Spazio 1669

di Alessandro Forlani

Prologo (1616)

Virginia trovò il padre che pendeva da una trave.
Era montato ad allacciarsi il cappio su una pila di copie del suo Nuncius Sidereus, ora il pavimento era sparso di libri; il bel volto feroce, barbuto di Galilei guastato nella morte da una smorfia disgustosa.
Gualcite a terra sotto il pendolo della sua ombra quelle pagine provavano che il cosmo era tale quale descritto da Tolomeo, cantato da Alighieri: un carcere concentrico di sfere cristalline, la Terra al centro, gli astri satelliti. Nel vetro veritiero, spietato del cannocchiale, Galileo aveva visto quelle calotte, si era accanito per notti insonni in terrazza a supporre osservare calcolare verificare. Infine da scienziato dovette ammettere il fatto. Pubblicò le conclusioni con il plauso della Chiesa, tenne però il corollario per sé: l’uomo non si sarebbe affrancato dall’immobile iniquo ordine delle cose.
Sopportò questo pensiero per qualche tempo, depresso si ritirò in Arcetri; solo la figlia restò ad accudirlo. Approfittando quel mattino dell’assenza di lei, uscita a cogliere uova in pollaio, Galileo s’impiccò.
Johannes Kepler quando seppe si ritirò dagli studi. Concluse in silenzio i suoi giorni in campagna nella cura di galline e di un orto.
Virginia prese i voti.

1.
Chrétien udì lo scoppio, lo schianto e il gemito. Entrò senza bussare. Il signore ambasciatore La Sablière giaceva allo scrittoio con il cranio fracassato.
Il sangue e le cervella lordavano la parrucca, si spargevano sui documenti; era infranta la finestra affacciata sul Forte Estense. Al chiasso accorse il personale dell’ambasciata, le domestiche mancarono all’orrida visione. Il console Bonsi e l’attaché De Launay sollevarono raccapricciati il cadavere, trovarono la fronte del medesimo sfondata.
Sul tavolo sozzo d’icori erano sparse le pagine di un incunabolo: la cartella raccoglieva vecchi fogli croccolanti, ostentava il sigillo della Biblioteca Ducale.
Mentre gli altri si occupavano del corpo Chrétien raccolse il manoscritto, tentò di riordinarlo. Si distinguevano versi, era un’opera di poesia. La pagina sulla quale La Sablière era caduto era macchiata di frattaglie e sangue, si leggevano a malapena tre ottave.
Sollevato il morto per ascelle e caviglie Bonsi e De Launay lo trasportavano a un letto, gridavano a Nicolette e Nadine che procurassero lenzuola per avvolgerlo. Quelle terrorizzate correvano a obbedire. Il maggiordomo era sceso ad allertare la guardia: da basso saliva il capitano Marais con una squadra di moschettieri con le micce infuocate, si piantavano sulla soglia dello studiolo e schieravano a presidiare ogni porta.
“Voi, Chrétien – ordinò il console – occupatevi dei documenti.”
Il valletto provvide. Le carte diplomatiche riposavano intatte, in ordine, nessuna mancante, negli astucci di cuoio sui soliti scaffali. Sull’ormai appiccicosa, orrida scrivania c’era solo quel codice manoscritto.
Chrétien lesse i numeri sugli angoli, trovò il primo foglio: una copia dell’Orlando Furioso di Lodovico Ariosto. Sulla pagina compromessa dall’omicidio le stanze del poema dalla diciotto alla venti del Quarto Canto:

Non è finto il destrier, ma naturale,
ch’una giumenta generò d’un grifo:
simile al padre avea la piuma e l’ale,
li piedi anteriori, il capo e il grifo;
in tutte l’altre membra parea quale
era la madre, e chiamasi ippogrifo;
che nei monti Rifei vengon, ma rari,
molto di là dagli aghiacciati mari.

Ne vanta Atlante tutta una covata,
generata per arte di alchimia
colla ricetta antica ereditata
da Lullo e Flàmel, savi di magia:
dalla radice vitale intrecciata
particola e particola toglìa;
poi le coltiva in fertile bottilla
e fiere vive fa come d’argilla.

