Orgoglio mascolino

di Salvatore Mulliri “Isola Virtuale”

La Cronomacchina sembrava più una faccenda architettonica che la rivoluzionaria invenzione da tutti decantata. Appariva come una bella piazza circolare, pavimentata a scacchi bianchi e neri, come in un esercizio prospettico rinascimentale. Era già onirica e metafisica senza fare nient’altro che stare sotto il sole autunnale del lago di Ginevra.
La componente principale della Cronomacchina, l’anello che ne faceva da perimetro, era contenuto in una sorta di corona fatta di decine di giganteschi elementi, gli Statori di Hawkings; elaborati archi metallici, abbastanza massicci da resistere alle immani forze di marea, generate dalle due supermasse lanciate a velocità relativistiche nell’anello, e che costituivano il poderoso sistema di confinamento magnetico.
E fin qui arrivava la comprensione di Gilberto della Cronomacchina. Erano cose che poteva toccare con mano e che in fondo trovava rassicuranti. Per il resto il suo cervello umanistico si affidava ai pistolotti pseudoscientifici dei depliant turistici.
“I due buchi neri artificiali, ruotando in senso opposto, creano le crono-onde di interferenza, slabbrando così il tessuto del continuum spazio-tempo.”
Uno leggeva una cosa del genere e aveva già la sensazione di sapere tutto.
Slabbrando il tessuto… doveva essere un creativo che lavorava per qualche marchio dell’abbigliamento.
Il depliant diceva anche che il centro geometrico dell’anello era il punto dove la deformazione del continuum diventava una singolarità. Chissà cosa succedeva a quello che si metteva in quel punto? Era una domanda retorica, non c’era in realtà nessuno disposto a farsi risucchiare dal centro del gorgo temporale per scoprire dove si finiva. Probabilmente si arrivava all’origine del tempo. Quando s’innescava il Big Bang. Anzi qualcuno mormorava che forse il Big Bang era stato causato proprio dai primi esperimenti con la Cronomacchina. Una teoria diceva che quando, per vedere se la faccenda funzionava, qualcuno aveva spedito un cubo di metallo in un luogo dove le parole spazio, tempo e persino luogo non avevano ancora senso, era stato causato una specie di paradosso. Il niente, non potendo più essere tale, si era talmente incazzato che era esploso sino a combinare tutto questo macello che chiamiamo con l’altisonante nome di universo. Ma ovviamente era solo una teoria.
Ad ogni modo è per questo che gli anelli concentrici bianchi e neri, più vicini al centro della Cronomacchina non erano nemmeno segnati.
Più ci si allontanava dal centro della piazza, più si viaggiava verso epoche vicine alla nostra. A vederla dall’alto la Cronomacchina sarebbe sembrata un colossale bersaglio per freccette.
Gilberto, in attesa che il tessuto spaziote-mporale si “slabbrasse”, era la freccetta ben piantata sul riquadro nero che aveva come punteggio “Uruk – 2700 a.C.”
Un salto di cinquemila anni e rotti.
Le circostanze che avevamo portato Gilberto Gomez a proporsi volontario per un balzo di cinquanta secoli nel passato avevano un po’ a che fare con il suo talento di glottologo e parecchio con le sue insaziabili voglie. La sua ex moglie che di lingue morte non si interessava, l’aveva lasciato a causa delle seconde, con il morale a terra, una imbarazzante erezione e il conto in banca che sembrava Samarcanda dopo una visitina di Tamerlano. Lei ormai non sopportava i suoi continui approcci, le sveltine in ascensore, i bis nello studio dell’università, la biancheria a brandelli come dopo l’incontro con un licantropo feticista.
Senza parlare della perenne infiammazione dovuta all’eccessiva confricazione che l’affliggeva.
“Quando e troppo è troppo!” aveva esclamato vedendolo uscire dalla doccia del “dopo” con in mezzo alle gambe una evidente promessa di “ancora”.
Gilberto non ci poteva fare niente. Nella sua vita, per la maggior parte dedicata allo studio della scrittura cuneiforme aveva conosciuto in senso biblico una sola donna, quella che era diventata sua moglie e che aveva guardato con infinito disprezzo la sua ultima erezione. Su di lei, prima della separazione aveva sfogato la sua inesauribile mascolinità, dopo di lei era come se fosse calato un pesante sipario sulla sua virilità.
Niente più era riuscito a smuovere l’appendice flaccida ormai immemore delle glorie passate. Perciò si era offerto volontario per quella incursione in età sumera allo scopo ufficiale di recuperare la fonetica delle antiche lingue di Ur e quello non ufficiale di stare in un luogo lontano dove piangersi addosso e leccarsi le ferite.
Gilberto non era spaventato tanto dall’andata: tutti decantavano la capacità della Cronomacchina di depositarti al momento giusto nel posto giusto; quanto dal ritorno, dalla risalita lungo i cinque millenni senza scorciatoie se non quel contenitore di finta terracotta che si portava al collo legato con un laccio di cuoio. Era quello l’unico modo possibile per ritornare nel suo tempo, ovvero un contenitore pieno di nanotech autoreplicanti, che al momento desiderato l’avrebbero avvolto con un bozzolo di lana di roccia, incistando il suo corpo in animazione sospesa dentro un pezzo di montagna. Lui doveva solo ingerire i nanotech, stendersi sopra una roccia e i microscopici automi l’avrebbero ricoperto di un materiale resistentissimo ricavato dalla roccia stessa. Poi doveva solo chiudere gli occhi, e affidarsi al lungo sonno dell’animazione sospesa.
