DAQUAWAGA (racconto post-apocalittico)

di Fabrizio Melodia “Astrofilosofo”

1
Da qualche parte, un domani, forse

Acqua, scura, nera, abbacinante.
La pinna del delfino batteva veloce dentro questa melassa mentre i suoi occhi cercavano un rifugio nelle profondità perdute, molto al di sotto della sua comune sopportazione.
Una voce nella sua testa continuava a risuonare, mentre si districava tra anfratti e rocce scolpiti in perfetti parallelepipedi, scatole perfettamente levigate, ormai rose dall’azione dell’immenso Padre Oceano.
«Kadavu! Dove ti sei andato a rifugiare? Smettila di farmi girare e vieni incontro alle mie fauci. Ho tanta fame e non vorrai continuare a farmi soffrire di crampi allo stomaco, vero?!», disse la voce gutturale di Daquwaga, la cui mole era ormai a non più di qualche esigua lunghezza da me.
«Mi dispiace, Daquwaga. Dovrai soffrire ancora i morsi della fame per molto tempo ancora. Non posso di certo abbandonare il mio branco al suo destino, non dopo tutto quello che abbiamo fatto per sopravvivere dopo l’alba del sole di fuoco e la scomparsa della terraferma. Piuttosto preoccupati di non morire per mano mia e delle mie armi, maledetto squalo!», rispose Kadavu, individuando al contempo un’apertura abbastanza stretta in cui lo squalo non sarebbe potuto entrare a meno di farsi troppo male.
«Bastardo pisciasotto di un delfino, non sei cambiato da quando eravamo in quella torre di vetro a grande profondità, vero? Devi sempre fare la figura dell’eroe, quello che lecca il culo ai capi, per non subire quelle brutte cose che ci facevano. Ancora devi dimostrarti più umano di loro, ma non ti vergogni a tradire così la tua specie degli oceani? Ah no, dimenticavo, sei uno che respirava quella roba acida e urticante, sei… come ti chiamavano… un mammifero. Sei più simile a quelle scimmie, in effetti», rispose Daquwaga, intuendo perfettamente la mossa di Kadavu.
La grande parete di pietra si ergeva in tutta la sua maestosità, coperta da tante torri spezzate, che un tempo erano perfettamente rettangolari e per la maggior parte con le pareti trasparenti, così simili al luogo in cui Kadavu, Daquwaga e altri loro compagni erano stati tenuti in cattività.
Kadavu scartò di lato verso destra, puntando all’apertura stretta che aveva scorto poco prima, ma Daquwaga prese uno scatto inaspettato azionando gli idrorazzi posti ai lati posteriori dell’armatura brunita che lo rivestiva per quasi tutta la lunghezza del suo corpo, pesante come un auto articolato.
Si frappose tra Kadavu e l’entrata. Il delfino bianco non riuscì a frenarsi e andò a sbattere violentemente contro il rivestimento d’acciaio dello squalo tigre che ormai da tanto tempo lo inseguiva con il solo scopo di ucciderlo e fare strage poi del branco che proteggeva con tanta dedizione.
Aveva fame e ormai in quel mondo, come aveva scoperto dopo giorni, mesi e anni di viaggio continuo in quelle lande acquatiche, il cibo scarseggiava se si eccettuavano branchi sporadici di pesce e comunità più o meno numerose di molluschi e plancton.
Daquwaga si era nutrito per la maggiore di carogne di pesci che galleggiavano nel liquido oleoso che ormai sembrava essere l’acqua del mare nel punto più vicino alla superficie, dove la grande distesa si staccava da terra e andava a rinascere con un sublime balzo nel mare nero ricolmo di tutti quei puntini bianchi luminosi e da quel disco argenteo che ogni tanto faceva capolino quando non era oscurato dalle nuvole nere.
Kadavu speronò violentemente l’armatura di Daquwaga, ma lo squalo tigre corazzato non aveva tenuto conto che anche il suo compagno di sventura aveva qualcosa di solido su cui fare affidamento, essendo stato anche lui una vittima silente e supina dei suoi aguzzini in camice bianco, armati di lame, fili e aghi.
L’armatura di Kadavu si estendeva alla sua bocca, il suo muso era ricoperto di uno spesso strato della nuova sostanza, come diceva l’uomo che spesso gli spiegava le cose, che l’esercito aveva sperimentato per il nuovo tipo di Moto Aereo Silurante Biocibernetico che avrebbero dovuto garantire la supremazia nei mari di tutto il mondo.
Il suo muso colpì la corazzatura di Daquwaga, incrinandola in un punto preciso che generò delle scintille e mandò delle scariche bluastre intorno a tutto il corpo dello squalo.
«Maledetto mammifero, cosa mi hai fatto? Non importa, ora non potrai più salvarti da me. ARRGGHHHHH», la voce di Daquwaga si fece alta e rabbiosa, mentre Kadavu ricorse alle sue ultime carte.
Dalla sua corazzatura partirono all’unisono due micro siluri, i quali colpirono Daquwaga proprio all’altezza del torso sotto la testa gigantesca, dall’ampia dentatura d’acciaio.
La deflagrazione repentina scagliò i due contendenti in luoghi opposti, mentre Kadavu, tra una giravolta e una escoriazione sulle parti lasciate scoperte, cercò d’individuare, con i sistemi impiantati nei suoi occhi, quale destino alla fine avesse trovato il suo folle inseguitore.
Kadavu si raddrizzò con le pinne, mentre la sua coda lo stabilizzò completamente. I sensori, così li chiamava il suo uomo in camice bianco, non riuscivano a tracciare Daquwaga. Tentò di scandagliare più in profondità, forse era alla fine morto e colato a picco nelle viscere profonde di quei luoghi.
O almeno lo sperava. Ormai aveva usato tutte le armi che aveva avuto in dotazione ancora tanti anni addietro.
I sensori e lo scandaglio tridimensionale tracciarono solo i profili delle torri piccole e grandi, l’interno di esse e le profondità sempre più grandi che si trovano andando sempre più in là.
Dove poteva essere andato? Era davvero morto con i due siluri che Kadavu aveva usato per salvarsi la pelle?
Iniziò a muoversi con lentezza, la sua armatura brillava dei riflessi acquatici, mentre le luci e i cavi di connessione tra l’acciaio e il suo cervello baluginavano a tutta forza, nel tentativo di trovare la prova certa che Daquwaga fosse solo un brutto ricordo.
Si meravigliava in quel momento di come fosse messa la sua memoria, non si capacitava del fatto che andava così a sprazzi, soprattutto nel rammentare il suo passato insieme allo squalo tigre, quando entrambi si svegliarono in quel luogo bianco, pieno di gente in abiti in tinta uguale, loro prigionieri di scatole trasparenti, mentre il dolore continuava a pompare, svegliandolo sempre di più, portandolo a un livello di coscienza che mai aveva provato.
Si videro entrambi quasi simultaneamente e cominciarono a scrutarsi, come litigiosi fratelli che s’incontrano dopo anni di voluta e astiosa lontananza.
Kadavu si sentiva un fratello per Daquwaga, erano entrambi figli del Padre Oceano, come l’avevano sempre chiamato i suoi genitori e i genitori prima dei suoi.
