Stargrave

di Dario De Leonardis

La testa di quel coglione salta via come fosse un pallone da basket, e con qualche altro colpo cerco di mandarla a fare canestro nel cerchio rosso che l’LSD mi disegna davanti, pronto a segnare un bel due sul mio tabellone onirico.
Il sistema di recupero li gestisce così, ormai, gli allucinogeni ramificati. Non ce la fa a espellerli o a convertirli come avrebbe fatto una decina di anni fa.
Quella notte nelle Icebane, un settecento chilometri più a sud di questo cesso, la carovana era appena sopravvissuta a un attacco di mazefir che avevano volato sotto l’altezza radar e per festeggiare avevo ingurgitato tanta di quella polimescalina che avrebbe steso un darak per una settimana, con la bava giallastra a schiumare da entrambe le proboscidi.
Succede da vent’anni ormai che i mercanti di organi piazzino dei chip biometrici sui branchi di mazefir più attivi e ne seguano gli spostamenti, rilevando tramite le variazioni metaboliche quando il gruppo e a caccia. Li seguono e aspettano che quelli facciano il lavoro sporco per loro. A quel punto li mettono in fuga con emissioni soniche tarate sullo specifico maschio alfa e svuotano i corpi delle vittime. Non succede così spesso ma naturalmente noi eravamo quelli con il biglietto vincente nella lotteria Perdi i polmoni in cambio di un cazzo, e neanche mezz’ora dopo il primo attacco, quegli gli stronzi di Alpha Houston ci erano arrivati addosso come cavallette.
E io ero tornato operativo in quattro minuti netti.
Vecchia nanotecnologia, a quei tempi faceva faville.
Nucleo di controllo centrale obsoleto, database liquidi non aggiornabili, euristiche limitate. E nelle nuove droghe c’è tanta di quella merda di quarta mano sin dal principio attivo, tagliate con veleni che prima del Crollo ti sarebbero costati una decina d’anni nella Fossa solo a pronunciarne il nome.
Sistema del decennio scorso e non abbastanza soldi per l’upgrade. Antiquato quanto la morale di un prete cattolico.
Però fatto per durare, adattivo molto più di qualche neurone marcio, su misura per la mia neuroanatomia perché a quei tempi me lo potevo permettere, ci aveva messo poco a imparare a gestire in maniera creativa le nuove esigenze, e aveva iniziato a ristrutturare le mie sinapsi frontali in modo da rendere le allucinazioni funzionali al contesto percettivo.
Rischi di danni cerebrali?
Sempre moderatamente meno di quelli che avrebbe provocato una pallottola.
A proposito della quale.
Al mio fianco Greg scioglie le facce a un manipolo di quegli stronzi con una granata all’acido prima di seccare un energumeno armato di trincetto laser in tenuta da guardia notturna.
Lisa è sparita. Probabile l’abbiano beccata. Addestrata ok, ma non abbastanza. Impossibile esserlo a sufficienza a quell’età, anche con una tonnellata di impianti d’Addestramento arrivati nel mercato nero direttamente da Deep London.
Un vero peccato, per vari motivi.
Poi ne arrivano altri quattro, degli stronzi di prima, dico.
Io sto ancora pensando alle tette di Lisa.
Quasi tutti con protesi bioniche di terzultima generazione. Niente polimeri monomolecolari ma non fraintendetemi, abbastanza da strappare via un cranio a un adulto di taglia media senza troppi problemi.
Tette di Lisa. Completamente naturali. Neanche una traccia di derivati o clonazione localizzata.
Uno di loro formula un uni-exploit.
Mai una buona cosa, sia messo agli atti.
Sembra la Cerchia della Guerra del cazzo.
Del cazzo è una mia licenza.
Naturalmente è la cosa più adatta in questa situazione.
Metà delle formule di quella scuola prevedono manipolazione dell’energia cinetica.
Creano proiettili fatti di aria compressa, lame fatte di vento, mazze di pulviscolo atmosferico.
E io non ho una resistenza particolarmente spiccata alla magia.
Mai avuta, difficile da comprare. Meglio nascerci. Capita a volte di nascerci.
L’aria si distorce in un disco traslucido di fronte a lui e un microsecondo dopo schizza verso di me. Una compressione atmosferica mi investe.
Io sono nato con molte cose, ma la resistenza alla magia proprio no.
Becca in pieno la spalla destra, abbastanza da spazzare via il pensiero della pelle odor fragola della puttanella Inglese, ma è di basso livello.
Certo dal dolore direi il contrario, ma se fosse stato un colpo di uno spellcracker esperto a quest’ora il mio braccio farebbe compagnia al crocifisso capovolto affrescato sul muro dietro di me.
Ed essendo il mio braccio farebbe anche una gran figura, credo, il problema è che mi risulta comunque più utile per situazioni meno artistiche.
Mi lancio dietro una scrivania cercando di attutire il colpo della schiena sul pavimento insieme a quello dell’attacco magico. Altre due compressioni quasi disintegrano quel cazzo di tavolo.
Non fanno più la plastica di una volta.
E su questo argomento ci sarebbero un paio di transgender miei amici pronti a darmi tutta la ragione del mondo.
Mi lancio fuori dal mio candido nascondiglio urlando e buco uno dei quattro, che crepa schizzando sangue dal torace in tre direzioni, foro d’entrata, d’uscita e bocca. Fontana proteica d’arte contemporanea. Pressione sanguigna troppo alta, almeno un cuore di backup. Per questo gli ho spezzato l’esofago in due tronconi indipendenti, con le nuove biotecnologie di sussistenza militare è necessario essere meno scontati riguardo i bersagli.
Gli amici del cadavere di nuova produzione si fanno di lato mentre lui cade a braccia spalancate e Greg, con quella sua pistolina inerziale, porta via un braccio e metà del tronco a uno dei tre rimasti. L’unica cosa a cui riesco a pensare è che poteva almeno eliminare l’arto bionico, ma fortunatamente il tipo diviene ininfluente mentre affoga in un mare di dolore e solo i suoi due compari si lanciano su di noi.
Uno mi è addosso prima di farmi mirare, gli pianto dieci colpi nell’addome e quello non tira su neanche un gemito da prurito. Mi sta per spezzare il collo. Il freddo del metallo si diffonde intorno a me su binari di allucinogeno a specchio dolorosamente traslucidi.
Sarebbe una bella festa se tra le conseguenze del doposbornia non ci fosse anche materia carebrale che cola dai miei dotti uditivi.
Attivo l’interfaccia muscolare, la miosina nelle mie braccia va a fuoco, le fibre si modificano e si gonfiano.
Lo supero in forza?
Macché.
Neanche le mascelle di un mathel adulto supererebbero la pressione sviluppata da una protesi in metatitanio della Goteki.
Ma la mia forza fisica aumenta abbastanza da permettermi di divincolare una mano.
La testa dell’energumeno non è corazzata, e io afferro un’ampolla rotta e gliela caccio nell’orecchio fino al cervello.
«Bella cosa un sorriso radioso» gli dico mentre rigiro il frammento di vetro e lo mollo.
Avete presente quando una frase in testa vi suonava molto meglio di quando l’avete pronunciata?
Credo sia afasia dovuta alle droghe.
Lo stronzo muore con un’aria sorpresa.
Non mi ero neanche reso conto che fossimo in un laboratorio.
Anche se a giudicare dagli affreschi sui muri si trattava di una sala di culto. O magari entrambe le cose.
Ne avevo sentito parlare mesi prima sulla strada, tra un cliente e l’altro.
Alambicchi e croci invertite.
Come diavolo la chiamavano quella nuova religione? Culto di Vran? Qualcosa del genere.
I ragazzi su al Tempio Grigio mi potrebbero quantificare con un algoritmo frattale la cifra esatta del cattivo karma che sto accumulando.