Per cinquemila anni.
Seminudo, con i capelli acconciati in una lunga treccia, Gilberto toccò la boccetta di finta terracotta come se fosse un prezioso amuleto, e in quel momento il ronzio della Cronomacchina crebbe sino a diventare un sibilo assordante. Si stava domandando per quanto avrebbe dovuto sopportare quel rumore infernale, quando tutto intorno a lui cambiò.
Niente di melodrammatico, l’universo si “slabbrò” con un rumore come di seta strappata e lui si ritrovò a carponi, su una distesa polverosa percependo immediatamente i raggi di un sole cocente sulla pelle nuda.
Era passato.
Era “nel” passato.
Gilberto si rimise in piedi e si guardò intorno non trovando niente di attraente in quella pianura desertica se non un agglomerato di casupole a una certa distanza e un boschetto di alberi bassi più vicino. Stava domandandosi se quello squallido agglomerato di casupole fosse Uruk, quando udì un urlo di donna provenire dal boschetto poco distante.
Quasi subito da quella stessa direzione Gilberto vide sopraggiungere qualcuno di corsa.
Il nuovo arrivato era completamente nudo ed evidentemente maschio, si fermò davanti a Gilberto e iniziò a girargli intorno come come se volesse studiarlo.
L’uomo, poco più di un ragazzo, aveva uno sguardo intenso però con una scintilla animalesca. Il suo corpo era snello e muscoloso, lurido in una maniera tale che lo sporco sembrava parte integrante di quello strano essere selvatico.
A un certo punto il volto del nuovo arrivato, sotto l’arruffata massa di capelli neri, si illuminò con un sorriso dolce e quasi infantile. Gilberto stava per accennare a un timido sorriso quando l’altro, con un gesto fulmineo, afferrò la fialetta dei nanotech appesa al collo del crono-viaggiatore e scappò via ridendo.
Gilberto guardò esterrefatto quello strano uomo correre via giubilante, con il suo unico biglietto di ritorno per il futuro. Ancora stordito dal balzo temporale, Gilberto impiegò parecchi secondi prima di rendersi conto della portata dell’avvenimento. Poi crollò inebetito, sconvolto per l’ennesimo scherzo giocatogli dal destino.
Era bloccato nel passato.
Così fu preda di un pianto inconsolabile. Pianse per il mondo moderno che aveva perduto per sempre. Pianse per la moglie che l’aveva abbandonato portando via con sé l’unica porta del paradiso da lui conosciuta. Pianse per l’ignoto, per i pericoli che l’attendevano, e dato che c’era pianse anche per la sua virilità umiliata, ferita e irrimediabilmente flaccida.
Piangeva ancora a dirotto, squassato dai singhiozzi quando si sentì sfiorare delicatamente una spalla.
Accanto a lui era comparsa una giovane donna. Nuda anche lei. Era una ragazza, piccola di statura, ma di una bellezza statuaria. Pareva impietosita quando si rivolse a Gilberto in una lingua che a primo acchito gli sembrò sconosciuta. Ma subito il dottorato in glottologia del cronoviaggiatore prese il sopravvento.
Era quella dunque l’antica lingua parlata di Ur? Che stupidi, com’è che le simulazioni al computer non c’erano arrivate nemmeno vicine?
– Come stai straniero [uomo sconosciuto-esterno a…]? Ti è accaduto qualcosa di male [brutto- cattivo]?
– Ho ricevuto un torto [sono stato/a derubato] da un uomo selvaggio [essere-animale]. Ho perduto qualcosa di molto importante. – Fece lui cercando di imitare l’accento di lei.
– Però qualcosa ti è rimasto. – Fece lei guardando verso il basso con un sorriso malizioso.
Era successo che chissà per quale portentosa alchimia temporale (o forse per la vicinanza dello splendido corpo della nuova arrivata), ciò che nel futuro sembrava aver perso irreparabilmente aveva ritrovato una nuova, portentosa (ed evidente persino sotto il perizoma), energia.
La ragazza sorrise di nuovo:
– Io sono Shamkat la prostituta [colei che apre le gambe]. L’uomo selvaggio [essere-animale] che ti ha derubato si chiama Enkidu. Egli è il flagello di questi luoghi. Molesta ogni brava donna che va alla fonte. Io sono stata pagata per concupirlo e condurlo con l’inganno ad Uruk [ovile grande]. Tu chi sei straniero [uomo sconosciuto-esterno a…]?
– Gil… – iniziò a balbettare Gilberto quando un pensiero fulminante lo travolse.
Shamkat la prostituta, Enkidu l’uomo selvaggio, ricollegò immediatamente quei nomi a qualcosa che lui conosceva alla perfezione.
– Gil… Gomez… e vengo da molto lontano.
– Gilgamesh? Buffo nome, straniero.
C’era di peggio che ritrovarsi nel passato nei panni di un leggendario semidio con una vita lunghissima ricca di portentose avventure davanti a sé. Sorrise sfiorando la mano di Shamkat.

__________
Salvatore Mulliri “Isola Virtuale”
Ormai terrestre da tanti anni. Isola Virtuale (tumblr)

Annunci

Informazioni su il Many

(marco manicardi)
Questa voce è stata pubblicata in 2. (n+1)esimo ebook. Contrassegna il permalink.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...