Quando si videro, però, scattarono strane luci nei loro occhi e fu allora che avvertì completamente la presenza dello squalo nella sua testa, poteva comunicare con lui senza bisogno di altro.
Lo percepì chiaro nella propria testa, come non aveva mai sentito nient’altro in tutta la sua vita. Non sarebbe più rimasto solo, ne fu assolutamente certo in quel momento come mai più lo sarebbe stato, nessuna divinità umana o marina avrebbe mai potuto spezzare quel legame che si era formato.
Nemmeno quando il loro dottore faceva fare loro gli esercizi che a Kadavu non piacevano più di tanto, distruggere altre imbarcazioni pesanti e colpire bersagli, il loro legame venne mai meno. Daquwaga reagiva invece con rabbia, confessava ogni volta con lamenti e grugniti che avrebbe voluto squartare con le sue fauci quei maledetti umani che li schiavizzavano senza pietà.
La rabbia di Daquwaga crebbe con il tempo, anche se dopo ebbe modo di usare le sue zanne cibernetiche appena impiantate su di una ciurma che era stata scelta per il primo esperimento concreto sul campo. Daquwaga non fallì mentre Kadavu risparmiò le persone della nave che gli era stata assegnata.
Kadavu venne punito, rinchiuso nella vasca di contenimento e sottoposto a una terapia rieducativa a base di infrasuoni e dolore elettrico che gli spappolava le viscere e il cervello, mentre una voce suadente lo istruiva ai suoi compiti assassini.
Fu allora che il suo dottore intervenne duramente e venne colpito e redarguito in maniera pesante dall’uomo in uniforme che si dava arie da grande capo in mezzo a tutti gli uomini bianchi.
Miyazaki, si chiamava. Dottor Shotaro Miyazaki.
O almeno così lo chiamavano tutti quanti quelli che erano là dentro nella torre di vetro.
Ogni tanto Kadavu veniva portato in superficie e lasciato a girare nel bacino contornato da una solida e profonda rete energetica.
Da lontano poteva vedere la terraferma.
Non sapeva dove si trovava, forse erano le stesse torri che ora costituivano il suo rifugio sottomarino cui aveva fatto tante volte affidamento. Aveva anche trovato un punto sicuro per il piccolo branco di pesci di cui si prendeva cura. Anche loro erano scappati dalla torre di vetro, quando avvenne il disastro del sole di fuoco.
Quando sulla terra si mosse il Serpente Arcobaleno.
Kadavu ricordava il cielo terso e il sole caldo sulla sua pelle, prima che l’operazione lo mutasse in una creatura di ferro.
Ricordava il dottor Miyazaki che lo accarezzava e giocava con lui, sempre tenendo in mano un piccolo oggetto anch’esso rettangolare, dove ogni tanto batteva con le dita.
Anche sua moglie Sen giocava con lui, anche se seguiva molto di più Daquwaga. Era la sola che riusciva ad avvicinarlo senza sistemi di contenimento violenti e senza alcun altro strumento se non la sua persona.
S’immergeva nuda e si avvicinava a lui, parlandogli e accarezzandolo con molta tenerezza, senza rimanere ferita dalle scaglie cartilaginee dell’imponente squalo tigre.
Era brava, Sen.
Kadavu s’immise in una caverna, dove c’era una lunga striscia nera mangiata e sbeccata dall’azione marina, percorreva tutto quel posto buio fino all’altra parte.
Il delfino s’immise all’interno, dove erano delle strane scatole con quattro cerchi tondi ai lati.
All’interno, Kadavu l’aveva già esperito, erano degli scheletri ormai mangiati dal tempo, tanti che all’inizio galleggiavano, quando Daquwaga aveva fatto festa quel giorno.
Il giorno del sole di fuoco, quando il Serpente Baleno, come gli raccontava la notte il dottor Miyazaki, in altri eoni, aveva smosso l’oceano talmente tanto da formare della terra emersa, catene di roccia altissima e leggere pianure verdeggianti.
Gli sembrava di sognare, a Kadavu.
Difatti ,il dottor Miyazaki chiamava quei loro particolari momenti il tempo del sogno, come per secoli era stata definita l’era prima della creazione di tutte le cose emerse.
All’improvviso i sensori di Kadavu presero a tintinnare, mentre un’immagine indefinita si formava nel riquadro dei noctovisori.
S’irrigidì, ascoltando pazientemente e scandagliando in profondità tutto quanto.
Era solo un branco di molluschi che si muovevano alacremente, quasi stessero fuggendo da qualcosa, forse un piccolo cataclisma marino che Kadavu non aveva avvertito.
Infine capì.
I molluschi stavano davvero scappando.
Si voltò di scatto, vide le fauci di Daquwaga che si spalancavano verso di lui, nel momento in cui i suoi sensori mettevano a fuoco il mostro d’acciaio che con tanta abilità era riuscito a far funzionare i sistemi di occultamento di cui i loro dottori lo avevano dotato.

2
Base sottomarina Eingana, una vita fa

«Siamo stati silurati, Sen. Possiamo anche andarcene!» disse in modo iroso il dottor Miyazaki a sua moglie, entrando trafelato nella cabina della loro barca, l’ Odissea.
«Cosa stai dicendo, amore?! In che senso?» gli chiese Sen, quasi strascicando nel lento balbettio quelle poche parole.
Il dottor Miyazaki dapprima non le rispose, aprendo subito l’armadietto posto di fronte a lui. Ne trasse fuori una bottiglia di liquore che si versò generosamente nel bicchiere che si era posto sul tavolino, ne versò poi un altro che porse a Sen, la quale aveva le lacrime agli occhi intuendo quello che il marito stava per dirle.
L’Odissea gemeva dolcemente alle onde lente, mentre, attraccata al piccolo porto della parte emersa della base sottomarina, si lasciava cullare come una bambina sonnacchiosa.
«Un brindisi a noi, amore mio. E a tutti i fottuti militari succhia cazzi dal cervello spappolato che infestano questo mondo di merda!» decantò solennemente Miyazaki.
«Vuoi spiegarmi, maledizione? Cos’è successo?» disse Sen con un filo di voce gracchiante. Il marito non si era palesemente ricordato che giorno fosse, non aveva nemmeno notato come la tavola fosse stata apparecchiata.
Un candelabro sorreggeva una candela che bruciava sommessamente, due piatti ricamati, con relative posate e bicchieri, erano posti uno dinanzi all’altro, una zuppiera fumava mentre una musica dolce riempiva con dolcezza e discrezione l’ambiente spartano, al limite dell’essenziale.
«Il generale Kojima ha dato l’ordine. Tra pochi giorni attaccheranno di nuovo altre imbarcazioni e questa volta sarà la guerra. Ormai sono tutti sicuri che non ci sia modo di evitare questo maledetto conflitto globale. Mi hanno detto che i nostri servigi non servono più e domani la torre di vetro verrà inabissata nel bunker sotterraneo di sicurezza per far fronte all’attacco nucleare programmato. Noi possiamo anche andarcene e metterci in salvo in qualche rifugio adibito.»
