De Bello Altenarico – prima parte: Su Altenar

di Laurel Samua

Guardie non se ne vedono, e questi non sarebbero capaci di nascondersi: dobbiamo sperare che non ci siano e rischiare. Guardo i miei compagni, volti lucidi di sudore, come se fossero coperti di cera. Non potete mollare adesso, maledizione, dobbiamo farcela. Il recinto che circonda l’hangar è fatto di cespugli, come ogni cosa, qui. Ma noi sappiamo quanto siano efficaci, ricordiamo con apprensione quando si animano, immaginiamo che cosa potrebbero fare, se solo si svegliassero… e ci impantaniamo: in questo pianeta l’immaginazione è l’unica luce che illumina i loro cervelli. E che spappola i nostri.
– Sei sicuro che dobbiamo entrare là dentro?
La voce è roca, non è abituato a parlare. Non lo abbiamo più fatto per dei mesi.
– Ce la faremo, ragazzi, lasciatevi andare.
Lara scuote lentamente la testa e chiude gli occhi, smette di respirare. Non farlo, maledizione: se ti fermi tu si fermano tutti. Le darei uno schiaffo, se solo sentisse dolore. Un dolore che non le galleggi nella mente, però, che le ustioni finalmente il viso, la pelle, l’involucro che le sta addosso. È da quando siamo finiti in questo guaio che ti comporti in un modo solo, dritta alla meta. Tu e quel tuo fare affilato… ma solo se si tratta di manipolare gli altri, brutta stronza. Merda, sto delirando di nuovo. Rigido anch’io esattamente quanto lei; devo riuscire a scuotermi da questa palude che abbiamo in testa. Con una mano scendo a toccare la ferita e con l’altra afferro le foglie delle schifose piante. Reno se ne accorge: mi guarda con orrore ma se non altro non la sta più fissando come si fa con un idolo.
– Che stai facendo?
– Andiamo.
– Lasciala andare, può svegliarsi.
– Ho detto andiamo. Aspetto tre secondi ancora, poi…
– D’accordo, d’accordo. Lara, andiamo, dev’essere ammattito. Conte?
– Stiamo facendo una sciocchezza.
– Ma ormai siamo qui.
– Se torniamo indietro, forse…
– … siamo morti. Basterà la nostra paura a ucciderci.
– Ha ragione lui. Se la sentirebbe di cacciarsi di nuovo in corpo quegli pseudopodi?
– Santo Dio…
– Esatto. Ormai siamo qui.
– Ora però lasciale andare, quelle foglie… La tua gamba?
– Ce la farò. E comunque tenterò tutto quello che posso per aiutarvi, se Dio vuole.
– Pensi che siano qui intorno?
– Probabilmente. O forse no: si staranno chiedendo che cosa sia successo laggiù, nella cella: saranno andati ad appurare, immagino.
– Motivo in più per muoversi.
È il momento di attraversare i cespugli: non ci vuole molto, solo un salto, tutti gli edifici di questa maledetta città sono fatti di piante e metallo, e spesso le pareti sono in realtà bassi recinti, un salto da poco. Ma per saltare occorre pompare sangue nelle vene, torcere i muscoli e comprimerli, sforzare il cervello per incollarsi al proprio corpo e con uno scatto obbligare un’atterrita inerzia a lasciare la presa. Proprio uno scherzo, per chi si sente affondare il proprio cervello in un pantano tetro e denso. Reno ci prova per primo: con furia combatte contro qualcosa che nessun altro può vedere e d’improvviso, privo di ogni passione, salta la siepe. Atterra dall’altra parte senza aver toccato la pianta ed è vivo. Su LunaSat ha compiuto imprese ben più grandi eppure questa l’avrebbe potuta fare solo lui. Ora tocca a Lara. Se non salta le stacco la testa. Comprime i muscoli, sforza il cervello, guarda Reno davanti a lei, guarda il Conte al suo fianco, poi smette di guardare e ce la fa. È dall’altra parte, lo sguardo vuoto e incredulo. Si accascia per terra, sfinita. Mastico rabbia: ora sta a me. Mi infilo un braccio nel cervello, vivo sull’erba, vedo un pergolato, i muri che ho accanto a me sono strinati dalla brina: maledizione, ce la devo fare. Il braccio sguscia via di colpo, con un salto lungo ma sparpagliato supero la cinta della siepe e casco dall’altra parte. I segnali della gamba si aprono una strada dentro la mia testa e sbriciolano i nervi che incontrano: urlo di dolore. Ma ce l’abbiamo fatta: il Conte rovina in qualche modo di fianco a me e si rialza di scatto. Va da Lara. Mi aiutano a rimettermi in piedi, qualcuno mi tappa la bocca con una mano. Gli Altenariani sono sordi, non parlano e non sentono e non possono accorgersi di nulla. Ma i miei compagni stanno meglio senza le mie grida.
