Encrypted Memories

di Vincenzo Prencipe “khenzo”

«L’errore sta nel corpo, si ripeteva mentre piangeva a dirotto, le braccia lungo i fianchi, la schiena curva per il peso delle ore di lavoro ai comandi del pesante mezzo.
Ogni due o tre mesi passati sulle colonie, Jack aveva di questi momenti di sconforto che avrebbe annegato volentieri in fiumi di gin o vodka, se solo in quella maledetta base ve ne fossero stati.
Il suo malessere, a dire il vero, derivava anche da quello.

Jack era il caposquadra degli scavatori di profondità Thunder B-42 o, come amava chiamarli lui, i vermi del deserto. Il suo ultimo incarico l’aveva inchiodato sulla colonia terrestre K312, un ammasso di spogli asteroidi nella galassia di Kiahl, un posto che faceva abbastanza schifo, secondo lui.
L’errore sta nel corpo, continuava a ripetersi. Questo i manuali di addestramento non lo dicevano. Sarebbe stato come ammettere che le aeronavi possono disintegrarsi in volo per un bullone avvitato male. Sulle colonie non c’era spazio per gli errori, neanche in via del tutto concettuale.

Jack faceva parte di quei pochi scavatori della vecchia scuola ancora rimasti in servizio.
Nato sulla terra, aveva iniziato quando le tute da lavoro pesavano dodici chili, ora ne pesano solo due. Le nuove tute aderivano perfettamente al corpo e bastava qualche chilo di troppo o anche una peluria eccessiva a rendere impossibile il loro utilizzo. I nativi delle colonie hanno iniziato da qualche generazione a perdere tutti i peli. Molti bambini restavano glabri come lucertole notturne anche molto tempo dopo aver raggiunto la pubertà, quando potevano essere avviati ai programmi di addestramento per l’inserimento nelle squadre di estrazione. Jack invidiava quei giovani corpi perfetti, infallibili macchine organiche specializzate nella conduzione di giganteschi robot da estrazione.»

***

Il lieve fruscio del sistema idraulico che governava l’apertura della porta centrale distolse Warren dalla scrittura. Scrivere, per Warren Kowalsky, era come entrare in uno stato di trance. Solitamente nulla riusciva a disturbare il suo stato di concentrazione per cui rimase abbastanza sorpreso per questa inaspettata distrazione, ma non lo diede troppo a vedere.
Con la coda dell’occhio scorse la pingue sagoma del suo capo, il signor Dreyfus, che si avvicinava. Dreyfus era un tipetto tarchiato e spesso rosso in viso a causa di una allergia che lo faceva assomigliare a uno dei pesci dell’acquario in reception.
Warren non aveva granché voglia di parlare con lui. A dire il vero, Warren non aveva granché voglia di parlare con nessuno dei suoi colleghi.
– Allora, Kowalsky, come procede la stesura del suo ultimo capolavoro? – Il pesce rosso era dotato di tipico umorismo da capoufficio.
– Buongiorno signor Dreyfus – rispose Warren, stringendo il pugno della mano destra sotto la scrivania – Non l’avevo sentita arrivare. Sono all’inizio del secondo capitolo, quello in cui Jack inizia a definire il suo stato di malessere, tipico di un uomo vecchio e stanco intrappolato in un corpo geneticamente inadeguato e schiacciato da un progresso tecnologico inarrestabile. Nel terzo e quarto capitolo questa sofferenza personale progredirà verso un vero e proprio stato psicotico e allucinatorio che farà da preludio, nei capitoli finali, alla sua autodistruzione.
– Grazie, Kowalsky. Sarebbe bastato un bene o male come risposta. Se avessi voluto essere messo a conoscenza di questi inutili dettagli, sarei entrato in questa stanza con una confezione di caramelle gommose e una bevanda gassata.
– Certo, signor Dreyfus, mi scusi, ha ragione. Bene, comunque. Procede bene – rispose Warren mentendo con un finto sussiego che aumentava a dismisura i liquidi del suo sistema biliare.

