Vele strappate

di Spartaco Mencaroni “Il Coniglio Mannaro”

L’oscurità rollava, un moto dolce e continuo che induceva al sonno e rendeva difficile concentrarsi sui comandi. La botta giunse violenta e imprevedibile, un’esplosione di vuoto che si spalancò all’istante sotto la navicella, seguita dalla sensazione di precipitare a velocità folle, lo stomaco impazzito, il terrore che gli accapponava la pelle. Poi il buio si riempì di un bagliore iridescente; sorgeva dall’orizzonte, vorticante come un mulinello di fuoco. Istintivamente serrò le palpebre, anche se sapeva che era del tutto inutile.
Puntualmente, la voce concitata di Butch lacerò il silenzio assoluto di quell’abisso di morte.
“Che stai facendo, Mike? Così ci ammazziamo!”
Un grido stridulo, uno scroscio di cristalli di panico che precipitavano in frantumi.
Strinse i pungi mentre ascoltava la propria voce rispondere, a sua volta distorta da un terrore cieco:
“Il tether di destra si è smagnetizzato! La vela sta collassando.”
“Come può essere?”
Sapeva che l’istante successivo avrebbe provato a chiamare il controllo missione, per dire che stavano andando giù, ma che non ci sarebbe riuscito. Si aggrappò con le dita, aspettando il dolore, e giunse puntuale mentre la schiena gli si torceva, piegata dallo strappo della navetta che decelerava di venti g in una frazione di secondo. Annaspò, respirando la colla viscosa della propria saliva, agitando le braccia alla ricerca di un appiglio.
La piccola lampada da lettura sul comodino volò verso la parete e andò in frantumi. Mike si sollevò sul letto, incapace di smettere di urlare e di mulinare le mani davanti al viso, come per strapparsi di dosso gli ultimi brandelli del solito, maledetto incubo.
Come ogni volta, rimase seduto ad ansimare stringendo i denti per contrastare le fitte lancinanti che venivano dal punto dove c’erano state le gambe, che ormai esistevano solo nella sua mente. Il tubetto delle droghe sintetiche era freddo e liscio come un frammento di cristallo. Rimase immobile finché il buio chimico gli sommerse il cervello.

La linea d’ombra sul terreno spoglio segnava il passaggio netto fra la luce e buio. Oltre, verso le colline, il gelo iniziava a ricoprire le rocce pochi metri dopo quell’immutabile confine; le vette delle montagne, sepolte sotto tonnellate di strati di atmosfera congelata, si stagliavano come zaffiri nel cielo nero.
Dal lato opposto, verso la vallata, le aeree guglie della Cupola scintillavano come spruzzi d’acqua bloccati in un fermo immagine. Il veicolo cingolato avanzava lentamente sul terreno accidentato, trascinando senza apparente fatica il vagoncino hovercraft agganciato alla parte posteriore.
La pista era una semplice traccia in rilievo che serpeggiava nella polvere chiara di Medusa; partiva dalla colonia e proseguiva dipanandosi verso l’interno di quel piccolo mondo roccioso dove l’umanità stava giocando la più ambiziosa delle sue partite.
Mike guidava in silenzio, concentrandosi sugli strumenti. Per quell’ultimo tratto aveva spento persino il lettore musicale: nell’ultima rivoluzione aveva rotto la trasmissione tre volte e in officina gli avevano detto chiaramente che il cattivo whisky non era più sufficiente a garantirgli altro credito.
La concentrazione non gli impediva di fischiettare. Nel tender aveva caricato almeno tre tonnellate di ammoniaca e metano, spalandoli dagli immensi cumuli di gas solidi che tutti chiamavano “la granita”. Chilometri cubi di elementi rari che attendavano soltanto di essere spalati, sparsi su tutta la superficie del planetoide: una vera miniera a cielo aperto, che avrebbe dato lavoro alle mille famiglie di coloni per intere generazioni. Ma tutti quelli che avevano firmato il contratto con la Compagnia speravano nel colpo grosso: un deposito di gas nobile, una bolla di xenon o argon, guadagnare abbastanza da passare il resto della vita nel Sistema Interno.
Il cicalino del comunicatore interruppe i suoi pensieri. La Cupola era a meno di mezzo chilometro e le guardie della Compagnia segnalavano la loro ispezione. Si rilassò contro lo schienale: stavolta tutto era andato per il verso giusto.
Togliersi la tuta gli dava sempre una sensazione strana. La Cupola ricopriva la colonia, proteggendo un ambiente terraformato di un chilometro di raggio, e sebbene fosse a tutti gli effetti indistruttibile, Mike continuava a sentirsi nudo là sotto.
L’ufficiale di guardia che gli venne incontro aveva la pelle liscia e rosa di quelli appena giunti da terra, non ancora bruciati dalle radiazioni che non si era mai riusciti a schermare del tutto. Gli chiese di mostrare i suoi documenti, lanciando una lunga occhiata ai moncherini che ondeggiavano subito sotto la linea della cintura.
“Vuoi vedere anche il pacco, mister?” domandò Mike a bruciapelo.
L’altro distolse lo sguardo e per un attimo sul viso gli si dipinse un’espressione colpevole. Poi si scosse e chiese bruscamente la sua autorizzazione.
Mike gli lanciò una lunga occhiata torva, prima di chinarsi sul cassetto porta documenti ed estrarne un mazzetto di vecchi fogli stretti da un elastico.
“Attenda qui, prego” disse il soldato prendendoli e allontanandosi dal cingolato.
Mike sbuffò e gettò un’occhiata al quadrante della pressione del tender. Appena fuori dalla zona d’ombra, la temperatura era salita di colpo di un paio di centinaia di gradi e la poltiglia di gas solido aveva iniziato a sublimare. Se non l’avesse scaricato nel giro di poche ore, la pressione di vapore avrebbe spezzato il serbatoio come un frutto troppo maturo.
L’ufficiale tornò dopo pochi minuti. Alle sue spalle camminava un uomo più anziano, vestito con un elegante completo blu e una cravatta turchese.
“Ci sono problemi?” domandò Mike rivolgendosi all’uomo elegante.
“È suo questo mezzo?” replicò quello.
“Non ha visto i documenti?”
“Le domande le faccio io, signore.”
“E allora non faccia domande idiote. La proprietà del mezzo è chiaramente indicata nei documenti.”
L’uomo in giacca e cravatta fissò negli occhi Mike con uno sguardo freddo e duro, ma lui non abbassò gli occhi.
“Questo mezzo risulta rubato.”
“Che cosa?”
“Il proprietario ne ha denunciato la scomparsa.”
“L’ho comparto alla fiera di Moses cinque anni fa. Ho il certificato di acquisto insieme ai documenti di proprietà.”
Appena ebbe pronunciata la frase, notò un guizzo nello sguardo del soldato. Durò solo un attimo, ma fu sufficiente perché lui lo notasse: aveva passato troppo tempo a giocare a Poker per non accorgersi delle sfumature. Un brivido gli percorse la schiena mentre capiva che aveva consegnato a quel pivello le uniche copie dei suoi documenti.
“Esamineremo le sue carte al comando. Fino ad allora il suo mezzo e sequestrato e lei è in arresto.”
Guardò il soldato: non riusciva a tener ferme le mani e gli angoli della bocca gli tremavano leggermente.
Lentamente sganciò la cintura di sicurezza, cercando di mantenersi calmo: stavano cercando di incastrarlo, ma non l’avevano ancora preso.