Quasi non riusciamo a credere di averle giocate, hanno dormito per tutto il tempo. Ci dirigiamo lentamente verso l’estremità dell’edificio, lì dove dovrebbe trovarsi l’hangar. Abbiamo una sola speranza: trovarvi ancora l’unica nave che siamo in grado di pilotare, quella con cui siamo finiti su questo pianeta, millenni fa. Un sapore di malinconia nella mia testa e poi una chiazza color argento davanti ai miei occhi: è il solo ricordo che ho. Una nave interstellare: quanto casino che ha combinato, tutta da sola! Piccole punture nella testa accendono immagini di un minuscolo relitto schiantato contro una barriera d’energia: vi fu un colpo secco e le orecchie che risuonano di un rombo cupo. Poi guardammo fuori e capimmo cosa eravamo diventati, noi e la nostra navicella: uno spirito d’altri tempi che vagola per lo spazio e che viene raccolto con comodo dagli alieni. E noi nemmeno ci volevamo venire, qui. Anzi, non ci doveva nemmeno essere, il qui: un buco nelle mappe, ecco cos’era Altenar, per gli umani, prima che arrivasse quel loro ambasciatore su TerraSat: e noi ci siamo finiti dentro al nostro primo tentativo di volo serio. Sto per vomitare, la gamba…
– Siamo arrivati.
– Dove?
– L’hangar. Le navi. Ce n’è una sola.
Era proprio la nostra nave. Oddio: la loro, a dire la verità. Ma poi noi glie la rubammo, anche se solo per poche ore.
– Ma voi siete sicuri…
– Conte, non molli ora. Dobbiamo soltanto salire.
Spalanco gli occhi guardando Reno, non lo riconosco: è determinato e freddo quando solo un minuto fa ho dovuto mimare il patetico bluff delle schifose piante: ma siamo ad Altenar, la linfa scorre nelle menti coi suoi riflussi e poi flussi e t’inonda i pensieri senza chiederti nulla. Nulla dovrebbe stupirmi. Così mi adeguo e gli passo il testimone; il Conte sta per mettersi a piangere:
– Non ce la farò mai.
– Non c’è tempo da perdere, dobbiamo andare ora.
– Ha ragione lui. Dobbiamo, lo capisce? Conte, sulla nave.
Aveva parlato Lara. Una scintilla le si muove in fondo all’occhio sinistro e una voce nell’occhio destro. Stiamo per ritornare preda delle nostre visioni, delle loro allucinazioni, della palude di cera: non c’è tempo da perdere, stiamo diventando prevedibili. Ipotizzabili, supponibili, statisticamente facili: inghiottisco la nausea come fosse muco e prendo il Conte per un braccio. Lei gli cinge con delicatezza l’altro, chiude ancora una volta gli occhi e saliamo.