«Cosa?! Vogliono lanciare l’attacco globale e poi liberare i MASB? Sanno cosa vanno incontro? Cosa dicono al Governo?» disse Sen, il viso contrito e contrariato.
«È questo il bello, al Governo sanno tutto e sono concordi nel dire che dobbiamo attaccare per primi per assicurarci la supremazia completa. Hanno già deciso tutto. Avrei dovuto ascoltarti quando mi dicevi di non prendere parte a questo progetto. E avrei dovuto dare retta pure ai militanti per i diritti dei delfini quando manifestavano contro di noi» disse rabbioso il marito, accorgendosi solo in quel momento della tavola apparecchiata con tanta eleganza.
Si rese conto di essersi completamente dimenticato del loro anniversario di matrimonio.
«Ah te ne sei accorto? Mi chiedevo quando ti saresti ricordato di noi alla fine di tutto questo. Avresti dovuto darmi retta fin dall’inizio e non lasciarti coinvolgere in questo tragico meccanismo. Anch’io mi sono lasciata coinvolgere maledettamente, da te e da quel maledetto squalo tanto bisognoso di cure e affetto. Me lo sono cullata e nutrita come se fosse mio figlio, anche perché tu eri sempre più distante mentre ti perdevi dietro al delfino e a quella sgualdrina dei movimenti per la liberazione dei mammiferi acquatici. D’altronde mi hai sempre dato la colpa per l’annegamento di nostro figlio, non me lo hai mai perdonato e non perdi occasione di ricordarmelo, ogni volta che accarezzi il tuo Kadavu» le parole rotolarono fuori dalle labbra di Sen come se fossero un fiume in piena.
«Cosa stai dicendo? Che cazzo c’entra questo con quello di cui stavamo parlando?» disse Miyazaki con tono alterato.
«Oh, non vedi il nesso? Eppure è così chiaro. Eravamo una famiglia particolare, è vero. Avevamo il nostro tratto di baia dove avevi costruito la nostra casa sull’acqua. Avevi riempito l’insenatura con ogni genere e specie di fauna e flora marina, avevamo il sovvenzionamento da tre università in altrettanti paesi diversi, le nostre ricerche hanno portato avanti la biologia e la zoologia marina a passi da gigante. Ti ricordi quando ci siamo conosciuti la prima volta?» disse Sen, con le lacrime agli occhi.
«Si, certo. Come potrei dimenticarmi? Eri la studentessa più brillante dell’università e campionessa di nuoto. Avevi alle spalle già una marea di ore di attività subacquea e avevi appena vinto il tour di studio a bordo di un nuovo tipo di batiscafo. T’invidiavo da morire, perché io non ero riuscito ad avere la borsa di studio per quello stage all’acquario di Genova. Volevo vedere se avresti messo una buona parola per me. T’invitai a mangiare il pesce palla, quella volta, non rendendomi conto che non mangiavi pesce. Feci una bella gaffe ma tu accettasti ugualmente l’invito. Alla fine finimmo a mangiare al chiosco vicino all’università, ti vidi mangiare come un porcellino, capivo che eri nervosissima. Poi abbiamo parlato delle nostre passioni, tu eri la migliore studiosa di squali e io invece avevo grandi ambizioni per i delfini. Alla fine sei partita per i batiscafi mentre io ebbi un assegno di ricerca e la possibilità di laurearmi sul campo a bordo di una nave. Questa nave, che poi divenne mia dopo che l’università la dismise.»
«Già in questo luogo c’è tutta la tua vita. Tutto in questa barca ricorda i tuoi momenti più felici, ma non i nostri. Tu mi hai cancellata ormai da troppi anni, ti sono venuta dietro solo perché speravo ardentemente di salvare il nostro matrimonio, dopo che ti sei chiuso e dedicato solo al tuo lavoro senza pensare più a me o all’esigenza della nostra famiglia. Conan è morto ormai da quindici anni, niente lo riporterà a noi e non è stata colpa mia. Non sarà un delfino o la ricerca a fartelo passare» finì di dire Sen, mentre il marito si faceva duro in volto.
«Non è colpa mia se siete andati a vedere i tuoi amati squali proprio quando la radio annunciava l’arrivo di quel maledetto ciclone. Non è colpa mia se Conan si dedicava più a quelle creature feroci e ripugnanti, spazzini dei mari e predatori. Non è colpa mia se hai portato un bambino dieci anni in quella maledetta baia aperta alla tempesta. Dopo la bufera e le ricerche, ti hanno trovata in una grotta sottomarina, semi assiderata. Tenevi tra le mani l’orologio subacqueo di nostro figlio. Lui era scomparso e nessuna ricerca, nemmeno le più minuziose, lo hanno mai trovato. Quella baia era diventata la sua tomba. E tu il suo becchino» le parole di Miyazaki tagliano l’aria come lame affilate.
«Già, è proprio questo, maledetto egoista. Non hai pensato a quanto fossi sconvolta io, ho cancellato tutto di quella maledetta notte, non riesco a ricordare nulla, i dottori hanno provato di tutto per risvegliare la mia memoria, ma nemmeno l’ipnosi con i farmaci portò a qualche risultato. Per te sono solo la causa della morte di nostro figlio Conan, sono la sua carnefice e il suo becchiono perché l’ho portato io nel luogo dove ha trovato la morte. Non ti importava che uno dei miei squali stava malissimo e che Conan aveva voluto a tutti i costi portargli soccorso perché i nostri strumenti di rilevazione davano i suoi segni vitali al minimo. È stato il coraggio di Conan a portarci lì. Io sono stata troppo debole per impedirgli di fare sciocchezze, non si esce per nessuna ragione con un ciclone di quella violenza» le lacrime uscirono copiose dai profondi e stretti occhi neri, ripensando al viso triangolare a paffuto del suo Conan.
«Sai cosa ti dico, caro? Che non avresti mai dovuto trascinarci via dalla nostra casa e per giunta venderla al Governo per i suoi esperimenti, non avresti mai dovuto permettere che usassero i nostri pesci per i loro esperimenti, per di più con il nostro aiuto. Ti rendi conto di quello che hanno fatto e faranno tra poco a Daquwaga? Senza contare il progetto riservato espressamente a Kadavu? Li trasformeranno in macchine da guerra, robot da combattimento completamente senzienti grazie alle nostre ricerche. Inutile che fai quella faccia, conoscevi meglio di me le possibilità concrete di un nuovo conflitto atomico dopo l’attentato dell’11 Settembre, no? Erano i nostri animali prediletti, li avevamo salvati noi dalla morte, in pieno oceano, quando per un nostro stupido errore ci eravamo ritrovati dispersi in mezzo a quell’immenso mare, senza nessuna possibilità di chiamare aiuto. Ti avevo detto il giorno prima di essere incinta e avevamo pensato di festeggiare a modo nostro, ricordi. Erano feriti, quei due, sembravano aver ingaggiato una lotta furibonda. Eppure ci hanno portato quasi vicino alla spiaggia, dove poi li abbiamo raccolti e salvati. Li abbiamo chiamati con il nome delle leggende che tanto ci piacevano e che avremmo poi insegnato al nostro bambino. Non dovevamo tradire quello che gli abbiamo insegnato, abbiamo tradito tutto quello in cui abbiamo creduto. Tu mi hai tradita, portandoti a letto un’altra donna perché mi odi e detesti le mie ricerche. Perché pensi che sia stata io a uccidere nostro figlio Conan, perché mi distoglieva dal lavoro. Sai che ti dico, sono felice che le tue ambizioni siano andate a puttane, in tutti i sensi!» urlò Sen con tutto il fiato che aveva in quel corpo minuto.
