Missione Eldorado

di Giuseppe D’Elia “Sei Dee già Pulp”

Quando la compagnia decise di mettere in cantiere il recupero dell’asteroide HG13-B5, per la percentuale di oro che era stata registrata da tutte le sonde, nessuno ebbe dubbi sul nome da dare all’operazione: missione Eldorado. HG13-B5 era un po’ come una capsula sferica a sorpresa: con una superficie esclusivamente rocciosa che faceva da involucro e, all’interno, rocce aurifere con una concentrazione talmente elevata del metallo prezioso, da permettere alla compagnia di superare in ricchezza tutte le multinazionali rivali, in un colpo solo. La posta in gioco, insomma, era così grande da mettere immediatamente a tacere le poche voci che avanzavano dubbi sulla singolarità di un siffatto fenomeno fisico. Anche nei recuperi più redditizi, infatti, mai ci si era nemmeno soltanto avvicinati a una tale fortuna. E, sul piano teorico, l’eventualità di un ritrovamento del genere veniva considerata altamente improbabile. Ciò nonostante, però, i dati della missione Eldorado erano stati verificati accuratamente – due volte in più di quanto previsto dai protocolli standard – e il recupero dell’asteroide divenne, quindi, immediatamente operativo, una volta che tutte le telemetrie fecero registrare, per l’ennesima volta, le dovute conferme. C’era un tesoro da recuperare e le compagnie rivali da battere sul tempo. Anche se ancora non sapevamo, in realtà, a cosa stavamo andando incontro.

Le operazioni di recupero procedettero secondo i tempi prestabiliti e senza intoppi. Per non favorire in alcun modo la concorrenza, si decise di mettere in piedi un recupero “di copertura”, mantenendo invece il più assoluto riserbo sulla missione Eldorado. L’asteroide della missione pubblica, ovviamente, venne scelto di una grandezza tale da permettere alla nave hangar di avere spazio a sufficienza per ospitare anche il vero obiettivo da raggiungere. D’altra parte, HG13-B5 era un masso roccioso decisamente più piccolo della media e il recupero risultava straordinariamente redditizio soltanto per la sua particolarissima conformazione. Ufficialmente, dunque, il mondo era a conoscenza della sola missione ombra, la missione Titano, che – come sempre – si concluse con l’aggancio del modulo hangar alla stazione orbitante lunare della nostra compagnia. Qui gli automi avrebbero compiuto i carotaggi per i primi esami di routine su tutto il materiale, dando naturalmente precedenza a quello recuperato dalla missione Eldorado. La procedura standard prevedeva, infatti, che i primi campioni fisici venissero sempre trattati in laboratori in cui ogni contatto col personale umano era severamente vietato. Si era data priorità assoluta alla preoccupazione di evitare la diffusione incontrollata di eventuali agenti patogeni di origine aliena, che sfuggissero in qualche modo alle rilevazioni effettuale dalle sonde, nello spazio e all’attracco. Di conseguenza, quando gli effetti della Piaga si resero manifesti, i nostri scienziati, tra le tante difficoltà cui dovettero andare incontro, ebbero a che fare in primo luogo con questa incognita: come si era mai potuto diffondere il contagio (sempre ammesso che di questo si trattasse), nonostante lo standard elevato dei protocolli di sicurezza applicati?

In realtà, su tutto quello che si ritiene possa esser stato diretta conseguenza della missione Eldorado – e di ciò che con essa dovrebbe essere arrivato sulla Terra – non vi è nulla di certo. Il modo stesso in cui opera quella che tutti ormai comunemente definiscono Piaga, usando il termine coniato dai grandi network della comunicazione, è tuttora frutto di una serie di ricostruzioni, delle quali nessuna è ancora riuscita a soddisfare la comunità scientifica (o quel che ne resta, allo stato attuale delle cose).
L’unica cosa certa, ad oggi, è che ci sono stati miliardi di esseri umani che, nel giro di pochi mesi, sono letteralmente svaniti nel nulla.
Il nucleo residuale della comunità scientifica è concorde nel riconoscere la sussistenza di un probabile nesso di causalità tra queste sparizioni di massa e qualcosa che era su HG13-B5.
Sulla effettiva consistenza di questo qualcosa, su come sia arrivato sulla Terra e sui fattori di diffusione (o di contagio), invece, si sono elaborate diverse teorie, quasi tutte fondate su congetture e deduzioni, prive di prove inoppugnabili.

Il collegamento tra la Piaga e la missione Eldorado fu avanzato dai grandi media, che amplificarono alcune congetture elaborate in Rete sulle prime indiscrezioni che erano uscite riguardo alla missione segreta e al contestuale carattere fittizio di quella ufficiale. La comunità scientifica, per le particolarissime caratteristiche del fenomeno, arrivò decisamente tardi a interessarsene. E lo fece con una dose di scetticismo che andava ben al di là del dovuto, in considerazione delle ridottissime probabilità che un qualunque agente patogeno di origine aliena potesse arrivare sul pianeta, ferme restando le procedure di sicurezza previste, cui ci si atteneva solitamente con scrupolo assoluto.
D’altra parte, tutte le persone coinvolte erano sparite nel nulla. E anche adesso che il fenomeno è diventato planetario e di massa, in sostanza, non si riesce a fare null’altro che continuare ad aggiornare l’infinita contabilità delle sparizioni registrate, senza avere però alcun riscontro tangibile, in termini di tracce biologiche degli scomparsi. Ciò che resta di ognuno di loro è l’unica identica costante: gli indumenti che indossavano e gli effetti personali. Questo e niente di più. Non una goccia di sangue. Non un capello. Non un’unghia spezzata, un frammento di tessuto epiteliale. Nulla. Solo indumenti ed effetti personali. Tutti gli indumenti, compresa la biancheria. Tutti gli effetti personali, sopratutto, quando le scomparse si registravano nelle rispettive abitazioni e i resti venivano ritrovati da familiari e conviventi. Negli altri casi, invece, spesso sparivano anche gli oggetti di valore. E questi atti di sciacallaggio, nelle singole denunce, inizialmente sembravano, anzi, avvalorare la pista dei sequestri di persona. Anche perché, stando alle ricostruzioni più accreditate, le prime sparizioni di cui si ha notizia certa furono tutte di persone molto facoltose e con ruoli sociali di notevole prestigio.