***

Ginevra non faceva più caso alla gente che la sfotteva per il nome. Ci sono cose peggiori da affrontare, per un’orfana dello spazio adottata da una Compagnia mineraria.
Dopo l’incidente sul cargo metalli pesanti, quando i suoi erano morti avvelenati per salvare un carico di un miliardo di crediti, la Compagnia era stata condannata a pagare un vitalizio per il suo mantenimento, o a occuparsi direttamente di lei. Avevano scelto la strada meno costosa e da allora la sua vita era trascorsa sugli asteroidi.
Le famiglie di Coloni erano felici di occuparsi degli orfani, in cambio degli incentivi, e la Compagnia non faceva troppe domande ai colloqui di affidamento. Ginevra comunque era stata fortunata; anche se non aveva potuto studiare, non poteva lamentarsi della propria vita. A vent’anni aveva trovato un buon lavoro manuale su Medusa e viveva da sola in modulo abitativo piccolo ma dignitoso.
“Perché non Houston, o Beirut?” domandò di nuovo il più ubriaco dei due operai, facendo sganasciare l’altro.
La ragazza sorrise, contando mentalmente le fermate che mancavano fino alla fabbrica. Purtroppo la monorotaia aveva un solo vagone.
“Perché altrimenti nessun idiota potrebbe farmi questa domanda.” Rispose con il più affabile dei modi.
L’uomo la guardò con l’aria perplessa per un secondo, mentre lei continuava a sorridergli, poi scoppiò in un’altra fragorosa risata, cui fece subito eco il compagno.
Lei si concentrò sul paesaggio. Stavano entrando sotto la Cupola: in quel punto la rotaia passava in mezzo ad un grumo di costruzioni affollate e sporche, quartieri dormitorio spuntati come escrescenze biancastre, un cancro di cemento solcato dalle vie di terra e dai cavi energetici. La fabbrica sorgeva al centro del quartiere, al quinto livello sotterraneo.
Il treno rallentò e la ragazza si alzò per avvicinarsi alla porta. Sapeva che ci avrebbero provato quindi fu lesta a respingere le manacce dell’operaio. Questi biascicò qualcosa sul vedersi più tardi, poi cadde di colpo addormentato sul pavimento.
Le risate del suo compagno si sentivano ancora quando lei scese dal vagone.
La stazione della monorotaia era poco più di un garage sotterraneo, dall’aspetto claustrofobico. Dal lato opposto ai binari iniziava una stretta scala in salita che conduceva in superficie. Era umida e male illuminata.
Ginevra iniziò a percorrerla di buon passo, dominando l’inquietudine che le dava quel luogo. Era circa a metà della salita quando si sentì afferrare alle spalle e serrare una mano davanti alla bocca. Qualcosa di freddo e rigido le spingeva con forza contro il fianco.
Prima che potesse reagire, la voce di un uomo sussurrò al suo orecchio le ultime parole che si sarebbe aspettata di sentire:
“Ti prego non gridare. Ho bisogno d’aiuto.”
“È per questo che mi punti un fulminatore alla schiena?” rispose lei con la voce dura.
“Quello è solo una precauzione. Non ho intenzione di farti del male. Per favore, voltati.”
Malgrado tutto, Ginevra era sorpresa dai modi dello sconosciuto assalitore: lo stupore aumentò quando, voltandosi, la giovane vide che il suo assalitore era sospeso a mezz’aria, seduto su un cuscino magnetico dal quale penzolava ciò che gli restava delle gambe.
Lui indovinò la direzione del suo sguardo e le piantò in viso due occhi duri.
“Sono rimasto senza energia. Devi portarmi tu.”
Lei fissò l’arma che l’uomo stringeva con noncuranza fra le mani, poi di nuovo i suoi occhi.”
“Su per le scale?” domandò.
“No.” Con la canna indicò il buco nero dove spariva la rotaia del treno. “Da quella parte.”
“Sei pazzo? Se vuoi suicidarti dovrai farlo da solo, amico.”
“Non sono tuo amico e nemmeno pazzo, ragazza. Non passeranno altri treni per un bel pezzo.”
“Come fai a dirlo?”
Un altro movimento dell’arma indicò un punto sulla parete, vicino alle spalle dell’uomo. Un quadro di comando era aperto e all’interno si intravedeva una massa di cavi, bruciati e contorti.
“Ho sabotato la rotaia poco dopo il passaggio del tuo treno”. Lo sconosciuto frugò nella sacca che teneva agganciata allo schienale del cuscino. Ne trasse un cavo, se ne legò una estremità alla cintura e gettò l’altro capo alla ragazza.
“Ci metteranno parecchio a trovare il guasto. Ora prendi il cavo e legatelo in vita; dovrai tirarmi.”
