Pazzia

di Lorenzo Davia

22 Novembre 2028
Su una nave da crociera di grosse dimensioni ci sono molti posti dove nascondersi. Purtroppo ora sono tutti già occupati.
Il filippino mi agita il pugnale davanti agli occhi, fissandomi in silenzio. Vedo solo il riflesso della luce al neon sulla lama e il suo viso magro. Faccio un passo indietro e la grata metallica scivola al suo posto. Quel buco mi è precluso.
Sento i passi dei miei inseguitori. Arrivano contemporaneamente da entrambe le estremità del corridoio. Alla mia destra filippini che brandiscono lunghe lance. A sinistra, tedeschi armati di coltelli. La divisione tra equipaggio e passeggeri continua a esistere, nonostante non abbia più senso.
Purtroppo ho perso il mio equipaggiamento e sono disarmato.
«Kaibigan!» Esclamo. «Friend!»
I due gruppi si fermano a qualche metro da me, fronteggiandosi. Urlano offese e minacce. Una lancia vola e colpisce un tedesco. Il tizio si porta le mani sulla pancia e cade al suolo. Scoppia la battaglia. I due gruppi si fondono in un’unica massa di corpi. Sono stritolato e gettato a terra. Il pavimento si riempie di corpi feriti e agonizzanti. Vedo solo una foresta di gambe nude e i volti sofferenti di quelli che sono caduti. Mi rialzo e mi appiattisco contro la paratia. Sento la superficie di metallo cedere dietro di me. Piccole mani mi afferrano e mi trascinano nell’oscurità.

Dieci giorni prima
Trenta minuti è il massimo che si può resistere, sulla terraferma. E non per il caldo, anche se i trentacinque gradi di metà novembre sono difficili da sopportare.
Abbiamo scoperto il limite di tempo in maniera empirica e crudele, mandando gente in esplorazione su entrambi i lati del Ponte, verso Messina e verso Reggio Calabria, e osservando da lontano come impazzivano. In effetti le prime cavie non erano impazzite, ma erano state assalite e uccise dai pazzi della terraferma.
Guardo per l’ennesima volta l’orologio. Dieci minuti.
Giusto il tempo per tornare indietro.
«È ora di andare.»
Gli scienziati impacchettano il loro materiale in silenzio. Campioni di terreno preso ai lati della strada per Punta Pezzo. Gabbie di conigli e topi lasciate per un giorno nel parcheggio del benzinaio. Fiale di sangue estratto dai pazzi che ho abbattuto (incredibile come ce ne siano sempre nascosti nelle case). Saliamo sulla jeep. L’autista sgomma e parte a tutta velocità in direzione del Ponte. Una delle donne del gruppo degli scienziati tiene una gabbia in grembo. Do un’occhiata: un coniglio morto, la pelle strappata e coperta di sangue. L’altro coniglio, vivo, ha il muso sporco di macchie rosse.
La donna mi guarda e dice:
«Troveremo un rimedio.»
Non ne è convinta nemmeno lei.

22 Novembre 2028
Al buio continuo a sentire i rumori dello scontro attutiti dalla parete d’acciaio. La luce di una lampada mi acceca. Il fascio di luce si sposta e illumina il volto di un ragazzino, che mi sorride.
Nel buio alle mie spalle una voce di bambina:
«Lo possiamo tenere?»
«No,» le dice il ragazzino.
«Ma ho fame!»
«Helena lo vuole. Se glielo portiamo ci darà da mangiare.»
Si rivolge a me:
«Seguimi.»
Striscio. Mi arrampico. Salgo e scendo per condotti stretti e maleodoranti. Mi procuro botte ed escoriazioni sui tubi e sulle travi d’acciaio, sotto l’incerta luce della mia guida. Dopo un’eternità usciamo dalle budella della nave, in un corridoio di servizio.
Il ragazzino afferra il coltellaccio che gli pende dai pantaloni e lo passa alla bambina.
«Se si muove uccidilo.»
La bambina afferra il manico con entrambe le manine e solleva la lama. L’altro si allontana e sparisce dietro un angolo del corridoio.
Sento bussare. Voci che parlano. Passi nel corridoio.
Arrivano due uomini, due neri dal corpo muscoloso e armati di Kalashnikov.
Senza tante cerimonie mi perquisiscono e mi fanno cenno di seguirli. In fondo al corridoio, una porta spalancata e presidiata da altre guardie armate. Vengo spinto dentro e la porta si chiude alle mie spalle. Sento il ragazzino discutere in filippino con una delle guardie rimaste fuori. Le voci salgono di tono. Una raffica di mitra spegne ogni discussione.