Il primo a sparire, molto probabilmente, fu proprio il fondatore della nostra compagnia, Leopold Damien Starr. Anche se la notizia venne tenuta segreta per diverse settimane, i tempi e gli eventi, oggi, ci sembrano, in effetti, coerenti con questa ricostruzione. E Leo Starr non fu l’unica personalità di spicco a sparire. Un insieme di elementi, questo, che, per un periodo non breve, portò gli inquirenti a prendere in considerazione anche l’ipotesi dei sequestri con finalità terroristiche. Ipotesi che sembrava potesse esser coerente col riscontro costante dei ritrovamenti di abiti ed effetti personali, da intendere, quindi, come possibile esecuzione di un qualche rituale di natura simbolica.
Quello che è certo è che Starr sparì esattamente un mese dopo l’attracco del modulo hangar alla stazione orbitante e nelle settimane immediatamente successive sparirono anche tutti i grandi leader del consesso delle nazioni che lui aveva incontrato, pochi giorni dopo, per fare rapporto sulle prime risultanze della missione. In questo caso, ovviamente, la notizia rimase segreta per un tempo decisamente più breve. Tuttavia, quando una delle compagnie rivali decise di diffondere le foto dell’hangar della missione Titano, con l’asteroide del progetto ombra ancora impacchettato (e, quindi, intatto) e, con esse, un report interno, che erano riusciti a trafugare e in cui si faceva espresso riferimento alla missione Eldorado e ai quantitativi di oro che si contava di poter estrarre da HG13-B5, le indagini si concentrarono immediatamente sulla possibilità che le sparizioni contestuali di Starr e dei ventuno leader delle Grandi Nazioni fossero appunto collegate alla missione Eldorado e all’incontro che c’era stato per discutere dei primi risultati che il recupero aveva fatto riscontrare sulla stazione orbitante lunare.
Chiaramente con la diffusione della notizia della sparizione di quasi tutti i grandi leader del pianeta, in connessione con quella di un magnate delle multinazionali minerarie dello spazio, fu inevitabile avere un’improvvisa proliferazione, nei media e nell’opinione pubblica, di tutta una serie di più o meno fantasiose teorie sul tipo di legame che potesse esserci tra queste scomparse. E la natura segreta della missione Eldorado, divenuta ormai di dominio pubblico, favorì in particolar modo le più svariate congetture sul ruolo che eventuali civiltà aliene potessero avere svolto in tutto ciò. Quando, dopo circa due mesi dall’attracco, si collegarono alle sparizioni di Starr e dei leader politici anche quelle di centinaia di miliardari di tutti i Paesi, una delle teorie della cospirazione più in voga ipotizzò che in realtà le sparizioni degli uomini più ricchi e potenti del pianeta, in seguito al ritrovamento di un asteroide pieno zeppo d’oro, fossero il segnale tangibile che questi avevano deciso di vendere il pianeta a una ricchissima civiltà aliena che presto ci avrebbe invaso e reso schiavi.
Le spiegazioni ufficiali invece puntarono tutto, a questo punto, sulla saldatura tra terrorismo internazionale anarchico e socialismo latino-americano: solo con l’appoggio e la copertura dell’unica potenza non allineata, infatti, un’operazione di guerriglia su così vasta scala poteva avere lo straordinario successo che sembrava aver raggiunto. La tensione politica, nelle settimane immediatamente successive alla scomparsa dei ventuno leader, rimase altissima: con le Grandi Nazioni che accusavano apertamente l’area socialista di aver violato i patti di non belligeranza e i socialisti che rimandavano le accuse al mittente, sulla base del fatto che la mancata presenza, nella lista delle personalità sparite nel nulla, di anche uno solo degli Alti Rappresentanti del Consiglio dei Comuni, di per sé stessa non provava nulla. Ma questo contrasto di natura geopolitica durò relativamente poco, dato che nel terzo mese dall’attracco il fenomeno delle sparizioni divenne ufficialmente di massa e sostanzialmente planetario.

L’ipotesi del virus di origine aliena, portato sulla Terra dalla missione Eldorado, venne sostenuta massicciamente dai grandi media, sulla base di un filmato di un sedicente esperto infettivologo asiatico, che sottolineava come l’esplosione improvvisa delle sparizioni – cresciute esponenzialmente, a partire dal terzo mese dall’attracco – fosse un tipico indizio di pandemia; e che la vera difficoltà era, quindi, quella di confrontarsi con un tipo di infezione che, per la sua origine extraterrestre, necessitava di un surplus di analisi che non risultavano compatibili con i tempi di diffusione del contagio e con i suoi esiti letali. Il filmato venne diffuso, garantendo l’anonimato dello studioso che denunciava, in particolare, il preoccupante scetticismo dei suoi colleghi più prestigiosi; atteggiamento pericolosamente inopportuno, vista la gravità e l’urgenza del caso da risolvere. La pressione dell’opinione pubblica fu tale che la comunità scientifica dovette vincere ogni riserva e concentrarsi prioritariamente sull’ipotesi che la Piaga fosse senz’altro dovuta all’immissione in ambiente terrestre di un qualche potente agente patogeno di origine aliena.
