Piattaforma Radetzki

di Andrea Vigani “chamberlain”

Caro Barabba,
il mio nome è Giovanni Bastiani, e quando riceverai questa lettera mancheranno esattamente centodieci anni e sessantacinque giorni alla data in cui sarò ingiustamente confinato su questa interminabile distesa di antracite e silicio che qualcuno chiama – con un certo senso dell’ironia, che solo in seguito al mio racconto potrai pienamente comprendere – Piattaforma Radetzki.
Ti scrivo grazie a un sistema di comunicazione che imparerete a conoscere molto presto – i barsumiani lo utilizzeranno nel corso della prima colonizzazione della Terra – e che siamo riusciti ad attivare con enormi difficoltà anche all’interno di questa colonia penale.
Sono ciò che viene definito un impalato. Siamo almeno dodicimila, qui. Per la maggior parte schiavi, terrestri che hanno partecipato alla costruzione della colonia su Marte, imprigionati dopo la seconda guerra marziana. Il resto di noi è una pletora di ladri, assassini, oppositori del regime, e uomini liberi come me: infiltrati spazio-temporali inviati dalla Terra e arrestati dalle forze di sicurezza dell’impero.
La mia data di provenienza è il 1865, e ho compiuto diverse missioni anche nel vostro secolo. Il nostro compito è raccogliere informazioni che possano essere utilizzate per influenzare i comportamenti e le decisioni, senza interventi diretti, e mutare così il corso di alcuni eventi cruciali. Come certamente saprai non ci è consentito interferire con ciò che osserviamo, e ogni viaggio nel tempo cancella qualunque traccia dei precedenti accessi. Qualunque azione, dunque, sarebbe futile e superflua.
La piattaforma Radetzki si trova su Deimos, l’unico satellite di Marte sopravvissuto a uno scellerato tentativo di trasformare Fobos in un piccolo sole.
Su questo desolato pezzo di roccia i barsumiani hanno costruito una struttura che si estende per oltre cinquanta chilometri quadrati, e che mi è difficile definire. Se dovessi usare un riferimento terrestre potrei chiamarla carcere, ma il concetto di carcere – o quello di rieducazione – sono sconosciuti a questa popolazione, quindi credo sia più corretto parlare di una piattaforma di raccolta. La Radetzki è un deposito di forza lavoro, una colossale spianata metallica, liscia e scura, di cui non è dato vedere la fine, che si distende come una gigantesca porta d’acciaio sul versante marziano del satellite, dove vengono raccolti gli esseri viventi ritenuti superflui o dannosi.
L’atmosfera di Deimos è stata costruita artificialmente e saturata di ossigeno. Il processo di ossigenazione è reso possibile da una reazione chimica generata da alcune piante che liberano nell’atmosfera ioni d’acqua. Il contatto degli ioni con le particelle volatili di silicio conferisce al cielo un colorito violaceo. La temperatura sul pianeta è mantenuta costante a ventisette gradi centigradi. È come se vivessimo imprigionati in una perenne aurora boreale.
La superficie di raccolta è liscia – ma lo è in un modo innaturale, che in questo momento non sono in grado di spiegare – e suddivisa in piccole griglie di forma regolare, delle dimensioni di circa un metro quadrato ciascuna. All’interno di ogni metro quadrato viene depositato un prigioniero, che è costretto in quello spazio per tutta la durata della sua inattività.
Veniamo mantenuti artificialmente in posizione eretta, mediante l’iniezione di una sostanza chimica sconosciuta che ha l’effetto di calcificare temporaneamente le articolazioni delle gambe e di anestetizzare muscoli e terminazioni nervose, mantenendone il tono per sostenere il nostro peso.
L’alternanza tra il giorno e la notte è stata cancellata, e l’alterazione del ciclo veglia-sonno, e di tutti i ritmi circadiani, provoca in molti prigionieri un’enorme sofferenza. Per questa ragione ci viene somministrata una pastiglia di colore rosso, chiamata “riformattatore”.
Il riformattatore contiene un principio attivo che consente di cancellare completamente il contenuto della memoria accumulata dall’ultima somministrazione. Abbiamo rilevato come l’assunzione costante e prolungata di queste pillole provochi il deterioramento progressivo dell’ippocampo e dell’amigdala, e la conseguente dissoluzione della capacità di immagazzinare ricordi.
