My Name Is Wiligelmo

di Antonio Borelli “cidindon”

Avevano costruito un nuovo tratto di tangenziale.
Grossi piloni a sostenere un arco di cemento.
Poi avevano ripensato la vecchia strada, ampliandola in una lingua d’asfalto a due corsie che finiva in un fiocco grigio composto da due rotonde che disegnavano un otto con ornamento di piante all’interno. Da qui le strade si diramavano in ogni direzione con bonus di nuova salita che entrava nel cuore ricoperto di smog della tangenziale.
Una delle direzioni portava al paese, percorreva la morbida curva della rotonda e poi la magia di percorsi moderni si interrompeva quando le gomme dei mezzi incrociavano le vecchie tracce della ferrovia, facevano una leggera salita e scendevano altrettanto leggermente nella vecchia strada, quella che i fondi provinciali non avevano ammodernato.
Lì, le auto correvano parallele con la ferrovia, fino ad arrivare al centro del paese. Lì, al mattino si formavano le code dei pendolari che attendevano il loro turno per immettersi nella nuova strada.

Subito dopo l’incrocio fra nuove e vecchie strade, di fianco al ferro rugginoso dei binari, di fianco alla strada stretta con piccole buche sui lati, si trovava sulla destra un viottolo senza asfalto dove un’utilitaria passava a malapena. Trenta metri dopo, c’era una vecchia casa rurale.
Alfredo se ne stava fermo davanti all’ingresso. Fumava una sigaretta, ascoltando il rumore del traffico attutito da quei pochi metri di distanza. All’inizio non era stato facile per lui abituarsi a non vedere i mezzi pesanti bloccare il traffico sulla vecchia via, a non sentire le bestemmie smozzicate dal suono dei clacson di guidatori in ritardo, poi a vedere quell’arco di cemento armato che quel giorno si stagliava contro un cielo azzurro rifinito da arabeschi di nuvole.
Era quasi bello, anche se il suono in sottofondo, un ronzio costante di velocità di macchine che sprintavano sull’arco, continuava a essere indigesto al suo udito. Era una fortuna che ogni tanto, come capitava in quell’esatto momento, passasse il treno con il suo immutabile ritmo sincopato. Alfredo non portava orologio, sapeva perfettamente che ora era a seconda del passaggio dei treni. Era una linea secondaria, che portava alla piccola stazione del paese da anni in odore di taglio e chiusura e invece sempre resistente. Lui ne era contento. Le poche volte che andava in città, inforcava la bici, si accendeva una sigaretta e la terminava precisamente dopo avere chiuso col lucchetto la bici al palo del divieto di sosta davanti alla piccola stazione. Ci andava sempre meno in città, ormai non aveva molto da fare. Era in pensione da un paio d’anni, da quando manipoli di uomini in divisa arancione avevano iniziato i lavori sulle strade.
Nella casa viveva da solo. La moglie era una foto che accarezzava ogni notte prima di dormire, i figli avevano scelto altre vite e lui cedette a un’operazione a un ginocchio squassato da innumerevoli piegamenti e decise di vendere tutti i macchinari e un piccolo appezzamento di terreno alla destra della casa che serviva alla regione per completare la curva della grande rotonda. Per sua fortuna non avevano abbattuto tutti gli alberi che delimitavano la sua proprietà e che gli nascondevano, stando davanti alla casa, la vista del traffico. Per vedere tangenziale e macchine, doveva spostarsi sul retro e avvicinarsi al prefabbricato di ferro e cemento che si trovava in mezzo al campo, dietro alla casa. Era un monumento in disuso, corroso dal tempo e dall’inutilizzo, con le pareti di cemento sulle quali crescevano erbacce rampicanti e col tetto dove era rimasto solo lo scheletro della struttura di ferro su cui cresceva ruggine granata. Alfredo, quasi tutte le sere, poco prima del tramonto, andava davanti alla costruzione che aveva ospitato balle di fieno e macchine agricole per anni, fumava una sigaretta digestiva e contava i pochi camion che, ormai stanchi dalla giornata, correvano sul cavalcavia. Oppure nelle notti di insonnia, soprattutto d’estate quando il caldo e l’umidità entravano anche nella mente, usciva e guardava la luna. Se il cielo era pulito e l’orario giusto poteva vederla in fase calante quando sembrava nascondersi dietro al ponte.