Il ragazzo intanto ha aperto un buco grosso quanto la tavoletta di un water nella pancia dell’altro imbecille. Quello rimane in piedi qualche secondo osservando l’apertura. Poi cade a terra con un ghigno strano sul viso.
Io mi avvicino a quello senza braccio. È ancora vivo.
Gli punto la pistola alla fronte e lui mi guarda come per implorarmi di ucciderlo, di liberarlo da quel lancinante intreccio di dolore.
«Sei la morte?» mi chiede con un tremante filo di voce «papà… hhkkk… me lo diceva sempre che… hhkk… se avessi detto qualcosa… hkkk… alla mamma tu saresti… shhhkk… venuto… sei venuto… hhkk… a prendermi?»
Gesù. Sono un fottuto angelo della morte. Un dannatissimo traghettatore dello Stige. Spada di fuoco alla mano vengo a fottermi tutti i primogeniti molestati di questo mondo. Questi quattro stronzi non hanno neanche una possibilità.
Ciò che accade dopo è prevedibile.
Non lo uccido. E spero solo di riuscire a godermi ogni istante della sua morte. Magari avessi un po’ di pop-corn, di quello organico.
Fantastico un attimo sul periodo in cui potevo permettermi del cibo organico.
Dura poco, il nanotech mi sta facendo tornare lentamente lucido, a sufficienza per rendermi conto che siamo messi male.
Hanno ferito Greg. I suoi impianti sottocutanei già stanno provvedendo ma è indebolito.
E le munizioni scarseggiano.
Avremo ammazzato cinquanta di quegli stronzi e continuano ad arrivarne.
Lisa sparita nel nulla.
Lo dicevo che la giornata era iniziata male.

Male come un attacco di diarrea durante una fila letteralmente chilometrica alla biglietteria del concerto di Konoko Manson.
O più o meno la stessa cosa, quando ti svegli nel letto di una puttana che non ricordi di aver mai visto e scopri di essere ricoperto di miele e di altri tipi di escrementi animali.
Poi quello schifoso telefono inizia a squillare con quella schifosa nota telepatica che ti attraversa il cervello, e quasi maledici te stesso per aver settato la suoneria astrale con il motivo di “Posthuman” remixato da Dj Pestilence.
Che è certo un classico, ma ci sono pur dei limiti.
Attivo l’interfaccia nanotech nella corteccia transizionale in modo da non dover parlare per poter rispondere, anche perché l’attività verbale al momento mi sento candidamente di escluderla per vari motivi.
La connessione è rapida e quasi indolore. Meglio di molte altre volte in cui una sottile lama di ghiaccio mi era penetrata sghignazzando nel lobo frontale.
Quello era stato il primo momento della giornata in cui ho iniziato a considerare seriamente un upgrade di tutto il sistema di naniti, oppure una valutazione maggiormente pragmatica per un lieve cambiamento al mio stile di vita, qualcosa come evitare di mischiare polimescalina con derivati al benzene della cannabis sintetica, almeno prima di fare sesso.
Ammesso che effettivamente ne avessi fatto.
Ho sempre considerato la sicurezza in me stesso e nelle mie azioni un turgido punto di forza.
Una delle cose con cui sono nato, come accennavo in precedenza.
Mi chiamo Jesus Salamander.
Portoricano da parte di madre e francovietnamita da parte di padre, o forse indonesiano, a dire il vero su mio padre c’è un po’ di confusione.
A volte mi guardo allo specchio e mi faccio più schifo di un brutto mosaico italiano a sfondo religioso.
Sono stato un sacco di cose, tra le altre un killer, un adepto, un ladro, un picchiatore, una prostituta e a volte un addetto ai recuperi, sempre part time ovvio, come in questo caso.
Dicono che sono uno dei migliori, in tutte le cose sopra elencate e in altre.
Forse è per questo che non sono mai riuscito a evitare clamorose rotture di palle come quella di stamattina.
Rispondo ed è la terza sezione dell’ufficio affari esteri particolari del presidente Gates, mi dicono di presentarmi alla piazza davanti alla piramide presidenziale entro le dieci.
Io gli faccio notare che sono le undici e mezza.
Allora loro rettificano: dodici e quarantacinque.
Persone di una certa intelligenza, gli impiegati del governo.
Quarantacinque.
So già che se gli chiedo il perché di un orario talmente del cazzo la risposta mi farà venire voglia di piazzare una testata al nervino nella loro portineria.
Quindi riattacco e sorrido. Mi rimane del tempo per fare molte cose più interessanti che uccidere un centinaio di burocrati.
Mi infilo sotto le lenzuola e bacio l’illustre sconosciuta nell’interno coscia.
Neanche un fiato.
È morta?
No. È ancora troppo calda. Chissà di cosa diavolo si è fatta.
Probabilmente della stessa merda che mi sono sparato in vena io. E a giudicare dai buchi violacei che ho ancora sul braccio forse si trattava di qualcosa di leggermente più tossico del previsto.
Alla luce di questo, statistica vuole che la potenziale minorenne qui vicino possa rimanere in queste condizioni per le prossimi dieci o quindici ore.
Una soluzione è necessaria, ma fantasiosa. Non posso mica permettermi di sprecare il vellutato spettacolo che mi si para davanti.
Mi impongo del pensiero laterale.
Allora formulo un piccolo uni-exploit che mi costa più energia di quanta ne avrebbe richiesta a chiunque non avesse quasi tutte le cellule cerebrali sostituite da recettori per l’endorfina.
E poco distante dai suoi occhi appare una fiammeggiante sfera di sputo bianco, luminosa come il sole.
A quel punto credo che lei si svegli non tanto per la luce negli occhi quanto per l’urlo che caccio io, come un neonato appena defecato dalla madre.
Che diavolo avevo in mente? Una luce così forte che a momenti mi brucia la retina.
Il problema è che il mio controllo sugli uni-exploit fa schifo, ha fatto sempre schifo, ci ho messo anni solo per padroneggiare qualche tipo di incremento balistico di livello medio, cose che un adepto impara i primi sei mesi.
L’ho detto, poca predisposizione alla magia nel mio sangue misto, ma di questi tempi è una cosa a cui si compensa in molti modi.
Quando mi riprendo lei è seduta sul materasso e mi riempie di insulti in una lingua che non conosco.
Voi vi chiederete come faccio a sapere che siano insulti. Ma quando una ti urla contro alternando il tutto all’alzata verticale del dito medio, puoi pensare a molte cose tranne che a un’ode alla tua prestanza fisica.
Amo le donne di carattere.
In realtà no, ma quando si fanno pagare sufficientemente poco le amo a prescindere.
A quel punto le salto addosso e con una mano le tappo la bocca. Poi le faccio capire tramite basso ventre quali siano le mie intenzioni.
Lei capisce al volo.
Amo anche le donne intelligenti.
In realtà no, neanche questo. Ma c’è sempre la storia della tariffa economica.
Poi cominciamo a fare a pezzi il letto.
Tutto questo fino alle dodici e trenta. Una delle ore più produttive di tutta la mia vita, della parte che ricordo, almeno.
Quando vado via sta ancora sorridendo. Non ho mai capito se fosse per quanto ero stato bravo o per l’altra cocaina polimera che aveva preso nel mentre.
Mi rendo di nuovo presentabile con qualche mistico-stronzata di basso livello.
Poi attivo un uni-exploit di teletrasporto, uno di quelli che se li esegui male ritrovi le tue budella in un posto e il resto del corpo dall’altra parte della città, e sono nella piazza di fronte alla piramide presidenziale.
Dicevo del poco controllo sulle discipline mistiche. Mi sono fatto tatuare un gray-matter stabilizzatore per le discipline di movimento sull’avambraccio sinistro. Costato una fortuna e già avendone più di uno si rischia di diventare delle specie di antenne ricettive per diversa merda pandimensionale.
Ma qualcosa mi diceva che gli spostamenti nel mio mestiere fossero una priorità. Una delle due o tre volte nella mia vita in cui ci avevo visto giusto su qualcosa.