Uno creato lo domò d’incanto;
e poi che l’ebbe, ad altro non attese,
e con studio e fatica operò tanto,
ch’a sella e briglia il cavalcò in un mese:
così ch’in terra e in aria e in ogni canto
lo facea volteggiar senza contese.
Non finzion d’incanto, come il resto,
ma vero e natural si vedea questo.

Chrétien lo riconobbe, era un canto fantasioso e celebre. Il poeta immaginava che un mago, Atlante, giostrasse in arcione a una creatura ibrida, destriero e rapace; uno scherzo della natura soggiogato con gli incantesimi. Più tardi Astolfo, un altro eroe del poema, ne avrebbe fatta la sua cavalcatura; con quella avrebbe raggiunto il Paradiso Terrestre, di lì spiccato il salto per la Luna. Quante corbellerie!
L’Orlando era il serto letterario dei Signori secolari di Ferrara e Modena: celebrava la loro genìa, ne esprimeva la cultura. La copia sembrava antica e preziosa, forse ottenuta da La Sablière dallo stesso Francesco d’Este: doveva essere restituita all’Istituto Ducale. Guardando al foglio lordo con ribrezzo, Chrétien capì che non poteva rendere quel documento in condizioni simili: sottrasse la pagina. Sperò – era un plico voluminoso – che nessuno si sarebbe accorto del furto.
La piegò in una tasca.

2.
Il cadavere giaceva a mani giunte, un panno gli nascondeva la testa; agli angoli del letto si consumavano quattro ceri. Il sacerdote, somministrata l’estrema unzione, riceveva un ricco obolo dal signor Bonsi. Un coro di voci bianche e un violista eseguivano la Lezione delle Tenebre; uno dei bambini spense l’ultima fiammella.
La nobiltà modenese e i francesi in città, convenuti alla camera ardente del legato di Re Luigi nei domini degli Este, uscirono al buio fra due file di moschettieri. Il console tributava inchini, baci devoti a insegne e monili.
Poi l’ambasciata tornò silenziosa.
Di là dalle finestre velate il giorno tramontava sui tetti di Modena, le campane della Ghirlandina battevano a lutto: Francesco aveva imposto funzioni di suffragio.
Chrétien scendeva agli alloggi della servitù prostrato dalle impressioni della giornata. Nell’anticamera della rimessa per le carrozze trovò Nicolette che piangeva su un baule, parte del bagaglio del dignitario defunto. Le porse il fazzoletto. L’eco di un ripetuto, rumoroso soffiare fu attutito dalla pila di scatole e valigie.
“Sarebbe dovuto partire domani – singhiozzava la domestica – Buon Dio che disgrazia!”
“Ha intrapreso un altro viaggio. Già adesso io credo, in grazia di Dio, l’anima gentile del signor Sablière sale al cielo della Luna, lo attraversa; destinata agli alti cieli di Mercurio o di Giove. Le Scritture e le scienze confermano che è così.”
“Teneva tanto a essere a Versailles per il varo dell’uranonave!”
“Vi andrà, in un certo senso: ho l’incarico di rimpatriare la salma. Il Re ha concesso i funerali solenni.”
Restarono per lunghi istanti in silenzio fra quei bauli accatastati nell’ombra. Per Nicolette non racchiudevano che nastri, camicie, misure di talco, lavanda; a Chrétien apparivano pericolosi, sinistri dei segreti di Stato e informazioni rubate che per certo celavano.
“Com’è accaduto?”
“Il chirurgo dice per un colpo di archibugio. Ha trovato la palla fra i frammenti d’osso.”
“Gli hanno sparato! Chi?!”
“Il capitano Marais, dal modo in cui s’è infranta la vetrata, sospetta dal Palazzo Ducale.”
Nicolette aveva smesso di piangere. Ora ammutolita abbassava lo sguardo, il volto contratto in un ebete cruccio.
Chrétien capiva che quella cupa rivelazione era per lei un limite invalicabile: la morte del padrone trascendeva la tragedia domestica, diventava un incidente diplomatico. Lì terminava la loro affettuosa conversazione: non potevano darsi reciproco conforto.
Chrétien uscì a godere la notte estiva, per togliersi dalle narici l’olezzo dei ceri funebri.
Il dottor Leonardo Bassani, l’anziano malfermo medico della stirpe estense, era l’ultimo a lasciare l’ambasciata. Le lanterne di carrozze di altri nobili si confondevano nei lumi delle piazze, svanivano in distanza nello scuro dei vicoli; al vecchio durava fatica attraversare la corte. Un collega e un cameriere gli porgevano il braccio.
“Rientrate Chrétien – chiamò Nicolette – Devo serrare il cancello e il portone.”
Chrétien le tolse di mano mazzo di chiavi e lucchetti, accennò all’illustre ospite, se ne sarebbe occupato lui. Si avvicinò rispettosamente. I medici confabulavano grevi:
“…sono i trattati di Flamel e Lullo che contano: il poeta ne accenna, e con ciò? Sono convinto non li abbia neppure mai letti; che ne scrisse per fama. Sono al sicuro ai laboratori, non sarebbe arrivato là. L’hanno ammazzato per niente.”
“Siamo a buon punto?”
Si accorsero del valletto. Azzittirono.
Bassani grugnì di muoversi. Collega e cameriere lo spostarono di peso, raggiunsero una carrozza che li attendeva a portiera aperta.