Lo scetticismo della comunità scientifica, in verità, non era del tutto ingiustificato: anche ammettendo che vi fosse stata una violazione dei protocolli di sicurezza sulla stazione orbitante lunare, restavano sempre da spiegare le modalità di diffusione in ambiente terrestre del fattore di contagio, dato che il traffico tra la Terra e la Stazione orbitante lunare risultava tuttora interrotto e proibito, non essendosi ancora esaurito il previsto semestre di quarantena. Le sparizioni, poi, erano assolutamente fuori da ogni prospettiva di tipo epidemico. Qualcuno diceva – forse, non a torto – che questo tipo di sparizioni era del tutto fuori da ogni logica: nessuna traccia biologica degli scomparsi, ma addirittura nessuna testimonianza diretta di tutte queste sparizioni? Non un testimone oculare, né un filmato che permettesse di avere qualche indizio in più sul concreto operare del fenomeno? Com’era possibile una cosa del genere, anche ora che la Piaga coinvolgeva – in base alle prime stime approssimative sull’impatto trimestrale – decine e decine di milioni di individui? Se, all’inizio, le sole sparizioni dei potenti sembravano avvalorare la tesi di chi sosteneva che ci si trovasse di fronte a una serie di sequestri di persona (operati con una straordinaria maestria, per le poche tracce lasciate), l’esplosione del fenomeno su larga scala rendeva, di fatto, del tutto impraticabile questa tesi. Su una cosa l’anonimo infettivologo asiatico aveva ragione: le caratteristiche di diffusione del contagio sembravano davvero di tipo pandemico. Ma un’apparenza senza riscontri tangibili non poteva portare a nessun tipo di risultato certo e di possibile soluzione. L’unico materiale da analizzare rimaneva sempre il solo che veniva costantemente ritrovato: indumenti ed effetti personali degli scomparsi. Purtroppo nessuno degli esami svolti, su centinaia di migliaia di campioni di tutte le zone del pianeta, aveva fatto registrare la presenza di un qualche particolare agente infettivo che potesse dimostrare la validità della tesi del contagio (terrestre o alieno che fosse).

La forza mediatica della parola Piaga, però, rimase intatta e anzi si amplificò man mano che le sparizioni continuavano a crescere. In mancanza di risposte certe da parte della scienza, la paura dell’ignoto lasciava ampio spazio alla paranoia e alla superstizione. Tra i sopravvissuti, quelli che riuscirono a preservare un atteggiamento laico e fiducioso nella possibilità di trovare una spiegazione razionale dell’accaduto, prima ancora di una possibile soluzione, divennero rapidamente un’esigua minoranza.
Per una larga fetta dell’opinione pubblica, le teorie dell’attacco alieno cominciarono ad apparire assai più credibili della minaccia terroristica. Il fatto che la Piaga inizialmente avesse risparmiato i rappresentanti dell’area socialista venne considerato dai più come una semplice coincidenza; d’altra parte, con la crescita esponenziale delle scomparse, anche nel continente latino-americano se ne registrarono a milioni. Solo i più paranoici, sulla base di incerte stime che testimoniavano quanto l’incidenza del fenomeno in area socialista fosse nettamente più bassa che nel resto del mondo, arrivarono a teorizzare che le sparizioni dichiarate fossero una manovra di copertura e che i numeri, in realtà, risultassero significativamente inferiori alle medie, proprio perché un’operazione di occultamento con percentuali pari a quelle degli altri Paesi sarebbe stata molto più difficile da realizzare. Tuttavia, per la maggior parte dei fautori della teoria della Piaga come operazione militare, ormai, il Nemico doveva essere, per forza di cose, di origine extra-terrestre. Due erano le ricostruzioni più in voga: una prima – evidentemente influenzata da idee che sembravano prese pari pari dall’universo di Star Trek – ipotizzava la presenza una flotta stellare aliena dotata di tecnologia di occultamento e di un teletrasporto in grado di agganciare le persone sulla base della mera traccia biologica (il che spiegherebbe gli indumenti e gli effetti personali residui) e di portarle, così, una ad una, sulle navi; un’altra, ancora più fantasiosa, teorizzava addirittura la possibilità per la civiltà aliena nemica di aprire varchi dimensionali, in cui attirare di volta in volta gli scomparsi (qui, però, non era stata trovata una spiegazione convincente per il costante residuo).
Un’ipotesi molto simile a quest’ultima alimentò, invece, una diffusissima convinzione tra i sopravvissuti: l’idea che la Piaga fosse una sorta di castigo divino. Tutti i progressi che si erano compiuti, nel corso del ventunesimo secolo, in materia di credenze religiose – la sostanziale marginalizzazione di tutti gli integralisti, un sempre più diffuso scetticismo (con atei e agnostici ormai in netta maggioranza), la riduzione di tutte le antiche religioni a tradizione filosofica, misticismo, o superstizione – nel giro di pochi mesi vennero completamente spazzati via. La maggioranza dei sopravvissuti, ormai, aveva ripreso a frequentare i templi di un Nuovo Culto sincretico, nato dalla lettura che i principali leader religiosi avevano dato, unitariamente, alla Piaga: l’abbandono della dimensione spirituale, la marginalizzazione delle antiche religioni, il materialismo ateo e agnostico imperante nel tempo presente avevano indotto il Divino, unico e plurale, a manifestarsi nella dimensione terrena, attraverso segnali inequivocabili della sua ira e della sua onnipotenza. L’argomento forte della Congrega dei Servi del Divino era questo: le prime sparizioni di potenti e magnati non erano affatto casuali, ma erano il modo in cui la divinità voleva segnalare le condotte da evitare e la necessità di aprirsi a una vita di riconciliazione spirituale, nella preghiera operosa. Gli avidi, i malvagi, i superbi e i miscredenti stavano sparendo uno ad uno: pentirsi e convertirsi era dunque l’unica speranza di salvezza terrena, unita alla promessa di una felicità eterna, quando le anime pie dei fedeli si ricongiungeranno al Divino post mortem. La prova tangibile di come fosse questa la volontà divina, infine, veniva data dalla loro stessa, tuttora persistente, presenza terrena: a loro dire, infatti, nessuno dei sette membri della Congrega era sparito nel nulla. Come non erano spariti nel nulla nemmeno gli Alti Rappresentanti socialisti, in verità; e questi almeno non avevano l’abitudine di presentarsi in pubblico in abiti monastici che, occultandone il volto, li rendevano di fatto irriconoscibili (e, quindi, eventualmente sostituibili in caso di scomparsa). Eppure né questa, né altre obiezioni razionali erano in grado di scalfire le rinnovate Fedi: la paura prevaleva su tutto e il messaggio del Nuovo Culto sembrava dare conforto e speranza alle masse residue di superstiti. Per qualche tempo, insomma, l’improvvisa ondata di conversioni religiose sembrò perlomeno in grado di garantire che non si arrivasse al panico diffuso e agli isterismi di massa. Ma nemmeno questo nuovo equilibrio risultò durevole, a fronte dell’ulteriore impennata di sparizioni che si registrarono nel bimestre successivo.