“Come un somaro?” Mike ammirò il fatto che lei riuscisse a fare del sarcasmo in quella situazione, ma non lo diede a vedere.
“Pensala come ti pare. Ma voglio averti sotto tiro.”
Lei non rispose e fece come le era stato detto, poi si avviò verso la banchina. Con un leggero strattone il sedile levitante si mise in moto, venendole dietro docilmente.
Ginevra scese cautamente il gradino e poggiò il piede sul fondo levigato dello scavo dove correva la rotaia.
Guardò di nuovo il suo sequestratore, che le restituì un’occhiata gelida e un brusco cenno affermativo del capo. La ragazza si voltò e iniziò a inoltrarsi nel buio.
Ancora una volta l’oscurità ondeggiava, come nei suoi incubi; l’incedere dei passi stanchi e incerti della ragazza si trasmetteva al sedile con un susseguirsi di strattoni intermittenti che generava un lento dondolio. Mike si rilassò, la schiena poggiata al sedile, scrutando l’oscurità di fronte a sé, debolmente rischiarata dalle luci di servizio della galleria. La sagoma sottile della ragazza ondeggiava come l’albero di un antico veliero.
Scacciò il pensiero che inevitabilmente era scaturito da quel paragone, ma i ricordi riaffioravano alla superficie della coscienza, ribollendo nelle profondità della sua mente stanca, incapace di tenerli a bada.
Lo scafo sottile e affusolato della “Icarus” brillava nella radiazione azzurra di quella stella lontana, intensa e vibrante, come l’atmosfera di quei giorni elettrizzanti. Lui e Butch che camminavano insieme nella spianata del velodromo, in un’aura di eccitazione, pura energia, circondati da leggende viventi; navi, equipaggi, imprese di cui avevano sentito parlare fin da ragazzi e con cui ora dividevano lo spazio della piccola stazione spaziale in orbita intorno al più emozionante campo di volo di quel pezzo di galassia.
I giorni in cui tutto era possibile e in cui invece, in un giorno qualunque, tutto era finito per sempre. Senza che lui si opponesse, subendo il precipitare degli eventi fino all’inevitabile. Fino all’incidente in cui Butch si era polverizzato in un istante, assieme alla metà posteriore della “Icarus”.
Il rimorso gli stritolò lo stomaco, scuotendolo dal torpore in cui era caduto: la ragazza si era fermata e il sedile, derivando, gli era finito quasi addosso alla schiena.
“Che stai facendo?” domandò bruscamente, spianando la canna dell’arma. “Chi ti ha detto di fermarti?”
“C’è qualcosa davanti a noi. Vedo delle luci.”
Mike infilò gli occhi nel buio. Un vago barlume rischiarava la parte destra della galleria; era un bagliore diverso da quello dell’illuminazione di servizio, un chiarore soffuso che sembrava filtrare fra le pietre umide del tunnel.
I due si avvicinarono al punto da cui sembrava provenire la luce; da vicino, sembrava filtrare direttamente dalla parete, come se ci fosse uno spiraglio socchiuso al di là del grigio rivestimento.
“Sì, deve essere questo il posto,” fece Mike alla ragazza. “Avvicina la mano al punto da cui filtra la luce.”
Lei obbedì controvoglia e sotto la minaccia dell’arma tese una mano tremante verso il muro. Appena le sue dita ebbero attraversato il raggio di luce che filtrava, si udì uno scatto secco, poi il rumore di un carrello che scorreva.
La ragazza balzò indietro con un gridolino, mentre un’intera sezione della galleria scivolava di lato, rivelando l’imboccatura di un altro tunnel perpendicolare a quello dove si trovavano.
Nello stesso momento, l’oscurità alle loro spalle esplose in un inferno assordante di esplosioni e fuoco. Raggi mortali, proiettili e frammenti di calcinacci volavano tutto intorno.
“Corri dentro, presto!” urlò Mike, rannicchiandosi contro il proprio schienale. L’esortazione era inutile perché la ragazza era già balzata in avanti, trascinandosi il cavo legato alla cintura. Il seggiolino la seguì con un brusco sobbalzo e si infilò nella galleria sbandando pericolosamente.
Lottando per non perdere l’equilibrio, Mike allungò una mano verso il soffitto, cercando disperatamente di aggrappare il filo rosso che gli penzolava sopra la testa.
Soltanto per un soffio le sue dita riuscirono a stringersi intorno alla cordicella, facendo scattare il meccanismo di emergenza. Un istante dopo il loro passaggio il tetto della galleria crollò, seppellendo l’accesso al tunnel.