Quella notte stava pensando all’ennesima offerta da parte di privati che volevano comprargli il resto del terreno. La nuova tangenziale aveva dato impulso al mercato immobiliare. Lo sapeva già, non erano i primi a passare, questuanti porta a porta di progetti che a lui non interessavano. Ai privati non avrebbe venduto, loro non potevano espropriare nulla. Cosa ci avrebbero fatto con il suo terreno? E ai suoi amici al bar fra una partita a scopa e un ricordo di gioventù cosa avrebbe raccontato? Avrebbe continuato la sua vita, sarebbe rimasto lì, con le sue cose, le sue abitudini, e pazienza per quel ronzio di traffico costante. Avrebbe continuato a coltivare il suo orto e la malinconia per la moglie, ogni tanto un giro in bici, tutte le settimane il treno e la visita al mercato, una pila di vecchi libri che non aveva mai avuto tempo per leggere, le fumatine serali, accettare il
tempo che passava.
Era estate e faceva molto caldo, si faticava a prendere sonno. Una sera riuscì ad addormentarsi ma poi qualcosa lo svegliò di colpo. Si alzò per bere un bicchiere d’acqua e per aprire le finestre. Sentì un rumore, come un ronzio di una mosca ma molto più veloce, quasi un lamento con un timbro meccanico. Pensò fosse il vento che si insinuava in qualche pertugio, ma quella sera non c’era vento e lui non dormiva, quindi uscì. Accese una sigaretta maledicendo la notte troppo calda e si mise in ascolto.
Il sibilo era sparito.
Finì la sigaretta, finalmente sbadigliò, fece per buttare il mozzicone a terra e in quel momento risentì quel ronzare.
Pareva provenire dal retro della casa. Si sistemò la camicia a scacchi che aveva indossato per uscire e fece il giro, quasi in punta di piedi, cercando di identificare la provenienza del suono ma poi un cane in lontananza abbaiò e lui perse il rumore. Si guardò intorno, era a una decina di metri dal fienile, guardò la luna panciuta che lo stava guardando, guardò le stelle fisse in cielo e poi, mentre stava pensando a quella pace che nessuno avrebbe potuto portargli via, posò gli occhi sul capannone.
Vide il baluginare di una luce.
Fu un attimo, poi ancora, dall’altra parte del capanno, come se una grossa lucciola lo stesse attraversando veloce. Si accigliò e si mosse verso la struttura. Entrò e sentì un odore di muffa che non ricordava, poi riconobbe anche un odore di olio da motore ma meno intenso, più dolce, come se l’olio fosse ripassato nel miele. Si guardò intorno cercando di abituare gli occhi all’oscurità, poi si ricordò dell’accendino in tasca. Alzò il braccio sopra la testa e fece girare la pietrina. La debole fiamma illuminò per un istante una figura davanti a lui. Fece appena in tempo a notare un luccicore provenire da più punti, come se l’oscurità fosse percorsa da una debole scarica elettrica, come se il buio cercasse di accendersi, e poi fu investito da un cerchio di
luce potentissimo che gli fece chiudere gli occhi, urlare ‘Porca vacca!’, indietreggiare di paura e cadere sulla schiena con un tonfo pesante.
Si risvegliò il mattino dopo. Ancora disteso. Si guardò intorno e non vide nulla che non fosse il cemento che circondava il capanno già caldo. Si alzò dolorante, sentì ancora più dolore raccogliendo il pacchetto di sigarette caduto. Ricordò una luce e poi mentre accendeva la sigaretta, ricordò un’ombra nella luce. Una figura che gli ricordava quella di un minatore. Casco e occhiali. Tornò a guardarsi intorno, non vide nulla se non ruggine ed erbacce e un grande vuoto dove una volta c’era la frangizolle. Fece un giro intorno al fienile e notò una debole traccia che nell’erba filava dritta verso il viottolo che portava alla strada vecchia, poi tornò sui suoi passi ma non vide niente, solo il vuoto dentro alla costruzione.
Non smise di pensare a quel suono e per le sere successive passò dal capanno, puntando una torcia nel buio, annaspando nel suo respiro affannoso, senza vedere nulla se non il solito vuoto di una vita che non c’era più.

Una notte rimase sveglio fino a tardi a controllare dalla finestra della sua camera.
Nulla.