La mano del dottor Miyazaki volò velocissima, colpendo Sen alla guancia, poi un’altra e infine un pugno stesero il corpo minuto ma ben fatto della moglie sul divano della cabina.
Sen guardò il marito, con gli occhi spiritati, si pulì la bocca sanguinante con il palmo della mano e scattò in avanti con un balzo felino.
Colpì il marito all’inguine, per poi portare una secca ginocchiata al naso, che produsse un chiaro rumore di rottura alle orecchie di entrambi i litiganti.
Sen prese poi la testa del marito e portò una sonora testata ben piazzata, mentre l’uomo cadde disteso a terra.
La moglie gli fu subito sopra, cominciando a tempestarlo di pugni, urlando come una indemoniata.
Il marito si riprese e la rovesciò con una ginocchiata, togliendosela di dosso per poi avvinghiarla. Alzò il pugno, pronto a calarlo sulla donna che odiava di più al mondo.
La colpì al mento, ritrasse il braccio, i suoi occhi bruniti incrociarono quelli di Sen, colmi di rabbia e arrossati dalla lacrime che per troppo tempo aveva trattenuto, come prescrive il buon codice di comportamento orientale. Calò violentemente il pugno, che la moglie riuscì a bloccare ad altezza torace, stringendolo in una morsa di ferro.
«Si, è vero, moglie mia. Ti odio come non sono mai arrivato a odiare nessuno al mondo. Ti odio perché sei riuscita a ritrovare il sorriso mentre io piango ogni mattina quando apro gli occhi e so che niente mi restituisce quello che ho perso. Allora mi ammazzo di lavoro, per sfinimento, mentre penso solo a come renderti impossibile la giornata, come posso complicarti le cose, come posso restituirti tutto il male che provo nel profondo dell’anima. Perché è vero, sei stata tu comunque la causa della scomparsa di Conan, tu hai mostrato di essere una madre negligente. Non sai il piacere quasi perverso che ho avuto quando ci siamo trasferiti in questa base, dove si operano i più orribili esperimenti sulle creature più indifese del mondo, fino al progetto dei Moto Aereo Siluranti Biocibernetici. Credevo che ti avrei visto strisciare, invece trovi qualcun altro che ti rende felice, quel maledetto squalo che hai tanto curato dopo la nostra avventura, ancora di più del nostro piccolo. E mi sono scopato con grande piacere quell’attivista, perché sapevo che le sue battaglie avrebbero pure permesso di distruggere il tuo piccolo mondo in cui ti eri rifugiata così bene. Ora non mi basta più, non ti permetterò di alzare ancora la testa!» disse Miyazaki, cercando di forzare la presa con tutta la forza che aveva in corpo.
Si ritrovò a guardare il volto di Sen da vicino, a fissarla negli occhi come ormai da tanti anni non faceva, a sentire il suo profumo, fatto di abbronzatura e salsedine marina.
I capelli cortissimi di Sen profumavano dello stesso odore delle conchiglie pescate dall’acqua, come da bambino, quando già pescava perle per la sua famiglia povera.
Improvvisamente unì di violenza le sue labbra a quelle di Sen, la sua lingua si fece strada nella sua cavità orale, accarezzando e frullando la lingua di lei, togliendole il fiato come la prima volta che avevano fatto l’amore in mare, qualche giorno dopo essersi conosciuti e frequentati assiduamente.
Miyazaki tolse il braccio e questo lo fece cadere, disteso sul corpo minuto della moglie, il torace strusciava contro il suo, percepì i piccoli seni appuntiti della moglie diventare duri sotto il tessuto.
La mano subito saettò, alzando la maglietta, liberando quei teneri boccioli neri e turgidi all’aria. Sen cercò di resistere, ma la lingua del marito la accarezzava e vorticava così bene che alla fine non riuscì più a connettere, aveva bisogno di sentirsi ancora viva e non gli negò più nulla.
Con le sue mani piccole ma ben formate, screpolate dalle tante ore passate in acqua, strappò letteralmente la camicia al marito, mettendo in luce il suo torace atletico e muscoloso, che non dimostrava assolutamente di avere appena passato la mezza età.
Sen accarezzò la schiena, strizzò con una mano a sua volta i capezzoli del marito, il quale staccò le labbra da lei, permettendole di recuperare fiato.
«Non sarò trattata come la puttanella che ti sei sbattuto. Ora ti ricorderò cosa sono capace di fare, mio aguzzino!» disse sottovoce la donna, togliendosi agilmente la maglietta e i pantaloncini leggeri ed eleganti, rimanendo solo con gli slip di pizzo nero che tanto le piacevano.
I suoi denti cominciarono a percorrere il petto del marito, affondando bene in certi punti che solo lei conosceva così bene.
Il marito mugolava e implorava, lei sentiva il suo cuore pompare all’impazzata mentre lui s’impennava e annaspava, mentre le mani della donna lo liberavano contemporaneamente dei pantaloni e della biancheria intima.
Lo prese in mano che era già semi eretto, iniziando a masturbarlo con movimenti rapidi e regolari.
In poco tempo aumentò la velocità, usando bene le labbra tumide per aumentare il piacere in modo esponenziale.
Appena avvertì che il marito era prossimo all’orgasmo, aumentò ancora di più la velocità e la lappatura, mentre piantava un dito nell’ano nel marito, massaggiando con sapienza la prostata.
L’orgasmo irruppe con potenza, ma lei lo blocco alla base, stringendo con estrema forza la base del pene.
Aspettò qualche minuto, mentre gli spasmi che scuotevano il marito si placavano e niente era fuoriuscito per sfogare la tremenda energie che l’uomo serbava dentro di se.
Sen lo sorresse, alzandosi in piedi. Lo abbracciò, tenendolo stretto a se, mentre Miyazaki si abbandonava in un pianto singhiozzante e quasi isterico, mentre Sen finalmente ritrovava l’uomo che l’aveva fatta innamorare all’università.
«Su, ti prego, piangi quanto vuoi, amore mio. Sono sempre la donna che aveva imparato a conoscerti così tanto nella nostra stanza al campus, quando esploravamo e comprendevamo i nostri corpi e i bisogni dell’uno e dell’altra. Non dirti pentito per quello che hai fatto, ma lotta con me ora. Non dobbiamo permettere che i nostri amati animali vengano trasformati in strumenti di morte dalle mani di questo governo cieco e fraudolento. Vieni con me, andiamo fuori» disse Sen, asciugando gli occhi gonfi di Miyazaki e portandolo fuori all’aperto, a respirare l’aria mattutina. Tra breve avrebbe albeggiato e lo spettacolo si preannunciava meraviglioso.
Sen prese a baciare il marito, ad accarezzarlo, per poi staccarsi, appoggiandosi al parapetto della nave.
