Krasnaya Luna

di Roberto Corsini “Gravitazero”

Dopo circa venti minuti che se ne stava sdraiato sulla schiena, Igor Belayev decise che era morto. Sopra di lui, basso sull’orizzonte, il globo verdazzurro galleggiava come un’enorme medusa sullo sfondo del cielo nerissimo, punteggiato di stelle. Una volta, si ricordò, le aveva viste le meduse. Era stato durante un periodo di addestramento sul Mar Nero. Erano arrivate durante la notte, a migliaia. All’alba, mentre correva sulla spiaggia, Igor era rimasto stupefatto dalla coltre rosa che ricopriva il mare immobile, a perdita d’occhio. Si era chiesto quante potessero essere, da dove fossero arrivate.
La mattina dopo, erano sparite. Anche di lui la mattina dopo non sarebbe rimasto più nulla, pensò.

La discesa gli tolse il fiato. Anche se la giornata non era fredda, si era levato un po’ di vento e Jack rabbrividiva nella maglietta sudata. I freni della bicicletta funzionavano male, e per evitare di cadere iniziò a rallentare ben prima di arrivare di fronte al bar. Per strada non c’era anima viva. Lasciò la bicicletta appoggiata al muro, senza legarla, e corse dentro. Era una vecchia bicicletta arrugginita, non sarebbe interessata a nessuno, e comunque di ladri nei paraggi non ce n’erano mai stati. Era in ritardo, e non voleva rischiare di perdersi nulla.

Igor iniziava a sentire freddo. Non moltissimo, non ancora. Ma sapeva che gradualmente la sensazione di gelo sarebbe diventata più intensa, fino a diventare dolorosa. Poi, poco a poco, il dolore sarebbe passato, e quello sarebbe stato il momento in cui avrebbe dovuto cominciare a preoccuparsi. Però lui ormai non aveva nulla da temere. Igor Belayev era già morto, da almeno sei ore, e nessun miracolo poteva riportarlo in vita. Da sei ore prima, tutto quello che gli accadeva era puramente incidentale. Qualsiasi decisione potesse prendere, ogni possibile azione, ogni atto, poteva al massimo rallentare l’inevitabile. C’erano forse modi per rendere il tempo rimasto meno penoso, meno difficile da sopportare, ma in fondo si trattava solo di dettagli. Il fatto era che Igor non sarebbe mai più tornato a casa, e lo sapeva con assoluta certezza. Notò che in un angolo del visore del casco si era accumulata della condensa. Minuscole goccioline di vapore acqueo. Non si erano ancora congelate. Gli rimaneva un po’ di tempo, ma la cosa non importava. Sdraiato per terra, si sentiva leggero, molto più di quanto giustificato dalla ridotta forza di gravità. In effetti, gli sembrava di essere già quasi distaccato dal corpo. Galleggiava. Proprio come il pianeta che, fisso sopra l’orizzonte, stava girando lentamente su sé stesso.

Il bar era già pieno. Jack si guardò intorno, in cerca di Nick e Ted. Nella penombra del locale gli ci volle un po’ per scorgerli, pigiati a un tavolo, in un angolo. Però gli avevano tenuto un posto a sedere. Jack ordinò una birra al banco e andò verso di loro. Mentre si avvicinava sorridendo notò che seduti allo stesso tavolo c’erano altri due uomini. Uno lo conosceva di vista, lavorava anche lui al cantiere, gli sembrava che fosse arrivato da poco. L’altro invece non lo aveva mai visto prima. Il televisore, appeso in alto sopra il bancone del bar stava ancora trasmettendo della pubblicità. Aveva fatto in tempo, per fortuna. Per nulla al mondo si sarebbe perso anche solo un istante della trasmissione. Non capita tutti i giorni di assistere in diretta allo sbarco del primo uomo sulla luna.