Cerco di darmi un tono e mi concentro sul sistema di detossificazione sanguigna della nanorete, cercando di darmi qualunque aria che non sia quella di uno appena uscito dal letto di un’immigrata clandestina alla quinta plastica vaginale.
Ma in realtà nutro l’unica, riposta, speranza di tornare lucido il più presto possibile.
Poi mi rendo conto di aver dimenticato i pantaloni. E alcune ragazzine che passano sembrano apprezzare la cosa.
Avranno quattordici o quindici anni. Sono in tre e sto per dare a tutte il mio numero quando vengo fermato da una voce, melliflua, fastidiosa. Una voce al cui proprietario sparerei con una certa noncuranza.
«Signor Salamander?».
«Chi lo chiede?».
«Natonh Uris… addetto alle relazioni con gli agenti esterni» un uomo in giacca nera, cravatta nera, camicia nera, pantaloni verdi a pois beige. Non ci potevo credere. Forse era ancora la droga.
«E perché sei vestito in quel modo» chiedo. Non riesco a staccare gli occhi da quei pantaloni.
«A giudicare dalla sua situazione credo che, in questo momento, il solo essere vestiti sia un lusso non trascurabile né comune… Sig. Salamander» la voce è atona, nessuna reazione emotiva percettibile.
«Questo disco olografico contiene i dettagli della sua missione… se deciderà di accettarla» mi tratta come una statistica.
«Contiene anche informazioni sul compenso e sui metodi di riscossione» potrei davvero sparargli.
«…inoltre contiene il profilo degli agenti che le affiancheremo».
Estraggo la pistola e gliela punto nell’occhio sinistro.
L’ho capito quattordici secondi fa che è uno bio-spinner.
Tutte le zone del cervello predisposte all’attività emozionale sostituite con blocchi di materia unicellulare procariota autosussitente, per l’elaborazione dati. Computer organico indipendente, impianto per incremento funzioni di logica superiore. All’altezza dell’occhio sinistro si trovano i centri di emissione ormonale sintetici che impediscono alla colonia batterica di andare fuori controllo e mangiargli gli organi interni lungo la spina dorsale. Un danno lì e boom.
«Io lavoro da solo!» grido, poi premo il grilletto.
Cazzo. Quelle sono le mie dita.
La pistola era insieme ai pantaloni.
Passano alcuni secondi mentre mi osservo la mano e controllo che le dita rispondano come da prassi.
«La conferma sull’incarico arriverà come al solito» gli dico, mentre mi guarda incuriosito.
«Alle quattro di oggi pomeriggio tra Via Edison e corso Leno».
«Ma sono al secondo livello, cazzo!».
Lui sorride «Allora si diverta» e la mia lista nera è appena cresciuta di una unità.
Poi noto che i suoi pantaloni sono diventati a fantasia plaid. E a quel punto decido di riattivare l’uni-exploit di trasporto, per tornare dalla mia amichetta.
Con questo scherzo ho esaurito tutta l’energia mistica a mia disposizione per la giornata. Dovrei riposare o farmi di spirito-stimolatori. Ma quella roba costa troppo per le mie attuali finanze.
Quando ricompaio nell’appartamento lei si sta facendo una doccia, e canticchia “Smoke on the water”, stonata come cartavetra.
Forse neanche mi nota.
Lo spero. Ora che la droga sta esaurendo il suo effetto non mi sembra poi sto granché di donna.
Mi infilo i pantaloni e fisso la fondina alla cintura.
Giselle è poco distante.
No. Non la ragazza. Di quella non ricordo nulla tranne la forza degli adduttori femorali.
Giselle è il nome della mia pistola. Oggigiorno potrei essere rinchiuso per aver dato un nome a un’arma, e lo sono anche stato un paio di volte. Ma tant’è che ci sono affezionato come lo sarei a mia madre. E infatti Giselle era il soprannome della mia vecchia nell’ambito lavorativo. Ho deciso di chiamare così la mia arma in suo onore, perché lei era molto simile ad un’arma da fuoco, stessa sensibilità e fredda quasi allo stesso modo, anche se era obbiettivamente capace di fare molto più male.
Mi stupisce non trovarla al suo posto, poi noto i buchi nel muro e capisco qualcosa in più.
Chissà che diavolo ho combinato stanotte.
Quando sento una mano femminile infilarsi nella camicia, e poi scendere fino al ventre e ancora più sotto, sarei entato di sparare ancora contro quel cazzo di muro.
«Devo andare» le dico, ma lei non capisce, e se lo fa di certo non ascolta.
Mi dice una frase assolutamente incomprensibile. E io decido che in fondo, nonostante tutto, è una ragazza passabile. E mi dico che è arrivato il momento di abbattere nuovamente quelle barriere culturali con qualche argomento universale.
Avrò anche finito l’energia mistica ma quella non è l’unica risorsa a mia disposizione.
Impreco un’invocazione a qualcuno degli dei pagani che oggi vanno tanto di moda e mi getto nella mischia.
E mai termine è stato più adeguato.
Cazzo. Ho finito la polimescalina.

Sono le quattro. Mi trovo in una zona del secondo livello abitativo. Una di quelle meno interconnesse con il terzo. Il sole da queste parti si è visto l’ultima volta intorno a 230 anni fa. Qui uno potrebbe essere sgozzato e gettato in pasto ai ratti anfibi per un pacco di gomme da masticare.
Ovviamente parlo per cognizione di causa. Amo troppo fare i palloni.
È stata dura arrivare sin qui senza uni-exploit. Tetracity è ciò che ha ridefinito il concetto di enormità. Anche se fosse meno estesa che dalla costa atlantica a quella pacifica sarebbe comunque un merdoso labirinto di tubi, strade e ciminiere.
Non è sicuro neanche per me aggirarmi in questa zona. Queste sono zone in cui una volta a settimana qualcuno riferisce di aver visto gente come Jordan Gray.
Qualunque cosa abbia spinto quella carogna ad allontanarsi dalla downzone deve essere un grosso affare. E certo io non vorrei trovarmi una seconda volta sulla strada del super-stronzo-psicopatico che controlla praticamente tutti i traffici della zona est. Anche perché misteriosamente non gli sto simpatico. Me la sto facendo sotto e non ho problemi ad ammetterlo.
Inforco gli occhiali LPD e inserisco il disco dati, più che altro per distrarmi. Due lenti di plasma ghiacciato si compongono davanti ai miei occhi e iniziano a proiettare immagini sulla retina. Per prima cosa mi vengono presentati i miei compagni.

Il primo tipo che sto aspettando si chiama Greg Carvey. E spero sinceramente che arrivi presto, oltre al sempre presente auspicio che sia vestito in maniera decente.
È un principiante, il curriculum è sin troppo esplicativo in merito, e a giudicare dalla faccia è uno che non vede l’ora di mettere qualche tacca sulla sua bella pistolona. Io spero solo che non diventi una tacca a sua volta, almeno non prima di aver terminato la missione. Magari se schiattasse prima di cominciarla, o dopo averla terminata, basta che non sia nel mentre, potrebbe fottermi la concentrazione.
L’altro, anche se il maschile non sarebbe adatto, è una ragazza.
Appunto.
Lisa Hunt.
Diciassette anni. Il curriculum quasi non lo leggo mentre mi concentro sul suo visino ovale e innocente incorniciato da quei dolci boccoli rossi. Lei sì, spero sinceramente che non ci rimetta le penne.
Passo ai dati seguenti. Missione, obbiettivo. Interessanti.
Ricompensa. Plausibilmente inadeguata ma accettabile.
Poi il segnale.
Questo disco subirà una deflagrazione quadrimensionale nel giro di un secondo.
Un secondo?!
Mi tolgo gli occhiali e li lancio in aria attivando le nanomacchine nel mio braccio. Arriverebbero sulla luna se ne avessero il tempo. Ma esplodono a circa venti metri di altezza.