Dieci giorni prima.
La jeep divora l’asfalto del raccordo che ci conduce al Ponte. Non siamo al sicuro finché abbiamo la terra sotto i nostri sederi. Fissiamo tutti l’orologio del cruscotto. Sette minuti.
Quando oltrepassiamo i piloni di sostegno tiriamo tutti un sospiro di sollievo. Ora siamo salvi. Al posto di guardia, cento metri più avanti, ci fanno comunque restare mezz’ora isolati, sotto il sole palpitante e sotto il tiro dei fucili, aspettando di vedere se qualcuno di noi impazzisce. Passato il periodo di quarantena, rientro finalmente nella città del Ponte. La vista è – come sempre – deprimente. I container e gli autobus usati come abitazioni hanno perso la vernice e si sono ricoperti di ruggine. I tendoni sono pieni di rattoppi. Le poche persone che si vedono in giro camminano a testa bassa, indaffarate in chissà cosa.
Raggiungo il mio superiore nel suo ufficio, un vecchio furgone della polizia con teli al posto dei vetri e le ruote sgonfie.
Il tenente ascolta il mio breve rapporto. Quando ho finito mi dice:
«Sembra che un peschereccio abbia trovato qualcosa in mare. Qualcosa che richiede la nostra massima attenzione. Hanno richiesto degli uomini per una spedizione e ho fatto il tuo nome. Vai a rapporto al sedicesimo blocco, container 23.»
Sbuffo. Spedizione significa terraferma. Terraferma significa solo due cose: incontrare i pazzi o diventare uno di loro.

22 Novembre 2028
Con un sospiro mi volto a studiare l’ambiente nel quale mi trovo. La luce cade dalle vetrate sul soffitto illuminando la piscina interna della nave. L’acqua è torbida. L’aria è satura di rumori meccanici: lente pale rimescolano la poltiglia presente nella vasca, mentre i ventilatori rinnovano l’aria che puzza di uova marce. Più lontano, uomini si aggirano attorno a delle centrifughe. Algacultura.
Si avvicina una donna, capelli grigi e sguardo duro. È scortata da due filippini armati.
«Siete voi lo straniero che cerca il professor Etsin?» urla.
Annuisco.
Mi conducono in un corridoio lontano dal rumore.
«Il professore è qui?»
«Il professore è sotto la nostra custodia e lavora per noi.»
Guardo in direzione della piscina, anche se nascosta dalla paratia. Torno a guardare la donna.
«Perché lo cerchi?» mi chiede.
«Ha delle informazioni importanti riguardo la Pazzia.»
La donna sorride freddamente. Le rughe sul suo volto si fanno più profonde.
«Ogni tanto ce ne parla. Insiste perché lo lasciamo lavorare su una possibile cura. Ovviamente sono solo i vaneggiamenti di un vecchio. Figurati! Tempo fa sosteneva di parlare con una sirena: per poco non cadeva fuoribordo a forza di sporgersi. Noi preferiamo che si concentri sulla produzione.»
«Producete cibo?»
«Quanto basta a nutrire le persone che hai visto. Per la maggior parte produciamo combustibile.»
«E le altre persone qua a bordo?»
«Che si arrangino. Dobbiamo pur tenere in moto i motori!»
«Posso parlare con Etsin?»
«Cosa ci guadagno?»
Le sorrido.
«Cibo e combustibile. Se mi lasciate usare la radio, posso contattare la mia unità di supporto e organizzare un trasporto di rifornimenti.»
Leggo la cupidigia negli occhi della donna.