A sei mesi dall’attracco, con la popolazione terrestre sostanzialmente dimezzata e nessuna certezza scientifica sulla reale natura del fenomeno in atto, la paura prese definitivamente il sopravvento e si decise che era giunto il momento di rimuovere il problema alla radice: andava distrutta l’intera struttura che era entrata in sicuro e diretto contatto con l’asteroide HG13-B5 e con la missione Eldorado. La maggioranza dei terrestri superstiti aveva deciso, insomma, di distruggere una delle punte più avanzate del programma spaziale: l’intera stazione orbitante lunare, che ancora ospitava il modulo hangar coi due asteroidi recuperati. A nulla valsero le obiezioni delle minoranze razionaliste: la necessità di approfondire gli studi diretti sui materiali recuperati; la possibilità di elaborare più facilmente un eventuale vaccino, avendo a disposizione la fonte diretta del contagio; il patrimonio scientifico che sarebbe andato irrimediabilmente perso, distruggendo tutto.
Nessuna di queste obiezioni fu presa minimamente in considerazione: nemmeno la proposta di allontanare la presunta fonte del contagio, collocandola a una distanza maggiore dal pianeta, venne considerata accettabile. La distruzione totale era diventata l’unica soluzione possibile. L’irrazionalità e la paura avevano definitivamente trionfato.
Le minoranze ragionevoli – la residua comunità scientifica e gli Alti Rappresentanti del Consiglio dei Comuni socialisti – decisero allora di contattare i superstiti dell’organismo amministrativo della compagnia per provare a coordinare gli interessi comuni e recuperare il massimo di materiale e dati disponibili.
La compagnia incaricò il sottoscritto di coordinare la missione, che avrebbe goduto della copertura politica della potenza non allineata, sulla base della priorità assoluta di un supplemento di analisi dei materiali di origine extraterrestre e dalla registrazione e trasmissione di tutti i dati. Inutile dire che la compagnia sperava che una scoperta significativa avrebbe permesso non solo di comprendere il fenomeno e bloccare il dispiegarsi degli effetti della Piaga, ma soprattutto di non perdere in un sol colpo la stazione orbitante e quello che, in teoria, avrebbe dovuto essere il più straordinario affare di sempre.
Il ruolo di capo-missione fu affidato, dunque, a me, su espressa richiesta dei socialisti e dei ricercatori scientifici: avevano saputo dei dissapori che c’erano stati tra me e la compagnia, in fase di studio di fattibilità della missione di recupero e che era stato proprio in seguito a quelle prese di posizione che la compagnia aveva deciso di rimuovermi dal mio ruolo di responsabilità nella divisione scientifica. Per i referenti politici e scientifici della compagnia, insomma, il mio rapporto conclusivo, redatto lo scorso anno, in cui raccomandavo la necessità di dare pubblicità alla scoperta di HG13-B5 e di predisporre – vista la singolarità dei dati a nostra disposizione – una missione di recupero collettiva, speciale e coordinata, rappresentava una prova tangibile della mia onestà intellettuale. Come dire che loro si fidavano molto più di me che della compagnia, pur non potendo fare a meno di coinvolgerla in questa vera e propria missione della disperazione.
Nel corso di questi mesi frenetici, anche se non avevo più incarichi di responsabilità formali, avevo già letto e riletto infinite volte tutti i rapporti che erano stati elaborati sulla stazione orbitante lunare, dal giorno dell’attracco in avanti. Per me era chiaro che, se il fenomeno era stato effettivamente causato dal recupero di HG13-B5, solo attraverso un’accurata analisi di tutte le risultanze sperimentali condotte in loco si sarebbe potuta trovare una soluzione all’enigma. I dati in sé purtroppo non rivelavano nulla che potesse essere in qualche modo correlato con le sparizioni: nessuna sostanza sconosciuta; nessuna forma di vita organica; nessuna possibilità di contagio, almeno secondo i canoni scientifici da noi conosciuti. C’erano però due singolarità che mi avevano particolarmente incuriosito: da un lato il fatto che, per quanto molto esiguo, il personale umano della stazione orbitante, nei sei mesi di quarantena, non aveva fatto registrare nemmeno un caso di scomparsa; dall’altro, la circostanza che vi era una sola persona a non aver firmato nessuno degli oltre duecento rapporti che ci erano stati trasmessi fin qui. Ed era dunque innanzi tutto con lei che, a questo punto, avevo urgenza di interloquire.
