Oltre le colline

di Jessica Carrieri “Iskah”

È la mia prima missione. La manovra non è difficile ma atterro a velocità troppo elevata e l’impatto mi destabilizza. Spengo i motori. Intorno è buio, non c’è alcun rumore. Ho scelto io questa destinazione, mi ha sempre incuriosito questo posto. L’ultima ricognizione risaliva a poco prima dell’esplosione. Volevo essere io il primo a ritornarci da allora e per questo mi sono preparato bene. Ho studiato, osservato, immaginato l’incontro con loro. Chiuso nell’abitacolo attendo che la luce schiarisca i contorni di questa landa sulla quale ho fantasticato tante volte.
Chiudo gli occhi e in un attimo è giorno. Cerco di abituarmi alla luce, fra un poco camminerò verso quelle colline che ora si stagliano rossastre illuminate dal sole. Incontrerò qualcuno di loro? Mi chiedo mentre comincio a scendere dal mio mezzo. Devo stare attento, i livelli di contaminazione sono elevati, le radiazioni che rileva il mio apparecchio sono di vario genere e pericolose.
Procedo in affanno sul territorio, sospinto da un alito di speranza quasi disperata alla ricerca di un segnale che smentisca quello che da subito mi appare chiaro.
La terra che calpesto è irritata, plissettata, spoglia, solo a tratti si intravede qualcosa di simile a dei cespugli. Il sole è caldissimo anche se non sembra molto vicino. Sotto i miei passi le pietre si sgretolano e le chiazze di sterpaglie si frantumano al mio passaggio.
Comincio a provare una strana sensazione di mollezza e abbandono. Forse paura. E se li incontrassi e mi inseguissero? Loro sono bravi camminatori, io ho appena la forza di spostarmi e sono stanco, ho battuto il territorio in lungo e in largo. Ma è una paura che ha il sapore di un desiderio perché intorno non c’è nessuno, solo roccia nuda e polvere.
Mi fermo in cima a un altopiano da dove domino con lo sguardo un paesaggio arso e deserto. Cerco di recuperare le forze rimanendo disteso al suolo. Forse stando immobile l’ignoto mi sorprenderà e accadrà qualcosa di inaspettato che non sia questa attesa silenziosa e ovattata. L’atmosfera si fa più densa e la mia smania cresce di ora in ora. Decido di fare qualcosa.
Con un bastone scavo nel terreno in un punto che mi sembra meno friabile. Vado a fondo con accanimento e tocco in profondità la terra in quella buca scavata con lucido sconforto. Ho l’impressione che lì sia più fresca. Se c’è ancora dell’acqua tutto può essere ancora possibile, mento a me stesso.
Il sole si abbassa di nuovo. Ho camminato tanto e non vedo più il mezzo col quale sono atterrato. Lo cercherò domani. Mi addormento sull’altopiano.
Una nuova alba. Le colline sono di nuovo rosse di sole. Decido di incamminarmi e oltrepassarle. Per la prima volta il paesaggio si mostra insolitamente diverso. Una vallata avvolta in una nebbia fitta e scura si presenta ai miei piedi. Comincio a discendere verso quel vapore denso. Mi ritrovo a camminare tra piccoli crateri infossati e spianati. Sono uno accanto all’altro a distanza di pochi metri. Carponi, cerco di guardare da vicino e mi accorgo che somigliano a tane di animali. Uno strato di terra ricopre una superficie dura e liscia al tatto. Scosto la polvere e mi avvicino a quello che appare come un vetro opaco. Ed eccoli lì, chiusi in botole di metallo nel terreno che prendono la luce dall’oblò di vetro.
Osservo di nascosto e intuisco i movimenti sotto i miei piedi, sotto la terra. Li vedo, hanno teste molto grandi, visi biancastri, occhi spenti e annacquati, tubi appesi alla gola dai quali si nutrono, braccia penzolanti. Si muovono come formiche nel sottosuolo, frettolosi, caotici, senza alcuna logica. Si accalcano, si scontrano, si fermano e poi riprendono ad agitarsi, quasi ad accennare una fuga che mai avverrà.
Vorrei scappare via velocemente, ma sono incapace di muovermi. Inorridito ripenso a tutto quello che sapevo su queste creature, alla loro intelligenza, al loro linguaggio, alla loro evoluzione e mi rendo conto che non esiste più niente di questa civiltà. L’esplosione nucleare ha cancellato ogni speranza di sopravvivenza. Quella che ho di fronte è l’ultima scena prima del buio totale.
Trovo la forza di alzarmi e muovermi verso la collina per la quale sono arrivato. Cammino senza sosta trascinandomi con dolore. Quando rientro nell’abitacolo è quasi notte. Mi rifletto nella superficie chiara sopra i comandi di accensione. Le mie tre piccole teste si accasciano all’indietro mentre con le ultime forze imposto la rotta.
Lascio questo posto, la missione si conclude qui. Accendo i motori mentre le stelle pulsano con violenza.
Sto rientrando. Il pianeta H5Z2 non è recuperabile. Sbarro il nome dal nostro elenco di pianeti abitati. Quella che gli umani chiamano TERRA è un cumulo di colline arse, un posto prosciugato che imploderà trasformandosi in polvere e spandendosi per l’universo. Gli uomini non esisteranno in futuro, hanno scelto di non essere mai più.

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Jessica Carrieri “Iskah”
Pugliese trapiantata a Roma, ama le parole e il vino rosso. Scrive anche per (r)esistere.
Lo sguardo di Iskah

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(marco manicardi)
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