Igor Belayev al freddo era abituato. Gli anni trascorsi a Novosibirsk avevano trasformato la sua concezione del freddo. Ironicamente, molte altre volte era stato esposto a temperature ben più rigide di quella che stava sopportando ora. Quella che alla fine avrebbe deciso della sua sorte. La morte per congelamento non dipendeva solo dalla temperatura, ma anche e soprattutto da quanto tempo durava. E di tempo lui ora ne aveva fin troppo. A Novosibirsk la vita per Igor era stata facile, anche se dura. Nessun pensiero. Tutto preordinato, ripetitivo. Ore interminabili spese a studiare o a leggere nelle baracche del campo. Poi, brevi e frenetici, i momenti in cui ci si alzava in volo. Un freddo intenso anche lì, nella cabina di pilotaggio del MiG. Si volava anche d’inverno, quando il tempo lo permetteva. Ogni pilota aveva diritto a 400 litri di liquido antigelo, non una goccia di più, da far bastare per tutta la durata del volo. Al ritorno, le ali erano coperte di ghiaccio, ma i serbatoi di antigelo erano sempre ancora mezzi pieni. L’antigelo era composto al 95% da alcool puro. Il rimanente 5%, che gli dava uno strano colore verde fosforescente, nessuno voleva sapere esattamente cosa fosse. Quello che restava nei serbatoi dopo il volo si risucchiava via, per metterlo dentro certe bottiglie di vetro scuro. Poi, la sera, nelle baracche si festeggiava.

All’inizio lo sconosciuto non aprì bocca. Guardava la televisione, beveva, e basta. Poi, poco a poco, inizio a borbottare da solo, quindi a dare di gomito ai vicini. Soprattutto a Jack, che era schiacciato fra lui e la parete. Gli dava di gomito e gli sussurrava nell’orecchio: “Ti sembra possibile? È tutto falso, sai?”

Qualcosa l’aveva risvegliato. A Igor ci volle un po’ di tempo prima di rendersi conto che si era addormentato, e che fino a un attimo prima stava sognando. Aveva sognato di essere a casa, di domenica mattina, sorseggiando del te, mentre Rada, che come d’abitudine si era lanciata nel letto mentre ancora sonnecchiavano, si stava azzuffando rumorosamente con Masha. Di colpo si era reso conto che si trattava solo di un sogno. Si era ricordato che si trovava a 380.000 chilometri da casa. Senza alcuna speranza di tornarci. Di colpo si era messo a singhiozzare. E si era svegliato del tutto. Si accorse che finora aveva evitato di pensare a Masha e Rada. La leggerezza che prima sembrava cullarlo si trasformò in piombo. Altri volti gli scorsero davanti, richiamati dalla memoria, come se un fiume avesse improvvisamente rotto gli argini. Parenti, amici, colleghi. E poi, episodi e immagini semi-sepolti nella penombra del passato. Suo padre, seduto nell’orto su una panca, con gli occhi chiusi mentre si scaldava al sole. Masha, infagottata in un cappotto grigio, mentre passeggiavano insieme sulle rive della Neva. Yuri, quel giorno a Zvyozdny Gorodok, quattro giorni prima del suo ultimo volo. Yuri come al solito sembrava riempire la stanza con la sua presenza, nonostante fosse il più basso di tutti loro. Parlava, concentrato e serio, e nessuno osava interromperlo. Poi all’improvviso, sfoderava il suo famoso, irresistibile sorriso, e la tensione intorno a lui svaniva di colpo. Quella era stata l’ultima volta che Igor lo aveva visto.

Sullo schermo le immagini erano un po’ sfocate, ma quello che rivelavano era ugualmente sufficiente a togliere il fiato ugualmente. Jack non riusciva a credere che stava guardando la superficie di un altro corpo celeste. Nel bar il vociare si era ridotto a un brusio agitato e nervoso. Da un momento all’altro un piede umano avrebbe calcato per la prima volta il suolo lunare. Lo sconosciuto, al suo fianco, si stava ancora agitando, ma lui aveva deciso di ignorarlo.
“Guarda, la vedi quella roccia? Guarda bene, in basso, verso sinistra, s’intravede una lettera…” Jack riportò decisamente lo sguardo verso l’alto, fissandolo sulle incredibili immagini che gli riempivano gli occhi e la mente di meraviglia.

