Non sarà poi la fine del mondo

di Giuseppe Fraccalvieri “Haukr”

La crisi continuò. Continuò perché era strutturale e nessuno faceva niente per risolvere i problemi alla radice. I vari “saggi”, tuttavia, continuavano a ripetere che sarebbe finita. Ogni mese le famiglie diventavano sempre più povere. Sempre più spesso i telegiornali accoglievano la notizia di qualche staterello i cui milioni di abitanti decidevano di fare una guerra civile.
Poi, siccome la fame non era abbastanza, a qualche birboncello venne in mente che si poteva fare anche a botte per prendere la fetta di pane e marmellata del vicino di banco più fortunato. I ragazzacci iniziarono allora a lanciarsi addosso penne con testate nucleari, e non c’era nessuna maestra a dir loro di smetterla.

Quel giorno di maggio, Davide si svegliò affamato. Il cielo era nuvoloso, come al solito. Il garage seminterrato era impolverato, ma gli pareva meno del giorno prima e così lo mise all’ultimo posto delle sue priorità. Nella credenza non c’era più niente da mangiare: era il momento di uscire da quel buco.
Davide aprì la porta, e iniziò a muoversi silenziosamente verso l’esterno. Un muro della casa quasi completamente distrutta del vicino offriva riparo e gli permetteva di sbirciare nella strada abbastanza mimetizzato.
Un anziano con una busta in mano stava attraversando l’incrocio, di fretta. Non che ci fossero rischi di essere investiti, le automobili erano cosa rara ormai. A un certo punto il suono fragoroso di un proiettile esploso interruppe il gorgogliare del tornado di polvere. Il vecchio si ritrovò a terra, la sua busta per terra, lo stomaco squarciato sanguinava in modo pauroso. Un uomo in divisa si avvicinò frettolosamente al moribondo, la pistola in mano ancora fumante. La guardia prese la busta, e ci trovò dentro pane e due lattine contenenti fagioli. L’uomo per terra lo guardò con odio ed iniziò ad urlargli addosso: “cane maledetto! Maledetto!” La guardia spostò la busta con un piede e stava per puntare la pistola alla testa del moribondo: “non mi dare fastidio con le tue urla, mi sono appena svegliato”.
Davide vide tutta la scena, e senza neppure pensarci prese una pietra e la scagliò contro il gendarme, che andò così a far compagnia al moribondo, all’asfalto e al sangue.
Il giovane affamato non aveva mai fatto una cosa del genere prima. L’ululato dei cani dalla distanza gli raggelò il sangue. Si avvicinò ai due, terrorizzato e preoccupato. La guardia pareva aver perso conoscenza, ma l’anziano aveva ancora la forza di parlare: “fai un’ultima cortesia a un vecchio che muore, porta quella busta a mia figlia. Lei abita in una casa diroccata tra due isolati. Bussa quattro volte e lei ti farà entrare”. Davide fece un gesto di assenso, accennò un mezzo sorriso, prese la busta e la pistola. Nascose l’arma lì vicino, sotto alcune rocce: non si sentiva di utilizzarla.
Il giovane si allontanò quindi frettolosamente nella direzione indicatagli dall’anziano. Era affamato, ma aveva ancora la dignità di mantenere una promessa a un vecchio moribondo. A metà strada sentì lo sbraitare dei cani e le urla agghiaccianti provenienti dalla scena del delitto che aveva lasciato. Anche i randagi avevano fame.