3.
Chrétien il mattino seguente s’inchinava colpevole a un tetro bibliotecario, consegnava la cartella coll’Orlando. L’anziano erudito responsabile dei prestiti, in giubba e collarina degli inizi del secolo, trasalì nella verifica degli estremi del documento.
“Era in prestito al signor De La Sablière, mio padrone, l’ambasciatore di Francia – spiegò il valletto in italiano incerto – che come certo saprete…”
“Non poteva essere in prestito. Appartiene all’archivio riservato ai duchi. Questi codici non escono da qui se non in mano a Francesco Sua Grazia. E non risulta che Sua Grazia l’abbia chiesto.”
“Era fra le carte del mio defunto signore, mi è sembrato prezioso. Ho ritenuto fosse giusto restituirlo.”
“Prezioso! – schiumò il bibliotecario – È inestimabile, barbaro! La prima stesura del poema ariostesco; stanze inedite, forse compromettenti. Guai a voi se ha riportato danni!”
Trascinandosi a riporre il codice al proprio posto, il vecchio scomparve nella selva di scaffali. Continuava a parlare a voce alta, fra sé; recitava – a esorcismo d’ignoranza e disgrazia, che avevano rischiato di perdere quel tesoro – un salmo di nozioni sull’Orlando Furioso. Chrétien lo udì biascicare a proposito di segreti. Volle andarsene senza prendere congedo, ma l’erudito gli tese un’imboscata da un altro corridoio di quel dedalo di libri:
“Non so com’è andata questa faccenda, signore. Il codice è uscito a nostra insaputa, non autorizzato. È illecito. Avete avuto il buon senso di riportarlo: la cosa finisce qui. Ditelo, ai vostri padroni.”

Era già la mezzanotte, non riusciva ad addormentarsi. I passi di un soldato in corridoio, l’ansia per l’incarico di rimpatriare la salma, i rintocchi di un orologio, il rimorso per il furto della pagina, gli stringevano il cuore in un laccio di angosce.
Chrétien uscì in camicia, salì in biblioteca. Forse una lettura gli avrebbe reso il sonno; chissà che ritrovare quelle stanze di Orlando, dove la vita del suo padrone si era interrotta, non gli avrebbe pacificato i pensieri. Moschettieri assonnati ai loro posti si scotevano al viavai del valletto, riconosciuto lo lasciavano passare.
Dalla fornita collezione dell’ambasciata Chrétien scelse un Ariosto in edizione pregiata, la aprì sul tavolo alle fatali ottave:

Non è finto il destrier, ma naturale,
ch’una giumenta generò d’un grifo:
simile al padre avea la piuma e l’ale,
li piedi anteriori, il capo e il grifo;
in tutte l’altre membra parea quale
era la madre, e chiamasi ippogrifo;
che nei monti Rifei vengon, ma rari,
molto di là dagli aghiacciati mari.

Quivi per forza lo tirò d’incanto;
e poi che l’ebbe, ad altro non attese,
e con studio e fatica operò tanto,
ch’a sella e briglia il cavalcò in un mese:
così ch’in terra e in aria e in ogni canto
lo facea volteggiar senza contese.
Non finzion d’incanto, come il resto,
ma vero e natural si vedea questo.