Warren Kowalsky era ufficialmente il cartellino 3027 del Ministero della Cultura del Nuovo Impero. Un posto sicuro, di prestigio, almeno secondo sua madre. Un posto che prima di lui aveva occupato suo nonno, Moshe Kowalsky e poi suo padre, Joshua Kowalsky, deceduto da pochi mesi e che, probabilmente, avrebbe ereditato anche suo figlio, se mai ne avesse avuto uno.
I Kowalsky erano un’istituzione in quell’ufficio, un fedele baluardo a difesa della Dottrina Imperiale. Per anni, insieme a una folta schiera di oscuri funzionari governativi, avevano passato al setaccio milioni di pagine della letteratura mondiale alla ricerca di concetti non conformi alla Dottrina e, laddove avessero individuate delle discordanze, avrebbero proceduto alla riscrittura della frase, del paragrafo, del capitolo o addirittura dell’intero testo incriminato.
Il Nuovo Impero era un ordine mondiale “democratico” fondato sulla manipolazione del consenso popolare ottenuta attraverso la falsificazione di tutte le opere di ingegno basate sulla scrittura. Era ovvio che, per la conservazione del potere, il controllo editoriale fosse di vitale importanza. Libri, teatro, musica, cinematografia, televisione e anche la rete informatica globale, tutto quanto fosse scrivibile, su carta o su altro supporto, non poteva sfuggire al controllo del Ministero e anche se il romanzo su cui stava lavorando Warren non avrebbe di certo cambiato il corso della storia, in un modo o nell’altro la sua attività quotidiana era un tassello importante del piano di falsificazione della realtà messo in opera dal Governo Imperiale.
I Kowalsky erano degli specialisti del ramo fantascienza. Nonno Moshe vantava nel suo curriculum operativo la falsificazione dei testi di Heinlein, Asimov e Clarke. Kowalsky padre, invece, si era cimentato con Vonnegut, Dick e Bradbury. A Warren erano toccati i rimasugli come Adams, Ballard e Gibson e qualche altro autore cyberpunk, genere che Warren odiava con tutto sé stesso.

– Allora per lei non sarà difficile consegnare tutto martedì mattina, vero? – chiese Dreyfus mentre sempre più paonazzo giocherellava con le penne da taschino che faceva cadere di proposito per spiare sotto la scrivania della signorina Ballemberg.
– No, certo che no – rispose Warren mentre meditava di assestare un poderoso calcio nel sedere del suo capo e porre fine per sempre alla gloriosa epopea dei Kowalsky negli uffici statali dell’Impero.
– Bene – controbatté affannosamente Dreyfus mentre riacquistava la posizione eretta graziando così le cuciture dei suoi pantaloni – se questa volta riesce a eliminare i suoi soliti vaneggiamenti filosofici e metterci anche un po’ di sesso e inseguimenti tra navicelle, potrei anche provare a leggerlo.
– Assolutamente sì, signor Dreyfus. Farò del mio meglio per accontentarla.
Warren desiderò fortemente di essere morto.

***

«Jack era riuscito a procurarsi dell’emocromatina da un vecchio collega ormai in pensione. L’emocromatina serviva a nascondere, nel caso fosse stato sottoposto a eventuali esami medici, l’assunzione delle sostanze eccitanti di cui faceva uso da qualche tempo per cercare di rallentare il decadimento del suo sistema neurovegetativo. Nell’ultimo periodo, la direzione della società gli stava parecchio addosso e non poteva permettersi di dargli una scusa così buona per licenziarlo. Jack sapeva che tutta quella roba che mandava giù, prima o poi, l’avrebbe mandato, nel migliore dei casi, in manicomio. Sapeva anche che non poteva smettere, almeno finché non avesse chiuso l’ultima campagna di trivellazione. Dopodiché si sarebbe trasferito su qualche colonia di riposo, con il suo meritato vitalizio.
Decise che, per smaltire l’eccesso di iperattività provocata dalla droga, fosse meglio uscire a fare un giro e magari trovare qualcosa da bere.