C’erano stati problemi fin dall’inizio. All’entrata in orbita, i pannelli solari non si erano aperti completamente. Era già successo a Komarov, nel ’66, e un brivido aveva percorso Igor quando aveva pensato a com’era poi finita per Vladimir. Vassili aveva cominciato a scherzarci sopra, prendendolo in giro, come faceva sempre quando era nervoso. Le comunicazioni però funzionavano, e la perdita di energia era sopportabile. Avrebbero probabilmente dovuto rinunciare a un paio di strumenti secondari durante la navigazione, ma niente di essenziale. Il problema principale era che, per poter anticipare gli americani, avevano dovuto anticipare la partenza rispetto al momento in cui la posizione relativa di Terra e Luna era più favorevole. Di conseguenza, avrebbero consumato più carburante, e inoltre sarebbero stati costretti a far atterrare il modulo lunare nella zona di penombra, con tutti i rischi associati. I veri guai pero erano cominciati dopo essere entrati nell’orbita circumlunare.

Gli avventori del bar esplosero in un urlo di entusiasmo. Molti si stavano alzando in piedi, rovesciando le sedie. Intorno a Jack tutti si abbracciavano, come se fosse capodanno.

Gli americani ormai dovevano essere già sbarcati da un po’, penso Igor. Si chiese se sapessero che erano stati preceduti. L’annuncio dell’allunaggio sovietico doveva essere stato dato da almeno nove ore. In teoria, avrebbero dovuto avere dodici ore di vantaggio, ma ne avevano perse quasi tre nell’entrare in orbita lunare. Probabilmente, alla NASA avevano deciso di tenere i suoi all’oscuro. Non era facile per un cosmonauta svolgere con precisione il proprio compito se non manteneva una concentrazione assoluta. Igor capiva che per i responsabili della missione era quasi inevitabile decidere di non rischiare. A volte è necessario mentire, o perlomeno nascondere delle informazioni. Ma se fosse stato uno degli americani, Igor avrebbe preferito sapere tutto subito. In fondo, potevano essere soddisfatti lo stesso. Avevano anche loro compiuto un’impresa eccezionale. E quello era un grande giorno per tutta l’umanità, non solo per lui e gli altri cosmonauti, non soltanto per Unione Sovietica e Stati Uniti d’America. Tutti dovevano andarne orgogliosi. Rada sarebbe stata orgogliosa di suo padre, pensò. Lo era sempre stata, d’altronde. E l’indomani il nome di Igor Belayev sarebbe stato su tutti i giornali. E sotto il suo nome la foto, sorridente, in divisa. Un eroe. Avrebbe pianto, Rada. Ma lentamente si sarebbe abituata alla sua mancanza. Andava sempre a finire così, in questi casi. Masha era una donna forte, l’avrebbe aiutata. Non avrebbe pianto lei; o forse sì, da sola, probabilmente, cercando di nascondersi anche da se stessa. Chissà se l’avrebbe mai perdonato di non averle detto nulla della missione. D’altra parte lei era abituata alle sue omissioni. Ogni volta c’era qualche segreto di Stato, ordini dall’alto, cose così. Ogni tanto Igor partiva e Masha non era mai del tutto sicura della destinazione e del tipo di missione che lui avrebbe dovuto svolgere. Spesso non sapeva neanche quando sarebbe tornato, anche se a volte a lui sfuggiva qualche dettaglio. Ma questa volta aveva dovuto mentire su tutta la linea. Non poteva rischiare, era troppo importante. E poi stavolta sarebbe stata una cosa temporanea, la verità l’avrebbe saputa per intero a missione compiuta.

Valery era furioso. Dopo essere uscito sbattendo la porta dall’ufficio di Sasha, era dovuto passare dallo spaccio della caserma a prendere un bottiglia di vodka. Non c’era altro modo di strangolare la sua rabbia, a parte forse irrompere negli alloggi di un paio di ufficiali superiori e massacrarli a pugni. No, molto meglio la vodka, e il mal di testa della mattina dopo. Maledetti burocrati del cazzo, spaventati anche dalla propria ombra! Ma non c’era stato verso di smuoverli. Il partito aveva deciso, e così doveva essere.
Anche solo l’ipotesi di sollevare obiezioni non era pensabile. L’annuncio pubblico, già rimandato più volte, non ci sarebbe mai stato. Nascondere tutto sotto il tappeto, seppellire prove e documenti, assicurarsi che nessuno parlasse, queste erano le consegne. La missione era fallita. Anzi, non era mai esistita. L’Unione Sovietica non poteva permettere che si sapesse che non era riuscita a far sbarcare un uomo sulla luna e riportarlo indietro vivo. Igor Belayev era morto in un incidente aereo, la sua famiglia ne sarebbe stata informata al più presto. Avrebbero portato moglie e figlia davanti alla carcassa ancora fumante di un MiG, a piangere su un cadavere carbonizzato e irriconoscibile. E probabilmente, sarebbe toccato proprio a lui accompagnarle. Valery si chiese se lo spaccio fosse ancora aperto.

