Pianeta al gusto di bubblegum

di Leonardo Tondelli “Leonardo”

(Pandora 5.0, 16.27 GMT)

La notte era uno sfondo indaco che si screziava, all’orizzonte, nei toni di porpora del crepuscolo. Phil prese conoscenza acquattato sotto un cespuglio di fiorifunghi. Percepì una sensazione tattile estremamente precisa, il fresco solletico di una lucertola di palude che gli camminava sul lungo avambraccio. Non la disturbò, il panico l’avrebbe resa fosforescente. Voleva guardarsi attorno senza fare troppo scompiglio, visualizzare l’ambiente senza esserne il protagonista, ma era possibile? Tra i fiorifunghi qualcosa si mise a vibrare; era un messaggio pubblicitario. Lo escluse con un movimento di palpebra istintivo. Era sovrappensiero. Aveva sognato a lungo di essere lì, e ora che era arrivato si sentiva a disagio. Tutto come previsto, tutto simile ai sogni e alle proiezioni, ma qualcosa non quadrava. Si rese conto che non stava respirando, come le prede quando si nascondono. Ed era sbagliato, profondamente sbagliato, quello era il posto nell’universo più sicuro per lui. Fece un grosso respiro, inalò l’aria tersa di un’alba su Pandora, corretta dall’umidità dei fiorifunghi…
Sapeva di bubblegum alla fragola.

***

(Matrixhan, 18.11 GMT)

“Fragola?”
“No Arthur, non ho detto fragola. Bubblegum alla fragola. È diverso”.
“Diverso quanto?”
Nascosto dietro ampi occhiali neri, Phil si permise di alzare gli occhi al soffitto. La trama dei finti pannelli antirumore mostrava pattern regolari. Era evidentemente un solo pannello copincollato miliardi di volte, un’ingenuità che nessun progettista virtuale si permetteva più da decenni. Ma erano appunto questi piccoli difetti a rendere delizioso quel bar, quel grattacielo, quella città. “Hai mai assaggiato una fragola?”
“Penso di sì. È una specie di grappolo d’uva in miniatura, se non sbaglio…”
“Quello è il lampone”.
“Il lampone, giusto”.
Phil si aggiustò gli occhiali, e per un attimo fece filtrare uno sguardo di disapprovazione, più netto di quanto avrebbe desiderato – del resto portava la fisiognomica di Keanu Reeves che indossava non gli lasciava molto margine per le sfumature. Ursula approfittò di quel secondo di silenzio per mettersi in mezzo.
“Ne abbiamo discusso centinaia di volte. Un conto è l’effettivo sapore originale di un frutto, un conto è l’informazione condivisa, socializzata, sul sapore del frutto stesso, che si basa molto più spesso sugli estratti chimici che venivano utilizzati nel secolo scorso. La fragola è un classico esempio: la maggior parte di noi conosce il gusto del gelato, ma non saprebbe ricollegarlo al sapore del frutto originale”.
“Ok, ok. Continuo a non capire qual è il problema. Se nessuno sa di cosa sanno veramente le fragole, per quale motivo ci intestardiamo a voler riprodurre un sapore che…”
Phil sbuffò. “Non stiamo parlando di questo. Non ha nessuna importanza di che sapore sappiano le fragole vere. Non ci sono fragole su Pandora, e se decidiamo di metterle comunque saranno diverse da quelle sul piano Zero. Le faremo a forma di lampone, o grosse tre quintali, o volanti, o sessuate, decideremo. Non ha la minima importanza. Il problema…”
“Stai sudando, Phil”.
“Non sto sudando”.

Ursula aveva ovviamente ragione, benché il sudore non esistesse, a Matrixhan – come tutti ormai chiamavano la realtà virtuale Matrix 2.0. Il prodotto, ispirato come tutti da una saga cinematografica del secolo precedente, non era mai andata oltre la seconda release, un epico flop commerciale, che aveva conosciuto un bizzarro successo postumo una dozzina d’anni più tardi. Gli utenti non ci andavano per parare le pallottole col kung fu, e si disinteressavano totalmente all’Eletto e a Mr Smith che ogni tanto saltabeccavano tra un grattacielo e l’altro, dandosele di santa ragione – a parte quei due fanatici, Matrixhan era un posto comodo e pulito, facile da raggiungere, fuori dalle mappe dei ragazzini e dei tamarri di ogni età: divenne un ritrovo fuori orario per ingegneri e programmatori. L’atmosfera raggelante era in qualche modo congeniale – di Realtà ce n’erano tante, ma questa era l’unica dove tutti potevano indossare la stessa faccia senza stonare in nessun modo con l’ambiente. Perfetto per quel tipo di professionista che non vuole perder tempo nelle library a cercare l’avatar più originale, meglio intonato con l’umore, con il meme del giorno, con l’oroscopo – fanculo, ti metti il tuo Keanu Reeves di ordinanza e in cinque secondi sei già in un attico affacciato sul vuoto, a bere ipoalcolici insapori. Col tempo la gente cominciò a fissarci colazioni di lavoro. Phil sapeva che qualche start-up stava ragionando sull’idea di piazzare gli uffici direttamente lì – un’idea ridicola, veramente da startupper, però riusciva a capirla. Anche lui raramente si sentiva così a suo agio come in un bar qualunque di quella città di grattacieli, così dichiaratamente finta. Nessuno lo aveva capito ai suoi tempi, ma Matrix 2.0 era un capolavoro. Non per la storia, non per il realismo dei dettagli (già scadente all’epoca, ma 25 anni dopo era semplicemente retrò). Era semplicemente un posto comodo. Ortogonale, liscio, modulare, rassicurante. Il contrario di Pandora.