Viviamo con una memoria a brevissimo termine, che ci condanna a una disumana consapevolezza – ogni volta come fosse la prima – della nostra cattività, ma ci priva di qualsiasi ricordo sedimentato, o di qualsiasi proiezione del pensiero nel futuro.
Non potendo più contare sul mio cervello, ormai spoglio, la traccia di tutto quanto ti sto raccontando – e che spero di avere fedelmente trascritto – è memorizzata sulla tavola al plutonio di una delle guardie della Piattaforma. Non mi è consentito di rivelarti il suo nome. Si tratta di un infiltrato spazio-temporale che ha annotato ogni evento legato alla mia detenzione e tutti i dati tecnici della Radetzki.
Agli impalati è consentito allontanarsi dal proprio punto di raccolta per partecipare alle attività di manutenzione della colonia. Nel corso di uno di questi movimenti sono stato nascosto all’interno di un piccolo magazzino incastonato sotto la superficie del satellite, da cui ti sto scrivendo.
Non appena avrò terminato questa lettera dimenticherò buona parte del suo contenuto a causa dei danni provocati dalla riformattazione, e tu diventerai l’unico depositario di questa conoscenza. Ciò che resterà, diluito tra i gangli delle terminazioni nervose e delle mie sinapsi, verrà spazzato via dalla prossima pillola, come sabbia da una secchiata d’acqua.
Il direttore della colonia penale è un uomo possente e sgradevole, il suo nome è Tarkas. È un terrestre, discendente diretto dei primi colonizzatori. Il frutto della sua perversione è la ragione per cui la Piattaforma porta questo nome.
Il colonnello Tarkas – o almeno questo è il grado che ricopre nell’esercito – ha una passione morbosa per la musica del compositore Johann Strauss, di cui non so se abbiate mantenuto memoria. Così, per suo godimento personale, e per un singolare quanto perverso concetto di punizione, sono stati disposti enormi altoparlanti ai margini della piattaforma da cui viene trasmesso a ripetizione un raro pezzo di musica, conosciuto come “marcia di Radetzki”.
Gli impalati sono costretti dalle guardie a battere le mani al ritmo di quella odiosa e ripugnante marcetta, per una cerimonia che si ripete ossessivamente, con cadenza costante, e senza interruzione. Le conseguenze di questa crudeltà insensata, oltre che la perdita del senno, sono dolorose e putrescenti piaghe sulle mani, aggravate dalla costrizione a cui sono sottoposti i prigionieri, che per centinaia di volte al giorno devono ripetere quella sequenza. La musica viene alzata in modo intollerabile per coprire le grida. Nei casi più gravi le ferite vengono cosparse di un acido che le cauterizza, intaccando però carni e ossa, che finiscono per sciogliersi. Quando non è più possibile salvarle, le mani vengono amputate.
Il nostro destino è quello di restare qui, per sempre, a consumarci senza alcuna cognizione del tempo che passa, intrappolati in un’eternità ricorrente. L’unica memoria che incomprensibilmente sfugge alla riformattazione è quella del dolore. La nostra intera esistenza è un inesauribile ricordo del dolore.
Il tempo a mia disposizione sta per scadere. Le informazioni che ti ho fornito saranno di vitale importanza per la vostra sopravvivenza durante la prima invasione barsumiana. Molte delle circostanze riferite potranno sembrarti futili giochi di parole, ma verrà un uomo a cercarti, anche lui un infiltrato. Il suo nome è Herbert.
L’uomo sarà in possesso dei codici necessari per decifrare questo messaggio.
Non so come, quando, e con che sembianze egli si manifesterà, ma ti prego di fidarti di lui, e di credere a tutto quanto egli ti racconterà.
Si tratta di informazioni della massima importanza per la salvezza della tua specie.
Per quanto riguarda la tua situazione, e quella dei tuoi amici, non posso che augurarvi buona fortuna. Spero con tutto il mio cuore che possiate sopravvivere.
Ora devo lasciarti. Li sento scendere lungo le scale. Maledetti. Mi hanno scoperto.

__________
Andrea Vigani “chamberlain”
la versione di chamberlain

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(marco manicardi)
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