***

Come quasi tutti gli esseri umani, disseminati in quell’angolo di universo, Ginevra era convinta che alberi e fiori ormai esistessero soltanto nelle aree protette sulla vecchia terra, o al di là delle teche infrangibili, nei palazzi dei potenti.
Mai si sarebbe aspettata di trovare un angolo di foresta, verde e rigogliosa, all’interno di una cavità artificiale scavata nel cuore di un oscuro planetoide. La caverna era sbalorditiva: aveva una forma semisferica, con il soffitto a cupola, e si estendeva per diverse centinaia di metri. Una sorgente d’acqua filtrava dal centro della volta. Precipitava con un’allegra cascata e si raccoglieva in un laghetto, da cui defluiva seguendo la lieve pendenza del suolo e formando un allegro ruscello.
Nel breve spazio della semisfera c’erano anche alcune costruzioni basse e graziose, filari ordinati di viti e appezzamenti coltivati con cura, delimitati da steccati di legno chiaro.
Nonostante quel piccolo mondo si trovasse all’interno di Medusa, era illuminato a giorno da una la luce calda e dorata, un eterno pomeriggio di primavera.
Erano sbucati dalla galleria, che si affacciava sul bordo esterno della caverna. Incurante degli sguardi sbalorditi della giovane, Mike le intimò di incamminarsi per un viottolo di terra battuta che attraversava tutto quel luogo puntando verso le costruzioni all’estremità opposta.
Mentre camminava, Ginevra notò che la luce dorata proveniva da una serie di venature splendenti nella roccia della caverna. Sembrava una sorta di radiazione naturale e la ragazza si chiese se fosse dannosa.
“Sono minerali termoluminescenti” spiegò l’uomo intuendo i pensieri di lei “emettono luce se riscaldati. L’interno di Medusa ha un’intensa attività geotermica. Qui dentro tutto dipende dal calore.”
“Cos’è questo posto?” azzardò.
“Lo scoprirai presto. Per ora è meglio che tu non faccia domande”.
Lei si rassegnò e continuò a camminare in silenzio, godendosi l’incredibile spettacolo. Quasi subito notò il leggero veicolo di terra che gli stava venendo incontro. Silenzioso e veloce, li raggiunse in pochi minuti, fermandosi a lato del sentiero.
Ne discese una donna di mezz’età, alta e magra. Indossava una tunica da lavoro e aveva un viso che Ginevra trovò contemporaneamente dolce e severo. Sorrise alla ragazza, poi guardò Mike, che teneva ancora in mano la sua arma, e l’espressione cambiò:
“Solo un villano come te può trattare una donna in questo modo. Adesso mi è chiaro perché non troverai mai moglie.”
“Sei tu l’unica che riuscirebbe a sopportarmi, Myra. E sei già sposata. Quindi che senso avrebbe corteggiare le ragazze?”
La donna sorrise e si rivolse a Ginevra.
“E’ sempre stato un idiota, ma in fondo è un brav’uomo.” Si voltò di nuovo verso di lui e gli intimò di mettere via il fulminatore.
“La fanciulla è nostra ospite adesso. Puoi scioglierti quella corda, tesoro. A proposito, come ti chiami?”
Sempre chiacchierando affabilmente, la donna li fece salire sul veicolo e ripartì, raggiungendo in breve la piccola casa che avevano visto da lontano.
Era una costruzione di legno, a due piani, con il tetto a spiovente. Assomigliava alle baite delle antiche favole ed era stata realizzata nello stesso modo.
Sul cortile razzolavano alcuni animali, inseguiti allegramente da un gruppetto di tre bambini. Sulla soglia, un uomo dall’aspetto robusto attendeva in piedi, fumando una pipa.
Si avvicinò, abbracciò Myra e si rivolse ai nuovi venuti.
“Benvenuti nella mia casa. Mike, è sempre una gioia vederti, anche quando mi demolisci un tunnel di sicurezza.”
Si girò verso Ginevra, tendendole una mano forte e calda. “Mi chiamo Roland. Questi tre molestatori di polli sono i nostri bambini. Sei la benvenuta nella mia proprietà.”
“Sono Ginevra. La… la ringrazio. In realtà io…” si bloccò, non sapendo bene come proseguire.
“In realtà quel troglodita l’ha portata qui minacciandola con un fulminatore, legandola come un somaro e facendosi tirare!”
“Mi hanno trovato.” intervenne finalmente l’uomo. Era sceso dalla macchina e si era seduto di nuovo nel proprio sedile, ondeggiando a mezz’aria.
Roland lo guardò duramente “E tu li hai portati qui.”
“Non avevo scelta, Ron.”
“Lo so. Non preoccuparti Mike. Sapevo che sarebbe arrivato questo momento.”
“Mi dispiace.”
“Ti ho detto di non preoccuparti. Ce l’aspettavamo e siamo preparati.”
“Bene. Non c’è molto tempo, ora che hanno scoperto la galleria.”
“Lo so. Stanno scavando. Non ci metteranno più di un giorno.”
Myra non riuscì a trattenere un singhiozzo. Guardò il marito.
“Questa è la fine di Eden Valley.”
“Temo di sì” ammise lui. Poi fissò l’amico e gli occhi si animarono di una luce intensa. “Ma si tratta anche di un nuovo inizio. Myra, va a preparare i ragazzi e le provviste d’emergenza. Fatti aiutare dalla ragazza. Ginevra, giusto? Datti da fare anche tu. Mike, tu vieni con me.”
“Agli ordini, Capitano” rispose lui con tono allegro.
Roland si girò, battendogli una pacca sulla spalle: “Ho bisogno di uno skipper che sappia il fatto suo.”