“Io dico che sei un bagno di sudore. Perché non pausi un attimo e non vai su Zero a controllare il termostato? Ti cambi la flebo – scommetto che è vuota da ore – e già che ci sei ti fai una doccia”.
“Sto benissimo, grazie”.
“Da quand’è che non vai su Zero?”
“Ci sono passato stamattina”.
Mentiva. Forse c’era stato la mattina precedente, o quella prima. Alla flebo (e al catetere) provvedeva la cameriera nord-sudanese, la quale effettivamente aveva la tendenza a lasciare un po’ alto il termostato. Su Zero era estate.
“Per il resto il sopralluogo com’è andato?”
“Bene. I colori perfetti. Le lucertole un capolavoro”.
“Lo dici per corrompermi”.
“No, lo sai. Quando una cosa non mi piace, non faccio il diplomatico. Le lucertole mi sono piaciute”.
“Beh, grazie…”
“Ma con profumi e gusti siamo al punto di partenza. Abbiamo assunto cuochi e sommelier a sei stelle. Esperti di profumi. Milioni di dolleur, sei mesi di lavoro. E il risultato è che la frutta sa di bubblegum. È questo il problema. Non pretendo che sappia di frutta vera, ma almeno non di bubblegum”.
“Di cosa sa un bubblegum?”
“Mi prendi in giro?”
“No. Forse il problema sta qui. Come fai a identificarne il sapore? È semplicemente dolciastro? O c’è qualcos’altro?”
“Dolciastro, sì… e anche… volgare. Un gusto piatto, senza sfumature”.
Arthur annuì. “È lo spettro che è limitato. Ve lo sto dicendo da mesi. È inutile che paghiamo cuochi e nasi e compagnia bella, se poi a livello virtuale ci ritroviamo a lavorare con così pochi byte”.
“Pochi byte? Ci prendi in giro?”
“E dire che basterebbe aspettare Jup3, ancora sei mesi…”
“Tra sei mesi uscirà StarWars 7.0, ci asfalterà, e noi tre ci ritroveremo a cambiar cateteri in un dormitorio – Arthur, ma la vuoi piantare con questa lagna dei pochi byte? Per il gustorama vi abbiamo lasciato un milione di…”
“Un milione e 48.576. Evidentemente non sono abbastanza”.
“Ma vaffanculo, va’”.
“Prova a pensare a un affresco. La Cappella Sistina”.
“Ancora con questa storia? Non ha senso paragonare…”
“Ti dico: rifammi la Cappella Sistina con un milione e 48.576 colori digitali. Potresti pensare che non si veda la differenza con l’originale, eppure…”
“Non lo so, non mi frega nulla di questa o quella Cappella. Secondo me con un milione e sarcazzomila gusti primari dovreste essere in grado di riprodurre qualcosa di più sfumato di quel cazzo di bubblegum alla fragola”.
Ursula ritentò di inserirsi. “È anche un problema culturale”.
“Oddio ecco arriva l’antropologa”.
“Non ho detto antropologico. Ho detto culturale”.
“Scusa, non conosco la differenza”.
“Lo so bene”.
“Il mio cervello ha solo 8 bit per quel tipo di cose”.
“Non c’è bisogno che lo ribadisci. Sei mai stato a un ristorante di recente?”
“Su Zero?”
“Che domanda scema, Phil”.