Clarice Starr, mia allieva prediletta, oltre a essere l’unica figlia dell’ormai scomparso capo, era la più giovane e la più capace delle persone rimaste in quarantena sulla stazione orbitante lunare. Il fatto che non avesse preso parte a nessuna delle ricerche mi sembrava, dunque, decisamente illogico. L’idea che mi ero fatto, quindi, era questa: lei, conoscendomi, sapeva benissimo che avrei studiato attentamente tutti i rapporti redatti nella stazione e, non firmandoli, stava cercando di dirmi qualcosa che non voleva o non poteva comunicare, nemmeno in forma riservata, usando i canali di comunicazione ufficiale. Fu per questo che, il giorno stesso in cui la missione emergenziale mise piede sulla stazione, le richiesi immediatamente un colloquio privato. Clarice acconsentì e mi permise di registrare tutto, ma mi chiese di menzionare nel rapporto – che è già stato redatto e trasmesso a tutti i soggetti interessati – soltanto la parte più strettamente attinente alle sue scoperte scientifiche e a ciò che ne aveva dedotto in correlazione col manifestarsi della Piaga. Ora io non so quanto le sue conclusioni siano effettivamente valide e, al momento, non riesco a pensare che possano essere senz’altro risolutive, ma credo che in ogni caso sia doveroso da parte mia trascrivere l’intero contenuto di quel colloquio e trasmetterlo, in forma privata, a chi provvederà a divulgarlo – senza omettere nulla, stavolta – qualora le cose dovessero precipitare e la stazione venisse distrutta, senza nemmeno permetterci di mettere in salvo noi stessi e tutti i dati e i preziosi elementi in nostro possesso.

«Non avevo dubbi sul fatto che avresti colto il mio segnale. Sai che ho insistito molto con mio padre, a suo tempo… La tua proposta andava approvata: era la più ragionevole! E comunque non dovevano emarginarti solo per aver fatto al meglio il tuo lavoro…», esordì.
«Clarice, ascoltami: non ha senso, ora, tornare di nuovo su questo argomento. Dimmi piuttosto cosa hai scoperto e perché non hai voluto farne menzione alcuna né nei rapporti, né in forma privata», risposi io, interrompendola subito.
«Ok. Hai ragione. Hai ragione. È solo che non so bene da dove cominciare».
«Cominciamo da tuo padre. C’entra qualcosa con questa storia della Piaga? È la sua reputazione che vuoi proteggere, vero?», la incalzai.
«Lui voleva quell’oro a ogni costo, lo sai. Pensa che dopo aver approvato la missione, non so quante volte mi ha chiesto se non fosse possibile fare qualche deroga ai protocolli di quarantena… Lui desiderava proprio averlo nelle sue mani l’oro dell’asteroide. Anche solo un campione minuscolo, ma voleva assolutamente averlo. E non voleva aspettare i sei mesi previsti dal protocollo di sicurezza».
«Quindi è stato lui a portare il materiale alieno sulla Terra, giusto?».
«Non ne sono certa. E per questo ti chiedo di omettere questa parte del nostro dialogo nel rapporto che sicuramente dovrai redigere, quando finiremo di parlare».
«Se non ne hai le prove, sono solo tue congetture. Su queste basi, posso anche assecondarti: ma sei sicura che non ci siano prove del suo coinvolgimento? E, soprattutto: se non è stato lui, secondo te, come si è potuta creare la contaminazione immediata dell’ambiente terrestre? Sempre ammesso che sia davvero di questo che si tratti».
«Martin, per quanto io sia stata infinite volte in contrasto con lui, come figlia continuo a sperare che non abbia dato seguito ai suoi assurdi propositi. Prove certe, non ne ho trovate. La logica ci porta inevitabilmente a lui, visto che, anche volendo, non era affatto facile superare i protocolli di sicurezza. Dall’attracco del modulo hangar a tutt’oggi, il vostro è stato il primo e unico velivolo che è arrivato sulla stazione. L’ultimo a partire è stato quello dei rifornimenti pre-quarantena. Se un qualunque pezzo della missione Eldorado è arrivato sulla Terra, dev’esserci giunto con la nave dei rifornimenti. Ma questo significa che mio padre o qualcun altro è riuscito a manomettere i software di volo e tutti i registri, posticipando in qualche modo l’effettiva partenza del cargo. E resterebbe poi sempre da capire come sia avvenuto il traforo di campionamento e lo stoccaggio del materiale occultato sulla nave, prima che questa facesse ritorno a Terra. Possiamo fare infinite congetture, te lo ripeto. Quello che è certo è che chiunque abbia trafugato il campione è riuscito a cancellare ogni traccia del suo operato».
«C’è una cosa che non mi convince, però», le dissi di getto.
«Cosa? Fammi capire…»
«Se è stato prelevato un campione da HG13-B5, non ci dovrebbe essere una lesione nell’imballaggio e le tracce del traforo e del prelievo effettuato?» Aggiunsi, cominciando però subito a intuire quale fosse il problema.
«Appunto. Come sai gli esami sono stati condotti dagli automi ed è stato ripreso tutto. Dati e riprese non segnalano alterazioni. Purtroppo, però, per quanto i nostri protocolli di sicurezza siano sicuri non risultano assolutamente inviolabili».
«Vuoi dire che la manipolazione di registri e filmati è possibile?»
«Non impossibile, direi. Tutt’altro che facile da realizzare, ma se si dispone di risorse economiche a sufficienza».
«E così torniamo a tuo padre, principale sospettato… Esatto?»
«Esatto».