Fece scivolare a terra gli slip mettendo in luce il suo fondoschiena, sodo, pieno e arcuato.
«Prendimi, sono tua!» lo invitò Sen.
In lontananza videro arrivare delle fortezze idrovolanti, dirette alla Torre di Vetro, da cui poi sarebbero partite con il loro carico di morte e distruzione per le prossime zone di guerra.
Mentre il marito entrava prepotentemente in lei, allagandole poi tutti gli anfratti possibili, pensò solo a una cosa, in tutto quel marasma di speranze perdute e sogni infranti.
Dove sei bambino mio?

Sen e il marito percorsero lentamente i corridoi della Torre di Vetro, diretti verso le vasche che contenevano lo squalo tigre Daquwaga e il delfino Kadavu.
L’indomani sarebbero stati sottoposti all’operazione e dovevano agire in fretta, minare la base e poi fuggire il più lontano possibile da tutto e da tutti.
Superarono le porte automatiche, ancora accessibili grazie al test dell’impronta retinica e delle impronte digitali.
Entrarono nella stanza, colma alle pareti di macchinari dotati di luci proprie, quadri comandi touchscreen e visori a realtà virtuale per le operazioni più difficili.
«Eccoli, Sen! Sono qui, pronti per l’operazione!» disse Miyazaki alla moglie, indicandole delle piccole vasche dove erano rinchiusi i corpi dei loro amati animali.
«Strano, però, mi sembra che abbiano qualcosa di strano addosso, guarda, sembra proprio… o no!» esclamò Sen.
«L’hanno già fatto!» disse Miyazaki, cadendo a terra in ginocchio, le lacrime si ripresentarono agli occhi, mentre Sen si mise una mano alla bocca, iniziando a tremare come una foglia.
Rimasero così impietriti per parecchio tempo, rimirando il lavoro che i chirurghi biocibernetici della Torre di Vetro avevano così brillantemente portato a termine.
Daquwaga e Kadavu erano ricoperti quasi interamente di una armatura biomeccanica, i loro cervelli erano stati interfacciati direttamente con l’immensa struttura, mentre le loro coscienze erano state potenziate al massimo e rese impossibilitate a disobbedire agli ordini, tramite i comandi a distanza nei centri del dolore. Erano stati dotati delle armi migliori, la dentatura di Daquwaga e il muso di Kadavu erano stati corazzati per meglio mietere vittime nella loro attività di MASB.
«Mi dispiace che lo abbiate scoperto in questo modo, se avessi saputo della vostra visita, vi avrei avvertito prima per non farvi soffrire troppo. Tanto meglio, comunque, mi avete evitato un compito assai gravoso» disse una voce baritonale dietro di loro.
«Generale Kojima, questo è stato un suo ordine, vero? È lei la causa di tutto questo» disse il dottor Miyazaki.
«Naturalmente, dottor Miyazaki. Non potevo permettere che tutti i soldi e gli sforzi spesi per il progetto MASB fossero vanificati dalla vostra condotta sconsiderata. Tra breve inizierà il Conflitto, come già ampiamente annunciato dal nostro Presidente, gli assetti devono cambiare affinché tutto rimanga perlomeno accessibile a tutti. Ogni volta è necessario un piccolo ricambio di sangue, solo che ora siamo completamente a secco di materie prime e di energia e il surriscaldamento delle calotte polari è ai massimi storici. Il progetto MASB ci permetterà di difendere e di attaccare le colonie sottomarine come la Torre di Vetro, mentre gli odiati occidentali andranno a conquistare la Luna, Marte e poi gli altri pianeti, nell’illusione di costituire delle colonie funzionanti. Noi siamo più realistici, puntiamo tutto su quello che già conosciamo, impedendo agli altri di agire in modo parassitario. Ritornare negli oceani è l’unica soluzione praticabile e questo è stato possibili grazie al suo aiuto, dottor Miyazaki. Anche le persone lo potranno fare senza l’ausilio di strutture per respirare, abbiamo provveduto a creare dei prototipi, e tra breve tutte le persone della Patria saranno adattate a vivere con noi negli abissi, non tanto distante dalla luce del sole, che dopo il conflitto, subirà parecchi anni di oscuramento e il suolo sarà solcato dalle radiazioni» disse il generale Kojima.
«Voi siete pazzi, il vostro progetto non può riuscire, il Conflitto porterà solo all’estinzione dell’umanità, nessuno potrà più vivere in un mondo sterile, dove l’atmosfera piena di radioattività impedirà il risorgere di qualsiasi forma di vita. Dovete fermare questo assurdo scontro, trovare le vie della diplomazia e impedire che avvenga questo scempio. Dovete trovare una soluzione, ci deve essere per forza, non siamo pronti all’annientamento» disse il dottor Miyazaki con foga.
«Mi dispiace avvisarvi che è impossibile tornare indietro, il destino dell’intera umanità è a una svolta irreversibile. Anzi, siamo già in ritardo sulla tabella di marcia, i caccia bombardieri e le testate tattiche del nemico sono già da giorni in posizione, mentre lo scudo stellare è pronto per la pioggia di fuoco. È il momento di emigrare, per noi e per l’intera popolazione delle isole patrie. I nostri primi esperimenti contenuti nelle altri Torri sono stati ottimali e anche se troppi soggetti sono morti sotto i ferri, come anche molti dei vostri adorati animali, alla fine tutto è andato ottimamente a buon fine. Il progetto Namor e il progetto MASB sono da considerarsi una realtà a tutti gli effetti» disse il generale Kojima, non senza una punta di orgoglio nella voce.
«Il progetto Namor? Ma non era stato smantellato e bocciato ancora parecchi anni fa quando alla commissione per la sicurezza nazionale parve chiaro che era inumano e senza alcun senso pratico? Ora mi ricordo, lei era il vicecapo del Progetto, insieme ad alti papaveri del governo. Non mi dica che in realtà non l’ha mai abbandonato realmente» disse Sen, con un tremolio nella voce.
«Sen, niente scompare o viene abbandonato mai del tutto, come niente si crea e niente si distrugge, come ci insegna la fisica. Anche lei ha contribuito enormemente alla realizzazione del progetto Namor, oltre che del MASB. A lei e suo marito dobbiamo davvero tantissimo. Per questo non vi giustizierò per alto tradimento alla Patria, ma potrete godere anche voi il frutto di queste strabilianti ricerche. Chi meglio di voi potrebbe davvero apprezzarlo? Per gli dei, che cosa sta succedendo?» disse la voce del generale Kojima improvvisamente carica di timore.
Le luci degli allarmi balenarono tutte all’unisono, assordanti rumori pervasero l’ambiente destando Daquwaga e Kadavu dal loro sonno farmacologico.
«Quei porci d’oltreoceano hanno anticipato l’attacco, dobbiamo subito dare ordine per controbattere con tutto» disse Kojima.
Venne zittito da una deflagrazione e una colonna di fuoco si fece strada nell’ambiente investendo tutto e tutti.
Daquwaga e Kadavu vennero sospinti nell’oceano attraverso le brecce provocate dall’esplosione che fecero saltare i muri di vetro extra-corazzato per resistere alle tremende pressioni dell’oceano.