Spiegò il foglio insanguinato nell’alone di un candelabro: i versi differivano. Mancava quella stanza di mezzo che alludeva ad alchimie.
Gli tornò in mente il raglio del bibliotecario: ottave omesse, compromettenti; segreti.

4.
I facchini issavano il feretro sulla carrozza, tre dragoni cingevano le sciabole, caricavano le carabine. Chrétien allacciava più strette le fibbie della cartella con i documenti.
Bonsi prese il valletto sottobraccio, si appartarono nel colonnato dell’atrio. Il console parlava a bassa voce, saettava sguardi infidi agli inservienti stranieri:
“Sua Maestà sarà molto occupata dal varo dell’uranonave. L’impresa otterrà alla Francia il dominio dei cieli, ne comprendete l’importanza. Dite alla famiglia di non spiacersi se il Re non sarà ai funerali.”
“Non è il primo Grand Vol.”
“Ma questo è militare. E gli Este affermano, unica potenza in Europa, di avere mezzi per ascendere. Contenderci il cielo. Perché altrimenti mantenere un’ambasciata in questo inutile pidocchioso ducato? La Sablière aveva soprattutto l’incarico di vigilare. A Versailles il varo è prossimo e qui, italiani sbruffoni, non v’è l’ombra di vascello celeste. Il nostro amico tuttavia è stato ucciso.”
Il vetturino salì a cassetta con un dragone, gli altri in sella precedevano il convoglio. Chrétien entrò in carrozza: in cabina si soffocava quel ventuno di giugno, si sporse a respirare.
Bonsi lo ricacciò all’interno, chiuse il finestrino colla tenda di velluto.

Intermezzo (1655)

Nei prati prospicienti il castello di Bergerac raccoglievano ciò che restava di Savinien Cyrano.
Gli Svizzeri presidiavano gli accessi alla tenuta, ai beccamorti era affidato lo spiacevole compito. Il corpo vigoroso del fu filosofo, spadaccino e poeta ridotto a viscere trattenute da un giustacuore, le ossa sbriciolate dall’impatto col suolo. Da un pino pendevano grandi vele lacere, nello scafo schiantato di una gondola c’erano schegge di un’ampolla di cristallo, tutto era salmastro e rorido. Il fetore degli organi spappolati non copriva quel profumo di viole.
“Recuperate il relitto.” – ordinavano gli scienziati di Versailles affacciati alla finestra dello studio del defunto. Avevano già requisito le carte: diari di viaggio fino agli imperi della Luna, del Sole; il disegno soprattutto del mezzo per ascendervi, la formula del composto necessario ad alimentarlo.
“Se le anime beate percorrono i cieli – annotava Cyrano – se un poeta italiano l’ha fatto da vivo, se del medesimo vi è riuscito Pulcinella napoletano, non potrebbero navigarvi vascelli?”
Ieri notte salpava al cielo di Marte: stavolta, testimoniava quel disastro in giardino, gli era andata fatalmente male. L’uranonave andava perfezionata, Re Luigi protesse il progetto: nei cantieri di Francia, quattordici anni dopo, si armava la prima Armée Céleste.