«D’accordo. Non menzionerò i tuoi sospetti nel rapporto, per non infangare ulteriormente la sua memoria. Anche se mi sembra evidente che solo tuo padre può esserci dietro tutto questo… Ma, dimmi invece delle scoperte scientifiche. Perché non le hai inserite in un regolare rapporto? Ti rendi conto che, ora, potrebbe essere troppo tardi? Non mi dire che anche questa leggerezza l’hai fatta per proteggere lui: saresti imperdonabile, guarda!»
«No, no. Tu non hai idea. Di questa cosa che credo di aver scoperto, ma soprattutto delle sue implicazioni, io non ne potevo discutere a fondo con nessuna delle persone che erano presenti sulla stazione. Avevo bisogno di parlarne assolutamente con te. Solo tu potevi darmi un parere scientifico autorevole e affidabile. E solo tu, qualora mi sbagliassi, forse, sarai in grado di riuscire lo stesso a perdonarmi, senza arrivare a trattarmi come una che ha completamente perso la testa», disse Clarice, con un tono di voce decisamente dimesso.
«Ti ascolto. Dimmi innanzi tutto cosa pensi di avere scoperto. Partiamo dell’esatto riscontro scientifico e poi vediamo di ragionare anche sulle tue deduzioni, ok?» dissi per cercare di tranquillizzarla.
Clarice mi guardò fisso negli occhi per almeno un minuto, senza parlare. Poi mi indicò il suo laboratorio e si incamminò molto lentamente in quella direzione.
«Li vedi questi grafici?» disse facendo un cenno del capo verso la sua destra: «In ognuno di questi grafici puoi notare come la linea che ci interessi, quella in giallo, sia sempre collocata lievemente più in alto. È come se i minerali di cui è composto l’asteroide HG13-B5 facessero registrare una traccia energetica leggermente superiore a quello che dovrebbe essere il dato naturale. Non ci sono fattori radioattivi. Non c’è stata nessuna alterazione o contaminazione: semplicemente c’è la presenza di una lieve traccia energetica che non dovrebbe esserci e che prima non c’era».
«Prima quando? Spiegati meglio», le chiesi impaziente.
«Mi riferisco ai dati delle telemetrie. In tutti i dati dei test effettuati prima di dare il via al recupero, come dovresti ricordare, non c’era nessun tipo di anomalia. L’unica singolarità che avevamo sempre registrato fin dall’inizio era solo la straordinaria concentrazione d’oro che si evidenziava appena sotto lo strato superficiale di rocce comuni».
«Ok. Quando è stata registrata per la prima volta questa traccia energetica anomala?»
«L’unica che l’ha notata e che ritiene che sia un elemento di peso, chiaramente, sono io. D’altra parte, se così non fosse, ne avresti già letto qualcosa in uno dei rapporti degli altri. La traccia è talmente lieve che i miei colleghi, qui, evidentemente, hanno preferito ignorarla. Ora invece ti dico cosa penso io di questa anomalia, ma mettiti seduto, perché quello che sto per dirti, forse, spiega tutto, ma di sicuro non ti piacerà».
«Sentiamo questa tua teoria», dissi. E mi accomodai sul divanetto adiacente alla parete laterale, sulla sinistra.
«Io credo che quella traccia energetica sia artificiale. Non è stata rilevata dalle sonde prima dell’avvio delle operazioni di recupero, semplicemente, perché in quel momento le macchine non erano ancora entrate in funzione».
«Le macchine? Ma di quali macchine stai parlando, ora?» la interruppi bruscamente.
«Seguimi con attenzione: fin qui noi stiamo ipotizzando che queste misteriose sparizioni, che si sono registrate, con un tasso di crescita esponenziale, nel corso degli ultimi sei mesi sulla Terra, siano in qualche modo riconducibili alla missione Eldorado, perché non riusciamo in nessun modo a spiegare quello che sta succedendo e – una volta scartata la soluzione mistica – la logica ci porta a fenomeni di origine extraterrestre che, evidentemente, rispondono a meccanismi che, al momento, sono al di là della nostra capacità di comprensione, giusto?»
Annuii, con un cenno del capo, per non interromperla di nuovo.
«Ora», proseguì, «sappiamo che l’anonimo infettivologo asiatico ha goduto di ampio risalto mediatico perché c’è un evidenza empirica nella sua tesi di fondo: la diffusione delle sparizioni segue un tipico schema pandemico, infatti! Bene. Io e te, però, sappiamo anche che i militari hanno condotto studi – poi girati alla comunità scientifica – sulla possibilità che la Piaga possa essere l’effetto di un’arma batteriologica di origine aliena, con l’asteroide che in tal modo verrebbe a configurarsi come una sorta di versione moderna del mito del cavallo di Troia».
«Quindi tu dici che sull’asteroide c’erano delle macchine per veicolare il contagio? Non riesco a capire dove vuoi arrivare», replicai un po’ spazientito.
«No! Io credo che l’arma batteriologica sia almeno in parte di natura artificiale. Penso insomma che una civiltà aliena con conoscenze tecnologiche evidentemente superiori (e di molto) alle nostre, potrebbe aver sviluppato dei microrganismi bio-meccanici, per utilizzarli come arma di tipo virale».
«Non voglio abbandonarmi al pregiudizio», dissi, scuotendo la testa, «ma tu adesso devi essere molto persuasiva: dimmi chiaramente su quali basi io dovrei sostenere la validità della tua teoria nel mio rapporto. Convincimi del fatto che non sono solo fantasiose congetture e io ti sosterrò», aggiunsi.
