Ho comprato una memoria

di Paolo Zerbinati

Ho comprato il duplicato di memoria di un uomo deceduto durante le guerre marziane. Pare che non sia divertente spararsi virus, malware, nanostronzate dentro dei crateri a meno trecento gradi centigradi. Anche il sesso a quelle temprature e in quelle condizioni non è facile, parlo ovviamente di quella parte di Marte vuota, non terraformabile. Un pompino a meno duecento può essere però una bella esperienza se si indossa una metapelle. Attenti agli strappi, però, si può morire per giochi troppo violenti fatti con la metapelle e in quei casi davvero in fretta, congela anche la memoria, che non sempre si riesce a caricare tutta e abbastanza in fretta per evitare perdite consistenti, ci sono due livelli… Ma vabbè, lasciamo perdere.
I duplicati che si comprano oggi non sono perfetti. Si perdono le emozioni ed è difficile rimpiazzarle con le proprie. Nemmeno coi crediti emessi dalle multiplanetarie o coi puntibaratto delle società cooperative o con gli airpoint delle compagnie d’azzardo.
Con una di queste memorie ho combattuto in una conca con una tuta aderente in metapelle, divertendomi, senza rischiare. Quando ho finito poi ho vomitato, vomitato, vomitato. Si sa che i marziani, che poi sono i terrestri emigrati là un secolo fa per la prima terraformazione, e ovviamente i loro discendenti, è noto che i marziani non tengono in gran conto l’aspetto fisico, anzi pare che si facciano un vanto a mostrarsi maleducati e ributtanti, pare che il loro modello siano i Klingon di una vecchia serie. Ma i marziani sono un po’ più alti e tarchiati e hanno la pelle più spessa e ruvida.
Le guerre vengono combattute solo per divertimento, per diporto. Per vendere le loro memorie, o per entrare in empatia in diretta con loro per chi ha non proprio alcuna paura.
A volte fanno anche porno indossando, la metapelle. Ore a suon di pompini. Stucchevoli, alla lunga.
Ho una di queste memoria di guerra, non di pompini, a cui sono affezionato. Anche se spesso queste serie di guerra si alternano coi porno con gli stessi protagonisti. Di lei che ha combattuto su Marte sono ancora innamorato, e la sua è una delle tante memorie anonime. Non so chi sia, ma un giorno voglio cercarla, la proprietaria di quella memoria. È una memoria unica, non può essere venduta o affittata fino a che io ne sono in possesso, le duplicazioni non sono la stessa cosa, si possono comprare quelle, ma provare una vera emozione con quelle è impossibile, roba da sfigati del centro, buono per l’aperitivo nella città Appennino, nei quartieri storici di Bologna e Firenze.
Le collezione, donne che hanno combattuto su Marte, metapelle contro metapelle, I crateri come arene, a combattersi a suon di airware, airware che lanciano suoni, microbi, virus, staminali, a volte le vittime restano vive, sono colpite, si ritrovano mostri di un altro sesso, ermafroditi, esseri modificati, lesi, a volte congiuntamente illesi, modificati, duplicati, olografati, chi torna non si sa chi sia.
Avete mai usato un cazzo o delle tette in metapelle?
Allora non sapete cos’è se non avete provato quella quantità, quelle dimensioni, quella tantezza.
I tanatoware delle guerre marziane hanno aperto ai viaggi interstellari, a piegare molto dello spazio e parte del tempo, a raddrizzare lo spazio, calcolato curvo dalle nostre equazioni, e a introdurre le sperequazioni intergalattiche, che cominciano a permettere I viaggi.
Nessuno è ancora tornato, arrivano notizie, per I viaggi nel tempo sono solo notize, voci, parole, pensieri in qualche caso cose duplicate.
Tutto grazie allo studio delle tanatoware.
Ho collezionato I ricordi delle metapelle, quelle potenziate, che costituiscono più di un trucco e di un inganno, quelle usate in quelle guerre.