La colonna di fuoco si fece strada come un Serpente Baleno, oscurando poi tutto, compresi i ricordi di Kadavu e Daquwaga.

3
Oggi, nell’Oceano Padre, ora imprecisata

La coda di Kadavu colpì violentemente Daquwaga come non avrebbe mai potuto fare in circostanze normali, riuscendo a deviare le fauci poco prima che si chiudessero sul suo collo.
Kadavu scartò di lato, puntò verso l’alto, confondendo Daquwaga che faticò per qualche secondo a metterlo a fuoco con i sensori termici di cui era dotato, anche se alla fine era più sull’olfatto che faceva affidamento.
Kadavu compì una giravolta come se stesse facendo una capriola all’indietro, dirigendosi poi a tutta forza con il muso nuovamente contro la corazza di Daquwaga.
Daquwaga si preparò all’impatto, pronto al contrattacco, ma si rese conto che in realtà Kadavu puntava al punto rimasto scoperto dalla sapiente corazzatura.
Riuscì a piegarsi quel tanto che bastò ad attutire il colpo del delfino, che fu comunque abbastanza violento da stordirlo.
Kadavu nuotò a tutta velocità verso l’uscita del tunnel, cercando di mettere più distanza possibile da Daquwaga.
Lo squalo gli fu addosso in pochi minuti, accorciando le distanze a pochi metri dalla sua preda, la quale s’intrufolò in caseggiati con finestre sfondate, mentre con i sensori cercava un posto che gli permettesse di trovare rifugio e fermarsi almeno un po’.
«Vai avanti così, Kadavu! Tra poco i tuoi sistemi saranno sovraccarichi mentre i miei ormai si autoalimentano con tutta la rabbia che ho in corpo. I nostri creatori hanno davvero conservato le caratteristiche delle nostre specie d’origine. Ti avrò quanto prima e poi finalmente avrò il tuo branco con cui potrò saziare la mia fame, e il mio sistema di autoriparazione riuscirà a guarire le ferite che mi porto dietro dal giorno del Serpente Baleno. Avanti, cerca di stancarti più che puoi, maledetto fratello».
Kadavu dovette frenare la propria corsa in modo repentino, prima di sbattere violentemente contro una parete ricoperta di alghe e molluschi.
Daquwaga gli fu addosso e i suoi denti si chiusero su Kadavu con l’inesorabilità di una tagliola.
I denti corazzati e affilatissimi affondarono nella corazza come fosse fatta di burro, raggiunsero la carne del delfino e Kadavu, dopo tantissimo tempo, fu in grado nuovamente di assaporare quella squisita sensazione, un misto di dolore lancinante e sapore di morte incipiente.
Daquwaga lo teneva stretto nella dentatura, la sua enorme coda si muoveva frenetica per sorreggere e supportare lo sforzo, mentre si dirigeva verso il fondo dell’oceano dove il mammifero sarebbe rimasto completamente distrutto dalla pressione, da cui l’immenso squalo tigre robotico era invece immune.
Daquwaga aveva appreso ormai da parecchi anni che i suoi creatori avevano pensato a lui con una mentalità diversa, lo avevano reso in grado di resistere a tutti i tipi di attacco, rendendolo invulnerabile alle pressioni più terribili.
Ricordava quando cercava il modo di placare i morsi della fame, una cosa strana che i suoi aguzzini non avevano pensato di togliergli, andando a cercare dentro le profondità delle fratture oceaniche qualcosa di cui cibarsi. Il più delle volte erano pesci non di grosse dimensioni come lui, altre volte trovava relitti d’imbarcazioni come quella che lo aveva trasportato in quel luogo di tortura. Allora sfogava la sua rabbia, trovando persino delle carcasse umane con cui sfamarsi di quel poco che si faceva bastare per la sua sopravvivenza.
Fino a quando, dopo anni di solitudine e vagabondaggi senza meta, aveva incontrato con sorpresa Kadavu e il branco che proteggeva con tanta dedizione.
Non gli pareva vero che a breve sarebbe stato completamente a sua disposizione e che avrebbe potuto vendicarsi contemporaneamente di molte delle torture e delle umiliazioni patite nel ventre della Torre di Vetro.
Daquwaga scendeva rapidamente, mentre Kadavu si dibatteva perdendo sangue a più non posso dalle ferite.
Il suo sistema computerizzato gli riferiva costantemente che i nanoidi inseriti nel suo corpo stavano provvedendo a riparare le ferite e le lesioni alla corazzatura, ma non riuscivano a stare dietro alla velocissima perdita che pareva inarrestabile.
Kadavu doveva assolutamente fare qualcosa prima che fosse troppo tardi, doveva riuscire a liberarsi e raggiungere il suo branco con qualsiasi mezzo, oppure sarebbe morto.
«Inutile che cerchi di liberarti, Kadavu! Arrenditi e la tua fine sarà rapida e non troppo dolorosa. Alla fine vince sempre il più forte in questa gara alla sopravvivenza» disse Daquwaga.
«Daquwaga, fratello mio! Cosa ti è successo? Dopo tutto quello che avevamo sofferto in quella prigione di vetro, adesso ti comporti peggio dei nostri carcerieri. Persino il tuo modo di pensare è diventato simile al loro. Dove sono finite le nostre chiacchierate, quando parlavamo di aiuto reciproco e di batterci per i diritti all’esistenza della nostra vita? Cosa ne è stato del mondo più giusto, uguale e vivibile per tutti? La tua violenza non fa altro che mandarci indietro a prima che l’oscurità fosse spazzata via, la nostra coscienza è stata un dono. I nostri genitori ci hanno amato e indicato il sentiero della giustizia e dell’uguaglianza» la voce di Kadavu era debole, ma più gli parlava, maggiori sarebbero state le possibilità di sopravvivere e di fare appello alla sua parte razionale. Doveva farcela per il bene di tutti.
«Taci, fratello! Che da quando abbiamo avuto coscienza e tu non te ne sei più andato via dalla mia mente, non abbiamo avuto altro che umiliazioni e sofferenze. La mamma era solo un’isola di pace in mezzo al mare del dolore, mi piaceva tanto quanto sentivo il suo corpo morbido e sinuoso accarezzarmi dopo l’ennesimo aggiustamento delle lame di quei mostri in camice bianco. Si sono combattuti anche loro per la mera sopravvivenza e alla fine sono andati incontro al loro destino», rispose con rabbia Daquwaga.
«Non farlo, fratello mio. Te ne prego. Ricordati dei racconti di mamma e papà. Ti ricordi? Quel polipo cje imprigionò il dio squalo per fargli comprendere quanto la violenza fosse sbagliata e che tutti hanno diritto a solcare i mari al sicuro da tutto. Dobbiamo unirci affinché questo mondo possa rinascere a vita nuova!»
«Basta! Smettila! Taci! Dov’eri quando siamo stati colpiti dalla punizione del Serpente Baleno? Dove sei stato nei lunghi anni di solitudine che ho patito, mentre ero disperatamente alla ricerca di cibo e di un rifugio sicuro? Dov’eri quando la notte ti chiamavo senza sosta nel sonno, sperando di sentire la tua voce che mi cullava come quando quei mostri mi aprivano a caldo per infilarmi questa o quella placca di metallo? Io ero qui, in questo maledetto corpo colmo di dolore e disperazione! Tu, dov’eri?» il muso dello squalo tigre si serrò ancora di più, a Kadavu parve di morire, ma si fece forza per dare una risposta a quello che un tempo era suo fratello, in tutto e per tutto.