Jack fu di ritorno dopo un paio d’ore ma ad aspettarlo sull’uscio della porta trovò una guardia armata. Prima che questa potesse accorgersi della sua presenza, la colpì violentemente sul volto con un pugno, mandandola al tappeto. Qualcuno dei suoi tanti nemici doveva aver fatto una soffiata sull’ultimo carico di sostanze che aveva acquistato e gli ispettori della società erano andati a fargli una visita. Fortunatamente, lui non era lì a dargli il benvenuto. La guardia era sicuramente in attesa dei magistrati che, senza ricorrere alla lungaggini di un formale processo, lo avrebbero immediatamente espulso dalle colonie e come pena accessoria gli avrebbero dato la revoca di tutti i benefici economici derivanti dal servizio pluriennale per la società
di trivellazione. Questo tipo di azioni erano diventate sempre più frequenti sulle colonie e rientravano nella politica di risparmio aziendale sui costi del personale. Jack poteva dire quindi addio alla sua pensione.»

Warren rilesse più volte il paragrafo. Non era del tutto sicuro che funzionasse sul serio.
L’ultima chiave di codifica era stata completa al novantotto percento ma aveva deciso di usarla ugualmente. Il sistema era abbastanza stabile da poter sopportare una certa dose di entropia grazie all’aggiunta di celle di correzione neurale. Era stato lo stesso Warren a sviluppare la tecnologia in base ad alcuni frammentati di ricordi di conversazioni tra suo padre e un tecnico cibernetico.
L’intuizione di Joshua Kowalsky di dotare il sistema di transcodifica di una intelligenza artificiale basata sull’autoapprendimento, aveva abbattuto sensibilmente i tempi di realizzazione dei transcoders, ma, allo stesso tempo, aveva aumentato le probabilità di errori nella generazione delle chiavi. Se qualcosa fosse andata storta nella sintetizzazione del virus, i transcoders avebbero potuto rimanerci secchi sul colpo o, a lungo andare, subire danni irreparabili al sistema neusrospinale. La perdita di altri transcoder non era un’eventualità che Warren si prefigurava davvero, anche perché lui stesso stava rischiando la vita iniettandosi dei virus difettosi.
Squillò il telefono. Warren era talmente preso che non lo sentì nemmeno. Fu la signorina Ballemberg a rispondere.
– Warren, c’è Betty al telefono – lo informò la collega ticchettandogli con le dita curate e smaltate di rosso sulla spalla destra. Warren si rianimò da uno stato di apparente catatonia e, con un gesto automatico definito dall’abitudine, ringraziò la signorina Ballemberg con un mezzo sorriso e arpionò la cornetta senza guardarla, continuando a rileggere quello che aveva scritto.
– Betty, sai che sono molto occupato con il lavoro. Avanti, dimmi, qual è l’emergenza questa volta?
La conversazione andò avanti per un po’. Warren riattaccò e, senza lasciar trasparire alcuna particolare emozione sul volto, spense il computer, prese la giacca scura poggiata allo schienale della sedia e disse alla signorina Ballemberg che, se il capo l’avesse cercato, lui era andato in archivio a fare delle ricerche. Warren sapeva benissimo che il signor Dreyfus non aveva la benché minima idea di dove si trovasse la stanza dell’archivio.
Dopo aver superato i controlli di routine, Warren prese l’ascensore e schiacciò il pulsante del piano interrato dove si trovava il parcheggio riservato ai funzionari. Quando le porte si aprirono, non trovò nessuno in giro. Ci sarebbe voluta ancora una mezz’ora buona affinché il garage si riempisse alla spicciolata di formichine nere pronte a riversarsi nei locali della zona o rimpinguare le file alle casse dei supermarket prima di far ritorno a casa.
Prese le chiavi dell’auto dalla sua valigetta di pelle di vitello che gli era stata regalata da Betty per il suo compleanno. Una Lincoln nera squittì e illuminò per un istante i fanali. Worren salì a bordo, mise in moto e lasciò il palazzo.