I ristoranti erano una delle poche peculiarità che erano rimaste al Piano Zero, la realtà non virtuale. Non è che non ce ne fossero di suggestivi anche su StarWars6.0, su UltimateMarvel e persino in TerraDiMezzo III, per restare alle realtà virtuali di maggior successo – ma a differenza di bar, discoteche e bordelli, i ristoranti fuori dal Piano Zero erano ancora universalmente considerati finti. Già da decenni, ormai, la maggior parte delle esperienze sensoriali era perfettamente riproducibile nelle realtà virtuali. Le uniche sensazioni a resistere ostinatamente alla riproduzione virtuale erano quelle olfattivo-gustative. Al punto che dopo decenni di tentativi il gusto-odorama era stato definitivamente accantonato.
A risvegliare l’interesse degli investitori erano state le prime spedizioni estrattive su Giove, che avevano riportato dagli strati più bassi dell’atmosfera una notevole quantità di polvere di distrosio – un elemento raro sulla Terra, che dopo essere stato impiegato per qualche decennio nell’industria hi-tech era stato ormai dichiarato esaurito. In un settore ancora estremamente competitivo come l’ingegneria delle Realtà Virtuali, la possibilità di tornare a impiegare memorie fisse in leghe a base di distrosio poteva finalmente fare la differenza. Dopo un periodo di ristagno, il settore avrebbe fatto un enorme passo avanti, arrivando a livelli di verosimiglianza mai visti prima. Si trattava di aspettare il ritorno del primo vero cargo interplanetario, la Missione Jup3, col suo carico di distrosio. Pochi mesi. E poi nel giro di pochi giorni tutte le Realtà più frequentate sarebbero diventate all’improvviso vecchie, datate, insoddisfacenti, di fronte alle nuove versioni con memoria al distrosio. Si trattava di aspettare. Oppure di ingannare il pubblico.

La Lightstorm Entertainment aveva scelto la seconda opzione. Come compagnia indipendente, aveva poche possibilità di ottenere il distrosio ai prezzi vantaggiosi a cui lo avrebbero comprato le major. Pandora, il pianeta inventato da Cameron a inizio secolo, era stato competitivo per anni, ma difficilmente avrebbe retto il confronto con la nuova generazione di Realtà virtuali. L’unica era barare: e così agli ingegneri virtuali era stata commissionata una nuova versione di Pandora da mettere in vendita nei giorni immediatamente successivi al rientro di Jup3. Senz’altro milioni di utenti frettolosi l’avrebbero acquistata, prima di accorgersi che non era ancora una Realtà al distrosio. Si trattava di una mossa sleale e quasi suicida, ma era probabilmente l’unica possibilità che Pandora aveva di rimanere nella top 5 delle Realtà, con un budget che era un terzo di quello che la Lucas stava bruciando per realizzare StarWars6.0. Questo almeno era quello che pensavano ai piani alti: e avevano chiesto agli ingegneri di montare sul prodotto qualche specchietto per le allodole, come il gustoodorama. Una pessima idea, col senno del poi. Ora avevano un pianeta vergine al gusto bubblegum, che avrebbe stomacato gli utenti e messo in crisi i fan più affezionati, e che nel giro di pochi mesi sarebbe comunque diventato obsoleto – non appena su qualche luna dello StarWars6.0 al distrosio avrebbero aperto ristoranti veri, servendo riproduzioni virtuali di Bordeaux d’annata. Insomma Phil era nei guai. Ma non era semplicemente una questione professionale. Phil amava Pandora, tutte le versioni di Pandora, fino alla 1.0 e anche prima, quando non era che una saga cinematografica. Era la sua unica fede, in fin dei conti il suo vero pianeta d’origine. Avatar 2 era il primo film che i suoi genitori lo avevano portato a vedere, in quel lontano 2014. Ricordava ancora l’emozione degli occhialoni, le frecce che gli volavano addosso, la vertigine e l’ebbrezza del volo – e lo choc del ritorno a una realtà piatta, incolore, non appena si era tolto gli occhialini. Prima di quel ricordo non aveva ricordi.