Forse non mi capiterà più di forzare la mia volontà sino a rivoltarla come un guanto. Vengo guidato contro ogni mia possibile natura e chi mi guida sono io, un io severo che nemmeno sapevo di avere. Non mi riconosco, devo essere un altro: una volontà di riserva, immagino, nuova di zecca e tenuta da parte per casi come questo. Dopotutto non vomito. Dilaghiamo in sala comandi, una marea che ha gambe e braccia. Prendiamo posto. E restiamo imbambolati, immobili. È il Conte a parlare:
– Sapete che cosa occorre fare.
Lo sappiamo. Quella è una nave altenariana e gli Altenariani non usano gambe e braccia: dobbiamo infilarci ancora una volta in gola le loro fottutissime proboscidi. Non sono sicuro di farcela.
– Io non so se…
– Forza. Abbiamo resistito per dei mesi, in quelle condizioni. Fai finta di non esserti mai staccato da lì.
Reno e il Conte si sono già avvicinati al pannello degli pseudopodi e hanno avvicinato la bocca alle schifose estremità, i cui articoli retrattili ne percepiscono la prossimità e si allungao, lentamente; quando entrano in contatto con il viso dei miei compagni le antenne si ritirano e le proboscidi si allungano verso la loro gola. È orribile. Un attimo dopo la testa di quella specie di sonda ti si infila in bocca, espande come in un’esplosione le proprie estremità e occupa ogni cavità che deve occupare: ti si ovatta l’udito e ti sembrava di vomitare dal naso, poi il campo visivo comincia a restringersi e tra le macchioline di nero non hai più una chiara percezione di cosa resta per davvero attorno a te. Un po’ di residuo visivo rimane, ma è poca roba e non ottiene che confonderti. Lo faccio anche io: spalanco la bocca e mi avvicino al pannello. Un attimo dopo mi sembra di soffocare e l’istante successivo sento il Conte e Reno accanto a me. Dentro di me, a essere precisi: la loro prossimità è tale da sovrapporsi alla mia percezione dello spazio, come se due pietre gettate in uno stagno stessero causando onde che in quel punto interferiscono e si compenetrano. È così che abbiamo vissuto sino ad allora: ed era decisamente giunto il momento di andarcene da lì; mi accorgo di esprimere una speranza, io e loro assieme a me: che collegarsi ai loro pseudopodi non riveli agli Altenariani la nostra posizione. Anche Lara appare nella nostra rete percettiva, nel nostro groviglio: ora ci siamo tutti.
La sensazione di comando che quelle schifezze ti danno è esaltante, un’iniezione di adrenalina: controlliamo velocemente tutti i valori della nave e l’istante successivo abbiamo tutto in testa, in bocca, addosso: ok i propulsori, ok i sistemi di guida, ok i condizionatori ambientali. Nelle piccole voci si raccolgono frammenti di bellezza. Merda, i motori planetari: sono distrutti. Questo non è bene, anche se avremmo potuto prevederlo: poco prima di finire nel campo di Altenar la nave era passata praticamente da sola dalla propulsione intrastellare a quella planetaria, senza che noi sapessimo come farla tornare alla velocità massima. Poi il violento impatto, che deve aver fatto saltare i motori planetari. Senza di quelli, però, ora ci è impossibile volare in condizioni planetarie, ovvero decollare: lo capiamo come se lo avessimo sempre saputo. Poi il sapore in bocca si altera quasi impercettibilmente, te ne accorgi, cerchi di isolarlo e comprendi: potremmo usare i motori intrastellari da subito, nel qual caso la partenza sarebbe ben brusca.
– E per fermarci ci dovranno abbattere. Anche spegnendo i motori subito dopo il decollo l’inerzia conserverebbe il nostro moto, e la velocità sarebbe tanto elevata da rendere impossibile qualsiasi operazione. Non potremo di sicuro sfruttare l’atmosfera gassosa di qualche pianeta per rallentare, a quella velocità.
– I nostri ci fermeranno come hanno fatto questi.