5.
Il convoglio fece sosta a Tre Olmi. I soldati e il vetturino smontarono, per sciacquarsi la gola a una mescita di strada. Un ponte poco in là scavalcava il Secchia, oltre si scorgevano le casupole di Forno; la strada proseguiva nello scuro di una pineta.
Chrétien preferì non scendere dalla carrozza: un dragone lo additò a una ragazza della locanda, quella si affrettò colla caraffa del Lambrusco. Non bevve: restava a scrutare, di là dallo scavalco, le frasche troppo inquiete lungo i margini della pista. La campagna friniva di grilli, di cicale, il paesaggio era offuscato dalla calura.
I soldati e il postiglione si versarono un secondo, un terzo, un quarto bicchiere; tornarono intorpiditi in sella e a cassetta. Ripartirono al trotto, ora la carrozza superava il fiume. Chrétien udì dietro di loro l’eco di troppi zoccoli per i cavalli che conducevano: allo spioncino vide il ponte alle spalle interdetto da una pattuglia di armati.
Dal bosco uscì al galoppo un’altra squadra di cavalieri, sfoderarono le pistole. Si affiancarono ai dragoni prima che questi potessero sguainare, spararono: i soldati stramazzarono colle tempie distrutte. Un’altra salva fischiò addosso alla carrozza, uccise il conducente; quello rovesciò il dragone che puntava il fucile, a terra uno zoccolo gli spaccò la fronte. Chrétien, nella vettura fuori controllo che piegava verso un argine del fiume, calciò il portello e saltò.
Gli aggressori all’altro lato del ponte spronarono a catturare il convoglio, scavalcarono i cadaveri, si affiancarono alla carrozza a trattenere i cavalli. Frenarono la corsa sull’altra riva del Secchia.
Chrétien rotolò per la riva fangosa, annaspò nelle acque basse e limacciose, riuscì a trascinarsi sotto la schiena del ponte e restò chino fra gramigna e canne.
“Ammazzate anche quello che s’è buttato a fiume.”
Due uomini smontarono, ricaricarono le pistole. Scesero l’argine fino al ginocchio nell’acqua. Scrutarono le rive in direzione della corrente, adocchiarono fra le erbacce sotto l’ombra dello scavalco: sulle pietre scivolose non proseguirono oltre.
“Torniamo – s’intesero a spallucce – non c’è, sarà annegato.”
Gli armati si raccolsero alla carrozza rapita. Chrétien restava a osservare nascosto, pronto a sopportare lo scempio della salma dell’amato padrone. Ma i banditi non toccarono la bara: frugarono nei bauli e nelle scatole, però non arraffarono le ricchezze e i corredi. Si accanirono sulle cartelle di documenti, lì c’erano carte inutili: l’essenziale l’aveva lui a tracolla nella borsa inzaccherata e fradicia.
Chrétien pregò che la cerata avesse preservato i documenti dall’acqua: scoprì che il salto l’aveva disfatta. Il diario diplomatico di La Sablière e quella pagina d’Ariosto rubata si scioglievano in inchiostro e poltiglia.
“Qui non c’è niente.” – si spiacevano i banditi.
“Sua Grazia aveva detto potrebbe esserci.”
“Il lavoro s’è fatto: a riscuotere, compagni.”
Scomparvero nel bosco.
Chrétien restò acquattato fra gli sterpi finché l’eco degli zoccoli si spense lontano. Cauto risalì l’argine, tornò alla carrozza, raccattò il necessario, montò. Sul ciglio della strada, le redini fra le mani che ancora tremavano, doveva decidere se proseguire per Parigi o rientrare scornato all’ambasciata a Modena.
Un colpo d’archibugio dal palazzo ducale – aveva sospettato l’ufficiale dei moschettieri; ora l’indiscrezione di quel sicario – Sua Grazia. Francesco d’Este.
Spronò per la Francia.

6.
Evitò gli abitati, le stazioni di posta.
La fatica e un raffreddore cattivo, ché aveva viaggiato con i vestiti fradici, lo costrinsero al fresco imbrunire a lasciare le briglie e cercare ricovero. Prossime splendevano le mura di Parma: preferì quella cascina in una macchia di querce.
Le finestre al pianterreno sfavillavano di focolari, di sopra lumi fiochi dietro scuri socchiusi facevano sperare in confortevoli stanze. Più da vicino, nel porpora del vespro, Chrétien scorgeva un tetto piatto tutto irto di antenne cardinali, sfiati, fumaioli, un tubo brandeggiabile puntato contro il cielo. La stalla era grande la metà dell’edificio, il fienile stipato di covoni marci.
Chrétien si fermò fuori il patio, percorse a piedi un trascurato vialetto, bussò a un portone cernierato di ferro molto insolito per quel genere di abitazione. Gli aprì un solenne vecchio, in abiti sontuosi, coperti tuttavia da un sudicio zinale; le dita ingioiellate, le unghie annerite.
“Viaggio da Modena alla Savoia – restò vago il valletto – Chiedo albergo per questa notte.”
L’anziano lo accompagnò per un vestibolo spoglio: lo attraversavano altri vecchi del pari, di fretta, colle facce rabbuiate; giovani magnifici in abito da fatica il cui aspetto persuadeva Chrétien che non fossero di comune lignaggio. Andavano con premura. Non scorgeva né domestici né donne.
Dov’era capitato? Una congrega di eretici, una comune di religiosi? Oppure ricordava le novelle del Boccaccio; prima ancora quel piacere italiano dell’imitatio perversa dei fasti dei Latini. Esistevano davvero certi illeciti cenacoli?
Nell’atrio si aprivano molte porte che subito rinserravano con stridii metallici: benché gli usci apparissero grezzi facevano sospettare chiavistelli complessi. Veniva da spiragli di altre stanze un sentore di minerali e di spezie.
Salirono di un piano a un corridoio di alloggi. Il vecchio offrì a Chrétien una camera, gli intimò di sedere, non muoversi, lo lasciò; tornò l’attimo dopo con una cena frugale. Il valletto sciolse la scarsella, l’altro mite gli fermò la mano:
“Datemi piuttosto parola di gentiluomo che stanotte non uscirete dalla stanza; che domani ve ne andrete appena sveglio. Mi rincresce, sono le regole della casa.”
“Posso ricoverare la carrozza e i cavalli? Li ho lasciati in cortile.”
“La stalla è inagibile. Staranno bene dove sono.”
“Ho bagaglio prezioso.”
“È al sicuro, credete.”