“Mi stai ascoltando?”
“Certo”.
Non aveva la minima idea di cosa le avesse detto Ursula negli ultimi minuti, ma non era un grosso problema. Da una settimana non facevano che discutere della stessa cosa, rimbalzandosi all’infinito le stesse scuse e le stesse recriminazioni. Arthur insisteva con la questione dei byte che erano sempre pochi; Ursula ribadiva ogni volta che si trattava di un problema umano, culturale, sociale, blablablà.
“…Tutto questo ti sarebbe chiaro, se ogni tanto tornassi sul serio su Zero, staccassi la flebo e provassi questa esperienza estrema che è andare a un ristorante. Sul serio. Da quand’è che non ci vai?”
“Abbiamo fatto un pranzo di lavoro, mi pare, l’anno scorso”.
“Un pranzo di lavoro…”
“Stavamo discutendo gli ultimi dettagli della versione 4.8. Era uno di quei locali panoramici che ruotano…”
“Phil, tu mi preoccupi. Seriamente”.
“Perché?”
Intervenne Arthur. “Non eravamo su Zero”.
“Ah no?”
“Eravamo nella Realtà del National Geographic. Lo Zoo con le versioni virtuali di tutti gli animali estinti”.
“Sicuro?”
“Ti ricordi cos’hai mangiato?”
“C’erano delle uova enormi, mi pare”.
“Di dodo”.
“Ah”.
“E non sapevano di niente. Abbiamo ordinato per scherzo. Non era un ristorante vero, Phil. Non ci si avvicinava neanche lontanamente”.
“Perché, cos’hanno questi ristoranti di adesso, avanti”.
“Sono sacrari. Il gusto è diventato qualcosa di straordinariamente raffinato negli ultimi anni. È una tendenza globale. Le persone che ancora lo coltivano hanno sviluppato un livello di sensibilità che non è riproducibile a livello virtuale”.
“È anche autosuggestione”.
“Questo non cambia di molto la questione”.
“Senti, tutto è riproducibile. Si tratta solo di avere abbastanza memoria. Forse un milione di byte al millisecondo non sono abbastanza, ma tra sei mesi ne avremo un miliardo, e a quel punto…”
“C’è qualcosa di più. Il gusto è l’ultimo baluardo del Piano Zero. Quando cederà, non ci sarà più nessuna vera differenza tra realtà virtuali e realtà…”
“Ancora con queste puttanate? Ci saranno milioni di differenze. Per esempio: su Pandora posso volare a cavallo di un sauro, sul Piano Zero no”.
“…In un qualche modo ce ne rendiamo conto tutti. È questo ci ha spinto a sviluppare ancora di più la nostra sensibilità gusto-olfattiva. È un modo di tenersi stretti al cordone ombelicale. Persino tu, che probabilmente non mangi da mesi, non confonderesti mai una fragola con un bubblegum”.
Arthur si riscosse all’improvviso: “Questa cosa mi fa pensare a Cypher, avete presente?”
“Il nome non mi dice nulla”.
“Sono io Cypher. È il mio avatar qui. È un personaggio del primo film”.
“Mi stavo giusto chiedendo perché andavi in giro cosìsciatto. Questo Cypher quindi chi sarebbe?”
“Sul serio non lo sai?”
“Nessuno guarda i film di Matrix, Arthur. È roba vecchia”.
“Anche quelli su Pandora sono vecchi, e ci sono milioni di persone che li conoscono a memoria. Matrix invece si è perso. Sarebbe interessante capire il perché”.
“Non c’è un perché. Certe storie funzionano fino a un certo punto, poi non funzionano più”.
“Questa è un’ipotesi. Un’altra è che abbia smesso di essere fantascienza”.
“Cioè?”
“Non descrive più un futuro possibile, ma il nostro presente. Viviamo in capsule, attaccati a flebo e cateteri che ci tengono in vita, e siamo cablati tutto il tempo in una o più realtà virtuali, dove incontriamo i nostri amici e nemici”.
“Il primo Matrix parlava di questo?”
“Più o meno. E c’era questo personaggio secondario, Cypher. Il traditore. Vendeva i suoi amici alle Macchine, e in cambio chiedeva una bistecca”.
“Una bistecca?”
“Al sapore di bistecca. Questo era importante. Anche su Matrix esisteva un Piano Zero, ma era un luogo devastato dove le bistecche non esistevano più. Se Cypher voleva gustarne una, doveva andare nella realtà virtuale. In cambio della sua collaborazione, Cypher chiede il dono della Fede”.
“Non chiedeva una bistecca?”
“È più complicato. Chiedeva di credere che quella bistecca fosse vera. Di non dubitare mai più che quel piano di esistenza fosse quello vero. Voleva vivere nella fiducia che il mondo di Matrix fosse l’autentico Piano Zero, dove le bistecche esistono e hanno quel sapore”.
“Ok, forse ho capito dove vuoi andare a parare. E mi sembra una di quelle cazzate da sindacato genitori. Anche tu pensi che quando avremo un gustorama decente non torneremo più sul Piano Zero?”
“È possibile, sì”.
“Non sono d’accordo, ma se anche fosse che problema c’è? Ormai il Piano Zero quel che doveva darci ce l’ha dato. L’abbiamo ispezionato in lungo e in largo. Sappiamo com’è nato l’universo, e soprattutto sappiamo che siamo soli”.
“È impossibile che siamo soli”.
“La stella più vicina a noi sta a 50 anni luce, e non ha pianeti abitabili. Sappiamo che non potremo mai raggiungere la velocità della luce, e che quindi anche se là fuori è pieno di civiltà extraterrestri, non potremo mai conoscerle e loro non conosceranno mai noi. L’ultima frontiera che ci resta è il sistema solare, ma non c’è quasi nulla di interessante – qualche metallo raro, un po’ di batteri sulle lune di Saturno, fine. A questo punto cosa ci rimane da scoprire, da qui fino all’estinzione della specie? Il Piano Zero ci ha dato tutto quello che doveva darci. Gli unici passi avanti possiamo farli nelle Realtà Virtuali”.
“Ma noi le Realtà Virtuali non le scopriamo. Le inventiamo. È diverso”.
“Parli così perché sei un ingegnere. Per tutti gli altri non fa la minima differenza. Scoprono un nuovo mondo ogni sei mesi, credi che gli interessi molto sapere se è vero o finto?”
Ursula assentì. “Nel giro di una generazione probabilmente non si porranno nemmeno la questione nei termini vero/finto. Avranno una fenomenologia radicalmente diversa dalla nostra”.
“Se arriva il distrosio”.
“E perché non dovrebbe arrivare?”