***

Dentro la baita fermentava un caos controllato. Myra era bravissima a coordinare gli sforzi eccitati dei tre bambini, che partecipavano entusiasti al “gioco della fuga”, rivaleggiando per dimostrarsi efficienti. Il più piccolino aveva tolto tutti gli abiti contenuti in un grosso baule, stando in bilico sul bordo e rischiando di sprofondarvi. La mamma gli corse in aiuto.
“Mattew, prendi soltanto quello che ti serve. Non possiamo portare tutto quanto.”
Il piccolo annuì con aria seria. La donna gli arruffò i capelli e tornò di corsa al suo lavoro. Passando davanti a Ginevra le disse:
“Ho un cassapanca con alcuni vestiti di quando ero ragazza” abbassò lo sguardo sul suo corpo e aggiunse “penso che andranno benissimo per te.”
Ginevra la fissò, seria.
“Io non ho fatto niente. Non ho niente da temere.”
“Credi che a loro questo importi? Sei qui, conosci questo posto. È abbastanza per fare di te una criminale.”
“Ma perché? Di cosa vi accusano?”
“Di vivere. O almeno, di vivere a modo nostro.”
La donna tornò a chinarsi sull’enorme valigia aperta sul letto al centro della stanza. Ginevra la seguì e iniziò ad aiutarla, passandole mucchi di vestiti piegati da dentro un grande armadio.
“Non capisco” riprese la ragazza dopo un po’. “Siete abusivi?”
“Non è solo questo. È vero, la Compagnia ha diritti di sfruttamento per tutti i corpi celesti su cui riesce a mettere le mani. Ma il motivo per cui vogliono ucciderci è il fatto che in questo posto siamo liberi. Non dipendiamo dalla loro energia, dai loro gas, dalle loro materie prime. Sfruttiamo il calore, la radiazione naturale.”
“Ma perché vogliono uccidervi? Non possono semplicemente obbligarvi a vendere tutto, o pagare una tassa?”
“Non si tratta di prendere quello che abbiamo: noi siamo l’alternativa al monopolio, Ginevra. Dimostriamo di poter vivere senza la Compagnia. La maggior parte degli uomini non immagina nemmeno che sia possibile sfruttare altre forme di energia.”
“Com’è possibile?”
Myra si fermò e sollevò lo sguardo verso la ragazza.
“Sei mai stata a scuola?”
Lei arrossì visibilmente e abbassò gli occhi.
“Perdonami” disse Myra rendendosi conto del proprio errore. “Ma non serve aver studiato per capire: qualunque cosa tu legga, in ogni informazione che riesci a reperire, tutta la letteratura scientifica esclude completamente ogni riferimento a forme di energia che non siano controllate dalla Compagnia.”
“Com’è possibile? Parlano tutti di crisi energetica, di ricerca di nuove fonti.”
“Ne parlano come di utopie, di speculazioni teoriche. I laboratori scientifici non fanno veramente ricerca da almeno sessant’anni, Ginevra: le università formano generazioni di scienziati abituati a ragionare in cerchio, ripetere gli stessi esperimenti, approfondire le misure. Nessuno di loro è capace di pensare liberamente e rimanere fermi girando intorno alle cose è un ottimo metodo per renderle impossibili.”
La voce del marito la interruppe.
“Siamo pronti a caricare.”
“Bene” rispose lei. Aveva gli occhi pieni di lacrime, ma sapevano entrambi che non avrebbe pianto.