Le decorazioni sui cornicioni della casa diroccata ne indicavano il dignitoso passato. Non era il solito casermone, ma i colori e le decorazioni grottesche contribuivano in modo più originale a rendere tetro il paesaggio circostante di detriti, macerie e lamiere. Davide bussò quattro volte all’unica porta ancora esistente nello stabile. “Avanti!” rispose una voce femminile, appena infastidita.
La casa era in ordine, come non ne vedeva da anni. La ragazza era molto carina, di quella bellezza che fa pensare a una ragazza per bene, da sposare. Lui la trovò ancora sul suo letto, con un pigiama rosa, mentre si smaltava le unghie dei piedi di un verde acqua. Lei lo guardò perplessa e un po’ preoccupata: “chi sei?” Davide le consegnò la busta dell’anziano padre e le spiegò l’accaduto. La giovane donna non parve neppure troppo colpita dal racconto del ragazzo. “Ti ringrazio per quel che hai fatto, ma la vita va avanti”. Poi continuò, parlando più a sé stessa che al giovane affamato di fronte a lei: “probabilmente da oggi in poi toccherà a me recarmi alle assemblee del partito per avere da mangiare”. Poi il silenzio, che si fece ogni secondo più imbarazzante.
Davide capì dallo sguardo della ragazza che questa lo stava invitando a lasciare l’abitazione. Non aveva lui stesso altri motivi per rimanere, e per esperienza sapeva che quando una donna decide qualcosa è inutile insistere o persino chiedere. Salutò educatamente e tornò in strada.
Il vagabondo era ancora affamato, ma almeno ora aveva un’idea: poteva andare all’assemblea del partito di governo a elemosinare del cibo. Non l’aveva mai fatto prima, ma lo stomaco lo richiedeva, e si riteneva anche piuttosto fortunato perché la sede del partito non era distante ed era pure il giorno della riunione settimanale.
Sul cancello campeggiava la grande scritta: “Partito di governo per il bene del Paese”. Non è che questo significasse poi molto, visto che non c’era più un governo e non c’era più un Paese. Ma era il nome che il Sublime aveva scelto nella sua infinita saggezza, e nessuno si sognava di farglielo notare coi fucili puntati addosso.
L’edificio era uno dei pochi della città ancora piuttosto integri e in buono stato. Oltre il cancello c’era un grande padiglione nel quale il Partito di governo per il bene del Paese teneva le sue riunioni settimanali. Queste erano sempre affollatissime perché si distribuivano scorte alimentari.
Il capogruppo cominciò: “amici! Amici del partito di governo! Amici del partito degli amici di governo!” Dalla sala proruppe un fragoroso applauso. Il discorso continuò: “il roseo futuro che abbiamo di fronte a noi lo dobbiamo solo all’eterna saggezza del nostro Sublime Signore! Le nostre forze sono le più potenti della regione e presto conquisteremo altri miserabili vicini!”
Nelle ultime file un uomo si rivolse al gendarme del servizio d’ordine: “perché quelli delle prime file hanno avuto una fetta di formaggio e io solo del pane?” Il gendarme non lo degnò neppure di uno sguardo. L’uomo non poté neppure accennare un’espressione di disgusto che gli arrivò il calcio del fucile tra i denti. Il poveraccio abbassò lo sguardo prima che provvedimenti più severi potessero arrivare, mentre il sangue gli gocciolava dalla bocca sul pavimento.

Si avvicinò quindi al podio per il suo discorso un uomo ben vestito e dallo sguardo perso nel vuoto. Era un eunuco selezionato, cui spettava il compito di occuparsi della moralità del Paese. A lui era affidata anche la cura delle donne del Sublime, motivo per cui era stato evirato. “Dopo la Catastrofe si salvarono un uomo ed una donna, la salvezza della specie. Quell’uomo è il Sublime, ed egli è qui tra noi a guidarci”. Un anziano era seduto nelle ultime file, quasi nascosto, vestito dignitosamente con una giacca impolverata e ancora la spilla dell’Università locale, ente ormai estinto da tempo. L’uomo chiuse gli occhi, si portò la mano in faccia e se la spalmò, scuotendo la testa di fronte alle affermazioni della voce che rimbombava nella sala. Nessuno badò al vecchio, nessuno si rese neppure conto del fatto che potesse aver sbadigliato o espresso disaccordo, era irrilevante. L’uomo dal palco continuò: “ed ora presentiamo al Sublime questi bambini selezionati, fior fiore della nostra specie, il nostro futuro per il bene del Paese”. Erano dieci bambini tutto sommato rispondenti ai canoni della specie precedenti la Catastrofe. Qualcuno aveva 8 o 12 dita nelle mani, un altro aveva la lingua biforcuta. Ma a parte questi particolari, non si facevano notare più di tanto. Seduto per terra, vicino a un sacco di rifiuti nell’angolo dietro le ultime, era invece un dodicenne. Teneva china la testa, facendo vedere la sua vergogna di una seconda testa atrofizzata.
L’oratore proseguì: “e dopo questi bambini, simbolo della purezza del Paese, presentiamo al Sublime queste vergini, che hanno deciso di dedicare a lui una vita di devozione”. Erano tutte ragazze bellissime, con delle labbra incredibilmente grandi e carnose, ben oltre il grottesco. Si dice che si utilizzassero artifici meccanici e chimici nelle famiglie migliori per ottenere questi innaturali risultati, assai graditi dal leader. Due gendarmi nelle ultime file sorrisero. Il più alto disse all’altro: “ti piacerebbe essere al posto del Sublime, eh?” L’altro rispose, sognante: “magari tra qualche anno qualcuna di queste sarà troppo vecchia e verrà sostituita e assegnata a noi”.