«Il dato misurabile te l’ho mostrato: la traccia energetica anomala l’hai vista tu stesso, prima. Il resto sono inferenze logiche, ma spiegano tutto: la natura artificiale della traccia energetica e l’arma bio-meccanica rispondono a tutte le domande che ci siamo fatti in questi mesi. Se pensi che sia necessario anche trascrivere che l’arma è stata attivata con la prima perforazione e che questa, probabilmente, è avvenuta per trafugare un campione che è stato portato sulla Terra, manomettendo i registri di volo del cargo dei rifornimenti, fallo pure. Se il prezzo da pagare per provare a concentrare tutti gli sforzi nella direzione giusta è la definitiva condanna della reputazione di mio padre, menziona pure questa parte. Io credo che sia stato lui a manomettere i sistemi per non far risultare il primo prelievo di materiale e a truccare i piani di volo del cargo. Credo che lui, ignorando ogni norma di prudenza e ragionevolezza, abbia voluto toccare direttamente il campione di roccia aurea prelevato da HG13-B5 non appena gli è stato consegnato. Credo che l’arma bio-meccanica sia composta da microrganismi artificiali che non solo si trasmettono col contatto (e quindi: dal primo campione a mio padre e, per suo tramite, ai ventuno leader), ma anche per via aerea, perché solo così si spiega l’effetto pandemia».
«E le sparizioni?», la interruppi. «Come le spieghi le sparizioni? Col teletrasporto o col passaggio in un’altra dimensione? O la tua arma bio-meccanica microscopica è munita di disgregatori molecolari? Questa è pura fantascienza, mia cara! Io, su questo terreno, faccio davvero fatica a seguirti».
«Non capisco… Quando ero ancora un’allieva del prof. Martin Donovan, ricordo che lui mi aveva sempre additato come la migliore, proprio per le mie capacità di risalire dal fatto noto a quello ignoto. Che ti è successo, Martin? Non ti fidi più di questa mia capacità? Ai fatti già noti a tutti, io te ne ho appena aggiunto un altro, che è misurabile e che, affinando gli strumenti di misura, potrebbe permetterci di riscontrare le anomalie energetiche anche su una scala più piccola dell’intero asteroide, diventando così un efficace strumento diagnostico. Sul piano scientifico non è già molto di più di quello che siete riusciti a fare voi in questi sei mesi sulla Terra? Per il resto, per quanto apparentemente incredibile, il mio ragionamento almeno dà delle risposte che, in qualche modo, permettono di spiegare dei fatti che sono realmente accaduti e che stanno ancora accadendo, anche in questo momento, mentre tu ti rifiuti di prendere in considerazione gli sviluppi logici della mia teoria».
«Continui a non dirmi niente delle sparizioni: qual è la tua risposta alla domanda che tutti ci stiamo ponendo da sei mesi a questa parte?», replicai seccamente.
«Se già ti riesce difficile credere a quello che ti ho detto fin qui», disse lei, sospirando e abbandonandosi per qualche istante allo sconforto.
Ma, subito, riprese: «Io sono convinta che questi microorganismi artificiali siano in grado di proliferare una volta entrati in contatto con l’organismo umano. Per questo ti ho parlato di un’arma bio-meccanica. Non pensare al disgregatore molecolare delle armi a raggi dei film di fantascienza, insomma! Pensa piuttosto a una sorta di virus bio-meccanico in grado di replicare un pezzo di sé in ogni singola cellula dell’individuo, fino ad arrivare al punto di poter trasformare ognuna di quelle cellule in un nuovo microorganismo artificiale che può liberarsi in atmosfera, disgregando l’unità molecolare del soggetto ospite e creando, con un’azione simultanea, l’effetto di una sparizione, dato che ciascuno di essi risulta comunque invisibile».
«Se fosse come dici tu», obiettai, «il pianeta sarebbe oramai letteralmente infestato da un numero spropositato di questi microrganismi artificiali».
«E l’intera popolazione terrestre sarebbe già inevitabilmente entrata in contatto con l’arma bio-meccanica», concluse lei. «Per dirla col linguaggio giornalistico: la Piaga ha già contagiato tutti, Martin! Resta solo da capire perché non siano ancora spariti tutti e quando e se questo accadrà. Sempre ammesso che sia inevitabile che tutto questo accada, ovviamente».
«Se ho ben capito, quindi, secondo te, io nel rapporto, una volta enucleata la tua teoria, dovrei sottolineare che il pianeta è ormai già compromesso e che, a questo punto, distruggere questa stazione orbitante lunare non solo sarebbe del tutto inutile, se lo scopo è bloccare la diffusione della Piaga, ma addirittura sarebbe controproducente, visto che perderemmo l’unica possibilità di venirne in qualche modo a capo, dato che le sole tracce misurabili dell’anomalia prodotta dalla missione Eldorado sono questi surplus energetici che tu hai registrato e che interpreti come il segnale della presenza di un’attività artificiale sull’asteroide: è questo che mi stai chiedendo, vero?», le dissi, alzandomi in piedi.
«A grandi linee… Sì. Qualcosa del genere credo che potrebbe andare», rispose.
«Riporterò esattamente tutte le risultanze sperimentali sull’anomalia energetica e la tua interpretazione di ciò che sei convinta di aver scoperto. Allegherò tutti i dati di cui sono certo che tu mi hai già preparato una copia».
«Naturalmente», disse lei, abbozzando un sorriso.
«Lasciami finire, però», la ammonii. «Non nasconderò le mie perplessità sugli aspetti più fantascientifici della tua ricostruzione, pur sottolineando che essa spiegherebbe molte delle cose che a tutt’oggi noi non siamo in grado di chiarire in nessun modo».
«Ok. Per me è già tanto. Grazie. Grazie per esserti fidato di me!»
«Hai fatto in ogni caso un buon lavoro», le dissi, mentre mettevo da parte i dati che nel frattempo mi aveva consegnato. Dopodiché le porsi la mano per stringergliela e, così, mi congedai.