7.
Chrétien fu svegliato da un ruggito.
Seduto nell’oscurità sul letto riascoltò quel richiamo, veniva dalle stalle. Non ne aveva mai udito l’eguale: un grido di rapace, anzi un nitrito; era entrambi ma nessuno di quei versi. Certo era il furore di una bestia poderosa: ché pure con l’uscio chiuso, gli scuri abbassati, tuonava per i piani e corridoi del casale.
Il ruggito si ripeté; suonavano schianti, graffi, raspare e un frullo d’ali: Chrétien udì un tirare di catenacci, una fuga per casa, cozzo d’armi, trascinare gomene, grida soffocate di spavento e comando.
Si sporse al davanzale: non riusciva a distinguere, nella fitta oscurità, che il tegolato sporgente del serraglio degli animali.
Allacciò la giubba umida, restò scalzo per non fare rumore. Esitò ad aprire la porta e affacciarsi sul corridoio: lo tratteneva la parola d’onore. L’assassinio di La Sablière, il mistero di un manoscritto, l’avvertimento del console, l’agguato del mattino, un sicario che alludeva a un mandato del Duca, il ruggito soprannaturale nel buio, gli affrancarono la coscienza da quel voto cortese.
Scese nel vestibolo schiarito da fiaccole, si appiattì nell’ombra di una colonna. Squadre di quei giovani formidabili, protetti da armature bizzarre, correvano per l’atrio da una porta all’altra. Chrétien sbalordì di quelle loro corazze: ne aveva viste in certe tele antiche, erano quelle di cavalieri del Cinquecento, di paladini da chanson de geste; ma becchi, cannule e alambicchi erano aggiunti agli spallacci e all’elmo, incastonati nei pettorali. Di là dalle soglie spalancate in quel viavai il valletto vide ardere fornaci, spingere sui mantici, scorse gli anziani pestare nei mortai.
Sbalzate sulle armature, e issate alle pareti di quegli antri, riconobbe le insegne della Casa d’Este.
Qual era lo scopo di quegli strani scafandri, cosa bruciava in quei forni inesausti? Che abominio nascondevano le stalle? I Duchi di Modena praticavano la stregoneria?
Chrétien attese che il vestibolo tornasse silenzioso, deserto, le porte richiuse. Ormai lo spaventoso ruggito era ridotto a un sonoro ronfare, nel serraglio si era spento il tafferuglio.
Continuò a esplorare. Si fermò ad accostare l’orecchio alle ante dei laboratori: di là, nel bollire dei pentolini, il distillare di liquidi, colse uno scambio fra due voci senili:
“La bestia sarà domata per il venti luglio? conoscete le condizioni:

…e poi che con Astolfo rassettossi,
e prese il freno, inverso il ciel li punse.
Ruotando il carro, per l’aria levossi,
e tosto in mezzo il fuoco eterno giunse;
che ‘l vecchio fe’ miracolosamente,
che, mentre lo passar, non era ardente.

Tutta la sfera varcano del fuoco,
ed indi vanno al regno de la Luna.
Veggon per la più parte esser quel loco
come un acciar che non ha macchia alcuna;
e lo trovano uguale, o minor poco
di ciò ch’in questo globo si raguna,
in questo ultimo globo de la terra,
mettendo il mar che la circonda e serra.