Fino a pochi minuti prima lì davanti c’era solo uno spiazzo vuoto.
Adesso, affacciandosi alla porta di casa tutta la visuale era occupata dallo scafo di una nave stellare; un’onda affusolata di acciaio ultraleggero, lungo più della baita davanti al quale era improvvisamente comparso. Poggiava su un gigantesco carrello, a sua volta posato su una rotaia che partiva dall’aia e proseguiva rettilinea verso il bordo della caverna.
“Abbiamo un hangar sotto la casa” spiegò brevemente Roland vedendo la faccia della ragazza “e un piano mobile su cui poggia la rotaia.”
Mike era dall’altra parte della nave. Li raggiunse fluttuando velocemente sul proprio seggiolino. Doveva essere riuscito a ricaricarlo nell’hangar.
“Da questa parte è tutto a posto. La vela è carica.”
“Molto bene, ragazzo. Vedo che la mancanza di esercizio non ti ha arrugginito troppo.”
Mike fece un sorriso triste.
“Bambini, presto, carichiamo i bagagli” fece Myra. Le sue parole furono salutate da un coro festoso di evviva, poi i ragazzini scomparvero dentro casa, facendo risuonare i loro passi di corsa su per le scale. La donna si lanciò dietro ai figli per evitare un disastro.
Ginevra era rimasta a guardare la scena, incapace di trattenere un sorriso di tenerezza. Mike le si avvicinò.
“Mi dispiace di averti coinvolta in questa cosa” le disse. Malgrado tutto, la ragazza fu felice di sentirselo dire.
“Li conosci da tanto?” chiese.
“Da sempre. Sono la cosa più vicina ad una famiglia che possiedo.”
“Devono volerti molto bene.”
A quelle parole, Mike sembrò improvvisamente molto triste e lei capì che non avrebbe più parlato. Si voltò verso lo scafo e iniziò ad armeggiare con uno sportello.
“Meglio dare un’occhiata anche a questa parte della vela” disse “Roland è sempre stato un pasticcione.”

Dentro, la nave assomigliava a una piccola casa. Lo spazio era stato sfruttato con intelligenza, ricavando stanzette piccole ma confortevoli per i bambini e i coniugi, oltre a una stanza per gli ospiti. Ginevra fu solo in parte sorpresa di scoprire che non gli dispiaceva dividere il suo alloggio con Mike.
Sistemati rapidamente i bagagli, le donne e i bambini si recarono nella sala comune. La ragazza aiutò Myra ad allacciare le cinture ai piccoli, che scalciavano tutti eccitati sui sedili anti-accelerazione e sporcavano di ditate i piccoli oblò sulla paratia.
Fuori gli altri stavano aprendo i portelli della vela elettronica. Un lungo reticolato di fili così sottili da essere quasi invisibili. Una volta dispiegata, nello spazio esterno, quella ragnatela composta da chilometri e chilometri di cavo caricato elettricamente avrebbe interagito con le invisibili correnti magnetiche generate dal sole e dalle altre stelle, trainando la nave fino a velocità impensabili.
Un boato alle loro spalle fece trasalire Myra; afferrò subito il piccolo comunicatore che portava alla vita e gridò.
“Arrivano!”
Ma anche gli uomini avevano sentito l’esplosione: una parte della grotta era stata fatta saltare, vicino al punto da dove erano giunti Mike e Ginevra. Fra la polvere rossastra si intravedevano uomini e mezzi da guerra che irrompevano nella vallata, vomitando fuoco e morte. Prima ancora di individuare la nave, i soldati della Compagnia avevano iniziato a distruggere la vita di quel luogo, colpevole di esistere al di fuori dal loro controllo.
Mike era già a bordo. Roland si era attardato vicino a piccolo pannello di comando, sul fianco della casa.
“Che stai facendo?” gridò all’amico, curvo sulla plancia di comando. Con un ronzio che saliva rapidamente di tono, i motori del carrello si attivarono. La nave fu attraversata da uno scossone, che fece urlare di gioia i bambini, poi iniziò lentamente a scorrere in avanti, trattenuta a malapena dal freno.
“Sbrigati Ron!” gridò Myra.
Le mani di Mike tremavano. I colpi di artiglieria iniziarono a martellare la spianata, sollevando alti spruzzi di terra che ricadevano sulla nave con una gragnola di tonfi cupi.
“Non ce la faremo mai” pensò Mike. Poi tutto divenne buio.