Vedo un’aeromobile della polizia investita dall’esplosione.
Cade dopo una lunga e discontinua parabola, duecento metri più a sud.
Rimpiango solo di non avere il tempo per andare a urinarci sopra.
Che imbecilli, sono diventati talmente paranoici da programmare una dislocazione completa dei dischi di info. Un’esplosione quadrimensionale è tecnologia sperimentale, e nulla è più economico e fruttuoso che testarla sugli agenti esterni come me.
Pezzi di merda.
Quel tipo di deflagrazione sposta chi ne viene investito su un piano di esistenza perpendicolare.
No, non parallelo, non stiamo parlando di realtà alternative.
Dico un piano di esistenza facente parte di una serie infinita di intersezioni che nel loro punto comune vanno a comporre il nostro universo. Piani di realtà dove l’equilibrio degli elementi che compone la struttura della materia è spostato verso uno degli stessi rispetto ad altri. Universi pandimensinali popolati da esseri pandimensionali. Impossibile che la struttura molecolare come noi la
conosciamo mantenga coerenza in posti del genere.
Mi viene il mal di testa solo a pensarci e non c’è nanotech che regga in questi casi.
Il dischetto è praticamente finito all’inferno. Come il motore sinistro di quell’aeromobile.
E ci ho messo anni solo per riuscire a capire le basi di tutta la teoria.
Le mie speculazioni esistenziali vengono all’improvviso interrotte quando sento dei passi.
Più leggeri di quelli di un uomo comune, più pesanti e meno regolari di quelli che potrebbero essere i miei.
Capisco immediatamente che si tratta di uno di loro due.
Ugualmente voglio fare un po’ di scena.
Scatto di fianco e gli punto Giselle contro il grugno.
Lui sorride come un beota. Meriterebbe di essere ammazzato solo per quello.
Oltre che per quella dannata camicia in fantasia tovaglia. Per un attimo ho l’impulso di bruciarla, possibilmente con lui dentro. Sto già ripescando un uni-exploit di pirocinesi dalla memoria quando mi interrompe lo stupore sul suo viso.
«Cristo!!» urla, felice come un bambino «Sei davvero tu! Sei il mitico Jesus Salamander!»
Sembra Natale. Ci mancano solo le fottute renne con cui fare sesso orale.
«Non posso crederci!» Avrei dovuto sparargli allora «I vestiti! I capelli! La pistola antiquata! Sei tu! Cazzo!» È demente, probabilmente morbo di Jobs, non c’era scritto sulla scheda.
Ha detto “pistola antiquata”?
«Dio!» sospira come un teenager che ha appena perso la verginità «Quando mi hanno detto che avrei lavorato con te non volevo crederci» e probabilmente quello è stato la cosa più vicina ad un orgasmo che avesse mai provato.
A un certo punto comincia ad ansimare. Le sue parole si
fanno confuse «Tifarovedere… nonsonounprincipiantee… nehotanteditacchesulmiocurriculum… vedraicsoasofarenontideluderò… sonoespertoconlapistolconcussiva… econlearmidataglio… sonospecializzatoinsabotaggio espionaggioindustrialesonounkakerprofessionista… hoviolatoildatabasedelpentagonopiùdiunavolta»
Il secondo più grosso gesto di autoerotismo mentale a cui avessi mai assistito.
Gli infilo Giselle in bocca «Premi il freno tu o premo qualcos’altro io?» Mi guarda tra l’esterrefatto e l’ammirato.
Annuisce. Io tiro fuori l’arma e rinfodero.
«Sei davvero grande» dice.
È in estasi.
Sto per indicargli in quale orifizio innestare i suoi complimenti quando veniamo interrotti «Lo sanno tutti che sei esperto in pressioni di vario genere» una voce.
Femminile.
Alle spalle.
Rimango calmo.
Greg guarda indietro sempre con quel sorrisetto fastidiosamente soddisfatto.
Mi volto e vedo Lisa.
Una sola cosa: stavolta non mi concentro sul viso.
L’avrei divorata lì. In quello stesso istante. Ma dovevo mantenere un barlume di professionalità nonostante la cocaina che ancora incrostava gli assoni cerebrali.
Non mi sono mai spiegato perché girasse vestita come una studentessa giapponese del cazzo. Ma naturalmente mi piaceva.
«Allora… accetti l’incarico?» mi chiede, con quella voce vellutata, tonda come tutto il resto.
Io annuisco come Greg prima. E forse sul viso ho una espressione ancora più imbecille.
Non sapevo in che casino mi stavo per andare a cacciare, ma in quel momento le deliziose gambe della ragazza erano nella mia testa e ballavano allegramente sul cranio spappolato del mio buonsenso.

Mezz’ora dopo sono in volo.
Un’ora e mezza dopo lo zoo denuncia il furto di un animale rarissimo.
Due ore dopo una foca monaca morta si schianta sulla finestra di plastica lamellare che compone la vetrata obliqua della terza sezione dell’ufficio affari esteri particolari.
Sul ventre c’è inciso a fuoco “Jesus salva!”.
Di quelle bestiole ne rimangono solo altre undici. Credo che quando saranno completamente estinte andò in pensione.
O passerò ai koala.
Il mio modo di dire che ho accettato la missione.
Fanculo il WWF.

Mezzanotte o giù di li.
Me ne frega poco dell’orario preciso e se qualcuno dice di sincronizzare gli orologi gli pianto una palla alla base della nuca.
Siamo di fronte ad una porta a pressione, in vanadio composito e barre di osmio come rinforzo e serratura. Il tutto a fare da lussuriosa entrata a una struttura tipo bunker con tanto di quel cemento armato nelle mura che ci si sarebbe potuto ricostruire New York dopo il bombardamento.
Questo posto resisterebbe a una bomba nucleare e forse anche a qualcosa in più.
Gli andrebbe di lusso.
Quegli stronzi hanno a che fare con Jesus Salamander adesso. E non c’è nessuna cazzo di bomba H che gli possa salvare lo sfintere.
Ghignando mi avvicino alla porta, e i due bimbi insieme a me.
Lisa è abile con gli uni-exploit della Cerchia della Luce, troppo brava per una della sua età, più di quanto sia giusto per una tipa con un fondoschiena di tale portata, e forse anche più di qualcuno un attimino più vecchio e brutto.
Lancia intorno a noi una zona di distorsione luminosa che ci rende virtualmente invisibili al buio.
E non le viene neanche il fiatone, mi chiedo quanta energia le sia rimasta, e cos’altro potrebbe avere nascosto sotto la gonna a frange da servire caldo ai nostri amici.
O da servire a me.
Sappiamo tutti che se una telecamera si disattivasse ci pioverebbero addosso una serie di coglioni di armatura simbiotica pronti a farci a pezzi e ricomporci solo per poterci squartare di nuovo. Quindi il sistema utilizzato dalla ragazza riceve la mia approvazione almeno quanto la ricevono le sue misure.
Anche se credo che, arrivati a questo punto, quella piccina potrebbe anche spararmi a un ginocchio canticchiando qualche porcheria dei Beatles e io approverei lo stesso.
Sto per inserire nella serratura elettronica il pass universale che un mio vecchio amico hacker della downzone mi ha preparato con tanto amore che ancora è appiccicoso. Un gingillo che uso ormai da due anni.
Dannatissimo genio, il mio amico, lavora con tecnologia talmente obsoleta che nessun sistema di sicurezza riesce a riconoscerla. Ho violato più serrature con questo affare di quante i due fighetti al mio fianco ne vedranno in vita loro.
Poi Greg mi ferma. E mi fa segno con il dito di non parlare.
«Posso sparare almeno?» sto per chiedere «Non so… magari a te?» Ma rimango in silenzio.
E lo vedo inserire qualcosa tra i suoi capelli, una specie di spinotto di nuova concezione, con forma ergonomia. Un click testimonia l’inserimento in qualche sorta di interfaccia.