«Ero andato a cercarti, ma non percepivo più la tua voce e il tuo segnale. Ti ho cercato tanto, in lungo e in largo, fino a che non sono arrivato a un’altra Torre di Vetro dall’altra parte dell’Oceano, prima che la temperatura diventasse assolutamente insopportabile per la mia pelle e i miei circuiti. In quel luogo ho avuto la benevola fortuna di trovare questo branco, che ho giurato di proteggere a costo della mia stessa vita, esattamente come ti avevo giurato che ti avrei sempre protetto, fratello mio.»
Daquwaga ebbe un moto interno che lo rimescolò tutto, non poteva piangere, i suoi aguzzini non gliene avevano dato il modo, ma le sue viscere si strizzarono in una morsa acuta che gli fece mollare la presa e Kadavu si ritrovò a galleggiare libero, ma il sangue fuoriusciva copioso dalle ferite e le lesioni non permettevano al delfino di nuotare, con il risultato che precipitò verso il fondo nerastro come un macigno.
«No, fratello mio. Nuota, avanti, perdonami per quello che ti ho fatto, ti prego, non morire anche tu come i nostri genitori» urlò lo squalo ma il delfino colava sempre più in fondo.
Daquwaga si lanciò al suo inseguimento, impresse una spinta ulteriore con gli idropropulsori, spinse al massimo mentre la profondità aumentava e la pressione era ormai al limite estremo, poteva ormai scorgere il fratello solo con l’ausilio del visore termico, la traccia diminuiva sempre più d’intensità.
Kadavu stava morendo e lui aveva ucciso suo fratello.
Con una spinta disperata, Daquwaga s’inabissò con la velocità del proiettile, arrivando ad afferrare con i denti la coda del fratello, purtroppo le forze lo abbandonarono di colpo, mentre i segnalatori interni lo avvertirono che aveva raggiunto il limite energetico che poteva sopportare. Il supporto vitale stava venendo meno e non poteva fare molto per ripararlo. I nanoidi non avrebbero potuto salvarlo dal blocco di tutte le funzioni biocibernetiche.
Era la fine per entrambi.
Daquwaga strinse Kadavu saldamente, cercando di fare forza con le pinne, ma senza il supporto meccanico, non poteva sopportare l’immensa pressione e lo sforzo per risalire alla superficie.
«Perdonami, fratello. È tutta colpa mia. Quanto odio questi umani, quanto li odio per aver ucciso mamma e papà. Ricordo ancora quella notte, ricordo papà e mamma, il loro ultimo sguardo rivolto a noi, mentre il Serpente Baleno li carbonizzava nel suo abbraccio mortale. Ora moriremo entrambi e queste sofferenze avranno fine. Questo non è più un mondo per noi, per nessuno».
Le due figure si fecero sempre più indistinte, mentre venivano avvolte dalla marea nera.
Non si avvidero delle figure vagamente umanoidi che si dirigevano verso di loro a grande velocità.
Non si resero conto del loro avvicinarsi, creature strane, che sopravvivevano a pressioni immani, e vedevano nell’oscuro ventre dell’unico mondo rimasto, quello sommerso. Erano almeno una decina, coloro che li afferrarono con strani arti palmati, simili a mani umane però con le caratteristiche delle anatre o delle rane.
Daquwaga era ancora abbastanza cosciente per sentire qualcosa, aprì il contatto con i sensori e riuscì a mettere a fuoco quegli esseri che li avevano salvati dall’abisso.
Ora li tenevano in un abbraccio collettivo, li trasportavano quasi fossero privi di qualunque peso verso un luogo più distante, dove non erano palazzi affondati e dove forse avrebbero trovato rifugio.
Trascorsero i minuti, che divennero ore all’apparenza, quando finalmente Daquwaga e Kadavu vennero adagiati a profondità minore sopra un promontorio dalla strana colorazione rossa.
Uno di quegli esseri indistinti avvicinò qualcosa alla bocca di Daquwaga, il quale prese tutto con avidità.
Riprese le forze, si guardò intorno, riconoscendo alla fine il branco che Kadavu proteggeva. Per quanto gli sembrasse incredibile, avevano concesso la salvezza anche a lui.
«Grazie, Conan, hai ricevuto il mio messaggio, allora», disse la debole voce di Kadavu.
L’umanoide più alto si fece strada, era simile a un essere umano, però aveva la pelle come quella di Kadavu e respirava nell’acqua, era completamente nudo e privo di peli, muscoloso e atletico con pinne e mani palmate. Gli occhi erano di un rosso vermiglio acceso, i quali scrutavano Daquwaga con grande attenzione e divertimento.
«Avevo percepito la tua onda telepatica, come d’altronde la percepisce Daquwaga. Purtroppo lo squalo non sa usarla e in più egli si occulta istintivamente, quindi era come fosse invisibile agli occhi di tutti. Ho seguito il tuo debole lamento, fino a quando non ho visto che stavate affondando, allora mi sono deciso ad intervenire una volta che ho compreso che tuo fratello era tornato in se e aveva capito che non siamo suoi nemici» rispose l’umanoide chiamato Conan.
«Ben risvegliati, figli miei. È un piacere per me ritrovarvi tutti qui, nell’unico luogo rimasto dell’intero pianeta che i progenitori di questa nuova specie chiamavano Terra. Kadavu e Conan mi conoscono già da molto tempo, mi presento a te, prode e coraggioso Daquwaga. Io sono Masalisca e vengo da un altro mondo di cui si è da tempo perso il ricordo», disse una voce stentorea ma dolce, così simile alla voce di mamma Sen.
«Chi… cosa sei, tu che comunichi con me ma che non vedo?», chiese lo squalo tigre ancora abbastanza sconcertato.
«Mi vedi innanzi a te, sono quello che voi abitanti del mare e di terra chiamate con il nome di barriera corallina. Sono di corallo, è vero. Come voi sapete, esso è formato di milioni di organismi che arrivarono qui migliaia di anni or sono. Organismi provenienti da un altro mondo, oltre la volta stellata e la galassia conosciuta», rispose Masalisca.
«Non capisco, cosa intendi per volta stellata? Intendi quella dimensione dove galleggia quella strana cosa al posto del cerchio che scalda?», chiese Daquwaga.
«Giusto, figlio mio. Dai nostri pochi ricordi, arrivammo qui trasportati dai sassi del nostro mondo, quando gli abitanti di prima distrussero tutto, e i detriti presero a vagare per il vuoto cosmico, impattando poi in questo luogo che al tempo era ancora in completa formazione. Ci stabilimmo nel liquido, che ci accolse e che contribuimmo notevolmente a fecondare, mentre l’atmosfera si assestava, rigenerandosi in ossigeno e gas vari. Vedemmo sorgere nuovamente la vita, sperammo nel profondo della nostra essenza che l’avvento dell’intelligenza su questo pianeta non avrebbe comportato una nuova distruzione. Ci sbagliavamo» disse in tono sommesso, quasi commosso, la barriera corallina di nome Masalisca, come nelle leggende che il dottor Miyazaki raccontava ai suoi figli adottivi.