Le luci pulsavano lentamente, come stelle lontane che cercassero di esplodere. C’era un dolore lontano, come il ricordo di uno spasimo, punte di metallo trattenute, pronte a colpire di nuovo.
Si sollevò lentamente, mille spilli gli trapanavano le gambe; avrebbe scoperto solo dopo alcune ore cos’era quel dolore, quel simulacro di sofferenza che chiamavano, appropriatamente, “fantasma”.
La faccia di Roland era china sopra di lui. Era pallido, il volto rigato di lacrime.
Lo chiamò e Mike sorrise, malgrado tutto.
“Non speravo più di rivederti sorridere, ragazzo mio!”
Le parole uscivano come melassa da un barile. Riuscì a pronunciare solo un nome, e Roland si scurì.
“Mi dispiace ragazzo. La metà posteriore della Icarus è andata in pezzi.”
Il sudario di silenzio era punteggiato dei rumori dei monitor. Roland lo lacerò dicendo ciò che gli marciva dentro da tre giorni, da quando era avvenuto il disastro. Il Campionato era stato interrotto e tutti gli equipaggi aspettavano, attoniti e sgomenti, gli sviluppi di quell’inconcepibile tragedia.
“Non è stato un incidente, vero?”
Mike non riusciva a parlare, ma il suo sguardo fu sufficiente.
“Ero sicuro. Una vela elettronica non si smagnetizza, punto e basta. È stato un sabotaggio. Maledetti assassini della Compagnia. Te la senti di scrivere la denuncia? Altrimenti, posso prepararla io e poi…”
Di nuovo, gli occhi di Mike parlavano. Un linguaggio muto ma esplicito, che esprimeva puro terrore. Roland capì quello che doveva provare l’amico. Aveva visto la morte negli occhi, perso il suo compagno, tutto per mano di quella gente senza scrupoli, capace di uccidere barbaramente solo per screditare agli occhi del mondo un sistema di propulsione a costo zero.
Non avrebbe avuto il coraggio di denunciarli, così come non aveva detto niente quando aveva sorpreso due emissari della Compagnia a curiosare nel suo hangar.
Anche in quel caso Roland aveva provato a convincerlo, inutilmente.
“Non vorrai lasciargliela vinta, vero?” chiese al ferito.
Nel silenzio della risposta che non venne, la voce di Roland gridò:
“Per Dio, fallo almeno per Butch!”
E finalmente Mike parlò, con la voce spezzata, sconfitta.
“Hanno già vinto, Ron.”

Ron si allontanò dal pannello e iniziò a correre verso la nave. Schivò per miracolo le pallottole e i frammenti di mortaio, balzò agilmente sul predellino della cabina di comando e si issò dentro.
“Dai, Mike. Falla volare!” urlò mentre si allacciava la cintura.
L’altro rimase immobile. Il pulsante di sgancio del carrello era davanti a lui, irraggiungibile per Roland, bloccato dall’altra parte della plancia di comando.
“Mike, per il demonio, che ti prende?”
Si girò. Aveva gli occhi vitrei, lo sguardo vuoto. Lo fissò da una distanza infinita e disse di nuovo quella terribile frase:
“Hanno già vinto, Ron.”
I colpi secchi dei proiettili che si schiantavano sull’acciaio corazzato rimbombavano nella cabina con un’eco assordante. I bambini cominciarono a piangere. Lontanissima giunse la voce di Myra che tentava di calmarli. Era solo questione di tempo.
Roland fissò l’amico, lo guardò dritto negli occhi, due abissi di dolore.
“Non deve essere per forza così, Mike. Non devi lottare da solo, stavolta.”
Il sorriso di Roland si spalancò come un cielo stellato; non gli importava se fra un minuto sarebbero stati tutti morti, lì dentro. Gli bastava che Mike capisse. Che si sentisse di nuovo come un tempo, libero da tutto quel maledetto dolore.
“Dài ragazzo. Schiaccia quel pulsante”