– Con un campo di forza? Io a momenti mi decapitavo, per la miseria…
– Perché non te lo aspettavi. Se saremo preparati non ci succederà niente, o quantomeno non troppo. Magari ne mettiamo in fila una decina e dopo gli impatti potranno mandarci a prendere da una spedizione di soccorso, un guscio automatizzato, qualsiasi cosa, mi andrebbe bene anche la Soyuz…
– E se ci intercettano quelli di TerraSat?
– Non è certo quello il problema: ancora non sappiamo come andarcene da qui, figuriamoci se ci preoccupa la legge.
Il cervello mi sembra di gelatina. Sento i loro pensieri e intanto non riesco a pilotare i miei. Usare la spinta intrastellare in prossimità di una massa planetaria equivale a un suicidio, senza dubbio, e purtroppo non ne sappiamo abbastanza. Pensa, maledizione, pensa. Su che basi potrebbe funzionare, la nave? Che tipo di accelerazione ci darebbe? In tutti questi secoli non ci è mai riuscito di sviluppare un sistema di propulsione extra-solare, ed è per questo che i nostri nonni avevano adottato la soluzione delle stazioni coloniali. Nel frattempo non riusciamo a decidere in fretta e le sinapsi affondano nella melma. Se raggiungessimo sin da subito una velocità troppo alta sbricioleremmo qualsiasi molecola dell’atmosfera che si trovi sulla nostra strada, e dal punto di vista di una nave così veloce una molecola è un insieme statico di atomi immobili: congelati. Atomi che nell’istante dell’impatto si fonderebbero con gli atomi del guscio della nave, scatenando una reazione nucleare. E a quel punto… e a quel punto libereremmo raggi gamma, e strapperemmo gli elettroni ad ogni atomo intorno a noi… e creeremmo una bolla di plasma bollente, sbriciolando la punta della nave da un lato e la superficie del pianeta dall’altro. Occorre pensarci bene, prendersi del tempo, maledizione, e capire come scongiurare il disastro. Possibile che il groviglio non ci dia la possibilità di investigare, per una volta, le informazioni che ci occorrono?
Per decollare puntiamo la nave verso l’orizzonte: forse attutisce lo strappo, assorbe un po’ di G: se partissimo in verticale, direttamente dal suolo, le nostre briciole non arriverebbero all’altezza dell’orbita. Ma in orizzontale, attorno alla nave, all’altezza delle ogive, c’è il recinto delle piante. È ovvio: circondano tutta l’area. Le osserviamo come se fossero lì con noi, ognuno di sottecchi, mentre ci prepariamo al decollo. Uno sguardo ai valori di spinta e uno alle piante, uno ai processi nucleari e uno alle piante: di traverso, senza darlo a vedere. Piante contro cui decolleremo. Splash splash sinapsi impaludate. E una voce che disturba. Ragazzi. Splash splash sinapsi impaludate e ragazzi. Sinapsi splash splash sinapsi e…
– Ragazzi!
È il Conte. Ci sta perdendo e si spaventa: si accorge che i nostri pensieri divagano in modo incontrollato e si sente male. Il suo richiamo ci risuona in testa con una vibrazione di terrore, di impotenza: e finalmente ce ne accorgiamo. È come se ce lo dicessimo tutti quanti insieme l’un l’altro: ci è diventato maledettamente difficile compiere qualsiasi cosa che possa danneggiare le piante. Il nostro decollo le sbriciolerebbe, e questo per quel che ci riguarda rappresenterebbe una soddisfacente forma di vendetta: ma a quel punto qualcosa, nella nostra testa, rallenta senza che noi si sia in grado di controllarlo. Ci togliamo di gola le proboscidi, lentamente, completamente spossati. È difficile riprendere a parlare, dopo.
– Come fanno?
– Ci hanno intercettati.
– Dici che stanno controllando le nostre menti tramite il groviglio? Si sono accorti che manchiamo e da lontano ci stanno…?
– Reno, per favore…
– E allora che cosa potrebbe essere?
– Siamo rimasti troppo a lungo in questo insieme di menti e ci siamo abituati a pensare come loro.