Una notte invece si svegliò. Un raggio di luce investiva la finestra. Veniva dal capanno ovviamente. Si alzò, si mise i pantaloni così in fretta che gli sembrò di avere anni di meno, scese le scale sorprendendosi di non sentire nessun dolore, né alla schiena né al ginocchio, niente, l’eccitazione gli toglieva anni di vita. Arrivò al prefabbricato, si fermò a pochi metri dall’ingresso. Vide il puntino luminoso di quella che pensava fosse una lucciola che passava rapidissima. Puntò la torcia verso il fondo. In risposta una serie di luci si accesero, piccoli puntini di bianco che correvano perpendicolari alla struttura come a illuminare una strada per un eventuale atterraggio. Improvvisamente, un rumore frizzante come di una bottiglia di coca-cola stappata. Un fremito lo percorse, puntò la torcia mentre due video si accendevano a pochi metri da lui. Spense la torcia, la luce dei video era più che sufficiente. Erano grandi come il televisore del bar, tutti bianchi, un cursore lampeggiava su entrambi. Deglutì un boccone di paura.
Si guardò alle spalle. Null’altro che il buio e la notte sonnolenta. Cos’altro poteva fare se non avvicinarsi? Arrivò a meno di mezzo metro dagli schermi e vide delle lettere comparire su quello di sinistra. Lettere arzigogolate, incomprensibili, segni che lui non aveva mai visto. Simultaneamente sullo schermo di destra comparve una scritta.
“Hi, my name is Wiligelmo”. Le lettere le leggeva, ma non capiva il senso. Poi le parole scomparvero da entrambi gli schermi. Sentiva un lieve cliccare da qualche parte, ma lui una tastiera non la vedeva.
Poi la vide. Correva tutta intorno allo schermo, sembrava che i caratteri vi fossero stampati sopra come l’alfabeto per i ciechi. Si muovevano.
Altre lettere comparvero sul video di sinistra. Il video di destra replicò.
“Il mio nome tradotto nella tua lingua è Wiligelmo.”
Lesse e non riuscì a trattenere una risata. “Ma che nome è?” gli scappò a voce alta, non ricordava di avere mai conosciuto uno che si chiamasse così.
Altre lettere misteriose da una parte, altre lettere comprensibili dall’altra.
“Se vuoi dirmi qualcosa, devi scrivere, io non capisco la tua lingua”. Il vecchio si guardò intorno, percepì una presenza. Una parte di lui voleva scappare, ma rimase ad ascoltare, gli parve di sentire un respiro. Evitò di pensare e disse: “Non so scrivere a macchina”. Dopo pochi secondi, altre lettere, altri tasti che si muovevano da soli, altre lettere. “Non avere paura, io sono alla tua destra”. Girò la testa di scatto, troppo di scatto pensò subito dopo.
Nell’oscurità c’era una figura che non era un uomo, ma sembrava un uomo con due occhiali grandi da saldatore che lo guardavano e una specie di casco da motociclista in testa. Era chiaro, poi era più scuro, sembrava verde poi diventava leggermente blu come se un fiume di luce gli scorresse sotto la pelle che era vagamente rugosa come un’albicocca rimasta un po’ al sole.
Aveva le braccia, le gambe e pronunciò una parola, o fece un verso, dipende.
“Grarrlll”.
Il vecchio prese la torcia, fece due passi indietro e gliela tirò addosso urlando. La figura si abbassò rapidissima schivando l’oggetto e tornò a guardarlo proprio mentre l’uomo inciampava nelle sue paure e cadeva per terra.
Il giorno dopo si svegliò, si guardò intorno e non vide nulla se non il solito cemento con le erbacce intorno a lui. Si alzò e non sentì alcun dolore alla schiena. Vide la torcia a qualche metro da lui, quasi contro il muro.
Ricordava tutto. Quanti film di fantascienza aveva visto? Pochi, non ne ricordava uno. Si sforzò di ricordare se gli alieni fossero cattivi o buoni, pensò se erano verdi o blu. Pensò se chiamare qualcuno. Poi avanzò verso il punto dove immaginava ci fossero quei monitor. Alzò una mano come fosse al buio e cercasse a tentoni un interruttore. La mano si fermò contro il nulla. C’era qualcosa che bloccava la mano aperta, una forza invisibile. Fece pressione e spinse ma il nulla non si spostava. Gli sembrava di spingere la parete in fondo del capanno da distanza ma ovviamente non succedeva niente. Sentiva sotto i polpastrelli una superficie liscia, senza alcun difetto. Circumnavigò con la mano qualcosa, una presenza invisibile. Si accorse che stava sorridendo per la scoperta e aspettò.
La sera arrivò lentamente facendosi spazio fra l’umidità pesante e il solito rumore di traffico in lontananza e trovò Alfredo seduto davanti al fienile.