Guerre quasi fisiche, niente a che fare con le guerre economiche con cui i banchieri dalle loro torri hanno messo gli stati gli uni contro gli altri.
Si può morire davvero su Marte anche indossando una metapelle e io ho collezionato ricordi, alcuni li ho comprati nei canali tradizionali, altri su MercatoNero, un Pirata dell’aria, altri nei bugigattoli dei prostituti tra Sant’agata e Crevalcore, nelle oasi, dove attorno si è fatto tutto deserto.
I tramonti bianchi trasparenti mi impressionano ancora.
Alle volte le memoria le duplico dai turisti, ho un airware per sbloccare il DRM.
I turisti li porto in giro su una TunaJeep che si alimenta tramite una sorgente wifi solare.
Porto i turisti sulle dune, nelle conche, negli sprofondi aritmetici, lungo le tracce delle vecchie cavedagne. Non sanno che indosso una metapelle.
A volte i miei feronomi, innesti matematici, li fanno impazzire. Si mettono a dire tutto di sé, ad apparire affascinanti, per poter passare un po’ di tempo con me, anche solo parlare. Altri, altre, usano sguardi e silenzi, pensano di potermi sedurre, ma tutto quello che tentano io lo conosco.
Per passare dalla zona rossa fino verso Decima ci vogliono almeno tre giorni, sulla mappa son pochi chilometri, ma lì le mappe non funzionano bene, a un certo punto impazziscono e il tragitto bisogna conoscerlo per averlo vissuto, per evitare i luoghi, le lontre e le magie.
Io li lascio al campo Jeep e vado con un coltello in collegamento sinaptico con loro. Nel deserto a volte trovo vecchie cortecce, lombrichi, parti di corpi, anche con metapelli potenziate e illegali, che apro e metto dentro il mio sacco.
Bisogna saperle usare, le metapelli, altrimenti è meglio non usarle. Attenersi a quel che si conosce bene, che non è la mia regola, altrimenti non sarei qui a fare questa roba.
Ogni tanto mi siedo e mi faccio di un ricordo, mi masturbo con la mia metapelle e lascio il mio sperma a esplodere vagare nell’aria bollente e fetida del deserto emiliano, feromoni e metapelle, testosterone, e le esplosioni e i getti di sperma durano minuti e minuti e minuti. Poi mi sdraio e lascio avvolgermi dal crepuscolo dopo la bianchezza del tramonto.
Là sono collegati sinapticamente in massa per esssre tutt’uno con me e la mia masturbazione impossibile e illegale.
Spero che tra loro non ci siano le guardie monoteistiche. Se sanno che ho scassato il DRM della metapelle rischio molto. Si corrompono facilmente. Li porto nei bugigattoli dei prostituti nelle oasi, come quella della Decima, e poi taccio, taccio, taccio.
Quando torno in città tengo la metapelle dentro una borsa trasparente con deflettori di controllo innestati. Non posso correre rischi, nel mio ufficio c’è scritto, a caratteri grossolani nell’aria, Brizio Lugli, di solito vengono prima a trovarmi con ologrammi invisibili, ma non sanno che io li decodifico e li vedo; altri, poveracci, vengono proprio con ologrammi visibili, un po’ tremolanti, da poveracci.
Un giorno, in ufficio, nello spazio fisico del mio ufficio, glicini e doppi glicini e sempreglicini che pendolano dalla mia scrivania, un giorno si presenta un energumeno da una voce così profonda che avrei potuto scavare, per sentirla. Avrei dovuto scavare.
Aveva un fisico chiaramente potenziato dalla nascita. Era alto quasi tre metri, il misuratore etico che avevo installato era sul rosso, aveva lo stemma sul petto che sfondava la cotta di maglina delle milizie neocristiane, un’associazione di professori universitari che facevano lobby per impedire l’insegnamento delle materie sgradite alla loro associazione. Come tutte le lobby.