***

Betty stava fumando una sigaretta sulle scale di emergenza quando Warren arrivò in ospedale. La spense sulla ringhiera d’acciaio e gli andò incontro.
– Come sta? – chiese Warren.
– Ha avuto una forte crisi cardiaca, ma ora sta meglio – disse lei.
L’anziana madre di Warren era da anni ricoverata nel reparto lungodegenti dell’ospedale universitario. In quanto moglie di un ex funzionario ministeriale, aveva diritto a un’assistenza medica completa. Warren oltrepassò Betty ed entrò nella stanza dove la madre era adagiata su un lettino. Un’infinità di tubi la collegavano a sacche di liquido dai molteplici colori, a bombole di ossigeno e macchinari cinguettanti di varia forma. L’ultima volta che Warren aveva potuto parlarle era stato sei anni fa, poco prima che un ictus la riducesse in quello stato. Stavano discutendo delle portate da servire per la cena di Natale.

Warren le prese la mano, era più fredda del solito, segno che lo shock subìto dal vecchio corpo non era stato ancora del tutto assorbito.
– Cosa le hanno fatto? Sai quali farmaci le hanno somministrato? – chiese Warren a Betty mentre cercava di sistemare come poteva gli arruffati capelli della donna.
– Di preciso non lo so. Hanno dovuto usare il defibrillatore e le hanno iniettato qualcosa direttamente nel cuore; adrenalina, suppongo. Le dovrebbero anche aver cambiato la composizione della soluzione nutriente, probabilmente hanno rafforzato la dose di potassio.
– Ho bisogno del referto completo del medico di guardia – disse Warren.
Betty, senza rispondere nulla, si avviò verso il corridoio alla ricerca di un’infermiera a cui chiedere la cartella clinica della paziente, nella speranza che fosse già stata aggiornata con l’ultimo intervento. Si muoveva con disinvoltura e sicurezza in quell’ambiente, non era di certo la prima volta che faceva una cosa del genere.
Warren, nel frattempo, chiuse la porta della stanza ed estrasse dalla sua valigetta un contenitore d’acciaio inossidabile con all’interno tutto il necessario per effettuare un prelievo di sangue. Se glielo avessero trovato addosso in uno dei controlli che spesso venivano eseguiti sui dipendenti del Ministero, avrebbero sicuramente pensato al kit di un eroinomane e lo avrebbero licenziato.
Con movimenti esperti montò le diverse parti della siringa, versò il disinfettante sul cotone, strinse il laccio sul magro braccio della madre e cercò un punto utile dove poter praticare l’ennesimo buco. Riempì la provetta di liquido rosso scuro, la etichettò con la data odierna e ripose tutto con ordine prima nel contenitore e poi nella borsa dalla quale, subito dopo, estrasse uno strano marchingegno, una via di mezzo tra un hard disk esterno e uno stetoscopio. I cavi del macchinario vennero collegati alle tempie della signora, dopo aver premuto il pulsante di accensione, lo strumento emise un sibilo di tonalità crescente, finché il led blu che faceva capolino sulla parte anteriore dello chassis non diventò prima rosso e poi verde. Warren staccò la macchina e la rimise in borsa. Baciò la madre sulla fronte, le rimboccò le coperte e si avviò verso l’uscita a recuperare Betty.
I due lasciarono l’istituto di cura e salirono in auto.

– È la terza crisi in due mesi – disse Betty mentre Warren era impegnato a fare manovra per uscire dal parcheggio dell’ospedale.
– Già – rispose Warren pensieroso.
– Sai cosa vuol dire, vero? – continuò Betty.
– Certo che lo so – borbottò con tono spazientito Warren – che è arrivata l’ora di trovarne un’altra.
– E che non abbiamo nessuno pronto a rimpiazzarla, questa volta. – fu Betty a finire la frase.
– Spero che Sasha abbia delle novità a riguardo, altrimenti siamo davvero nella merda. – chiosò Warren mentre lanciava l’auto giù per la trentasettesima, verso il ghetto.