Alcune righe conclusive. Aggiunte nell’incertezza assoluta di queste ultime ore. Al momento, siamo sostanzialmente bloccati sulla stazione orbitante lunare. Purtroppo anche le comunicazioni con la Terra risultano impossibili. Sappiamo, di certo, che la mozione congiunta che la compagnia, la comunità scientifica residua e gli Alti Rappresentanti socialisti hanno presentato al Consiglio Provvisorio delle Grandi Nazioni, per illustrare il rapporto che riassumeva le scoperte e la teoria di Clarice è stata respinta a maggioranza. L’ordine di distruzione della stazione orbitante è stato dunque confermato. Ma, a questo punto, le cose si sono ulteriormente complicate. L’area socialista ha dichiarato che, alla luce delle scoperte effettuate, un supplemento d’analisi si rendeva assolutamente indispensabile e, di conseguenza – col consenso della compagnia ed effetto immediato – la stazione orbitante lunare diventava parte integrante dei territori sotto la propria giurisdizione. Questo significava che l’eventuale esecuzione del programma di distruzione della stazione lunare sarebbe stato interpretato come un atto di guerra, a cui sarebbe seguita una proporzionata reazione militare da parte delle milizie socialiste. I socialisti, nell’ultima comunicazione che siamo riusciti a ricevere, ci hanno assicurato che, stando così le cose, il programma di distruzione sarebbe stato sicuramente annullato; ma ci hanno anche raccomandato di non abbandonare la stazione, perché solo finché restavamo qui loro potevano garantire per la nostra incolumità. La compagnia, in un precedente messaggio, ci aveva messi di fatto nelle loro mani, invitandoci a coordinarci direttamente col governo socialista da quel momento in avanti. Il blackout delle comunicazioni, però, non lascia presagire nulla di buono. Nemmeno i sensori a lungo raggio funzionano più correttamente. Non occorre essere degli strateghi militari per interpretare questi elementi come un probabile segnale di un imminente attacco. Se così fosse, un pianeta decimato da una minaccia aliena, invece di compiere ogni sforzo possibile per risolvere il problema comune, in un momento delicatissimo, sceglie di agevolare il lavoro dell’arma biomeccanica nemica, aggiungendo alle sparizioni di metà della popolazione terrestre l’ulteriore decimazione della metà superstite, che inevitabilmente conseguirà a questo assurdo conflitto bellico interno. Persino il Nuovo Culto non ha avuto esitazioni nel benedire la scelta di distruggere tutto ciò che è ancora collegato alla missione Eldorado. Scelta ribadita e confermata anche quando ormai era già di pubblico dominio la posizione socialista e dunque lo sviluppo bellico che verosimilmente seguirà all’attuazione del programma di distruzione della stazione orbitante. Quanta scelleratezza! Se la Piaga fosse realmente quel castigo divino che, a detta dei sette della Congrega, farebbe sparire solo gli avidi, i meschini e gli empi, non sarebbe il caso di scommettere nemmeno un centesimo sulla loro persistente permanenza terrena.
Tutto questo, però, mi spinge ora a mettere nero su bianco alcune brevissime considerazioni personali che ho fatto subito dopo aver scritto e consegnato il rapporto sulla teoria di Clarice. Se le cose stanno realmente come lei ipotizza, anche la composizione di HG13-B5 verosimilmente è artificiale. Se Clarice ha ragione, insomma, la civiltà aliena che ha ordito questo piano lo ha fatto partendo dal presupposto che non c’era esca migliore di un asteroide pieno d’oro per far scattare la trappola che avrebbe consentito in pochi mesi di contaminare l’intero ambiente terrestre con questi microrganismi artificiali. E se fosse davvero l’avidità l’elemento (o uno degli elementi) che fa scattare l’arma bio-meccanica?
Se è vero, come dice Clarice, che ormai l’intera popolazione terrestre è entrata in contatto con i microrganismi artificiali, che hanno avuto una proliferazione esponenziale man mano che crescevano le sparizioni, resta da capire perché non siamo ancora spariti tutti. Quando stavo esaminando i rapporti redatti durante il semestre di quarantena, il dato dell’assoluta mancanza di sparizioni tra il personale della stazione orbitante mi aveva incuriosito molto. Prima di partire ero convinto che loro – diversamente da chi aveva deciso di introdurre, incoscientemente, il materiale alieno in ambiente terrestre – fossero stati molto scrupolosi nel rispetto dei protocolli di sicurezza. Tuttavia, una volta che sono entrati in contatto con noi, questa spiegazione non regge più. Se tutto il pianeta è contaminato, con il nostro ingresso in stazione a quarantena finita, noi che venivamo dalla Terra siamo stati fattore di contagio. Eppure in questi giorni nulla è cambiato qui: nessuno è ancora sparito. Che l’arma bio-meccanica sia efficace soltanto sul pianeta? Possibile? Oppure c’è davvero un qualche meccanismo selettivo collegato ai comportamenti individuali? Che sia davvero l’avidità l’elemento scatenante? Ma poi per quale motivo una civiltà aliena dovrebbe concepire un’arma del genere? Per eliminare tutti gli individui più aggressivi e sottomettere più facilmente i superstiti? Per una qualche finalità di redenzione? Spostando così sul piano dell’esistenza materiale quelle istanze che i religiosi hanno sempre attribuito a entità di natura spirituale?
Tutte congetture, naturalmente. Solo congetture.
Probabilmente, giusto un ultimo, vano, tentativo – svolto da menti imperfette – di dare un senso a tutto quello che è successo in questi mesi e all’imponderabile, mentre aspettiamo impazientemente di sapere per mano di chi, quando e come svaniremo nel nulla.

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Giuseppe D’Elia “Sei Dee già Pulp”
Formazione giuridica; attività giornalistica. Scrive soprattutto di politica. Quasi tutto quello che ha scritto lo trovate qui, in sidebar: Sei Dee già Pulp

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(marco manicardi)
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