tappezzava le pareti del pub. “All’epoca cercava qualcuno che avesse le entrature giuste presso il comune di Arzachena, aveva un progetto pronto, milioni di metri cubi, roba grossa.”
“Io però volevo proporgli qualcosa di diverso, di rivoluzionario: la televisione commerciale – pensa che allora erano appena cominciate le trasmissioni a colori e sembrava chissà che cosa, e lui era in trattative con Edilio Rusconi per Rete4 e ancora non possedeva Mondadori ma aveva già messo un piede dentro Italia1.”
Si schiarì la voce e continuò con un tono più basso, quasi suadente: “Non mi ricordo se Canale5 si chiamasse già così, ma penso di sì, da pochissimo. Trasmetteva, abusivamente, a livello nazionale: pensa che spedivano le videocassette Betacam col corriere, da regione a regione, e si sincronizzavano per mandarle in onda alla stessa ora in quasi tutta Italia.”
Sospirò. “Io avevo avuto quest’idea geniale: la televisione interattiva, con quella che adesso chiamerebbero set-topbox ma che allora nessuno sapeva come chiamare se non scatolotto. Avevo un amico, una specie di ingegnere tedesco. Cioè era davvero tedesco, ma non era proprio ingegnere, non aveva manco finito le superiori, però era un genio dell’elettronica; girava coi circuiti integrati nel borsello, era una barzelletta perfino tra i geek come lui, solo che allora nessuno li chiamava geek, ancora. Perché vedi, l’idea era di rendere la televisione interattiva, che poi nessuno sapeva bene cosa volesse dire, allora, ma pareva il futuro; anche se a malapena c’erano le reti a commutazione di pacchetto nazionali malamente interconnesse a livello europeo e ancora le gestivano le Poste, pensa te. E invece… invece…” si bloccò e rimase a fissare le bottiglie di liquore allineate sugli scaffali polverosi.
Gli misi davanti un altro bicchiere di Southern Comfort, e la lingua gli si sciolse nuovamente.
“Dieter non pensava minimamente che l’effetto potesse essere quello, sai? Lui cercava di ottenere un metodo per la trasmissione dati che sfruttasse le onde convogliate, sai cosa sono? No, ma che ne puoi sapere tu, figurati. Va bene, non entro in dettagli tecnici – quelli non li capisco neppure io – fatto sta che invece quello che ottenne fu una sorta di effetto mesmerizzante. Altro che i messaggi subliminali ipotizzati da qualcuno! Non esagero quando dico mesmerizzante, qualunque persona con più di sessant’anni od oltre dieci e meno di trenta rimaneva letteralmente ipnotizzata. E si beveva qualunque cosa. Non so perché i bambini e i thirty e i fortysomething fossero immuni, ma di fatto lo erano, almeno in larghissima parte. Prese tutto il pacchetto, naturalmente, gli bastò la dimostrazione che organizzammo con due Telefunken e un trasmettitore VHF a circuito chiuso, nella sala tempo libero di un pensionato per anziani.”
Bevve tutto d’un fiato e posò il bicchiere sul piano di cristallo con un suono secco.
“Deve tutto quel che è diventato, a quella fottuta invenzione: e noi stronzi che non l’abbiamo nemmeno brevettata, abbiamo dato retta al suo ufficio legale, firmato un accordo tipo NDA, sai cos’è? Ma se non sai nemmeno l’italiano, figurati un acronimo in inglese.”
“E sai la parte migliore? Non c’ha mai pagato nemmeno la prima fattura, quel grandissimo figlio di puttana: siamo in causa da allora e nel frattempo io sono fallito tre volte. Dieter è emigrato in Nuova Zelanda e alleva pecore merinos, ha pure cambiato nome e non vuole più sentir parlare di questa storia, gli fa troppo male.”
Grugnì e si girò verso di me con gli occhi spiritati.
“Che dici, valeva una bevuta questa storia? Non ci posso pensare che è morto, il vecchio puttaniere, e non voglio nemmeno sapere che fine ha fatto lo scatolotto di Dieter. Son vent’anni che cambio stanza se qualcuno appena accende la televisione.”
Si alzò, uscì dal locale e sputò per terra. Scomparve tra i vicoli della Marina prima che potessi anche solo provare a chiamarlo.
Riposi il taccuino e il dittafono digitale, pagai il conto e uscii nella sera fresca d’inizio autunno con le mani sprofondate nelle tasche del finto burberry, guardando le stelle oltre i lampioni spenti e una falce di luna che si rifletteva nelle pozzanghere.

__________
Fabrizio De Santis “Gilgamesh”
Potrebbe raccontarvi di quando percorreva la terra e dava nomi alle cose che non ne avevano, che erano tante perché l’umanità era giovane. Potrebbe ricordare tutti i nomi che ha avuto, ma sono troppi e troppo tempo è trascorso. Dunque vi dice solo che non si può raccontare una vita, anche una breve come le vostre, in poche righe. Una vita è una storia e ogni storia che meriti di essere raccontata richiede il suo tempo a chi la narra e a chi l’ascolta.
Gilgamesh – Sha Nagba Imuru

Annunci

Informazioni su il Many

(marco manicardi)
Questa voce è stata pubblicata in 2. (n+1)esimo ebook. Contrassegna il permalink.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...