***

Alexei Sharinkov, detto Sasha il Russo, stava aspettando i suoi clienti al solito posto. Un bar anonimo nel vecchio quartiere ebraico. La voce che la donna fosse stata male aveva raggiunto già le sue orecchie.
Il Russo era un tipo stranamente anonimo per il lavoro che svolgeva. Altezza inferiore alla media, né magro né grasso, una calvizie incipiente e gli occhi piccoli e freddi come il ghiaccio della Siberia. A discapito di quella sua apparente normalità, era un tipo davvero cazzuto. Aveva fatto parte della guardia presidenziale del suo paese, che aveva abbandonato in tutta fretta quando gli avversari politici del suo capo gli avevano fatto le scarpe e, prima di ritrovarsi nei guai senza alcuna protezione importante, aveva deciso di espatriare.
Si trovò subito a suo agio nel malaffare locale, nel quale si era guadagnato una posizione di rispetto nel campo dei rapimenti e delle estorsioni.
Un professionista di poche parole, cosa che nel settore non guastava.

Quando Warren e Betty entrarono nel bar, Sasha stava bevendo una vodka al bancone. I due si diressero verso il fondo della stanza e si accomodarono ad un tavolo appartato. Sasha li raggiunse dopo un paio di minuti.
– Ho sentito della vecchia – disse l’uomo con il suo marcato accento straniero.
– Già. È un problema. Hai qualche novità? – chiese Warren con tono preoccupato.
– Ci sto lavorando – rispose il Russo – non è più così semplice trovare dei sostituti adatti. In città sono finiti tutti i barboni. Siamo costretti a spostarci in giro per la provincia e questo allunga i tempi ma teniamo sott’occhio alcuni potenziali candidati.
– Quando potrò avere il nuovo transcoder? – chiese Warren.
– Non essere impaziente, tovarish. Nel giro di qualche giorno avrai quel che cerchi. Ti costerà il doppio dell’ultima volta, però.
Il Russo sapeva come portare avanti una trattativa anche se, in questo caso, non c’era molto da trattare.
– I soldi non sono un problema, basta che ti sbrighi. Devo preparare le nuove chiavi di codifica. Ci vogliono dodici ore per generare la sequenza corretta di DNA e altrettanto tempo perché il virus si installi nel soggetto. Prima facciamo, meglio è – spiegò Warren.
Il Russo conosceva a memoria quella storiella.
– Ehi, non ti preoccupare, avrai la tua vecchia nuova di zecca prima che questa tiri le cuoia.
Il Russo si stava scaldando. La vodka aveva iniziato a fare effetto.
Betty, che sino ad allora era rimasta in silenzio ad ascoltare, irruppe nella discussione. – Piccolo bastardo comunista – disse con voce ferma guardando negli occhi Sasha – porta rispetto per l’anziana signora. È pur sempre la madre di Warren!
Dopo un attimo in cui tutti si irrigidirono in modo evidente, il Russo scoppiò in una fragorosa risata. – Davvero simpatica la tua donna – disse, riferendosi a Warren.
Warren e Betty sorrisero anche loro, salutarono Sasha e lasciarono il locale.