Fumò qualche sigaretta. Pensò a tante cose e a niente insieme. Come poteva reagire? Raccontarlo a qualcuno? Cosa? “Oh, c’ho un ufo nel capanno’. Certo, come no. Era curioso. Era anche stanco di cadere per terra, ma non aveva male alle sue giunture, si sentiva benissimo.
Arrivò la notte. Decise di fare qualcosa.
Si fermò all’ingresso e disse “Dove sei?”. L’alieno gli si presentò davanti senza avviso. Aveva sempre gli occhiali e il casco. Alfredo fece un passo indietro ma rimase in piedi questa volta mentre si accendevano gli schermi dei video come per magia. Un dito verde e senza unghie gli indicò una tastiera sotto allo schermo di destra. Era una tastiera normale, una di quelle rettangolari con i tasti che aveva visto varie volte. Il vecchietto iniziò a scrivere. Non aveva mai scritto su una tastiera. Cominciò piano, il dito indice della mano sinistra che premeva le lettere incerto, quasi impaurito. Poi rilesse. Andava bene.
“Tu muovi le cose con la mente?”. Sul video di sinistra comparvero delle parole in alienese. (aveva deciso in quel momento che la lingua che usava l’alieno col casco si chiamava così). “Sì. Vuoi vedere come?’. Il vecchio lesse, poi annuì. L’alieno si tolse il casco. Comparve una piccola cresta come quella di un gallo ma più spessa. Era blu, poi diventava verde come il corpo dell’alieno, ma coi colori più vivaci rispetto al corpo.
“Questa ci fa muovere le cose, ma non le cose grosse.” Il vecchio si chinò sui tasti e scrisse. “È la tua astronave?” L’alieno replicò sempre scrivendo a distanza. “Sì, la vuoi vedere?”. Alfredo disse sì con un cenno della testa. Gli schermi si spostarono e tanti puntini di luce disegnarono il profilo di una specie di capsula a forma di pastiglia tutta nera con un paio di oblò laterali. Alfredo fece per prendere una sigaretta ma gli tremava troppo la mano e ci ripensò.
Una porta si aprì con un leggerissimo fruscio. L’alieno gli fece un cenno indicandola. Alfredo disse: “No, io lì non ci entro”. Sentì un braccio spingerlo verso l’ingresso. Il contatto anziché agitarlo lo placò. Pensò che forse non c’era da temere, un alieno che sposta le cose se voleva ucciderlo l’avrebbe già fatto. Con questo pensiero entrò nell’abitacolo. A ogni suo movimento altre luci si accendevano, facendogli da guida. L’interno sembrava piccolo, ma a ogni passettino incerto che faceva, l’astronave diventava più grande, come se lo spazio lì dentro avesse regole proprie e si ampliasse a piacimento. Guardò l’alieno che era dietro di lui. Pareva sorridere con quelle labbra che erano una fessura in mezzo al viso rugoso. Si tornò a girare e vide una sedia davanti ad altri due monitor, repliche perfette di quelli che aveva visto fuori dalla navicella. Si sforzò di ricordare un film di fantascienza dove gli alieni sono buoni, non gliene veniva in mente uno, non era mai stato un amante del genere, ma si sedette lo stesso.
Partì un video. Vide un pianeta che non era la terra. Vide strade invisibili, puntellate di forti luci bianche, attraversate da pastiglie nere come quella in cui era entrato. Vide altri alieni verdi che diventavano blu. Vide che bevevano roba grigia che sembrava asfalto liquido, vide oggetti che non conosceva che si libravano nell’aria. Guardò l’alieno di fianco a lui. Si era tolto gli occhiali mostrandogli due occhi piccoli, rotondi e giallognoli come quelli di un gatto appena sveglio. Gli fece una specie di sorriso sdentato, poi indicò il video, indicò sé stesso e sullo schermo comparve la scritta “Wiligelmo abita qui”.
Poi allungò la mano verde, cosparsa di piccole venuzze blu. Alfredo allungò la sua e strinse la mano dell’alieno, pensando che fosse come toccare una gigantesca zampa di gallina, poi pensò a cosa avrebbero detto i suoi amici al bar, avessero saputo che era diventato amico di un alieno.