Lo straniero li aveva seguiti anche fuori dal bar. Terminato il collegamento, Jack e i suoi colleghi erano rimasti ancora un po’ al tavolo, a commentare fra loro quanto avevano visto e a finire un altro giro di birre. Lo straniero se ne era stato zitto per un po’, ma ora, usciti dal locale, aveva ripreso a stordirli con le sue frottole: “Non è vero niente, è tutto finto. Un set cinematografico. Ne hanno costruito uno, alla base, con la scusa di doversi allenare. E poi l’hanno adoperato per questa farsa. Nessuno può portare degli uomini sulla luna e riportarli indietro vivi, non ancora. Avevano paura che i russi ci riuscissero per primi, e allora hanno organizzato tutto. È tutta propaganda. Io li ho sentiti, lavoravo alla base, io. Se sapessero che ho sentito tutto, che a casa ho le prove…”

Non gli restava molto. Non sentiva più freddo, solo una immensa stanchezza. Quando aveva deciso di uscire dal modulo danneggiato dall’impatto col suolo lunare, Igor sapeva che avrebbe avuto una decina di ore al massimo. Aveva scattato fotografie, preso qualche dato, girato due brevi filmati e poi si era assicurato che tutto fosse stato trasmesso a Vassili, a bordo del modulo orbitale. Poi aveva chiuso le comunicazioni radio e si era sdraiato nella polvere lunare, lo sguardo diretto alla terra, luminosa e bassa sull’orizzonte. Se fosse rientrato nel modulo avrebbe avuto un po’ più di tempo, senz’altro più di dodici ore, forse perfino un giorno. La morte sarebbe probabilmente arrivata per soffocamento. Aveva preferito il freddo. C’era abituato, lo conosceva bene. Non avrebbe sofferto troppo.

Jack stava recuperando la bicicletta. Era stanco, e aveva bevuto un po’ troppo, ma casa sua non era lontana. Il bar ormai era deserto. Ted e Nick se n’erano andati sul camioncino di Nick. Dall’altro lato della strada, lo sconosciuto e l’altro tizio del cantiere si stavano allontanando, ancora discutendo animatamente. Nessun altro in vista, a parte un’auto scura ferma al semaforo. Jack inforcò la bicicletta e si avviò. Con la coda dell’occhio, vide un uomo scendere di corsa dall’auto e avvicinarsi ai due uomini di spalle. Il tizio del cantiere ora aveva un braccio intorno alle spalle dello sconosciuto, come per sostenerlo. Poi si rese conto che stava perdendo l’equilibrio, e che stava per cadere dal marciapiede. Una volta recuperata la traiettoria, si voltò di nuovo. L’auto si stava allontanando velocemente. Sul marciapiede non c’era più nessuno.

La notte a Leningrado era tiepida. Dal balcone, Masha guardava la città addormentata nel chiarore vago della notte estiva.
Bassa sull’orizzonte, la luna aveva un colore rossastro. “Krasnaya Luna”, mormorò, “luna rossa, stasera”. Per strada un’auto svoltava all’angolo e rallentava. “Strano”, pensò Masha, “forse si sta fermando qui di fronte”.
“Guarda! C’è la luna, mamma, che bella.” Rada, in pigiama, la raggiunse sul balcone e le strinse la mano.
“Si, ma è molto tardi, torna a letto, che domani ci svegliamo presto”.
“Mamma, è vero che prima o poi papa ci andrà, lassù?”
“Sì Rada, certo. Te l’ha promesso, ricordi?”.
Fu allora che bussarono alla porta.

__________
Roberto Corsini “Gravitazero”
Da grande avrebbe voluto fare o l’accalappiacani o l’astronauta. Un paio d’anni fa ha ridimensionato le sue ambizioni, e non se ne è ancora completamente ristabilito. Vive e lavora nei pressi di Ginevra. Nel tempo libero accelera elettroni.
gravita’ zero

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(marco manicardi)
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