Arrivò quindi sul palco un uomo di cinquant’anni circa, circondato ovunque da guardie del corpo. La folla ammutolì. Non era particolarmente alto ed aveva pochissimi capelli. Aveva occhiali da sole ed una di quelle magliette blu che andavano di moda tra i teenager prima della Catastrofe, con una grande S rossa. Sopra la maglietta portava una giacca di velluto lucente.
L’uomo iniziò a parlare: “Ho grandi notizie. Fino ad oggi potevamo dire che il nostro paese era il più grande di quelli sopravvissuti alla Catastrofe. Presto, molto presto, potremo dire: il nostro Paese è l’unico rimasto dopo la Catastrofe. Persino il ricordo di chi non si è sottomesso a noi verrà cancellato”.
Le persone in sala iniziarono a guardarsi l’un l’altra, domandandosi cosa sarebbe accaduto. Il Sublime proseguì: “e quando questo avverrà, cambieremo il nome del nostro partito in Partito di governo per il bene dell’uomo, e voi potrete finalmente chiamarmi Dio”. Un’ancella portò un grande simbolo in sala, vicino al podio dove parlava il Sublime. Il simbolo conteneva una colomba e l’arcobaleno, simboli di pace e di prosperità per il futuro.
Dalle prime file venne un grande applauso, i più fedeli ed esaltati si alzarono in piedi urlando la loro sottomissione. La sala pareva completamente fuori controllo, ma il Sublime lasciò che le caotiche manifestazioni dei suoi subordinati potessero svolgersi liberamente. La cosa lo eccitava. Nel frastuono circostante nessuno badò alla conversazione tra le due guardie vicino a Davide: “ma è stato detto al Sublime che le chiavi necessarie sono in mano a quello che è scomparso stamattina?” L’altra guardia rispose: “di che ti preoccupi? Sicuramente saranno i postumi di una notte brava, domani tornerà. Quello poi passa tutto il suo tempo tra donne e alcol”. L’altro sghignazzò: “gli ufficiali hanno tutti i vantaggi. A me basterebbe solo avere la mia stanza con scorta di viveri”. Davide ascoltò tutta la conversazione senza particolare attenzione. La riunione volgeva al termine: chiese da mangiare ed ebbe un misero pezzo di pane. Sempre meglio di niente. Mentre usciva dalla grande sala, sentì il monito del Sublime che concludeva il discorso: “ricordate quello che state mangiando e a chi lo dovete!”

Davide mangiò avidamente quel tozzo di pane, ma non era ovviamente abbastanza per una giornata così movimentata. “Si consumano di sicuro meno energie a essere pigri”, pensò. Era già sera, però, per cui si diresse verso casa. Era ormai prossimo al luogo del delitto avvenuto nel mattino. Rimase stupito dall’insolito capannello di gente nell’area. Si era aperto un chiosco con la scritta: “Carne fresca”. Era un fatto abbastanza inusuale. Di solito la carne disponibile, in rarissime occasioni, era quella di docili cani e gatti, animali domestici divenuti sempre più rari pasti. Davide non poté non vedere la soddisfazione delle persone affollatesi là. “È buonissima”, disse un uomo che era venuto lì con la famiglia a mangiare una bistecca. “Mai mangiata della carne così”, furono le parole della signora che addentava la salsiccia con gusto. Un uomo di mezza età aveva un panino con la salsiccia, e si rivolse esaltato all’uomo del chiosco: “lei è un santo, a permettere a tutti noi di mangiare questa carne a prezzi così popolari! Coi tempi che corrono, poi!”
L’uomo avvicinò quindi il panino alla bocca, e mentre lo addentava Davide vide sporgere da esso un occhio. Lo riconobbe subito: era l’occhio dell’anziano assassinato quella mattina. Quell’occhio freddo continuava a fissarlo, mentre il panino veniva rapidamente divorato. Poi l’occhio finì tra i denti, lo si sentì scrocchiare e finire nello stomaco dell’uomo. Davide si sentì mancare per un istante, ma riuscì a non perdere i sensi. Le parole della figlia dell’anziano gli rimbalzavano nella testa: “la vita va avanti”.