***

(Piano Zero, 20.32 GMT)

Doveva andare dal dottore un giorno. Phil doveva farlo sul serio. Tra una scadenza e l’altra, doveva trovare il tempo. Non poteva a ogni risveglio stare male così. Gli occhi pungevano, la lingua era un estraneo gonfio che gli soffocava la gola, e qualcosa nell’addome gli si rivoltava contro, né nausea né fame.
“Tiptree!” le corde vocali sembravano comparse di croste secche. Il casco, appena tolto, era pregno di sudore.
“Un attimo signore”.
“Tiptree, mi sembra che il catetere sia pieno”.
“È a metà, signore”.
“C’è un caldo pazzesco, qui”.
“L’aria condizionata non funziona, signore”.
“Che cosa?” Senza riflettere provò ad alzarsi di scatto. Sentì qualcosa pulsargli tra le tempie. Una trama iridescente gli passò davanti agli occhi. Cadde tra le braccia sudaticce di Tiptree.
“Signore, se fa così sviene”.
“Cos’è questa cosa dell’aria…”
“È già venuto il tecnico. Torna domani con un pezzo di ricambio”.
“Perché non mi hai svegliato?”
“Mi aveva detto di non disturbarla per nessun motivo”.
“Almeno mandami un messaggio”.
“Gliene ho lasciati tre”.
Phil non scaricava la posta da una settimana. Aveva giurato a sé stesso di non mangiare e dormire finché non avesse consegnato Pandora 5.0 – una versione decente di Pandora 5.0. Qualcosa di cui non dovesse vergognarsi.
Forse era il tempo di ammettere la sconfitta e concedersi qualcosa.
“Tiptree, abbiamo del gelato in casa?”
“Certo signore”.
“Gusti?”
“Cannella, Fico, Noci di macadamia…”
“Alla fragola non ce n’è?”
“Mi dispiace, non ne ha mai chiesto”.
“Sorreggimi un momento”.
“Le tolgo la flebo”.
“Grazie. È successo qualcosa di interessante qui?”

La domanda non aveva molto senso. Qualsiasi cosa di “interessante” fosse successo su Zero, sarebbe stato immediatamente riportato dai notiziari accessibili in tutte le Realtà Virtuali. Ma Phil non consultava un notiziario da settimane. Tiptree era l’unica persona con cui non aveva difficoltà ad ammetterlo.
“Le solite cose signore. Una rivoluzione in Crimea. Terremoto nelle Filippine”.
“Le solite cose”.
“E poi ovviamente c’è quel disastro che è successo su Giove, ma ne avrà sentito parlare senz’altro”.
“Su Giove? Cosa può essere successo su…”
“Tre ore fa. Hanno distrutto la sonda”.
“Chi?”
“Pare se la siano mangiata”.

Gli occhi gli facevano ancora male, e il telecomando del televisore-non-virtuale gli tremava nella mano. Cosa stava succedendo, e perché non ne parlavano tutti? Perché continuavano a mangiare, cucinare, profumarsi, invece di dare aggiornamenti sul primo attacco alieno della storia dell’umanità? Forse Tiptree lo stava prendendo in giro. Aveva uno strano senso dell’umorismo. Girò quindici canali prima di trovare l’immagine del pianeta sullo sfondo di un talk show. Il titolo in basso non la mandava a dire: “C’E’ VITA SU GIOVE”.
“…ma non credo che abbia molto senso chiamarla vita, Stan. Certo, non è nemmeno un semplice fenomeno atmosferico come quelli che abbiamo sempre osservato. Credo che questo sia uno di quei momenti in cui dobbiamo ricordarci che sappiamo veramente poco dell’universo, anche dei mondi più vicini a noi. Forse accanto a quella che noi chiamiamo “vita” ci sono altre organizzazioni, altre complessità, che a noi ancora sfuggono”.
“Quindi, se ho ben capito, ha ancora meno senso domandarsi se le entità che hanno attaccato la nostra sonda sono in un qualche modo intelligenti”.
“Non lo so. Di sicuro ai nostri occhi umani si sono comportati in modo che possiamo definire intelligente. Da qualche giorno notavamo uno strano rarefarsi delle perturbazioni nella zona intorno alla sonda. Può darsi che questa specie di bonaccia sia stata in un qualche modo… deliberata. Un’altra ipotesi è che le perturbazioni, per sussistere, dipendano in un qualche modo dalla presenza di atomi di distrosio nella zona, per cui era l’attività estrattiva della sonda ad annullare le perturbazioni”.
“Stai cercando di dire che li stavamo disturbando?”
“Può darsi, sì”.
“E se le perturbazioni fossero esseri senzienti… la sonda potrebbe averne uccisi?”
“Se le consideriamo forme di vita, se riteniamo che dissolverle equivalga ad ucciderle, sì, sappiamo che dove passava la sonda le perturbazioni in pochi minuti si dissolvevano”.
“E quante perturbazioni potrebbe aver ucciso… cioè, dissolto, la sonda Jup3?”
“In tre settimane di attività estrattiva? Svariati milioni”.
“Dopodiché è stata attirata con una specie di esca”.
(“Signore!”)
“Sì, abbiamo osservato alcune perturbazioni muoversi in gruppi, tenendosi a distanza, avvicinandosi e poi allontanandosi. Davanti alla sonda. In quella stessa area è comparsa una improvvisa concentrazione filiforme di distrosio. In sostanza era come se davanti alla sonda si fosse all’improvviso aperta una pista da seguire. La sonda era programmata per cercare i luoghi di massima concentrazione del distrosio, perciò…”
“Non poteva che cadere nella trappola”.
“È stato tutto incredibilmente veloce. Nel giro di poche ore la pista lo ha portato in prossimità del Grande Occhio Rosso, la più grande tempesta di tutto il sistema solare”.
(“Signore!”)
“Che ha inghiottito la sonda”.
“Sarebbe più corretto dire che la sonda si è dissolta nella tempesta”.
“Leiber, le hai viste anche tu le immagini. Le abbiamo viste tutti. Sembrava che Giove stesse inghiottendo la sonda…”