Dieci giorni prima
Pedalo per un terzo della lunghezza del ponte. Gli stralli gettano ombre geometriche sull’asfalto. L’alternanza di luci e ombre è quasi ipnotica. Attraverso aree dove il cemento è stato grattato via e sostituito da terreno coltivabile. Passo in mezzo alle gabbie del pollame e dei maiali. Taglio la strada a persone che non protestano solo perché ho la divisa da militare.
La mia destinazione sono tre container saldati assieme. C’è un unico ingresso, presidiato da due soldati madidi di sudore. Sopra i container due roulotte. Salgo la scala di metallo e mi affaccio all’unica porta aperta.
È l’ufficio di Paolo Carcassi, uno degli amministratori eletti di Musmeciville.
«Grazie di essere venuto. La missione che stiamo preparando consiste nel recupero di un civile, Edmund Etsin. Si trova a bordo di una nave da crociera. La situazione a bordo della nave ci è sconosciuta. Le ultime comunicazioni risalgono a quattro anni fa, subito dopo la Follia, e confermano la presenza di Etsin a bordo. Lei sarà a capo del comando che penetrerà nella nave per rintracciare e proteggere l’obiettivo.»
«Dove si trova questa nave?»
Prende una mappa e la stende sul tavolo. È una vecchia mappa, sulla quale brevi tratti di penna hanno aggiornato la posizione di alcune coste. Mi indica un punto al largo della Florida.
Scorro il dito su tutta la rotta che dovremo seguire: le coste della Sicilia, il Tirreno. Le Colonne d’Ercole e il Grande Oceano.
«Non sarà facile,» gli faccio notare. «Vampirati. Predoni dell’aria. Potremmo vederci costretti a usare la violenza per ottenere un po’ di cibo o di combustibile dagli insediamenti che incontreremo»
Carcassi annuisce.
«Manderemo un’unità da guerra, completamente rifornita.»
«Perché questo Etsin è così importante?»
«Mi segua. La metto a corrente di una cosa che deve rimanere segreta.»
Scendiamo. L’uomo fa un cenno alle guardie e queste aprono la porta del container. L’interno è fresco. Persone in camice bianco lavorano attorno a tavoli carichi di microscopi e provette da laboratorio. Un piccolo gruppo in un angolo guarda con interesse delle lastre a raggi X. Mi domando dove abbiano trovato tutto questo materiale.
Pesci e altre creature marine nuotano negli acquari. Uno sguardo attira la mia attenzione. È una donna, capelli rossi e viso diafano, che mi sorride. Ricambio il sorriso e mi avvicino. È distesa in una vasca di ceramica, colma d’acqua fino all’orlo. Sto per voltarmi verso Paolo ma una pinna esce dalla vasca e ricade sull’acqua con uno schiaffo. Gli schizzi mi bagnano la divisa. Mi avvicino ancora di più e guardo nella vasca, incredulo. La donna non ha gambe. È una sirena.
Paolo mi mette una mano sulla spalla e dice:
«Ambra, questo è Matteo. Andrà a recuperare il professor Etsin a bordo della Sea Magic.»
«Ciao Matteo.»
Ambra mi porge la mano.
Guardo Paolo, che mi strizza l’occhio. Stringo la mano della sirena. La mano è fredda e bagnata, ma indubbiamente umana.
«Abbiamo pescato Ambra cinque giorni fa al largo di Capo Vaticano,» mi spiega Paolo. «Può immaginare le facce dei pescatori: pensavano di aver preso nella rete un cadavere, invece avevano una sirena.»
Studio la creatura senza nemmeno ascoltare le parole di Paolo. È esattamente come la tradizione popolare dipinge una sirena: viso incantatore, seni abbondanti e coda di pesce. Fisso la congiunzione tra la carne umana e l’appendice dalle scaglie dorate. Mi domando dove abbia il sesso. La sirena sembra leggermi nel pensiero e agita nuovamente la coda, inzaccherandomi i pantaloni della divisa.
«Ha un messaggio.» Conclude Paolo. «Per noi.»
«Un messaggio?» A fatica distolgo gli occhi dalla sirena e guardo Paolo.
«È meglio che se lo faccia dire direttamente da lei.»
Ambra mi sorride. Parla.