Cazzo. Il ragazzino è un cerebro-esposto e nessuno mi dice niente. Nei suoi dati personali non c’era scritto. Odio le sorprese.
Poi lo vedo collegare lo spinotto a una scheda dagli accostamenti cromatici orribili e inserirla nella serratura magnetica.
Chiude gli occhi. È in trance prima che io possa capire bene cosa succede.
Ecco cosa intendeva quando parlava di abilità. Ha un collegamento di interfaccia ben piantato alla base del cranio. Si collega direttamente con la rete neurale di riconoscimento della serratura. Non inganna il computer come avrebbe fatto il mio pass, ma lo convince che siamo autorizzati a entrare con qualunque codice gli venga presentato.
Il computer magari è furbo e gli brucia l’inutile caricatura di cervello che si porta nella zucca.
Oppure lui è davvero bravo.
Nessuna delle due cose mi interessa più quando la porta si apre sul materno buio che ci attende in quell’inferno fatto di macchine e cattivi presagi.
Davanti agli occhi mi appare una carta dei tarocchi
rappresentante l’Impiccato.
Sorrido.
«Bene… meglio di niente» e se solo avessi la minima idea di ciò che quel simbolo stia a intendere, le mie parole avrebbero un qualche significato che non fosse legato all’anfetamina.
Siamo in un atrio arredato con stile art-decò che da solo basterebbe a convincermi a minare il posto anche gratis.
Ecco cosa intendo quando parlo di dolore. Una cosa del genere potrebbe devastare la mia equilibrata sanità mentale.
Questa stanza sarebbe la reception. Se non fosse per le telecamere con mitragliatrice calibro venti annesse potrebbe essere anche accogliente.
Digrigno i denti mentre i due bambini mi passano avanti e si dirigono verso la prossima porta.
Lisa mi afferra per un braccio in modo da non farmi uscire dalla zona di invisibilità.
Una stretta decisa. Lascio spazio a fantasie sulla sua biancheria intima, ma dura poco.
Sono pur sempre in missione. E mi impongo di rimanere professionale. Almeno quanto mi sforzo di ricordare cosa significhi quel termine.
Mi consolo pensando al fatto che io e la bimba avremo tutto il tempo del mondo appena usciti per disquisire sulla reciproca biancheria, o sulla superfluità della stessa.
A un tratto un brivido mi percorre la schiena interrompendo le mie complesse fantasie. Una sensazione indistinta mentre riprendo il cammino e vedo i due passare alla serratura successiva. Non capisco cosa significhi. Ma forse si tratta solo delle difese mistiche di questo posto che interferiscono col Gray-matter sul braccio. L’affare trema come una puttana eroinomane in astinenza.
La porta stavolta è a controllo ottico.
Identificazione della retina. Tutte cose di cui non ero stato avvertito. Tutte cose che facevano salire il signor Uris nella mia graduatoria di persone da ammazzare lentamente.
Non chiedetemi come avrei fatto io a bypassare di quel congegno, non ne avevo la minima idea. In teoria avrei dovuto esserne avvertito prima, così mi sarei informato sui dipendenti autorizzati di quel complesso. Ne avrei aspettato uno a casa, gli avrei cavato un occhio e lo avrei utilizzato per l’identificazione.
Ma quei due sono bravi abbastanza da farne a meno.
Lisa distorce la luce del laser di scansione mentre Greg si inserisce nella rete neurale e modifica i database componendo in pochi secondi una mappa retinica compatibile con quella, nuova, che sarebbe risultata attraverso lo scan alterato dal cracking. Certo Greg avrebbe potuto inserire una mappa identica alla sua, ma ci sarebbe voluto tempo, e le difese di quello stronzo computer avrebbero potuto attivarsi. E poi Lisa sembra godere ogni volta che adopera le sue abilità.
Speculo sui modi innovativi che potrei suggerirle per impiegarle.
Ma la cosa avviene troppo in fretta, in maniera incredibilmente rapida, prima che i sistemi di sicurezza possano scattare lanciando qualche virus mutante nel cervello di Greg.
E io sono costretto nuovamente a interrompere le mie fantasie quando la seconda porta si apre con un sibilo.
Respingo le immagini della ragazza ricoperta di cioccolata dalla mente e cerco di concentrarmi su cosa ho davanti.
Mi sento schifosamente inutile.
Entriamo nella prossima sala. Un atrio, si sarebbe detto a prima vista. La luce della luna filtra da ampie finestre nella parte alta delle pareti laterali. Diverse porte ai lati, alcune con maniglia, altre di tipo più avanzato, probabilmente a riconoscimento vocale.
I due si guardano intorno.
E io, ancora con un brivido, noto che nei loro occhi è sparita la sicurezza che sino a quel momento li aveva contraddistinti.
Non hanno la minima idea di dove siamo.
Poi Lisa mette un piede dove non dovrebbe. Ovvero lontano da me.
Un click sotto un mattone e un improvviso ronzio nauseante pervade l’aria.
Una trappola anche troppo semplice per essere prevista.
Faccio fatica per non scoppiare a ridere. Un meccanismo a pressione, ci avranno impiegato mesi solo per ripulirlo dalla ruggine.
Spie rosse rettangolari si accendono su tutte le porte. E io da bravo coglione mi rendo conto che non ci sono affatto serrature a quelle porte.
Capisco che non servono a far entrare qualcuno, ma solo a uscire.
E capisco anche il perché dell’assenza di armi annesse alle telecamere.
Una marea umana, anche se solo in parte, ci è addosso in pochi istanti. Occhi rossi testimoniano visori ad infrarossi che mandano affanculo la nostra indivisibilità.
Lisa lancia una specie di esplosione luminosa che ne spazza via almeno una decina. Ovviamente ipotizzo il numero dal quantitativo di braccia ustionate che ho visto saltare. Ma magari qualcuno di quegli stronzi ne aveva più di due.
Poi la ragazza scompare urlando in mezzo a quella lotta.
La droga stimolante comincia a pompare. Residui di allucinogeno ci mettono lo zampino. E improvvisamente non siamo più in mezzo ad una fottuta battaglia. Colori e suoni si fondono in una sola coerenza molecolare liquida.
Tutto diviene iridescente e traslucido, e comincio a sentire una musica in sottofondo. Avrei giurato si trattasse di qualcosa dei Porcupine Tree nel periodo in cui ancora valevano qualcosa.
Afferro Greg per l’orribile camicia mentre quello comincia a sparare contro tutto quello che si muove al grido di «Vai Jesus! Vai!».
Dio che stronzo.
No lo so perché gli sto salvando la vita.
Mi lancio contro una porta pregando che sia in legno e plastica come sembrerebbe dall’esterno. Già mi preparo a vedere il mio sangue schizzare in stile fuoco d’artificio eritrocitico, ma ci ho visto lungo. La porta si rompe. Siamo in una stanza di medie dimensioni.
Ne arrivano a decine che ci tirano addosso qualunque cosa possa anche lontanamente essere dannosa. Colpi di mitra, fasci al plasma, micromissili, due portacenere e un numero imprecisato di matite.
Tutte temperatissime, grandissimi bastardi.
Droga. Troppa, dannazione.
Ma io ho lanciato un uni-exploit di scudo intorno a me e all’imbecille il cui culo mi sto trascinando dietro, alcuni proiettili vengono deviati, altri ci sfiorano appena, le matite credo neanche si avvicinino.
Dirotto una parte del nanotech alla detossificazione. Programmo un target specifico per i tipi di allucinogeno che ho ancora in circolo. Quelli sono palesemente costretto a ridurli, ma le anfetamine è meglio se le lascio dove sono.
Tutto comincia a funzionare come deve.
Gran fortuna, troppa per una giornata simile, sicuramente passerà in fretta come l’amplesso di un assicuratore.
Quindi decido di darle una calda mano sudata, e scarico un exploit di un di incremento gravitazionale su Giselle.