Mi chiese dove poteva sedersi e rimase un po’ lì e solo in quel momento mi parve di capire che era davvero lì, non era un ologramma.
Un attimo, gli dissi, aprii un vecchio armadio di qualche secolo, che tengo in ufficio per fare un po’ di antiquato, e ne estrassi uno sgabello in qualche lega di Giove, roba che aveva almeno trent’anni anche quella, e lo misi e lui si sedette e io sperai che non si rompesse.
Mentre parlava, con la sua voce mi occupava, e pensai che in parte fosse dovuto a un eccesso di testosterone, probabilmente assunto alla nascita, e questo mi faceva pensare che doveva avere almeno sessant’anni, risalgono a quell’epoca i bagni di testosterone che facevano i cattolici ai loro figli nel tentativo di non rischiare di avere figli maschi omosessuali.
E poi non era servito a nulla e si ritrovavano con figli maschi iperpotenziati che andavano a caccia di uomini e che erano anche molto ricercati dagli omosessuali.
In qualche modo, la percentuale di omosessuali tra gli iperpotenziati era il doppio.
La sua ipersessualità possibile omosessuale poteva stuzzicare la mia bisessualità. Ma oggi non era il caso, avevo coinmaker e puntibaratto da guadagnare.
Si sedette e pensai a quanto doveva soffrifre quello sgabello. Mi dica, che sta gugolando?
Lo vidi davanti a me storcersi per trangugiare un etto di saliva, con la manona spostò il suo uccellone da una parte all’altra e continuò ripetere quello che stava dicendo in continuazione da quando era entrato, e mentre parlava un’insegna tridimensionale luminosa gli compariva in qualunque parte del corpo in cui io guardassi e per spegnerla e impedirla avrei dovuto scaricare e leggermela, probabilmente un completo obiettorio di coscienza come ogni miliziano neocristiano.
Però, per cortesia, gli dissi, disattivi lo spam. Non posso farlo, e la sua voce continuava a riempirmi, Non trovo più mia figlia e non posso farlo.
Vuol dire che ha altri problemi, dissi, e mi decisi a scaricare dalla mia vista l’obiettorio intero, dovetti passare qualche minuto a leggerlo e rispondere a un test di comprensione prima di poter accedere alla vista del tipo senza il tredì furibondo.
Diventò viola, una volta scaricato, letto, risposto e disattivato, e tremolò e il tredì si dissolse.
Allora cosa è successo. Mia figlia è venuta in una gita con lei e non è più tornata.
Non mi ricordo di un incidente del genere. In realtà, ma non glielo dissi, di incidenti del genere ne accadono in continuazione.
Deve ancora accadere. Mia figlia partirà con lei domani per un viaggio nel cratere e lì verrà rapita dai pitechi programmatori che la useranno per il computer neurobiologico che stanno costruendo.
I Pitechi cosa? Lei è pazzo. E poi nessuno può viaggiare nel tempo, benché ci siano teorie sullo sviluppo dello spazio come tempo geometrico a inversione, e si postuli la possibilità di una partenogensi di universi che si possa ricompattare con un’osmosi bosnica, ciò, oggi, non pare possibile.
Ovviamente mi ero collegato a una banca dati a cui ero abbonato, per poter rispondere così.
Sì ma io vengo dal futuro. Pochi anni. E necessariamente da un altro universo.
Lei è fatto di ostie. Questa era una mia vecchia battuta che usavo tutte le volte che incontravo degli integralisti neocristiani.
Non faccia battute blasfeme. Le chiedo solo di aiutarmi con mia figlia.
E aveva ragione, poi mi sono ritrovato a sparare malair a zigzag contro degli esseri pelosi che avevano rapito una bionda dalla pelle grigia, una nudista integrale, che si copriva il corpo di crème e di pellicole protettive ma comunque era sempre nuda. A volte le pellicole la potevano, sotto certe angolazioni, far sembrare trasparente. Agli altri della comitiva avevo detto di non muoversi dal campo base, avevano lo scudo protettivo della jeep.