– Una specie di imprinting?
– Può essere. Eppure io mi sento lucida.
– Ha ragione. E non solo: darei non so cosa per distruggere piante, Altenariani e pianeta… Non mi sento molto benevolente, nei loro confronti. Allora perché mi sono bloccato quando si è trattato di farlo?
– Probabilmente lo stai pensando con una parte diversa da quella che ha avuto il sopravvento…
– Una parte… Ma certo! Può essere! Gli pseudopodi!
– Che cosa?
– Non è un imprinting: sono loro che ci hanno parlato, per tutti questi mesi, e ci hanno buttato addosso il loro mondo, le informazioni di cui dispongono. Forse persino le regole con cui ci si comporta su questo pianeta… oppure istruzioni.
– Istruzioni?
– È possibile, se ci pensate: comandi, limiti, forse gerarchie. Non lo possiamo sapere: il nostro cervello, quella parte che viene inondata dalle informazioni, per la maggior parte del tempo non ha capito niente e si è limitata a devastarci con le maledette visioni… ma talvolta invece ha capito, e ora segue quelle regole anche se il resto della mente ignora di possederle.
– Regole del tipo che le piante non si toccano?
– Tipo.
– Merda, ma allora in questo modo avremo sempre qualcosa fuori dal nostro controllo. Pur credendo di pensare lucidamente…
– Dovremo tenerci d’occhio l’un l’altro. E il Conte, qui, è quello che lo può fare meglio di tutti.
– Perché io?
– È lei che ci ha svegliati tutti, poco fa.
– Giusto. Probabilmente il suo ruolo di Ambasciatore la porta a credere contemporaneamente a cose diverse.
– È un bel modo per dire che non mi posso fidare di quel che io stesso penso… Volentieri, allora: ora però fatevi coraggio, che dobbiamo decollare. Abitudine o non abitudine dobbiamo approntare la nave senza imbambolarci.
Ci rimettemmo gli pseudopodi. Uno dopo l’altro. E in quell’istante alcuni strumenti sibilarono. A lungo:
– Occazzo.
Ma non può trattarsi di un allarme perché gli Altenariani sono sordi: non avrebbe alcun senso. Capiamo tutti insieme che quello è il suono di un corpo che ha mutato di stato: la nave è pronta. L’abbiamo pensato e lei ha eseguito… Forse ce la facciamo sul serio, ad andarcene da lì.
Prendiamo posto sui seggiolini e cerchiamo di infilarci per quanto possibile dentro le tute per le attività extra veicolari. Mi appare in testa un pensiero che non è il mio: è di Reno, che ha ricevuto la mia percezione sulle tute.
– Speriamo che siano ancora sufficientemente funzionanti.
Bozzoli sudaticci e regolati sulla gravità di Giove, tanto per avvicinarci a che cosa ci sta per accadere con quel decollo:
– Siete pronti?
– Che Dio ci aiuti.
– Distruggiamole tutte, ‘ste schifezze.
– Sperando di non marmellatarci noi…
– Ragazzi, basta: stiamo perdendo tempo.
– Occazzo, di nuovo…
– Conte, sta a lei: è l’unico in grado di concentrarsi sul decollo. Ci riporti a casa.
– Ci potete contare. Tenetevi forte, adesso.
Ci aggrappiamo istintivamente alle stesse tute in cui siamo rinchiusi.
– E che Dio ci conservi.
Gli basta pensarlo e partiamo. Non abbiamo modo di capire quando lo farà e il silenzio è alterato dal nostro respiro pesante, acuto, mentre le mani si stanno
Poi non c’eravamo più.