Signore!
“Cosa c’è Tiptree? Sto guardando il notiziario, è importante”.
“C’era la sua collega al telefono, signore”.
“Ha messo giù?”
“Ha detto di raggiungerla, che era molto importante”.
“Raggiungerla dove? A Matrixhan?”
“A Citera, da detto”
“Auff”.

***

(Cythera XXXclusive, 21.46 GMT)

“E adesso cosa fai?”
“Lo vedi cosa sto facendo”.
“Questo è assurdo”.
Phil aveva tanti motivi per detestare Ursula: il suo intuito impiccione, le sue specializzazioni umanistiche, la sua mania di cercare il lato culturale anche negli algoritmi. Tutto questo rendeva ancora più preoccupante il fatto che fosse l’unica persona con cui faceva sesso virtuale in modo regolare, da qualche anno in qua. Benché scoparsi il collega più passabile fosse una prassi abbastanza normale tra workaholici, Phil non riusciva più a capire perché si ostinavano a trovarsi lì. Aveva ancora un senso?
“E perché dovrebbe essere così assurdo volersi fumarsi una sigaretta, dopo?”
“Perché non ci sono odori né sapori qui dentro”.
“Mi piace il caldino sulle dita”.
“È ridicolo”.
“Quasi quanto guardare una trasmissione di cucina dove preparano cose che non puoi gustare, e ti dicono che sono buonissime, e ci sono miliardi di persone al mondo che continuano a guardarle. Il format televisivo più fortunato del secolo, e non ha mai avuto senso”. Uno sbuffo di fumo investì Phil sul volto, modellato su quello di un’oscura boyband dell’infanzia di Ursula.
“Ti dà fastidio un fumo che non sa di fumo? E perché?”
“Dovresti essere tu a spiegare perché ti piace”.
“È elegante, mi tiene impegnata mentre sono qui a non far nulla. E mi piacciono i vecchi film in bianco e nero. Invece tu sei il piccolo fanboy di Pandora, nei film della tua infanzia i terrestri cattivi fumano i sigari”. Sbuffò di nuovo. Non era molto brava a gestire la cosa, per quanto ci provasse Phil non percepiva nessuna atmosfera da film in bianco e nero. L’avatar di Ursula, per esempio, era tutto sbagliato. Era da un po’ che lo adoperava su Cythera, e Phil non era ancora riuscito a capire a chi assomigliasse. Si vergognava a chiederlo, magari era un’attrice famosa che tutti conoscevano salvo lui.
“Beh, e Giove? Hai sentito?”
“Non so ancora bene cosa pensare. È una cosa pazzesca. Cioè: siamo stati attaccati”.
“È altrettanto probabile che si sia trattato di un incidente”.
“Non direi proprio”.
“Sentirsi attaccati perché un pianeta ha reagito in un modo non previsto a una nostra esplorazione è un classico esempio di paranoia”.
“Sì, credo che uno psicologo da dieci dolleur all’ora potrebbe condividere la tua diagnosi”.
“Non ti sto dando del paranoico”.
“Mi era parso”.
“Siamo noi tutti, noi terrestri, a essere un po’ paranoidi. Da 150 anni viviamo nella convinzione di essere l’unica specie realmente interessante del sistema solare, rinchiusi in una solitudine cosmica che farebbe impazzire chiunque. Adesso basta che qualche nuvola su Giove si comporti in modo apparentemente un po’ minaccioso per farci sentire attaccati. Scommetto che c’è già qualcuno all’ONU che vuole dichiarare guerra alle perturbazioni gioviane che non rispettano il nostro diritto a ficcare sonde dappertutto”.
“Ci hanno fregato il distrosio”.
“Il che è una buona notizia per noi due, o sbaglio?”
“Per noi due?”
“Niente distrosio, niente nuova generazione di Realtà Virtuali. Non dirmi che non è la prima cosa a cui hai pensato”.
“No”.
“Disney e Lucas stavano aspettando il distrosio per cominciare a lavorare ai nuovi prodotti. Questo significa che in questo preciso momento non hanno nulla in cantiere. Sono in braghe di tela. Dovranno inventarsi qualcosa all’ultimo momento. Noi invece abbiamo un prodotto. Ci abbiamo lavorato da anni. Ed è un bel prodotto, Phil. Meglio di qualsiasi cosa ci sia in circolazione oggi”.
“Non fosse per l’odorama”.