I proiettili iniziano a far male come palle di cannone.
Li tiriamo tutti giù. E più ne arrivano più il numero di cadaveri cresce.
Il che ci riporta all’inizio.
Greg ferito.
Io meno.
Pochi proiettili per Giselle.
Granate finite.
E un dannato trip da onnipotenza che non vuole passare nonostante la diminuzione del livello di allucinogeni.
Sì. Tutte quelle cazzate sull’angelo della morte et similia. Mi devo sforzare per rigettare tutto quel bolo psichico da dove il mio cervello lo ha vomitato.
Spero che Greg non mi chieda cosa dobbiamo fare a questo punto.
«Che facciamo?» Mi chiede.
289
Ecco.
Devo pensare. Le droghe che ho preso prima di venire aiutano in questo senso.
«Chiudi quella porta e accatastaci qualcuno di quei cadaveri davanti.»
«Lisa?» Mi chiede.
«Fregatene e pensa al tuo culo.» Sbuffo. Siamo in trappola qui dentro.
Greg inizia la sua opera di spostamento. Come una brava e obbediente formica operaia che non vede l’ora di essere utilizzata come scorta alimentare dai suoi simili.
Io mi guardo intorno.
Le pareti sono talmente piene di schermi mistici che se provassi una qualche forma di teletrasporto i miei testicoli si ritroverebbero sul monte Pan di Zucchero e i miei occhi a Città del Vaticano.
E soprattutto quest’ultima possibilità mi atterrisce più di un controllo fiscale.
Una dannata trappola, non c’è che dire.
No. Una grata.
Ghigno. Il sistema di aerazione. È talmente banale che quasi non voglio utilizzarlo.
E a dire il vero penso proprio che non lo utilizzerò. Ho pure sempre una dignità da difendere.
Cerco qualcos’altro.
Poi penso a Greg. E al fatto che io stesso troverei fastidioso morire nella mia prima missione.
Non sarebbe giusto riservare una simile sorte a quel ragazzo.
Ovviamente me ne frego.
Si fotta Greg.
Ma ogni istante guadagnato può significare una possibilità di salvezza per Lisa. E non riuscirei a perdonarmi la sua morte prima di averle mostrato le mie qualità occulte, o esplorato le sue.
Mi volto verso il ragazzo che sta già sudando «Fai come dico e forse potrai ancora assaggiare qualche dolcetto» gli dico.
Lui mi guarda ancora più ammirato.
Ho la nausea.
Trattenendo un conato sposto una scrivania ancora abbastanza solida e la piazzo sotto il condotto. Mi arrampico e strappo via la grata.
È abbastanza grande da far passare un uomo.
Che idiozia.
Gli imbecilli che gestiscono questo posto si sono preoccupati talmente delle forme di uni-exploit e tecnologia avanzata che solo a entrare qui dentro uno spellcracker di livello avrebbe le vertigini e diverrebbe impotente. Ma hanno dimenticato che ci sono metodi molto meno creativi per operare in questo campo.
Quando entriamo nel condotto cerco di non pensare che quello stronzetto mi viene su per il culo.
Stringo i denti e vado avanti.
Proseguiamo in quella sgradevole posizione per un centinaio di metri, poi il condotto si apre in basso su una grata che da in una stanza piena di terminali.
Un laboratorio come gli altri a giudicare dalle cilindriche capsule fluorescenti lungo una parete.
Per niente illuminato tranne che per quegli strani contenitori. Non riesco a leggere scritte o indicazioni di sorta.
Me ne sbatto. Dato che nella stanza non c’è anima viva rimuovo la grata e mi lascio cadere di sotto.
Niente telecamere.
I terminali sembrano in ottime condizioni, dal livello di pulizia si direbbe una zona abbastanza frequentata di giorno.
E almeno qui non ci sono strani disegni su quei cazzo di muri.
Mi osservo ancora intorno. Leggo qualcosa. A titolo di informazione, necessitata solo a causa della mia curiosità infantile.
Oxi-neon. Un gas sperimentale su cui si fanno ricerche dopo il Crollo dell’Energia. Una specie di fonte luminosa semi organica, autoalimentante e naturalmente rigenerabile. Potenzialmente una manna per questo pianeta dal campo elettromagnetico sfibrato come gli slip di una prostituta. Sempre se l’oxi-neon fosse anche solo vagamente controllabile e non tendesse a esplodere anche se ti limiti a guardarlo male.
Una ricerca ormai quasi completamente abbandonata dalla maggior arte dei centri di sviluppo per le nuove energie. Un laboratorio con appena sesto o quinto livello di classifica.
Spiegata l’assenza di telecamere.
Quando Greg scende smetto di concentrarmi sulle potenzialità del luogo in cui ci troviamo e torno a concentrarmi sul nostro obiettivo.
E, per la felicità del bimbo, mi adopero in una delle mie trovate.
«Ragazzo… collegati a uno di questi terminali e scarica una planimetria del fabbricato».
Lui ha capito da un pezzo che quella fornitaci dai nostri committenti è sbagliata, quindi non se lo fa ripetere due volte. Certo avrei potuto farlo io, ma mi sarebbe servito più tempo rispetto al suo cervellino predisposto, e probabilmente appena accenderemo il terminale quei cazzoni che ancora girano qui intorno non avranno bisogno di nessuna telecamera per sapere dove ci troviamo. E i secondi si faranno pochi e oscenamente preziosi.
Il piccino è rapido quanto spero «Fatto, c’è di tutto, classificazione degli ambienti, tipologia e restrizioni» dice dopo pochi istanti di connessione.
«Copiala nella tua memoria fissa e togliamoci di qui».
Rimuove il collegamento e si alza sempre sorridente.
Mi chiedo per quanto ancora potrò sopportarlo.
«Guida» dico io.
«Dove?».
«Nel laboratorio con il massimo livello di classifica».
Sorride ancora.
La mano corre alla pistola senza che io le dica niente.
Ancora una volta mi controllo.
Mi caccio una vagonata di polianfetamina in gola e comincio a canticchiare.
Apro la porta e non vedo nessuno, poi un click e da uno dei laboratori adiacenti esce uno stronzo in camice bianco.
Uno stacanovista del cazzo.
Occhiali tanto spessi che senza non vedrebbe neanche il suo uccello.
Nonostante tutto mi nota e sta per lanciare un bel grido in stile soprano.
Gli salto addosso e con la punta delle dita gli schiaccio la laringe bloccandogli le corde vocali.
Quello cade a terra con una mano alla gola cercando di riprendere fiato, mentre con l’altra va a frugare in una tasca piena di sorprese del camice.
Cazzo. Una pistola ad aghi.
Il bastardo spara e colpisce il muro mentre io gli afferro il braccio e glielo piego all’altezza del gomito in una posizione non proprio convenzionale. L’omero si spezza e fuoriesce da uno squarcio subito sotto il bicipite.
Attivo il nanotech nelle braccia, afferro l’osso sporgente e lo sfilo dal suo alloggio lasciando il braccio a penzolare come la manica di una giacca.
Il tipo sbarra gli occhi per il dolore e caccia un sibilo, il massimo del suono che possa produrre dopo il mio trattamento. È completamente rincoglionito da un puro vortice di sofferenza quando si accascia in attesa che sopraggiunga il soffocamento.
Nuovamente desiderio di pop-corn.
Questo è davvero cattivo karma.
«Ci avranno sentiti?» chiede Greg.
«Poche stronzate bimbo… comincia a farmi strada» rispondo, mentre getto via l’osso insanguinato.
Ci muoviamo in fretta. Greg ha stampato nel cervello la mappa della nostra destinazione e va come un treno. Spero solo che gli stronzi a capo di questo posto non siano stati paranoici al punto di non inserire nella mappa il laboratorio dove tengono quello che stiamo cercando.