22 Novembre 2028
«Mi dispiace per l’accoglienza con la quale è stato ricevuto su questa nave.»
A parlare è stato il professor Etsin. È un vecchio, magro e innocuo, seduto in un angolo dello sgabuzzino adibito a sua camera e prigione. Davanti a lui ha una scrivania ingombra di schemi di funzionamento e fogli con dati tecnici. Il necessario per far funzionare gli impianti di algacultura.
«Mi avevano detto che eravate venuti per me» continua. «Ho tentato di convincere Helena a salvarvi, ma si è rifiutata. Lei è l’unico superstite?»
Ripenso ai membri della mia squadra, ormai cibo per i cannibali della nave.
«Purtroppo sì, professor Etsin, abbiamo incontrato sua… figlia, Ambra. La natura di quella creatura è a dir poco incredibile, ma quello che ci ha raccontato ci ha riempito di speranza.»
«Ambra?» Gli occhi del vecchio si inumidiscono. «Allora è riuscita a comunicare il mio messaggio…»
«Lei sa veramente come fermare la Pazzia?»
«Ho avuto un’idea. Una buona idea. Avevo iniziato a lavorarci sopra, ma Helena non mi ha permesso di continuare le ricerche. Vuole solo avere il combustibile e controllare la nave. Questo le dà potere di vita e di morte, qua a bordo.»
Mi allunga una mano.
«Mi aiuti ad alzarmi!»
Mi chino per afferrarlo. Lui si aggrappa alle mie spalle e mormora:
«Ci ascoltano. Deve farmi fuggire da qui. Sono prigioniero.»
Lo aiuto a sollevarsi. Etsin fa due passi per la stanza e torna a sedersi sulla sedia.
La porta si spalanca. Helena si affaccia e mi fa cenno di uscire.
«Contento?» Mi chiede appena sono nel corridoio. «Ora fai la tua parte.»
In un’altra stanza c’è la radio. Seleziono le frequenze e contatto la nave appoggio.
«Qui Matteo. Sono a bordo della nave. Preparate una lancia con cibo e nafta per il bordo. Codice verde uno tre tre. Ripeto. Codice verde uno tre tre. Passo.»
«Ricevuto Matteo. Lancia con cibo e nafta. Codice verde uno tre tre. Passo e chiudo.»
Spengo l’apparecchio con la consapevolezza che ho potenzialmente condannato a morte ogni singola persona a bordo della nave.

Dieci giorni prima
«Sono una sirena. La cosa ti sorprende, vero? La tua faccia è qualcosa di incredibile. Se ti senti male, siediti. Sono la figlia di Edmund Etsin. Non lo hai mai sentito nominare, prima di oggi? Non mi sorprende, si lamentava sempre che il mondo non gli ha mai dato i giusti riconoscimenti per le sue scoperte nel campo della biologia marina. Si è finanziato da solo, e ha messo in piedi un laboratorio di genetica tutto suo. Io sono stata concepita là: mi ha ottenuto incrociando i suoi geni con quelli di… beh diverse specie marine. Non fare quella faccia, Matteo: non sono un mostro! Ho avuto un’infanzia migliore di quella di molti nati sulla terraferma. Un’educazione di livello universitario e un bellissimo mare nel quale nuotare, nelle splendide acque delle Hawaii. Qualche settimana prima che il mondo impazzisse, mio padre partì per un convegno negli Stati Uniti. Sarebbe ritornato con una nave da crociera perché voleva godersi un po’ di riposo. Purtroppo poi è successo quello che è successo. Io l’ho atteso invano per lunghi mesi, e poi sono partita per cercarlo. Era la prima volta che mi allontanavo tanto dalla costa. L’oceano, Matteo, l’oceano… sotto il mare, credimi, ci sono cose che non avete mai immaginato. Ci sono creature che i vostri biologi stenterebbero a classificare. Ci sono civiltà, là sotto, con culture pari alla vostra, prima della caduta. Ho parlato con queste creature. Mi hanno detto della Pazzia. Molti sono felici della disgrazia che vi è successa. Altri ne sono addolorati. Tutti comunque pensano che siano problemi vostri. “Lasciali perdere,” mi hanno detto. “Lasciali morire sui loro esili rifugi galleggianti. Vieni a nuotare con noi nelle profondità dell’oceano.” Ma io sono in parte umana, e non ho ceduto ai loro richiami. Ho interrogato i delfini e ho ascoltato i canti delle balene, creature sempre bene informate. Ho raggiunto la nave sulla quale si trovava Edmund, la Sea Magic. Abbiamo parlato. Io mi tenevo a galla a fatica, a causa delle onde della nave. Lui sporgeva la testa da un oblò dei ponti inferiori. Mi ha detto che sapeva. Ha fatto degli esperimenti, a bordo, e mi ha detto che ha capito come ritornare sulla terraferma. Mi ha detto di raggiungere il Ponte, al centro del Mediterraneo, dove si trova la più grande comunità di uomini fuggita alla Pazzia. Lo tengono prigioniero e chiede che lo liberiate.»