“Fanculo l’odorama. Non ce n’è più bisogno. Non dobbiamo più fingere di essere all’avanguardia, capisci? L’avanguardia se l’è inghiottita Giove. Ora si tratta semplicemente di salire all’ultimo piano e dire: abbiamo un prodotto meraviglioso, e non c’è nessun bisogno per venderlo di spruzzarlo di profumo alla fragola”.
“Di bubblegum alla fragola”.
“Quando ho visto il notiziario avevo soltanto voglia di festeggiare. Tu non avevi voglia di festeggiare?”
“Non lo so”.
“Beh, almeno avevi voglia di scoparmi”.
“Ursula, mi dici chi sei?”
“Che bella domanda da film”.
“No, nel senso… il tuo avatar, non riesco a ricordare chi è…”
Ursula tossì all’improvviso, dimostrando che per quanto inodore e insapore il fumo poteva comunque andarle di traverso.
“Sono io, Phil”.
“Ok, ma che avatar indossi? Non riesco a…”
“E va bene, mi sono scavata un po’ le guance. Ed è probabile che in autunno riprenderò quei cinque chili. Ma a parte questo, sono io”.
All’improvviso Phil si sentì nudo.
“Questo… questo non è corretto”.
“Oh, tante scuse. Forse avrei dovuto dirtelo mesi fa: ehi, caro collega-with-benefits, desidero informarti che negli ultimi tempi ti sto scopando con la mia faccia vera. Prendila come un’importante ammissione di coinvolgimento da parte mia, o come cazzo ti pare. Scusami davvero tanto se non ho sentito la necessità di farlo presente a un tizio col quale lavoro da almeno dieci anni”.
“È da parecchio che non ti vedo su Zero… cerca di capire”. Senza accorgersene, Phil si era messo a cercare la biancheria. Un gesto molto sciocco su una pornorealtà.
“Sei un deficiente, Phil. Senza speranza. Sei l’architetto della migliore Realtà Virtuale disegnata negli ultimi dieci anni. C’è una forma aliena su Giove che si è appena scomodata per salvarti il culo. E invece di ringraziare l’universo abbracciando la donna che ti vuol bene e ti scopa con regolarità, sei lì a cercare le mutande sotto il letto come un puttaniere che ha fatto cilecca. Io lo so a cosa stai pensando”.
“Sono un po’ stressato ultimamente. La scadenza…”
“Stai pensando che gli alieni cattivi ti hanno fregato il giochino. Non vedevi l’ora anche tu di finire da qualche parte su uno StarWars in odorama, a metter su famiglia con un’orsetta pelosa. Si tratta solo di ricordare alla tua schiava su Piano Zero di tagliarti le unghie e prevenire le piaghe di decubito. Lo sai che mentre tu sei qui lei si ripassa il badante del tuo vicino di pianerottolo?”
“È una cosa che non mi dà fastidio”.
“Come no. L’unica cosa che ti dà fastidio è non riuscire ancora a sentire il sapore della fragola del cazzo nei cespugli del tuo pianeta di pocahontas per furry disadattati. Come se ti fregasse qualcosa della fragola in sé. Chissà da quanto tempo non ne mangi una”.
“Non riesco a capire perché te la prendi così”.
“Perché non ti ricordi più nemmeno che faccia ho. E invece di porti il problema, dentro di te stai già pensando: Dobbiamo fargli il culo a quei gioviani di merda. Mandiamo un’altra sonda coi cannoni!
“Beh, cannoni no, ma forse se si possono lanciare scariche ionizzanti… ci dev’essere un modo per eludere quelle… quelle cose”.
“E portare il distrosio a casa”.
“Certo”.
“È davvero così importante per te?” .
“È importante per tutti. È la cosa che gli uomini e le donne hanno sognato da millenni. Il paradiso, l’eternità, le dimensioni parallele, quel tipo di cose. Le realtà virtuali ci si avvicinavano, ma c’è un salto di qualità che non riusciamo a fare. Ci mancava il supporto adatto. Col distrosio…”
“Ce ne andremo tutti all’altro mondo”.
“Tutti no”.
“Resterà qualche servo a cambiarci il catetere”.
“Anche loro potranno andare in paradiso, nel tempo libero. Avranno una qualità di vita superiore a quella dei ricchi ereditieri del passato. Senti, io non ho la minima idea di cosa sia successo su Giove, ma non pensare che potrà ostacolare a lungo il processo. C’è troppo in ballo. Manderemo altre spedizioni, troveremo il modo di sgombrare quelle nuvole, e ci prenderemo il distrosio che ci serve. Andrà così”.