Ma da quello che ho visto avrebbero preferito riempire il laboratorio di cazzate di difesa mistica o di nano-campi capaci di convertire osteoblasti in merda piuttosto che limitarsi a un sotterfugio tanto semplice.
Comincio a sentire dei passi dietro di noi, testimoni del fatto che l’incursione del ragazzo nell’intimità dei loro database ha attirato l’attenzione di qualcuno. Sono una dozzina di uomini a occhio e croce, sto per iniziare a preoccuparmi quando Greg si ferma e indica una porta blindata con tanti di quei divieti impressi sopra che ci si sarebbe potuto addobbare un presepe.

Non gli dico niente e lui sa già cosa fare.
Si collega. Ma il riconoscimento ottico stavolta non può contare sull’apporto di Lisa, e Greg da solo ci sta mettendo troppo tempo.
Mi innervosisco.
I bastardi che difendono questo posto sono vicini. Sento il loro fiatone e il ronzio degli innesti bionici.
Mi volto verso Greg. Sperando che il computer non lo fotta prima dell’arrivo della sorveglianza.
Niente.
Avverto il sibilo di un circuito che si chiude. Cazzo. Il computer ha attivato una difesa. Un dannatissimo uni-exploit digitale di induzione patogena si attiva. Lancio una dissoluzione magica generica giocandomi buona parte della riserva di energia, ma blocco il sortilegio digitale prima che provochi una encefalopatia spungiforme fulminante al bambino.
Lui non si rende conto di un bel niente e continua il suo lavoro. Magari ce la fa prima che il computer ci riprovi.
O prima che i bastardi eccitati che ci cercano arrivino fin qui.
Mi è rimasta appena l’energia per una pirocinesi, di incrementi gravitazionali neanche a parlarne.
E quegli stronzi sono sempre più vicini, quasi ne sento la
puzza, d ancora il ragazzo non ha concluso nulla.
Cazzo. Eccoli.
Sono almeno in quindici. Grossi come case e siamo nella merda.
Preparo la suddetta sfera incandescente sperando che non siano schermati.
Poi la porta si apre. E il cervello di Greg sembra ancora in ordine. Tiro un sospiro di sollievo.
Mi preparo a lanciarmi dentro.
Poi vedo quei tipi rallentare con l’aria terrorizzata di chi è a letto con una ragazza di nome Jane e la chiama Susan.
Sento Greg balbettare qualcosa mentre indietreggia.
Mi volto.
Evidentemente i suddetti stronzi a capo del luogo sono abbastanza paranoici. E anche fantasiosi.
Come avevo detto? Cazzate di difesa mistica?
All’interno della stanza una figura umanoide nera – alta almeno due metri e mezzo – mi fissa con due occhi violacei. Ha in mano due specie di enormi scimitarre, nere come tutto il resto. Non distinguo bene i lineamenti dell’essere ma non è ho molto bisogno.
Il discorso di prima, quello sugli universi perpendicolari.
La materia come noi la conosciamo non riesce ad aggregarsi lì, le regole della fisica sono diverse, la biologia è qualcosa di tutt’altro che biologico dal nostro punto di vista. Questo non vuole dire la realtà non abbia trovato il suo modo di configurare una forma evolutiva, non vuole dire che non ci si siano sviluppate forme di vita.
E il fatto che la teoria vuole noi non possiamo sopravvivere in quegli ambienti non sta necessariamente a significare che il contrario non sia, in qualche modo, possibile.
Ecco, quello che mi trovavo di fronte al momento era espressione di quel contrario.
«Un demone d’ombra…» la voce mi sfugge come l’ultimo fiato di un asmatico.
Questa è quella che chiamo una dannatissima forma di difesa mistica. Quasi proverei ammirazione per i tipi che controllano questo posto se non me la stessi facendo nei pantaloni.
L’essere ruggisce di eccitazione e rabbia mentre si scaglia su di me.
Rotolo di lato per evitare che una delle due lame mi faccia diventare asimmetrico e cerco di mantenere l’equilibrio.
È un demone maggiore.
Siamo talmente morti che il nostro necrologio è stato pubblicato ieri.
Mi attacca ancora. Schivo ma parte del mio impermeabile rimane dov’era.
Suppongo che anche se riuscissi ancora a evitarlo, a ogni attacco si avvicinerebbe di più. Anche se attivassi tutto il nanotech che ho in corpo riuscirei solo a guadagnare tempo. E io con il tempo mi stancherei, lui no.
Non penso nemmeno a lanciargli contro l’unico uni-exploit che posso ancora permettermi.
Magari se gli do un calcio nelle palle ho qualche possibilità in più.
Ammesso che non sia una femmina. E ammesso che prima o poi mi ricordi che quelle creature non hanno sesso. Almeno mentre mi strappa le budella posso rinfacciarli quello che si perde.
Poi un colpo. Una concussione ampia e violenta testimonia che Greg si è ripreso dallo shock.
Bene, se attira l’attenzione del mostro e si fa ammazzare io posso avere il tempo di darmi a una onorevole ritirata.
In effetti il demone si volta contro di lui, quasi indifferente ai colpi che il bambino isterico gli scarica sul muso nero.
Allora io faccio una stronzata.
Un lampo di genio.
Che Dio benedica le anfetamine.
Evoco il globo luminoso vicino agli occhi del bastardo e quello urla in maniera disgustosamente simile alla mia compagna di letto di qualche ora prima.
Lo sapevo che era sensibile alla luce. Certo l’ho fatto solo incazzare, ma in fondo è quello che mi serve.
Scatto in avanti e lo supero, attivando il nanotech nelle gambe posso anche sperare di essere molto più veloce di lui per qualche secondo.
Stronzissima speranza vana.
Mi viene dietro come un Wipeout e a stento riesco a tenerlo a distanza.
Per fortuna raggiungo la porta del laboratorio da cui siamo entrati in quell’ala dell’edificio, e mi ci tuffo dentro cercando di sfruttare la spinta della velocità acquisita per rotolare sino all’altro capo della stanza.
Esattamente la parete opposta a quella dove sono le capsule luminose.
Il coglione entra sfondando una porzione di muro e scardinando la porta. Si guarda intorno per qualche istante e poi mi vede mentre la porta mi passa davanti volando.
Il tempo rallenta. L’aria diventa liquida. Droga e adrenalina, non ci sono altre spiegazioni. L’attivazione del nanotech alle gambe ha rallentato la fottuta detossificazione.
Credo sorrida. O lui o l’LSD, non sarei proprio sicuro in merito.
Però sicuramente vede che lo faccio anch’io, e quegli stramaledetti occhi viola assumono una forma che testimonia perplessità.
Ho la pistola puntata «Il peggior appuntamento mai avuto» dico.
La porta non è ancora ricaduta a terra.
Sparo alle capsule.
L’oxi-neon esplode in una marea di luce psichedelica partorita direttamente dall’anima dannata di un musicista progressive di trecento anni fa. La luce inonda la stanza come una tempesta e io sento gli occhi urlare di dolore contro il mio cervello mentre imprecano tirando in ballo tutta la mia famiglia. Quella è stata forse la più grossa puttanata che potessi fare. Ma mi chiedo cosa una simile esperienza abbia potuto significare per un essere sensibile alla luce come l’animale davanti a me.
La cosa non dura molto.
Il tempo torna a scorrere sereno.
C’è un abisso di silenzio tutto intorno.
Il nanotech sta già compensando i danni retinici per quanto gli sia possibile, e ho un paio di clienti abituali che sono chirurghi bio-oculari abbastanza in gamba. Se mi dimostro fantasioso nell’approccio potrebbero farmi un buon lavoro per poco.
Mi alzo barcollando e noto il demone a terra che gorgoglia una schiumosa viscosità bluastra dalla bocca. Non ricordo molto di questi tipi e la mia formazione in biologia planare non è il massimo ma so che sarebbe un errore non farlo fuori subito. Rinfodero la pistola e gli poggio la mano sulla fronte.
