Corpi orbitanti

di Federico Giacanelli “Bolso”

Questa volta mi basta stiracchiarmi per qualche decina di secondi. Due sbadigli, un colpo di tosse, i pugni per stropicciarmi gli occhi. I conati no. Quelli no, non mi ci abituerò mai. Sveglio in meno di un minuto, un rottame per altri dieci.
Stelle a perdifiato dall’oblò principale, difficile abituarsi a quello spettacolo di una bellezza assordante.
Il mugolio sordo dei motori avvolge tutta l’astronave e ti accompagna con la costanza di un temporale che sembra non dover scoppiare mai. Il silenzio fuori però è grande quanto lo Spazio stesso e finisce per sovrastare qualsiasi rumore. Una bellezza assordante. Come il piccolo disco rosso del pianeta che si fa sempre più piccolo, romantica illusione ottica fabbricata dal mio cervello incurante del significato di distanze, proporzioni e prospettiva nello spazio. È un disco rossastro e lontano; tutt’intorno il niente stellato a perdita d’occhio.
Questa volta l’allarme viene dal numero 63. Meglio così: due rampe di scale in più faranno bene ai quadricipiti.
Mi infilo i guanti monouso nel passaggio del livello inferiore, apro l’armadietto con la mano destra e prendo diuretici, una sacca di fisiologica e una flebo nuova. Ormai accetterei scommesse su quale farmaco dare ancor prima di leggere i dettagli sul display, se non fossi l’allibratore di me stesso.
Il passeggero numero 63 ha già cominciato la procedura di risveglio parziale. È una cosa completamente automatizzata come qualsiasi altra procedura su questa speciale crociera: nutrizione per via parenterale, cateteri, evacuazioni, disinfezione, risvegli programmati o indotti da allarme.
Dall’alloggiamento 63 era giunto l’allarme che aveva avviato la procedura di risveglio del passeggero e, di conseguenza, quella del mio risveglio, l’ennesimo di una lunga serie di sbadigli e conati che non riesco più a contare, per un parametro appena fuori scala di un corpo che non è più in grado di badare a sé stesso, nemmeno in ibernazione.
Un colpo di tosse dall’oltretomba, poi dieci, quindici secondi, poi un altro gorgoglio di catarro, lo scoppio di una bolla d’aria in una torbiera in fondo a una caverna. Il numero 63 gira la testa verso di me, il resto del corpo completamente immobile, rigido, avvizzito, provato dall’ipotermia, solo un leggero tremore del piede destro. Apre i suoi occhi del secolo scorso, enormi buchi su un passato biologico, e li pianta nei miei. Resta così, i movimenti che sembrano quelli di una placca tettonica, eterni, immobili eppure mobili, interminabili.
Quegli occhi mi dicono qualcosa, quegli occhi mi chiedono qualcosa, quegli occhi mi implorano qualcosa, ma il passeggero numero 63 non mi dice niente, non è neanche su questo piano di realtà. Emette un rantolo che odo appena ma faccio finta di non sentire.
Stringo i denti e distolgo lo sguardo; guardo la sacca dell’urina, leggo la scala graduata e disattivo il messaggio d’allarme. Aggiungo un po’ di diuretico nel contenitore della terapia e imposto nuovamente il dosaggio temporale. Forse stavolta il 63 riuscirà a dormire un altro po’ e io con lui.
Il rumore dei miei passi sulla scaletta metallica mi distrae e mentre raggiungo la mia cabina mi ritrovo a pensare a questi anni di viaggi spaziali: astronavi sempre più grandi, equipaggi sempre più numerosi, viaggi sempre più lunghi e frequenti. Portare attrezzature per costruire basi orbitanti e basi planetarie non era un lavoro semplice e si è rivelata una faccenda che si poteva affrontare solo con molti viaggi, molti carichi e moltissime vite umane.
Gli uomini avevano aggirato il problema dei tempi di viaggio con l’ibernazione. Il viaggio in ipotermia rallentava le funzioni vitali, gli astronauti rimanevano giovani e pian piano cominciarono a misurare la loro età distinguendo tra anni attivi e anni totali.
L’euforia, l’inizio di una nuova èra, gli investimenti, i guadagni, il senso di avventura, i media. Tutto come ci si poteva immaginare. Poi ci furono i grandi numeri. Gli effetti che non ti aspetti agli inizi di una tecnologia come fu con l’impennata di neuropatie da pervasività di radiazioni elettromagnetiche, quando il tasso di popolazione connessa raggiunse il cento per cento.
La Terra sovrappopolata ben oltre la soglia del collasso. L’aspettativa di vita cresciuta oltre ogni previsione. E una fetta consistente di popolazione distrutta dai viaggi in ipotermia, un’intera popolazione di vecchiogiovani, vecchi nel corpo deforme di uomini adulti, di ultravecchi, vecchi ultra invecchiati in corpi difficili da distinguere dai cadaveri veri e propri, di vecchiovegetali, vecchi che… beh, ci siamo capiti.
Mi adagio di nuovo nel mio loculo e maledico la missione Serenity, la prima missione che, nella loro ipocrisia, finirono per chiamare col nome di un pannolone e che doveva risolvere il problema. Non ebbero neanche il pudore di usare il verbo giusto. L’importante era che la popolazione giovane non vedesse.
Meglio dormirci sopra.