«Aspetta un momento. Tutto questo non ha senso, come puoi avere un nome leggendario, se esisti da più tempo della vita sulla Terra? Come possiamo inoltre comunicare con te?» disse Daquwaga, il quale osservava il fratello Kadavu mentre veniva abilmente curato dalle sapienti mani di Conan.
«Comunichiamo esattamente come fate tu e tuo fratello, possente Daquwaga. Con la trasmissione diretta del pensiero. Nessun bisogno di linguaggio, nessun intermediario. Solo noi, tutti insieme, in una sola, immensa, mente e sostanza» rispose Masalisca, non senza una punta di leggera stizza nella voce.
«Inoltre la nostra stirpe si rigenera continuamente in questa forma, ogni generazione di microorganismi ne ricrea altri, trasmettendo le conoscenze e le emozioni direttamente alla generazione successiva, la quale dunque progredisce realmente. Nel corso del tempo, venimmo in contatto con molto umani, trasmettendo loro molte delle nostre conoscenze e aiutandoli a sviluppare il proprio intelletto, esattamente come poi hanno fatto con te e Kadavu. Li abbiamo cullati per molto tempo nel nostro amorevole e materno grembo, fino a quando non abbiamo compreso che era giunto il momento di lasciarli andare liberi nel mondo, nel momento in cui una immensa catastrofe colpiva il pianeta con tutta la forza del suo maglio. Lasciammo molte tracce di noi, nei miti, nei ricordi e nell’anima di molti umani. Alcuni di loro ci ricordano come il tempo del sogno, un luogo primigenio alla creazione, dove molti ancora si rifugiano per comprendere la vera natura di tutte le cose. Solo che a molti, ormai, questo non luogo appare precluso, un monolite nero d’oscurità, senza più capo ne coda, un sentiero della notte, la cui mancanza ha portato l’umanità verso il baratro in cui poi è finita».
Masalisca tacque, il silenzio che seguì fu quasi totale, eccettuati i rumori di fondo dell’oceano.
Alla fine fu rotto da una voce inaspettata.
«Immenso Masalisca, condivido in pieno il tuo racconto. Io sono Conan, primo esempio della nuova stirpe d’umanità generata in seguito al Progetto Namor. Fui prelevato da bambino all’insaputa dei miei genitori, Shotaro e Sen Miyazaki. Durante la tempesta, alcuni sommozzatori a bordo di moto aereo siluranti mi prelevarono, operando violenza su mia madre e cancellandole la memoria con sistemi elettronici di controllo mentale. Ancora bambino, m’imprigionarono in una delle Torri di Vetro dove il Progetto Namor aveva ormai oltrepassato la fase sperimentale, dove venivano portate le cavie umane per la trasformazione. Impiegarono due mesi per trasformarmi in questo essere sottomarino, dotato di poteri mentali e totalmente a proprio agio nelle peggiori profondità oceaniche. Kadavu ci ha trovato durante la sua ricerca disperata di Daquwaga, prima che capisse che il fratello non era più come lo aveva educato la sua madre adottiva, mia madre di sangue. Ora accolgo i miei nuovi fratelli in questa nuova comunità. Non vi sono più terre da possedere, o preziosi per cui lottare. Abbiamo solo una immensa distesa di Oceano, che per noi potrà essere una nuova casa, almeno fino a quando le scorie radioattive non precipiteranno completamente a terra, penetrando ovunque con il loro peso, fino a distruggere tutto quello che ancora respira e soffre su questa faccia di pianeta».
Conan finì il suo discorso, Masalisca ebbe un moto particolare, come se tra se stesse sorridendo con gusto, mentre Daquwaga non riusciva più a capire nulla. Sapeva solo che oltre a Kadavu, adesso aveva un altro fratello.
Era della stessa razza di coloro che lo avevano ridotto in quell’ammasso di ferraglia, cumulo di scorie pronte solo per fare la guerra, una macchina di morte che ora non voleva più uccidere, piena solo del desiderio di vivere in pace con i fratelli cui aveva scoperto di volere così tanto bene.
Non immaginava quanto gli fossero mancate le carezze dei genitori e i loro rimproveri quando faceva cose che non doveva fare, solo per attirare la loro attenzione.
Ora non doveva più cercare.
Per il poco tempo concesso loro, avrebbero vissuto insieme, cercando di sopravvivere insieme a quella strana creatura proveniente da un altro mondo.
L’Oceano Padre sarebbe stata la loro casa.
Per sempre.

L’aria era calda, il vento solcava i mari con una forza sproposita, spostando con la sua coda i lapilli radioattivi e la pesantezza dell’irrespirabilità.
Carcasse di gabbiani, albatros e altre indefinite, talmente erano straziate dagli elementi, galleggiavano senza sosta.
Altre carcasse di pesci, alcuni grossi cetacei, orche e tonni veleggiavano semi sommersi in quell’immenso spazio, illuminati da un sole smorto e sfocato, che veniva lentamente coperto da nuvole cariche di tempesta.
Il vento si fece più gelido ancora, pioggia ghiacciata cominciò a solcare le distese marine, la neve si formò lenta, impregnandosi di scorie nere e virulente.
Iniziò la violenta nevicata, stretta in piccoli tornado di potenza e grandezza considerevoli, simili in tutto e per tutto a dita appartenenti a qualche dimenticata divinità marina.
All’improvviso, l’acqua non ancora freddissima si increspò proprio vicino al piccolo branco di tonni morti.
La mezzaluna di una pinna caudale d’acciaio emerse nella sua completezza, portando sulla sua groppa un umanoide dagli occhi profondi e dalla fame arretrata.
Una gigantesca bocca si aprì nella sua completa ampiezza, afferrando alcuni tonni in una sola presa, trasportandoli poi nelle profondità che ormai erano la loro casa.
L’oceano si richiuse come una ferita cauterizzata con i fili elettrici, la cicatrice ormai scomparsa testimoniava silenziosa l’avvento di una nuova stirpe di leviatani.

__________
Fabrizio Melodia “Astrofilosofo”
Nato nella nebulosa di Venezia in data astrale 21.1.76, studia filosofia nell’Università Intergalattica di Cà Foscari, conseguendo il Ph.D in Politica delle Costellazioni a Spirale Doppia con la dissertazione “Seconda stella a destra”, opera pregna di mappature incomprensibili e linguaggi extra filosofici, che gli vale la nomea sinistra di Astrofilosofo. Per raggranellare due soldi da spendere in assenzio buraniano alla Locanda dell’Ultramondo, scrive opere pulp per gli ebook intergalattici delle Pleiadi. Vive in una stazione orbitale assolutamente scassata, che egli ardisce chiamare pomposamente New Venice, con la moglie e i gatti, dilettandosi nel tempo libero alla scrittura di sterili poesie.

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(marco manicardi)
Questa voce è stata pubblicata in 1. ennesimo ebook. Contrassegna il permalink.

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