Si diresse verso casa, era stanco e voleva dormire. Ebbe prima difficoltà a prendere sonno, con tutti quei pensieri, poi la sua notte si popolò di incubi. Si svegliò di soprassalto e completamente sudato. Si vestì e tornò sul luogo del delitto. Sentì l’ululato dei cani, ma non ci badò. Poi trovò i vestiti della guardia che aveva sparato all’anziano quella mattina, abbastanza lontani da dove avrebbero dovuto essere. I cani non si dovevano essere più interessati a loro dopo averci giocato. Davide se li mise addosso, quindi notò un pacchetto di sigarette e un mazzo di chiavi. Su una c’era la scritta “importante”. C’era anche un foglietto con l’indicazione di una sequenza di numeri. L’uomo evidentemente lavorava alla base militare.
Davide non era molto riposato, ma lo stomaco era divenuto davvero troppo inquieto. Valeva la pena di andare a controllare se davvero ci fossero delle provviste alla base militare, anche se l’operazione poteva essere rischiosa.
La base era nell’estrema periferia, neppure troppo lontana. Davide si avvicinò all’entrata principale, con la giacca, la sigaretta non accesa, gli occhiali da sole. Il gendarme all’entrata era troppo occupato per badare a lui. Lo si sentiva ansimare e gridare “grazie Sublime, grazie Sublime!” Gli era stata assegnata una ragazza selezionata e se l’era subito portata in servizio. Le guardie di picchetto erano troppo lontane e assonnate per notare il ragazzo in divisa. Davide entrò nel primo edificio, che poi era il più grande. Guardò il cognome scritto sulla giacca che indossava e cercò la porta che lo indicasse. Ci volle un po’, ma infine la trovò. Una delle chiavi riuscì ad aprire la porta. C’era un computer con delle chiavi e un ripostiglio senza chiavi. “Si aprirà sicuramente dal computer”, pensò. Accese la macchina, che gli chiese un’altra chiave. Inserì la chiave con la scritta “importante” pensando: “cosa ci può essere di più importante del cibo?”
La macchina richiese una serie di numeri: Davide frugò nelle tasche per trovare il foglietto e quindi inserì le cifre. La macchina pareva essere soddisfatta, visto che dava accesso ad una nuova schermata “sistema di difesa globale – inserire bersagli”. Davide era palesemente deluso. Cercava disperatamente di trovare il modo di cambiare schermata e aprire il ripostiglio dei viveri. Selezionò quindi “tutti”, e il computer finalmente rispose: “tutti i bersagli selezionati, grazie per la collaborazione”. La schermata si chiuse e se ne aprì un’altra. Finalmente Davide trovò l’opzione per aprire il ripostiglio.

C’era di tutto in quello sgabuzzino: fagioli, mais, carne e persino tonno in scatola, pane, gallette, biscotti. Prese tutto quello che poteva e cominciò a mangiare sul tavolo col computer. Avrebbe portato il resto a casa, ma per ora non pareva correre rischi, anche perché la stanza era senza finestre e lui l’aveva chiusa. Finalmente un pasto decente: aveva dimenticato come potesse essere, e placato lo stomaco fu anche preso da una piacevole sonnolenza. Guardò lo schermo e notò un conto alla rovescia: “25 minuti all’impatto”. Gli vennero in mente le parole dell’eunuco selezionato, e si chiese: “chissà se si salverà qualcuno dopo questo”. “Speriamo proprio di no”, disse sorridendo, e furono le prime parole che pronunciò dalla Catastrofe. Si mise a dormire, sapendo che non si sarebbe più svegliato.

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Giuseppe Fraccalvieri “Haukr”
Þegi þú, Týr, þú kunnir aldregi bera tilt með tveim; handar innar hægri mun ek hinnar geta, er þér sleit Fenrir frá. Considerazioni impopolari

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(marco manicardi)
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