Lì nel cratere Modena le temperature potevano variare di molto, c’erano zone blu, in cui la tempratura era glaciale, e altre rosse in cui era torrida. Dopo l’incidente del 2082, quando la sonda spaziale quantica cinese che di ritorno da Venere si era schiantata su Modena, e aveva cancellato dalla faccia del pianeta molta parte della città e della provincia verso sud, le condizioni climatiche avevano preso una piega stramba, non più la steppa calda che in qualche anno si sarebbe trasformata in deserto, ma un coacervo incomprensibile di stati di calma e agitazione atmosferica che si dividevano in zone blu e zone rosse. Per anni sonde, automi, e airware hanno studiato la zona, senza venirne a capo.
Qualcuno a sproposito aveva citato un vecchio film russo che veniva citato ogni qualvolta accadeva qualcosa di simile, cioè una singolarità, oppure una improbabilità, quando la singolarità si manifestava in più aree della terra in modo più o meno differente.
Mi sedetti al freddo che la mia metapelle mi permetteva di non sentire. Presi una scatola di ricordi e mi feci in due minuti due anni di vita di un grande cacciatore di asteroidi. Mi esaltai di tutte quella mimesi.
E cominciai a registrare un ricordo specifico da vendere. La caccia ai Pitechi e alla gnocca bionda dal corpo color antracite.
Ingoai dei cristalli e a quel punto era velocissimo. Cominciai la caccia, il visore della metapelle era integrato e potevo vedere a chilometri di distanza, lì non avevo possibilità di accessi ai satelliti e potevo solo avere una vista a grandangolo, per poi aprire la vista sul punto esatto che mi interessava. Vidi i due Pitechi con le loro chiappe pelose, il buco del culo rosato e sporco, erano a tre chilometri e portavano Ansaldo, il nome della bionda dalla pelle antracite, sulle spalle, saltavano di cratere in cratere, di dosso in dosso, di lastra in lastra, lei tremolava dal freddo, non sarebbe morta, comunque, ma sarebbe stata male, molto male.
Si muovevano veloci e io ero più veloce di loro, in poche ore li avrei raggiunti. Era notte e era venuta presto dentro il cratere perché il tramonto trasparente finì presto il sole.
Aspettai lento e sveglio mentre i Pitechi appena è notte si fermarono. Temetti che potessero abusare di lei anche se per me aveva la sensualità di un cadavere, però so che a qualcuno piacciono i cadaveri, tanto da riportarli parzialmente in vita, per usarli nei bordelli.
Arrivai su di loro mentre dormivano accoppiati sessualmente, ognuno con in bocca il sesso altrui, tranciai loro i sessi e me li misi in una busta refrigerante, aprii loro il torace, li squartai e presi la loro pelle e la misi in un’altra busta refrigerata, liberai Ansaldo.
Come va? Bene, mi disse. Come hai fatto ad accorgertene, mi chiese. Ti tenevo sotto controllo, loro sono stati veloci, ma non abbastanza, tuo padre mi ha avvertito.
Io non ho papà, ho una cooperativa di mamme, sono nata in vitro, da sperma e ovuli sintetici.
In vitro?
È un modo di dire, mi disse, nient’altro che un modo di dire.
Ritornammo alla base e li trovammo tutti morti.
Ehi, cos’è successo. Mi diede un bacio. Sono stata io.
Eh?
Sì, io sono stata costruita per muovermi nel tempo.
Mi sedetti, tirai fuori una cartina, una caccola dalla tasca, e preparai una sigaretta. Ne vuoi una?
Cos’è?
Una sigaretta.
Che cos’è.
Roba antica, pura piacere, ci morivano, pur di fumarla.
Come tante altre cose.