I calcoli confermano che dovrà essere per quel giorno: minore l’intensità dell’anello di fuoco, ché il carro e l’equipaggio riescano a sopportarlo, più vicino l’astro.”
“Il seme di palafreno coltivato nell’atanor ha reagito meglio di quello di corsiero; lo sposalizio col seme di gheppio è stabile. Correggere nella crescita le imperfezioni dell’animalunculus, sciogliendo e riallacciando i nodi del nastro della sua natura, ne ha fatto un esemplare più docile rispetto a quelli nati dagli incroci. Stasera siamo riusciti a imporgli il giogo.”
“Un paladino ha perso una mano per fargli mordere il freno.”
A un colpo di battaglio al portone principale Chrétien si ritirò nell’oscurità. Gli stregoni o scienziati che fossero, allertata una guardia di cavalieri, accolsero nell’atrio un figuro in tabarro: quando si tolse il cappellaccio e la cappa, il valletto riconobbe uno dei suoi truci aggressori.
“Eccellenze – tagliò corto il sicario – là fuori c’è la carrozza dei francesi: uno forse è scampato all’agguato. Ho fatto rapporto, mi hanno chiesto di accertarmene. Tornato troppo tardi all’imboscata, la vettura non c’era più; l’ho inseguita con i miei uomini per tutto il giorno, la trovo qui. Date asilo a un nemico?”
“Sul suo onore è confinato in una stanza.”
“Permette che porti a termine il lavoro affidatomi da Sua Grazia.”
L’assassino snudò una daga, si mosse per salire alle camere. A un cenno fu trattenuto da un paladino.
“È un valletto, svolge un compito pio, con sé ha poco altro che gli abiti che indossa. Sono convinto che non sappia nulla. A malapena aveva intuito qualcosa quel La Sablière, figuriamoci lui. Ci siamo spinti già troppo oltre con i francesi. Il Duca pazienti un altro mese: lo scopo è raggiunto.”
“Eccellenze, devo obbedirvi. Renderete conto voi a Sua Grazia?”
Uno dei vecchi chiuse una moneta nel pugno del sicario, quello s’inchinò con un volteggio di cappello.
I cavalieri lo accompagnarono alla porta. Uno restò sull’uscio aperto a sincerarsi che andandosene non toccasse la carrozza, attese che svanisse nella notte.
“A ogni buon conto – ordinarono gli anziani – fate un giro d’ispezione nell’ala degli ospiti.”
Chrétien volò fra le coperte. Quando la ronda vestita di ferro si fermò sulla sua soglia finse di russare, di agitarsi nel sonno: quelli non entrarono, restavano là. Il valletto si sforzava di rimanere sveglio: attendeva se ne andassero, di tornare alle indagini.
Dovette cedere alla stanchezza.

All’alba era in piedi.
Sciacquata a un bacile la notte dal viso, vestito e calzato, scese nell’atrio che gli apparve deserto. Tentò la maniglia di una porta di laboratorio, si accorse che da un uscio socchiuso uno degli anziani lo fissava in silenzio. Da quegli occhi arrossati, quello sguardo ostile, Chrétien ebbe la paurosa certezza di essere stato sorvegliato tutta intera la notte. Ora gli imponevano di onorare il suo impegno.
Uscì.
Trovò le bestie nutrite e strigliate, la carrozza riparata dai danni riportati nell’assalto e il logorio del viaggio. A cassetta c’era un abito pulito, una gerla di viveri. Una cerata copriva il feretro di La Sablière, corde nuove trattenevano le valigie: il bagaglio era più in ordine di quand’era partito. Un giovane teneva i cavalli, gli s’offrì come guida: lo avrebbe accompagnato alla frontiera col Ducato di Milano.
Di lì a valicare le Alpi, e attraversare la Francia per quattro faticose settimane, non ebbe altre avventure.
La notte del diciannove luglio, spossato dal viaggio, volle lo stesso partecipare con la famiglia Sablière a una veglia di preghiera sulla salma restituita.