Dopotutto ce la facemmo per davvero: il decollo sbriciolò alcuni strumenti di bordo, fuse in parte i finali dei propulsori, sopraffece le proboscidi degli pseudopodi, indebolì la struttura esterna della navicella ma non ci uccise. Avremmo navigato: sarebbe bastato resistere alla fame. All’andata al cibo ci avevamo pensato noi, ma poi gli Altenariani devono aver buttato tutto ciò che non capivano. Resistere da A a B. Quello che era strano è che da Altenar nessuno ci inseguisse. Navi nell’hangar non ce n’erano, ma chissà se esistono anche altre città, su quel pianeta, e altri porti interstellari. E comunque avrebbero potuto mandarci contro le navi che di sicuro orbitano attorno al pianeta. E invece nemmeno un tentativo di intercettazione, un contatto radio. Il campo di forza con cui ci avevano catturati rimase inerte: lo attraversammo come se non fosse mai esistito… probabilmente non funziona come ce lo aspetteremmo noi, chissà: non lo conosciamo. Non sappiamo nulla della loro tecnologia, a dire il vero, ma le navicelle per il volo interstellare, quelle ce le hanno: il loro ambasciatore era arrivato su TerraSat con questa qui, ed è stato per causa sua, per causa di questa nave che TerraSat si lanciò anima e corpo nella ricerca della tecnologia intrastellare. Probabilmente consideravano giunto il momento di cambiare il modo in cui gli esseri umani si diffondono nello spazio, e una nuova ondata di coloni spaziali sarebbe partita da TerraSat, veloci, efficaci, imbattibili. Gli accordi tra le settanta stazioni vennero considerate carta straccia, gli ultimi ostacoli morali frantumati come una galletta, ed ecco a voi un bel motivo di competizione tra di noi come ai bei vecchi tempi. Non siamo mai stati in rapporti idilliaci ma dopotutto eravamo gli unici esseri umani in questa parte dell’universo e la nostra missione era proprio sopravvivere, arrivare alla prossima stella, prima o poi, non avrebbe avuto importanza quando. L’idea era di darci una mano l’un l’altro. Sino all’arrivo dell’ambasciatore alieno, che non riusciva a dire una parola, non ne capiva mezza e dopo settimane anche noi di LunaSat scoprimmo che cosa stesse succedendo, quali fossero le intenzioni dei nostri ex-fratelli, e che ci avrebbero portato via ogni possibile futuro. Così ci convenne provare e portare via noi la navetta dell’ambasciatore. Dovevamo farlo, capite? Orgogliosi e testardi anche noi quanto i nostri simili di là. Del resto è vero, l’universo è paese. L’universo è palese: adesso, quantomeno, sappiamo che altre vite si sono manifestate, sono possibili. Nell’universo c’è di più. Oh, se ce n’è, nell’Universo. E noi quattro stiamo giusto tentando di attraversarlo.
Chiusi in un bozzolo malridotto.

Rapito significa immerso in chi ti ha tenuto prigioniero. Per otto mesi non c’è stato nient’altro al mondo che il rapitore, ciò che lui ti concede, ciò che lui ti impone. Gli pseudopodi. Per otto mesi siamo stati immersi nella rete di Altenar e nella loro volontà, privati della nostra. Anche ora mi sembra di essere ancora lì, talvolta; forse ho malinconia del groviglio, di quelle ricezioni così vive. E di Lara dal fare affilato, quel suo vivere in funzione della propria attrazione… Oh, basta. Da quando siamo stati rapiti da loro, veniamo rapiti ogni volta di nuovo: dall’estasi, dai pensieri, dalle idee. Rapito e basta: significa una cosa sola, immerso in chi ti ha tenuto prigioniero; non c’è nient’altro al mondo che lui, l’alieno, né mai altro ci sarà. È come se dopotutto noi, da Altenar, non ci fossimo allontanati mai.

– Ci ho pensato a lungo. Temo di dovere delle scuse ad alcuni di voi. Beh, a tutti, se vogliamo essere sinceri.
– Mmmm… Se è la stessa cosa che volevo fare io, ne approfitto. Non sapevo come farlo, solo che così, con voi tutti insieme, è più difficile. Meglio se cominci tu.
– Grazie, ben gentile. Non è facile nemmeno per me, però.