Dopo un lunghissimo istante, Mike sorrise di rimando.
“Agli ordini, capitano.”
Un attimo dopo i passeggeri furono schiacciati contro i sedili da una spinta possente. Mentre il carrello prendeva velocità, un’intera sezione della grotta davanti a loro iniziò a scorrere, rivelando una grossa apertura che dava sullo spazio esterno.
Con un furioso sibilo l’aria della caverna si incanalò nell’apertura che si allargava, piegando e poi sradicando gli alberi della vallata. I soldati della Compagnia si gettarono a terra, cercando disperatamente di non essere travolti dall’uragano. Un blindato iniziò a slittare, trascinato dall’enorme forza della depressione che stava devastando Eden Valley, e poi fu alzato in volo come un fuscello.
Fra urla terrorizzate e imprecazioni gli assalitori tentavano di rientrare nel varco da cui erano penetrati nella valle, con la forza della tempesta che cresceva di intensità di secondo in secondo, mentre l’apertura si allargava completamente.
Il vento spingeva anche la nave; insieme all’accelerazione del carrello forniva una parte della spinta necessaria a superare l’attrazione gravitazionale del planetoide. Schizzarono fuori dall’apertura come un proiettile, e nello stesso istante il propulsore a razzo si accese, sollevando la sagoma slanciata verso l’orbita equatoriale.
In pochi minuti la navicella si raddrizzò e iniziò a orbitare intorno a Medusa. Dall’alto, il deserto di roccia e montagne gelate si stendeva sotto di loro come un gigantesco mosaico. La Cupola era visibile come un cerchio splendente, ai confini della zona d’ombra. Poco lontano, le installazioni industriali della Compagnia si ramificavano in un cancro di tubazioni, pannelli e torri evaporative, occupando una superficie venti volte maggiore di quella destinata alle abitazioni degli uomini.
Gli impianti erano alternati da almeno una dozzina di piccole cupole: anche da quell’altezza era ben visibile il verde della vegetazione, l’azzurro dei laghetti, il bianco chiaro delle lussuose unità abitative dei dirigenti della Compagnia.
Ginevra era sconvolta: come tutti su Medusa aveva sempre creduto che fosse impossibile occupare uno spazio maggiore, accettando quella vita soffocante fatta di pertugi, buchi stretti e umidi, grumi di stanze e costruzioni abbarbicate l’una all’altra. Inconsapevole del lusso che esisteva a poche decine di chilometri di distanza, sopportava con gli altri un livello di affollamento che l’umanità, nella sua storia millenaria, non aveva mai conosciuto prima.
Dalla plancia, Mike osservava in silenzio un altro spettacolo, ben più maestoso. Il theter della vela si stava lentamente dipanando, centinaia di chilometri di filo invisibile, che rilevava la propria presenza scintillando di piccole scariche di statica, vibrazioni di un’energia impossibile da controllare, libera e immensa.
Uno strappo deciso annunciò che la vela era entrata in tensione.
“Ci siamo!” gridò Roland dalla cabina. “Abbiamo preso la corrente. Ci porterà dritti verso lo spazio esterno, ragazzi.”
“Cosa?” domandò Ginevra improvvisamente allarmata. “Ma dove stiamo andando?”
“Cerchiamo di raggiungere le colonie indipendenti, al limitare dalla Fascia di Kuiper” rispose Myra, sorridendo.
“E dove si trova?”
“Oltre l’orbita di Nettuno. Se acceleriamo bene ci arriveremo in un paio di mesi”
“Abbiamo una vela da mille chilometri al secondo, ragazza!” le fece eco Roland, incapace di contenere la propria eccitazione.
Ginevra si rilassò contro il sedile, stordita dagli eventi. Non riusciva ancora a comprendere il significato di tutto ciò che stava vivendo, ma sentiva un calore nel petto, il fremito di un’eccitazione nuova che accompagnava la sensazione di essere finalmente viva, artefice del proprio destino.
Sorrise, mentre fuori dall’oblò la falce illuminata di Medusa si allontanava sempre di più.
Invisibili a tutti, le maestose folate di vento siderale si libravano nei cieli neri, come il soffio di divinità maggiori rispetto agli zefiri e ai libecci, seguendo i quali molte generazioni di uomini avevano solcato i primi mari, imparando a governare la forza della natura, cavalcando le onde verso terre lontane.
Nei secoli, l’umanità non aveva mai smesso di cercare il proprio cammino verso la libertà. Anche là, dove le mura e il grigio sembravano aver avuto definitivamente la meglio, arrivava sempre il momento in cui qualcuno spiegava di nuovo le vele.

__________
Spartaco Mencaroni “Il Coniglio Mannaro”
Nato ad Arezzo nel 1978. È medico di direzione ospedaliera, appassionato di fotografia e scrittura creativa, pensando che immagini e parole possano formare un ponte verso gli altri. Della sua Toscana ama la carne, il vino, i paesaggi e le persone. Ha un blog e ogni tanto scrive. Il coniglio mannaro

Annunci

Informazioni su il Many

(marco manicardi)
Questa voce è stata pubblicata in 2. (n+1)esimo ebook. Contrassegna il permalink.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...