“E se fossero forme di vita?”
“Probabilmente sono forme di vita. Immensi batteri. Una cosa del genere”.
“Se Giove intero fosse una forma di vita? Se le nuvole fossero il suo sistema immunitario?”
“Vorrà dire che destabilizzeremo un po’ il suo sistema immunitario, qual è il problema? È un gigante gassoso, se la caverà”.
“Sul serio non t’interessa sapere cosa stai distruggendo? Non sei nemmeno un po’ curioso?”
“Non ho tempo per una curiosità del genere. Prima che gli scienziati riescano a capire cosa sono quelle cose su Giove, potrebbero passare decenni, capisci? C’è un limite alle cose che possiamo sapere sul sistema solare. Invece su Pandora non ci saranno limiti. Potremo inventarci sempre nuove cose, e viverci per sempre. Con un po’ di lavoro, riusciremo ad ottenere la vita eterna”.
“L’illusione della vita eterna”.
“Non farà nessuna differenza, lo sai benissimo. Lo hai detto tu, tempo una generazione e non ragioneremo più in termini di vero/falso”.
“Non ragioneranno. Io sono di questa generazione. Io so cosa è vero e cosa è finto”.
“E ti scopi un collega con la faccia di un cantante. Perché non mi hai mai chiesto di usare la mia faccia vera?”
“Perché dovevi essere tu, Phil, dovevi capirlo da solo”.
“Cosa dovevo capire?”
Improvvisamente Ursula si era stancata della sigaretta. La gettò a terra, calpestandola senza stile.
“Sai cosa sei, Phil? La migliore dimostrazione che le storie non ci insegnano nulla. Dopo una vita trascorsa a ripassare la trama del tuo film preferito, ti ci ritrovi dentro e non ti accorgi nemmeno che sei il cattivo”.
“In che senso?”
“Guardati. Ascoltati. Sei disposto a distruggere l’ecosistema di un pianeta che non conosci, che non capisci, per portare a casa un elemento che ritieni indispensabile. Non ti ricorda nulla?”
“Non capisco cosa vuoi dire”.
“Ti aiuto. La trama di un film”.
“Ursula, per favore, è tardi, sono stanco. Ne parliamo domani in ufficio, vuoi?”
“Vaffanculo”.
Phil aveva terminato di vestirsi. Non sapeva cosa replicare. Ma poi si rese conto che Ursula nella stanza non c’era più. Smaterializzata.
“La trama di un film”, ripeté.
Era davvero molto stanco, e in più, aveva la sensazione di essere molto ridicolo in quel boudoir virtuale, vestito come un impiegato, con la faccia da cantante fuori moda. Poi, certo, aveva confuso il vero volto di Ursula con quello di chissà chi: questo probabilmente implicava la fine della storia, ma Phil era troppo stanco per preoccuparsene. Ugualmente, non aveva voglia di dormire: la modalità sonno su Citera non esisteva. Per dormire avrebbe dovuto togliersi il casco, tornare su Piano Zero, affrontare la nausea e il mal di testa, trovare Tiptree a letto col vicino. Prima o poi sarebbe stato inevitabile, ma per il momento preferiva restare lì, a fissare il vuoto oltre la parete, torturandosi la memoria con quell’ultimo indovinello. Avrebbe pensato a tutti i film che aveva visto con Ursula; poi a tutti i film che conosceva. Prima o poi lo avrebbe trovato. Ma nel frattempo doveva tenersi impegnato in qualche modo. Sentiva di avere un’aria troppo stupida.
Cercò nei cassetti.
Si accese un sigaro.

__________
Leonardo Tondelli “Leonardo”
Nasce a Modena. Nel 1984 è ammesso alla Scuola Media Statale. Deve ancora uscirne. Da più di dieci anni scrive su uno dei più verbosi blog italiani, leonardo.blogspot.com. Nel frattempo ha pubblicato Storia d’Italia a rovescio (RGB 2006), Futurista senza futuro (Le Lettere, 2009), La scossa (Chiarelettere, 2012). Scrive di politica e scuola sull’Unita.it; di santi e miracoli sul Post.it.

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(marco manicardi)
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