Il risveglio successivo mi coglie quasi di sorpresa: mentre cerco di calmare gli ultimi colpi di tosse, metto a fuoco lo spettacolo fuori dall’oblò principale. Mi si ferma il cuore, come ogni volta.
Anelli di Saturno settore 16, una distesa di ghiaccio e polvere a perdita d’occhio. Siamo ancora un po’ lontani ma la luce del Sole che trapassa quella distesa infinita producendo un mare di scintille tanto lucenti da penetrarti gli occhi, toglie il fiato. Le immagini in alta definizione arrivate dalle missioni sperimentali non hanno mai reso l’idea. Il primo viaggio di tutti noi piloti è stato uno shock che si ripete, in piccolo, in ogni missione.
Mi butto un po’ d’acqua in faccia, mi asciugo e mi siedo alla console di controllo dei passeggeri nella stiva. Ogni volta che rileggo il totale a tre cifre sento un brivido gelato lungo la schiena.
Il display mostra le loro funzioni vitali, nella dashboard scorrono le statistiche di vita generali, poi lo stato dei gruppi di pazienti divisi per grandi patologie: neuropatie, tumori, cardiopatie e scompensi cronici. Tocco lo schermo e accedo ai dettagli dei sottogruppi. L’occhio scorre frenetico alla ricerca di una conferma, ma trova solo malattie: nessun decesso in questa crociera per vite congelate in un gigantesco fermo immagine. Anche questa volta non abbiamo tradito le promesse degli standard aziendali. Mando una conferma alla Terra, ci vorrà un bel po’ di tempo prima che lo sappiano. L’importante è non chiamarli “pazienti” ma “passeggeri”.
Sul display adiacente mi appare la rotta intorno al Pianeta. Non mi resta molto tempo.
Comincio a scorrere i gruppi di passeggeri, tocco il nome di ogni gruppo, mi appaiono i dettagli della patologia e poi l’elenco dei nomi di quei corpi semivivi.
Ci siamo: mi pagano per questo.
Prendo un lungo, lunghissimo respiro. Aspetto. Occhi chiusi. Aspetto. Mentre espiro comincio a toccare il bottone OK sul primo nome, poi OK sul secondo, poi sul terzo, poi scorro, tocco OK, scorro, ancora OK e ancora scorrimento. Sono tanti. Proprio tanti. Arrivo in fondo e tocco AVVIA PROCEDURA.
Il primo gruppo è fatto. Prendo un altro di quei lunghi respiri e vado a controllare. Non posso evitare di farlo, è il protocollo. Maledico l’Universo tutto e mi affaccio sul ponticello nella stiva. L’eco metallico dei miei passi si spegne e si fonde con i gemiti, i rantoli, i colpi di tosse, i fruscii, i movimenti stentati, qualche colpo sul vetro dei loculi. L’azienda garantisce un viaggio per passeggeri vivi.
Mi siedo nuovamente ai comandi vicino all’oblò principale. Siamo in tempo, il programma è stato rispettato. Guardo le coordinate e avverto il movimento del cambio di rotta programmato.
Il display dice PROCEDURA IN CORSO.
La nave vira lenta e inesorabile, fa un’imbardata e offre il fianco agli Anelli, come le cannoniere dei Pirati. Poi spara fuori il suo carico. Uno, due, tre cannonate. Piccoli frammenti luminosi si allontanano dalla paratia. Il Sole ne illumina le flebili scie. I corpi ruotano lentamente intorno al proprio baricentro mentre seguono traiettorie rettilinee. Continuo a guardare attonito le decine di linee debolmente illuminate che dalla nave vanno verso i detriti orbitanti.
Controllo il display: PREPARARE SECONDO GRUPPO.
Mi siedo, respiro ancora a lungo. Tocco OK, scorro.
Alla fine della procedura sono esausto. Mi sono piombati addosso tutti gli anni che non ho vissuto. Guardo fuori e tocco il display di rotta.
La nave sta girando intorno al Pianeta e si rimette in rotta verso la Terra. Altro giro, altro regalo. Guardo di nuovo fuori.
Dinnanzi a me gli Anelli: un’immensa distesa di polvere, roccia e di corpi avvizziti e ghiacciati. Il Sole fa brillare gli Anelli di una luce irreale, abbacinante, capace di trafiggere il cevello. I corpi ruotano lentamente. E orbitano insieme agli Anelli.
Abbasso lo sguardo, aspetto che le immagini stampate nella retina si attenuino. Non è facile. Ormai sono entrate nel mio cervello e non mi lasceranno mai. Guardo il display di controllo: mostra le funzioni vitali e le statistiche di un solo passeggero. Guardo dentro la mia vita ed è allora che capisco. E decido.
Ho 78 anni attivi, non so più quanti anni totali. Non mi avranno. Mi distendo nel loculo.
Tocco AVVIA PROCEDURA.

__________
Federico Giacanelli “Bolso”
44 anni suonati ma non ancora suonato. Ha fatto il fisico per capire ordine alle cose della vita. Ha fatto l’informatico per mettere in ordine i dati della vita. Ha fatto il fotografo per catturare la bellezza dell’ordine delle cose della vita. Scrive sul web perché l’ordine delle cose senza le connessioni non porta a niente. È convinto di star andando da qualche parte ed è convinto altresì che è più bello andarci tutti insieme perché non riesce a essere felice se non sono felici anche gli altri. È convinto che la Resistenza sia stato un momento in cui gli Italiani stavano andando finalmente insieme da qualche parte.
Fed’s Bolsoblog

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(marco manicardi)
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