– Di cosa stiamo parlando?
– Di scuse.
– Cosa?
– Scuse. Qualcuno di noi aveva delle cose in testa, poi ha scoperto che erano false e ora vorrebbe scusarsi per ciò che ha avuto in testa. Ho indovinato?
– Se la dici così sembra molto meno logica di come pareva a me, ma l’idea era più o meno quella.
– Ragazzi, vi rendete conto che per questi mesi in cui siamo rimasti collegati nella loro rete ciò che avevamo era tutto fuorché nostro? Può essere carino e molto umano scusarsi per alcuni pregiudizi avuti, per idee sbagliate o per pensieri che si sono allontanati da dove avrebbero potuto portare, se fosse andato tutto liscio, ma pensateci bene: come potete dire da dove sono arrivati?
– Lara, sei un tesoro. Eppure è proprio con te che mi scuserei per primo, se me lo lasciassi fare.
– Per che cosa? Per aver pensato di me cose limitate e immobili?
– Ci hai preso. Molto limitate. Praticamente un pupazzo.
– C’è di peggio. Io ho avuto pensieri ben peggiori.
– Per me?
– Per tutti. È un’altra battaglia che dobbiamo combattere. Abbiate pazienza e tacete: non dite niente di cui potreste pentirvi. Io sto cominciando a liberarmi di queste cose e penso che anche a voi capiterà. Tenetevele per voi.
– Lara, sul serio: io…
– Lascia perdere. Mi ha convinto e credo abbia ragione lei. Credi che non vi abbia visti anche io come tante statue inamovibili e rigide? Degli imbecilli: e se ve ne parlassi ora sarebbe difficile continuare a parlare insieme poi, come se niente fosse.
– Mmm…
– Credi che non vi abbia maledetti per il vostro modo di fare, sempre quello?
– No, non credo di essere stato il solo. E lo so che non arrivava da me: ci hanno buttato addosso tutto il loro schifosissimo mondo. Le istruzioni e le regole, come ha detto lui qualche giorno fa. Eppure…
– Eppure va bene così. Ci hanno scaraventati nel loro groviglio e questo non ci ha fatto bene. Un po’ non lo capivamo, un po’ lo capivamo sin troppo bene e gli esseri umani non sono fatti per pensare in quel modo, a quei livelli: quando capita s’inventano piuttosto scorciatoie per non doverci tornare più su. Questo qui è scemo, quello là è eroico, quell’altro è supponente. Il giudizio è un bel modo per non dover affrontare la fatica di conoscere. Ecco, per me è finita così.
– Sarà molto difficile dimenticare. Spero di riuscire a fare come te.
– Ce la faremo, se Dio vuole. Ora pensiamo a come raggiungere LunaSat.
– Non ne conosciamo l’esatta posizione attuale: speriamo d’incrociare prima il suo campo di trasmissioni.
– Speriamo di non incrociare TerraSat.
Il caso talvolta distribuisce doni agli esseri umani che gli esseri umani non sanno apprezzare. Delle tre stazioni coloniali che sono alla deriva in questa parte dell’Universo incrociammo quella conosciuta con il nome di TerraSat. Dalla quale eravamo partiti senza lasciare quel che si dice un buon ricordo. Dopo un breve scambio di convenevoli riuscirono ad attrezzare un campo di forza per rallentare, deviare e poi fermare la nostra navicella, che anche senza più spinta attiva era pur sempre lanciata a velocità stellare, e l’intensità del campo di forza ci diede la misura di ciò che ci stava aspettando una volta raggiunto il metallico suolo.

(continua…)

__________
Laurel Samua
Giovane immigrato sudanese, deve il suo buffo nome alla passione che il padre ha per lo ska e per Laurel Aitken. Studia e lavora in Italia ormai da anni e scrive prevalentemente in italiano. Non è mai stato su una stazione coloniale, sinora, ma pensa di recuperare presto il tempo perduto. Ah, e vi saluta.

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(marco manicardi)
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