***

Warren rincasò con Betty. Non abitavano insieme, ma Betty dormiva spesso da Warren, più per tenerlo d’occhio che per una reale necessità di coppia. Betty conservava il suo appartamento del periodo universitario. Nella loro situazione, un posto dove riparare in caso di necessità faceva sempre comodo. La ragazza mise su il bollitore dell’acqua per fare un tè mentre Warren svuotava il contenuto della sua valigetta sul tavolo del salotto. Dopo l’incidente del pomeriggio, non era rimasto molto tempo per preparare il nuovo virus. Il trattamento di rianimazione a cui era stata sottoposta l’anziana donna aveva alterato il suo stato neurobiologico per cui era necessario procedere alla generazione di un nuovo agente patogeno per far funzionare il transcoder*.
Warren si trasferì con il materiale in una stanza in fondo al corridoio. Oltre la porta chiusa da una serratura magnetica si estendeva quello che sembrava l’incrocio tra un laboratorio di analisi cliniche e la cucina di un produttore di metanfetamine. L’ambiente era sterile e si potevano riconoscere un paio di microscopi elettronici, una centrifuga, un contatore geiger, uno scaffale pieno di provette, becchi bunsen, baker dalle forme più strane, una tuta anticontaminazione e addirittura un frigorifero ad azoto liquido. Una serie di computer stavano processando dei dati e sui monitor veniva mostrata la sequenza complessa dei nucleotidi di DNA di una imprecisata molecola.
Warren iniziò ad armeggiare con il sangue prelevato dal corpo di quella che, per l’amministrazione ospedaliera, era sua madre, ma che, in effetti, era una perfetta sconosciuta o, se vogliamo, una delle tante madri che aveva ricoverato nei diversi ospedali della città negli ultimi anni. Posizionò la provetta nella centrifuga mentre leggeva con attenzione il rapporto medico recuperato da Betty, riportando le informazioni più interessanti nel computer. In queste operazioni, Warren sembrava metterci la stessa maniacale dedizione e attenzione con cui, al Ministero, scriveva le sue falsificazioni letterarie.
Quando la centrifuga ebbe finito, Warren selezionò una quantità minima di siero dalla provetta sottoposta a centrifuga e la posizionò su un vetrino da microscopio, vi versò sopra un liquido trasparente e trasferì il tutto in quello che sembrava un forno a microonde. Accese la macchina e questa iniziò, come fosse stata una lenta fotocopiatrice, ad inondare il sangue della signora Kowalsky di fasci luminosi che cambiavano di intensità e colore ad intervalli costanti. Il procedimento sarebbe durato molte ore. Warren sigillò la stanza e tornò in salotto da Betty. Il tè si era freddato.

[to be continued…]

__________
* Il transcoder, che qui viene impersonato dall’anziana madre di Warren, è un sistema complesso attraverso il quale è possibile creare, in maniera automatica, degli scritti crittografati. La tecnologia, inventata da Moshe Kovalsky e poi perfezionata dal figlio e dal nipote, si basa sulla teoria della crittografia asimmetrica o a coppia di chiavi. Attraverso l’ingegneria genetica, partendo dal sangue di un soggetto con determinate caratteristiche cliniche e biologiche, viene generato un virus che, una volta iniettato nel transcoder e installatosi nelle sue cellule cerebrali, gli permette, con il solo pensiero, di codificare (e decodificare) uno scritto nascondendo al suo interno, grazie a una chiave di cifratura, un altro scritto. Warren, per esempio, sta lavorando alla storia di Jack che è la riscrittura di un ignoto romanzo di letteratura fantascientifica. La finzione letteraria di cui è protagonista Jack, a sua volta, potrebbe contenere una qualunque altra storia come The Simulacra di Dick o anche 2001: Odissea nello spazio di Arthur C. Clarke. I transcoder, in realtà, sono sempre due poiché funzionano uno a chiave pubblica e l’altro a chiave privata. Il virus, generato dal sangue del primo transcoder (la finta madre di Warren) funziona da chiave pubblica se iniettato nell’organismo di un altro soggetto (lo stesso Warren), permettendo a questo di codificare il testo. Il medesimo virus, se iniettato nel transcoder originale, funziona da chiave privata perché permette a questi e solo a questi di decodificare il testo precedentemente crittato. Warren, leggendo a sua madre il romanzo a cui ha lavorato, le permette di decodificarne il contenuto reale che viene poi recuperato, sotto forma di onde cerebrali, da uno scanner (lo strano aggeggio che Warren pone sulle tempie della vecchia) per poi essere vendute di contrabbando per eludere i controlli del Ministero.

Milano, 6 settembre 2012

__________
Vincenzo Prencipe “khenzo”
Braccia rubate alla terra del sud, fine intelletto sottratto alla mala, vive stoicamente in quel di Milano dove fa cose di computer e di correre. Ha cambiato radicalmente la sua vita rubando delle piante grasse al suo vicino. Cintura nera di carbonara, ama le caviglie fini, odia i nani (in doppiopetto) e le ballerine (ai piedi). Puoi incontrarlo nei peggiori bar di Caracas ma non il mercoledì di Coppa (anche se, l’Europa League, insomma).

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(marco manicardi)
Questa voce è stata pubblicata in 1. ennesimo ebook. Contrassegna il permalink.

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