Stralunato

di Paolo Zerbinati

Quando penso a questo futuro costante in cui vivo, penso sia un gran casino

Mia figlia è partita militare che io ero ancora giovane, se ne è andata che aveva vent’anni e io quaranta e io come lei una vita davanti.
Ho avuto altri figli, l’ultimo a novantacinque.
Quest’ultimo senza fecondazione artificiale, un po’ come nella bibbia, quest’ultimo l’ho avuto in una fecondazione per corrispondenza con una donna con cui ho condiviso un gioco di ruolo nei sogni, Analità seriale.

Quando mia figlia, e se dico mia figlia dico la mia prima figlia, che come la prima non c’è nessuna, è tornata dalle sue battaglie sinaptiche in giro per la galassia, che lei aveva ventitré anni e io centodue, in quel periodo vivevo, il mio cervello ovviamente, in una microsim in attesa di essere trasferito su un corpo di un donatore, qualche povero che fosse morto in qualche deserto vulcanico di questa arida terra, qualche povero di una delle baraccopoli che vanno dalla sponda di un mare a quella dell’altro, in fondo, dove le maree di sabbia e sale sono fuse dal vento coi corpi umani.

Mia figlia so che ha raccolto la mia microsim, mi ha raccolto, aveva guadagnato abbastanza e per un po’ mi ha fatto vivere non solo come programma, ma anche come ologramma e tutte le mattine mia figlia mi faceva svegliare dalla sua fidanzata con un pompino di luce e di energia e io, io ologramma, sentivo quell’immenso piacere e mi sarei voluto fondere con la galassia.

I me stesso morti, mi hanno detto che ci sono parecchi me stesso morti, fino a che non hanno trovato un corpo, restituito alla vita per me da un costoso intervento di nanochirurgia diffusa, di duplicazione di virus, di sostituzione continua della pelle e con questo nuovo corpo ho cominciato ad avere nuove sensazioni e non si sa come in questi casi, io, microcircuito, perdo quasi tutte le sensazioni dei corpi precedenti.

Una mattina questo mio corpo, non più ologramma, si è ritrovato a far l’amore con uno sconosciuto dal sesso enorme, storto, che cadeva giù e si riprendeva in continuazione.

Poi non so quali altri talenti ho dovuto sviluppare, corsi, nanoriprogrammazioni, per imparare nuovi lavori, ipercontrollo, telecontrollo, ogni pensiero già pensato, un giorno, per ogni mio pensiero che risultava già pensato, pensato e brevettato, ho cominciato a pagare un fio alla società AutoriEditori e mi son ritrovato sul lastrico senza più possibilità di acquistare l’energia necessaria, di produrre l’energia, di avere l’energia, e ora prima di morire, prima che la mia energia si dissolva e io con lei senza più ragione, sono su un’astronave col mio corpo che non so quanto possa durare, un’astronave che gira attorno al tempo in cerca di una nuova equazione che possa ricalcolare tutta la mia energia e ingannare, in modo che appaia legale, il subappaltatore dell’energia in queste dimensioni.

Se continua così di me non resterà che un puntolino su un foglio elettronico, un puntolino tra due bosoni che mi prendono in giro, un puntolino dormiente come tutto l’immenso apocalittico ipertotrifico teramiliardo al teramiliardo di esseri che sono vissuti e di non esseri che lo saranno, e finalmente, forse, resterò in pace nel mio unico punto privo di dimensioni, altroché nanotecnologia, pugnette.

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Paolo Zerbinati
Crede di aver mandato quattro pezzi agli amici di Barabba. Però non ne è sicuro. Se qualcuno li legge, o anche solo vuol provare a farlo, e poi ne vuol parlare con lui, può scrivergli a: paolo.zerbinati.46028 [at] gmail [punto] com. Se no, è lo stesso. Questa è  da intendersi un po’ come la sua biografia, come richiesto.

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(marco manicardi)
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