8.
In piedi di qua dal recinto, fra una folla di borghesi attoniti venuti da Parigi per assistere al varo, Chrétien contemplava a bocca aperta l’uranonave da guerra.
Vascelli di linea per il volo celeste, prototipi, cargo, gondole private, cocche ascensionali per il piacere dei nobili, piccole e miserabili al confronto, erano ormeggiate sulle piste circostanti. Sui pennoni garriva il Giglio d’Oro, la grande cupola della camera di rugiada sovrastava lo scafo di maiolica immacolata, irto di cannoni scolpiti a fauci d’orche. A poppa, a dritto di prora, sul boma e bompresso, si spiegavano candide controrande e rande, trinchettine, gran fiocchi, controfiocchi e fiocchi. Ufficiali in pelliccia con grembiuli di cuoio, per proteggersi dal gelo e dal fuoco delle altezze, s’inchinavano al Re dalle curve balaustre. L’equipaggio restava sull’attenti.
Luigi XIV, per l’occasione in uniforme azzurra da Amiral de la Flotte, scopriva la targa d’oro sulla fiancata che eternava il nome di Cyrano de Bergerac, pioniere ascensionale a maggior gloria di Francia:
“Noi battezziamo questa potenza celeste – proclamava il sovrano – in memoria di quell’ardito francese che incominciò legandosi al corpo ampolle di rugiada, si fracassò lanciandosi da una rupe con ali a molla e razzi alle caviglie. Egli oggi dall’empireo degli eroi ci guarda commosso, orgoglioso di questo vascello invincibile che otterrà alla corona la gemma dei cieli.”
La folla applaudì; i Petits Violons del signore compositore di corte Jean Baptiste Lully intonarono la Marche des Combattants.
A un ordine del comandante della nave da terra mollarono gli ormeggi, a bordo i marinai ammainarono i teli che coprivano la camera di rugiada. Il sole scintillò sulla cupola, il distillato di sale marino all’interno reagì alla temperatura. Quando la camera fu satura di vapori, e le vele gonfie di vento, l’uranonave si staccò dal suolo.
La folla correva dietro all’ombra che rapida rimpiccioliva sul prato di Versailles; Chrétien guardò svanire il vascello nelle cerule profondità del cielo: luminoso per ancora un istante, poi un punto nero, infine invisibile. Il Re, con un codazzo di astronomi, salì su un palco attrezzato di telescopi.
Luigi XIV, gli scienziati, i ministri e i grandseigneurs scrutavano nelle lenti quella corsa alla Luna. A un tratto i cortigiani impallidirono, gemettero; increduli disperati si afferravano ai cannocchiali, regolavano la messa a fuoco.
Re Sole strabuzzava gli occhi.

Epilogo (20 luglio 1669)

Gli ufficiali ordinarono l’equipaggio ai cannoni, ma gli uomini impietrirono ai loro posti. Dalla penisola italiana, nitida sotto a loro nel verde Mediterraneo, quel giorno tutto sgombro di nubi, saliva un carro trainato da un ippogrifo.
La creatura sfiorò l’uranonave, che al colpo d’ala oscillò. Quando il cocchio celeste passò accanto al cassero francese il capitano della “Cyrano” vide la sua controparte: un cavaliere rinascimentale, con una coppa di liquori chimici che gli bolliva sull’elmo e cannucce sull’usbergo che spargevano essenze. Quei fumi lo proteggevano dalle vampe empiree, ammansivano l’ippogrifo.
Sul carro, sulla barda del mostro, campeggiavano le insegne degli Este di Modena.
L’ippogrifo superò l’uranonave, atterrò sulla Luna; il paladino scese trionfante la scaletta del carro, calcò il suolo grigio:
“È questo per un uomo un picciol passo – intonò in melodioso italiano – ma un balzo erculeo per l’umana stirpe!”

__________
Alessandro Forlani
Sedicente scrittore, nato negli anni ’70 del XVII secolo, si è reincarnato nel XIX e XX. Nerd, roleplayer e alchimista, ciò ne fa immancabilmente un autore di racconti fantastici. Di giorno si impaluda da docente universitario e chiacchiera di multimedia; di notte, che dovrebbe fare l’artista, piuttosto va al cinema, legge fumetti, gioca a soldatini, ascolta musica barocca e poi va a dormire: perché crede che sia più sano scrivere così.
Il Grande Avvilente

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(marco manicardi)
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