Il ricordo perfetto

di “Batchiara”

“È sicuro di voler continuare?”

Le luci sono basse e la voce arriva attutita dalle pareti morbide. L’uomo giace sdraiato e guarda il soffitto grigio sopra di sé. Ha le mani sudate, ma sa che un po’ di tensione è normale, ne aveva parlato col medico nei giorni precedenti. Vorrebbe passarsene una sugli occhi, ma non può, le braccia stese lungo il corpo legate al lettino, come le gambe. Stringe un attimo i pugni e sfiora la tuta morbida che indossa, che gli ricorda in un flash quando abitava ancora nella vecchia casa e sua madre lo vestiva per mandarlo a scuola.

Dieci

Avevano discusso a lungo, lui e il medico: voleva sapere tutto sui possibili rischi e sulle conseguenze. Non aveva paura di provare dolore perché c’era abituato: erano anni che soffriva in quel modo che nessuna medicina, nessun antidolorifico poteva lenire. Ma da bravo ingegnere aveva bisogno di sapere tutto, calcolare ogni dettaglio.

Nove

Se avesse potuto avere tutti i dati – pensava sempre – sarebbe stato in grado di calcolare esattamente il momento in cui se ne sarebbe andato. E invece era costretto a restare lì in attesa, facendo finta di non avere una data di scadenza ignota già stampata nel DNA. Continuando a respirare, a mangiare quel che riusciva, a fare le cose che gli piacevano, insomma, a vivere, costretto in un corpo che lo aggrediva dall’interno. Un corpo che era diventato un nemico da combattere, un ostacolo. Detestava questa indeterminatezza con tutte le proprie forze.

Otto

Poi, un giorno, era capitato per caso su quel sito. La tecnologia era nuova e cavalcava l’onda dell’entusiasmo successiva alla tanto sofferta approvazione della legge sulla morte assistita. La questione sembrava semplice: “Facile come un batter d’occhio”, come diceva lo slogan. Si trattava di spegnere tutti i percettori fisici e isolare la mente dal corpo morente, cristallizzando uno ad uno tutti i ricordi fino a lasciarne uno solo, dentro il quale la coscienza avrebbe galleggiato per un tempo indefinito.

Sette

Subito aveva scartato quell’ipotesi: non gli sembrava sicuro mettersi nelle mani di gente sconosciuta per una cosa così importante. E poi gli pareva di arrendersi, e lui non era mai stato il tipo che mollava nemmeno prima, figuriamoci adesso. Poi però si era accorto che quell’idea non se ne era andata con un semplice click sulla finestra del sito. Si era installata nel suo cervello come un ospite indesiderato. Silenzioso, ma allo stesso tempo sempre presente in un angolo: come quando stai leggendo un giornale in metro e “senti” che c’è qualcuno dietro di te che sta guardando le stesse pagine, le stesse parole. Puoi far finta che non ci sia, puoi ripeterti che il fatto che anche lui stia leggendo non ti cambia nulla, ma la verità è che non puoi. C’è, e se non puoi andartene tu, l’unica cosa da fare è guardarlo negli occhi.

Sei

Così un giorno aveva telefonato. Si era detto che andarci a parlare lo avrebbe sicuramente convinto che si trattasse di una banda di cialtroni e gli avrebbe levato per sempre quell’idea balzana dalla testa. Aveva preso appuntamento e si era recato all’indirizzo convenuto con apparente distacco e l’aria quasi annoiata.

Cinque

Da quando aveva varcato le porte automatiche, però, si era sentito per la prima volta da moltissimo tempo come se fosse a casa. Come se qualcuno lo avesse preso per mano e gli avesse detto che sarebbe andato tutto bene. Aveva parlato con un medico che gli aveva spiegato in modo chiaro e facilmente comprensibile la procedura che avrebbero seguito. Aveva l’impressione di essere tornato ai tempi dell’Università, quando vedeva tracciare linee e calcoli su un foglio, già immaginando la realizzazione finale del progetto. Sentiva che qualcosa era successo di molto importante, come se avesse aperto gli occhi su un finale finalmente diverso.

Quattro

Per settimane si era concentrato sui fogli che gli avevano lasciato, studiandone anche i minimi dettagli, documentandosi sugli aspetti prettamente medici che non conosceva. Dopo aver fatto altri colloqui, alla fine aveva deciso che non c’era nessun difetto, nessun motivo per cui non potesse funzionare. Visto che tanto doveva morire, voleva essere lui a decidere quando, e come.

Tre

Nelle giornate ancora buone che la malattia gli lasciava aveva organizzato tutto: aveva dato disposizioni per i propri beni, era andato a visitare i luoghi che aveva amato di più e aveva scritto lettere che avrebbero dovuto essere consegnate dopo che tutto fosse finito.

Due

Aveva riflettuto a lungo su quello che era l’elemento più importante in assoluto: scegliere dentro a quale ricordo si sarebbe perso per sempre. Gli sembrava impossibile decidersi. Ogni volta che diceva “ecco, l’ho trovato” subito gliene veniva in mente un altro: voleva assolutamente che fosse un ricordo grandioso, niente di banale o scontato. Qualcosa che sintetizzasse una vita di successi, un ricordo unico e perfetto. Dopo aver scartato tutte le alternative, ne aveva scelto uno e a quel punto si era sentito finalmente sollevato.

Uno

Alla fine lo avevano chiamato per l’appuntamento. Si era fermato un attimo guardandosi attorno per controllare se fosse tutto a posto e poi aveva chiuso la porta di casa dietro di sé, per l’ultima volta.

“È sicuro di voler continuare?”
“Sì”

La voce comincia a contare alla rovescia, e l’uomo fa quello che si è lungamente allenato a fare: svuotare la mente da tutto, rilassarsi e pensare solo al ricordo che ha scelto, il ricordo perfetto.
I numeri scorrono e l’uomo sente le mani sudate lungo i fianchi. Non pensava che avrebbe avuto paura, invece si ritrova a dover controllare il respiro nonostante la rilassatezza forzata dalle sostanze che gli hanno iniettato poco prima. Cerca di non pensare a niente, vorrebbe avere le braccia libere e passarsi una mano sugli occhi chiusi, ma non può, così stringe i pugni un attimo. Le dita sfiorano la tuta morbida che indossa e proprio al termine del conto alla rovescia – senza che possa far nulla per impedirlo –  un ricordo inaspettato e quasi dimenticato infrange quel muro di calcoli e razionalità con cui l’uomo ha provato a proteggersi e spazza via tutto ciò su cui ha cercato invano di fissare il pensiero.
Una sola immagine nitida emerge dal buio della sua mente ormai praticamente vuota: è sua madre, che lo veste nella luce bassa della sua cameretta per mandarlo a scuola. Sua madre, che ha scelto i pantaloni rossi perché sa che sono i suoi preferiti, di un tessuto morbido come quello che indossa adesso.
Sua madre, che lo guarda negli occhi e gli chiede: “Sei felice, ora?” “Sì”.

__________
“Batchiara”
La bio una di queste volte bisognerà proprio che si decida a scriverla.
Poche idee, ma confuse
(Comunque, ringrazia Fabrizio Casu per il fondamentale apporto.)

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Informazioni su il Many

(marco manicardi)
Questa voce è stata pubblicata in 1. ennesimo ebook. Contrassegna il permalink.

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