Sì, esatto, come tante altre cose, ma questa era la peggio.
Era la peggio?
Dicevano così almeno. Vuoi provare?
Non rispose e la guardai. E glielo dissi. Per me sei un fake, sei una copia, non esisti.
Riprova.
Sei un fake, sei una copia, esisti.
Esatto, come hai fatto a capirlo.
Ci ho provato e me lo hai detto tu adesso.
E se stessi scherzando, se dicessi, It’s a joke.
Come farei a crederti, ormai? Non ti posso più credere, sei un fake, sei una copia, devi esserlo anche se fossi l’originale.
E allora cosa faresti.
Non arrivò il punto di domanda alla fine della sua frase che la uccisi. E mi fumai una lunga sigaretta, da erezione.
La guardai in parte sciogliersi, in parte esaurirsi in malware, in parte fare rumori biologici di assestamento. Guardai le colonie di virus sprofondare assorbite dai buchi che nel frattempo avevo creato sul terreno, i tiranti stavano facendo il loro lavoro.
Mi guardai attorno, avevamo fatto un balzo, di qualche giorno, il tempo di lasciarli soli a morire, gli altri componenti della gita. Mi misi alla guida della mia jeep,enorme, circolare, a cuscino d’aria, stava tra i trenta e i cinquanta centimetri da terra. Poteva contenere dodici persone. C’era anche un salottino oltre alle bare per riposare.
Seguii le regole: cremai i corpi, dopo aver salvato le memorie, sia quella fisica che quella empatica. Non avevo le scatoline adatte per tutti, mi arrangiai, dovetti tagliare un po’ delle loro memoria, lì non potevo salvarle per aria, non nella zona, si perderebbe tutto, molto facilmente.
Ecco, mi chiesi a quel punto come avessero fatto quelli del labirinto. Il cielo sembrava marcio, quella notte.
Dormii, mi feci dei cristalli, sostituii la mia memoria empatica a lungo termine, misi quella originale in completa pulizia. Guidai lentamente le burrasche di polvere, sapevo che provenivano dal labirinto, sintonizzai i tracker per capire dove il labirinto si stesse spostando, di certo aveva catturato lui Giulia.
Ecco all’improvviso sapevo il suo nome, fino a quel momento avrei fatto fatica a ricordarlo, merito della memoria empatica ricombinata. Mi feci un’altra sigaretta. E guardai dalla parte dove non avrebbe dovuto esserci il labirinto, era l’unico modo per ingannarlo, il labirinto biologico. Era un essere vivente, si può dire, un incrocio tra un vecchio software e idrocarburi intelligenti.
È un istintivo, anzi un istintuale, il labirinto. Sapevo che avrei potuto ingannarlo con le parole, con il loro suono, ma dovevo trovarlo prima, ronzargli attorno e sperare di trovare dove teneva Giulia, volevo liberarla.
Fumai una sigaretta ulteriore. Merda, mi dissi, non ho voglia, dove cazzo sei, ma farmi inculare Giulia dal labirinto. E tutti quei morti. Ne ho viste molto di peggio, ma almeno Giulia dovevo portarla a casa, rischiavo il patentino di guida, sarebbe stata la prima volta che non riuscivo a portare a casa qualcuno.
Una volta c’ero andato vicino, a Campogalliano, per colpa di un vecchio calcolatore a matematica anteriore che sembrava in grado di posticipare ogni mia mossa, poi avevo messo i cannoni in azione per radere al suolo la zona, e i gemelli saltarono fuori nel tentativo di dissuadermi, ma non ci riuscirono.
Li feci fuori tutti, erano bambini, ma non potei fare a meno, sono vendicativo, non mantengo le promesse, non tutte, solo alcune, e mi faccio vanto di non mantenerle, molte, mica sempre, quasi tutte.