Per una decina di giorni Alfredo cambiò le sue abitudini, smise di andare in paese se non per comprarsi il pane e poco altro, incluso un ventilatore nuovo che piazzò davanti al letto in modo da poter dormire di giorno, per poi aspettare la notte quando allora entrava nel capanno, guardava l’alieno lavorare silenzioso e sempre in penombra perché da loro non c’era tanta luce, per quello di giorno si nascondeva nell’astronave che aveva un sistema per rendersi invisibile.
Alfredo aveva domande e le scriveva lentamente sui tasti. Scoprì che l’astronave aveva avuto un problema al sistema di guida mentre Wiligelmo era in viaggio di esplorazione intergalattica, apprese che diventava invisibile perché era una navicella speciale che veniva utilizzata dai ricercatori interplanetari, una squadra speciale in cui Wiligelmo era un novellino. Il guasto lo aveva fatto precipitare nell’atmosfera terrestre proprio sopra la nuova tangenziale, lì aveva visto la linea ferroviaria e poi il capanno, luogo perfetto per nascondersi, isolato, lontano da centri abitati. Alfredo esplorò le strumentazioni della navicella, senza capirci niente ma scoprendosi stupefatto. Guardò altri video di vita aliena, stava imparando a usare bene la tastiera e aveva scoperto che c’era l’ossigeno anche lassù dov’era la casa di Wiligelmo, mentre il suo amico segreto sempre con gli occhiali protettivi continuava a riparare lo scafo della navicella. Mancava un componente che sulla terra non esisteva, una specie di valvola che non aveva traduzione in nessuna lingua terrestre. Quindi aveva dovuto costruirla con altri pezzi della navicella. A volte l’alieno si divertiva a fare passare oggetti davanti ad Alfredo, punzecchiandolo con una specie di cacciavite sottilissimo o colpendolo piano con una paletta che usava per lisciare la superficie dell’astronave. Alfredo sobbalzava, diceva “Dai!” e lo sentiva sogghignare, emettere un basso rantolo come se un grosso gatto stesse facendo le fusa. A volte si sentiva colpevole perché aveva mantenuto il segreto, come gli aveva chiesto Wiligelmo. Gli aveva detto “Rispondo alle tue domande, tu non parlare di me con nessuno”. E lui aveva rispettato il patto, onorato, e non ne aveva parlato con nessuno, nemmeno coi figli, nemmeno con un paio di amici del bar che erano andati a trovarlo per vedere come stava visto che non lo vedevano più davanti al tavolo della scopa. A loro diceva che aveva mal di schiena e il dottore gli aveva consigliato un po’ di riposo.
Poi, una sera di quella che era diventata una nuova quotidianità l’alieno non aprì la porta dell’astronave per Alfredo. Scrisse , “Io ho finito. Sono pronto per partire”.
Alfredo se l’aspettava. Non aveva ancora pensato a come avrebbe reagito, di sicuro non si aspettava quello che lesse sul video subito dopo.
“Vuoi venire con me?”
Si guardarono. Wiligelmo si tolse gli occhiali e guardò Alfredo con gli occhietti stretti, poi emise uno dei suoi rantoli. Alfredo si piegò sulla tastiera e chiese quello che gli era sembrato ovvio non chiedere fino a quel momento.
“Ci sono altri come me?”
L’alieno rispose rapido, senza distogliere lo sguardo dal suo amico terrestre.
“No, sarai il primo. Un pioniere”. Il vecchietto pensò che poteva essere una trappola. Se lo rapivano e lo studiavano per riprodurlo? Se Wiligelmo era cattivo e quella era tutta una messinscena per rapirlo, squartarlo, studiarlo per poi riprodurlo e infiltrare umani riprodotti per attaccare la terra? Se la sua curiosità avesse scatenato un’invasione aliena? Pensò che forse qualche film di fantascienza lo aveva visto, non ricordava che le invasioni aliene finissero molto bene. Sul video comparve un’altra scritta.
“Non avere paura, se vuoi puoi venire. Sarai solo in terra straniera. Pensaci stanotte, io parto domani”.
Scritto questo Wiligelmo rimise gli occhiali, allungò la mano e strinse quella di Alfredo per poi riprendere a dare gli ultimi ritocchi allo scafo.
Alfredo uscì, accese tremando una sigaretta, guardò la luna, una lama di sorriso bianco in mezzo al buio sopra al cavalcavia.
Nessuno più lo vide in paese.

__________
Antonio Borelli “cidindon”
Alto, occhiali, sopracciglio snob.
Cidindon’s Weblog

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(marco manicardi)
Questa voce è stata pubblicata in 1. ennesimo ebook. Contrassegna il permalink.

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