22 Novembre 2028
L’attacco inizia dopo che sono tornato nella stanza del professor Etsin. Sbarro l’ingresso spostando il letto e la scrivania. Fuori c’è il caos. Gente che corre e urla.
Esplosioni e colpi di arma da fuoco che rimbombano attraverso tutto lo scafo. Non sono riuscito a segnalare alla squadra d’attacco la mia posizione, quindi dovranno bonificare la nave ponte per ponte, eliminando ogni resistenza. Hanno l’ordine di andarci giù pesante.
Passano i minuti. Dall’esterno giungono sempre meno rumori. Quando arriva il silenzio, aspetto ancora dieci minuti e poi sposto i mobili.
«Non è più sicuro rimanere fermi?»
«Non fa molta differenza.» Richiamo alla mente i piani dell’attacco 133. «Se ci dirigiamo verso poppa incontreremo la mia squadra.»
Sfondo la porta con un calcio. Camminiamo per i corridoi deserti. Ci sono dei cadaveri. Qualcuno dei nostri deve essere già passato di qua. O forse hanno iniziato ad ammazzarsi tra loro.
Una raffica di mitra alle mie spalle. Il vecchio urla e finisce a terra.
È Helena. Punta l’arma su di me.
«È stata tutta opera tua, vero? Codice verde un corno!»
Un movimento alle sue spalle. Un coltello le esce dalla pancia, sporco di sangue. Lei lo fissa incredula e muove la mano per afferrarlo, ma le gambe le cedono e finisce a terra.
Dietro di lei, la bambina. Non mi presta attenzione e, dopo aver recuperato il coltello, inizia a tagliare ampie strisce di carne dal cadavere. Ha tanta fame.
Un rantolo.
Il vecchio sanguina. Respira a fatica. Abbiamo entrambi poco tempo.
«Perché le persone impazziscono sulla terraferma?»
«Non lo so. Non so perché si impazzisca sulla terraferma.»
Mi gira la testa.
Sto per urlargli qualcosa quando aggiunge:
«Ma ho capito perché non si impazzisce stando sopra il mare» sussurra. «Ho preso dei campioni d’acqua marina e li ho analizzati. Non ho potuto fare molto, ma ho visto che nell’acqua ci sono organismi mai visti prima. Generano un campo magnetico. La mia teoria è che questo campo magnetico annulli la pazzia. È su questo che dovete investigare.»
Non aggiunge altro. Chiude gli occhi e muore.
Mi alzo in piedi. In lontananza, colpi di arma da fuoco. Conto.
Tre.
Etsin è morto.
Due.
Solo io sono a conoscenza della sua scoperta.
Uno.
Devo sopravvivere.

__________
Lorenzo Davia
Ingegnere e poeta, esploratore e topo di biblioteca. Grande appassionato di fantascienza e steampunk. Per hobby scrive racconti e saggi.

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Informazioni su il Many

(marco manicardi)
Questa voce è stata pubblicata in 2. (n+1)esimo ebook. Contrassegna il permalink.

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