Il labirinto era autoconcresciuto a se stesso e non era ancora considerato pericoloso dall’agenzia per la sicurezza, era classificato nulla più di una stramberia locale, come i panini con il pescegatto alla griglia e la zuppa di parmigiano e aglio, che si potevano mangiare nelle trattorie, nelle posadas e nei restoràn ai confini con la zona.
Nel tempo, negli anni, lo avevo visto crescere, peggiorare, diventare più furbo, e più di una volta avevo compilato i moduli governativi per chiederne via via la demolizione, l’abbattimento, l’annullamento, la decrescita, la depiantumazione, ogni volte il linguaggio burocratico mi chiedeva la compilazione dello stesso modulo con definizioni diverse, il modulo era il n. Ea8764tr-4, lo potevo tirar giù dall’aria e compilare con la airsignature, o con il mio marchio neuronico, alle volte in un richiamo vintage da parte dei burocrati governativi mi toccava presentarmi di persona, di persona, nemmeno mandando un ologramma!, a compilare addirittura vecchie pergamene che venivano cancellate e riusate più e più volte, e questa ironia governativa un po’ mi stupiva, sembrava che a governarci fossero dei commedianti, un po’ come era già accaduto in passato, dei commedianti, e vaffa e prima del vaffa.
È vero non avevo mai chiesto un vero e proprio accertamento, avevo i miei fondati motivi per non chiederlo, anche se adesso non li ricordavo compiutamente, forse qualcosa che riguardava il mio timore di un riscontro fiscale sulla mia attività di guida e anche di gugòlatore, ma ora ero in pari con il pagamento dei bolli e stavolta avevo anche pagato la società degli editori per l’uso che facevo delle parole che usavo per parlare e anche nei miei pensieri e la licenza per i percorsi che seguivo nel mio lavoro.
Da quella volta che sono stato arrestato per aver citato il titolo di un vecchio film in una conversazione, ho capito che non è possibile davvero stare attenti a ciò che si dice e si pensa e mi sono rassegnato a pagare la SdE. Mi feci due settimane di controllo totale e pagai una multa corrispondente a tre mesi di lavoro, di allora, che all’epoca guadagnavo bene, non c’era ancora la crisi che c’è ora, i nuovi pianeti troppo lontani e quelli vecchi che non sono stati terraformati più che mai ostici anche alle nuove tecniche di piantumazione e vitalizzazione.
Ci manca ancora, io credo, la scienza necessaria, per poter superare questa crisi.
Parcheggiai nell’oasi di Bosco Albergati. Palme nane, formiche rosse, manufatti con la scritta PCI, PDS, PD e altre sigle di cui gli storici conoscono tutto, io non ho mai trovato una memoria abbastanza capiente per farci stare dentro quella roba, avrei dovuto mettermi ad impararla, ma non m’interessava, non ne avevo voglia, cose così, quando portavo lì qualche turista mi limitavo a tirare giù le informazioni dall’aria.
Andai da Marione, ordinai pescegatto alla griglia in una salsa di melidoro e peracipollina, bevvi Lambrusco bluastro, amarognolo. Alla fine mi chiusi in un masturbatorio a sfogarmi.
Tirai giù le procedure per capire come chiedere un accertamento, stavolta volevo fare il culo al labirinto, non potevo dire che non pagava le tasse, anche se per un po’ mi fermai a chiedermi se un labirinto avrebbe dovuto pagare le tasse o qualche cazzo di bollo o anche solo la SdE.

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Paolo Zerbinati
Crede di aver mandato quattro pezzi agli amici di Barabba. Però non ne è sicuro. Se qualcuno li legge, o anche solo vuol provare a farlo, e poi ne vuol parlare con lui, può scrivergli a: paolo.zerbinati.46028@gmail.com. Se no, è lo stesso. Questa è da intendersi un po’ come la sua biografia, come richiesto.
Paolo Zerbinati

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(marco manicardi)
Questa voce è stata pubblicata in 1. ennesimo ebook. Contrassegna il permalink.

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