«Un’ombra in vita… un fallito nella morte».
Grandissima citazione.
Mi costa tutto ciò che mi resta.
Ma ne vale davvero la pena.
L’esplosione gli porta via la testa. Che va allegramente a imbrattare il muro come una macchia di guano.
Ci noto distintamente una forma femminile.
Pane non lievitato per il mio psichiatra.
Quando torno barcollando all’entrata del laboratorio – stremato, d’umore nerissimo, più di quel cadavere e anche abbastanza affamato – ci trovo Greg con una sorpresa.
Lisa è insieme a lui, non ha un graffio e mi sorride lasciando intendere cosa avrebbe da offrirmi se fossi bravo a scegliere le prossime parole.
«Dove cazzo eri finita?!»
Al momento era il meglio che riuscissi a fare.
«Credevi che quei cerebrolesi avrebbero potuto avere qualche possibilità con me?» parla come se fossi un imbecille privo di alcuna esperienza sul campo.
E mi eccita da impazzire.
«Di sicuro qualcuno qui dentro qualche possibilità con te la vorrebbe…»
«Non ne dubito» sorride ancora. Improvvisamente mi sento meno debole.
Entrano nella stanza, tutti e due. Io li seguo.
All’apparenza un laboratorio come gli altri. Ma dopo aver visto cosa lo difendeva sarebbe proprio da idioti pensarlo.
E la cassaforte di discrete dimensioni infissa nel muro mi dà a pensare.
Vedo i due un po’ spaesati, quasi scoppio a ridere.
È un vecchio modello meccanico. Niente circuiti o lettori ottici e magnetici.
Solo una cara vecchia stronza serie di numeretti, manopole e pistoni metallici.
Ci saranno dieci o undici persone al mondo che si ricordano come si apre una trappola del genere.
Sicuramente oggi è il miglior modo per tenere al sicuro qualcosa di importante.
Ma uno di quei dieci o undici uomini è presente in questo momento.
Ci metto un po’. Del resto sono abbastanza arrugginito, ma è solo una questione di tempo.
Li sento borbottare perplessi dietro di me.
Ma quando il portello si apre i due si ammutoliscono.
All’interno della cassaforte c’è un ambiente completamente sterile, mantenuto sempre a temperatura costante e illuminato da particolari radiazioni ultraviolette, in mezzo a tutto questo un recipiente contenente una coltura cellulare.
«Ragazzi… ecco a voi la cura per lo xeno-cancro».
Sospirano pesantemente. Se non ci fossi io probabilmente starebbero già avvinghiati uno all’altra nudi come vermi.
L’azione intensa fa strani effetti ai giovani.
«È l’unica coltura esistente, per paura degli hacker eterei quei deficienti non hanno neanche immagazzinato i dati nei terminali» dice la dolce Lisa.
«Quindi fottuta questa è fottuto tutto…» considero ad alta voce.
«Sì… ed è sensibile, già l’apertura del portello potrebbe averla compromessa» sorride lei.
Gates e i suoi committenti fanno una barca di soldi con le lunghissime terapie per la cura di quella infame neoplasia biomeccanica. E questa trovata gli avrebbe lasciati con le chiappe scoperte.
Certo, c’è da riflettere su tutta la disinformazione di cui siamo stati fatti oggetto. Certo, Uris potrebbe aver avuto un rigurgito di coscienza, l’aver cercato di mettere i bastoni tra le ruote ai suoi capi si sarebbe incastrato nell’eventualità. Potrei capirlo. Come spero lui mi capirà quando gli strapperò i reni e lo costringerò a piangere le informazioni che cerco negli ultimi istanti della dolorosissima vita che gli resta.
Ci guardiamo in giro nella ricerca di qualcosa che possa tornarci utile a mettere definitivamente e inequivocabilmente la parola fine a tutto questo. Le granate all’acido sono finite e certo non conto di riuscire di eliminare a dovere una coltura cellulare con un colpo di pistola.
Già mi accorgo che Lisa richiama un qualche uni-exploit.
La fermo.
La coltura è sensibile. Non c’è bisogno di esagerare.
Prendo una sedia, la metto di fronte alla cassaforte e ci salgo. Poi mi abbasso la patta dei pantaloni e svuoto la vescica in quel contenitore.
Greg scoppia a ridere come un cretino.
Quando io mi ricompongo lui riesce di nuovo a parlare.
«Per soldi uccideresti tua madre, vero?» e me lo chiede come se fosse una cosa di cui andare fieri.
«Ragazzo… c’è una puttana francese di quattrocento anni che grazie a qualche puttanata mistica vecchia quanto il continente ha ancora il corpo di una diciottenne. E mi aspetta in un albergo delle Alpi per soddisfare ogni mia fantasia per un’intera settimana… non so se hai idea di cosa potrebbe fare una con una simile esperienza… e sicuramente non hai idea di quali possano essere le mie fantasie».
In effetti neanche di questo c’è da andare molto fieri.
Lui esplode in fragorose risate ancora una volta, mentre sento la mano di Lisa che sfiora la mia.
«Tutto quello che ti interessa è scopare?» mi chiede la ragazzina.
«Diciamo che è tra i primi posti delle mie priorità.»
«Abbiamo molte cose in comune allora…»
«Non sopravvalutarti.»
«Magari potrebbe solleticarti l’idea di dividere il tuo compenso, io ovviamente dividerei i soldi del mio.»
Sono decisamente in vena di fare il prezioso.
«Non so. Di soldi posso farne in altri modi.»
«Potrei dimostrarti che ne varrebbe la pena» mi dice sorridente «… magari durante la riscossione.»
La sua mano stringe la mia e sento lava bollente che comincia a pompare fuori dal cuore impazzito.
E non è l’anfetamina.
E io non ho cuori di backup.
Credo che potrebbe chiedermi qualunque cosa e io direi di sì.
Anche se immagino dovrò procurarmi un camion di cocaina arricchita per reggere a quelle due.
Che pagherò con i soldi del compenso di Lisa.
Greg continua a ridere «Cazzo! Jesus! Solo tu potresti condannare il mondo per una settimana di scopate» nutre sincera ammirazione per me «Per Dio! Sei un fottutissimo mito!»
Ora sono stanco.
Estraggo la pistola e gli sparo a una gamba.
Greg cade a terra imprecando. Credo di essere schizzato via dalla classifica dei suoi idoli più velocemente del fiotto di sangue spruzzato fuori da lui.
Non so se è un’impressione o nel momento in cui sparo la mano di Lisa ha un fremito.
La osservo in viso e nei suoi occhi c’è un pozzo senza fondo di lussuria «Tra un po’ ci saranno di nuovo addosso. Come usciremo vivi di qui?» mi chiede.
«Su un ponte fatto di cadaveri…» rispondo «…e l’ultimo della fila sarà il signor Uris».
«Allora questo ti servirà» infila una mano sotto la gonna.
Qualunque cosa ci sia là sotto mi piacerà di certo.
Poi tira un po’ su scoprendo la coscia dove ha assicurato delle fondine. Da una di queste tira fuori una siringa ipodermica usa e getta.
Ovvio che la mia attenzione non si posa proprio sul contenuto di quelle tasche.
La puntura sul collo quasi non la sento. Mentre mi concentro sulle frange che ricadono fissandoci lo sguardo nel tentativo di arrestarne la caduta neanche fossi un coglione di telecineta.
«Cos’è?» chiedo «Adrenalina sintetica?»
Lei non risponde.
Ma la sferzata di energia mistica che sento lo fa la posto suo.
Spirito-stimolatori.
Costosi con la C maiuscola.
Nessuno spellcracker dovrebbe uscire di casa senza.
Quello per ricaricare la mia energia mistica. La sua lingua premuta contro la mia per ridare forza a tutto il resto.
Ci allontaniamo che Greg è ancora a terra che impreca. Forse gli ho bucato l’arteria femorale.
I suoi impianti lo rimetteranno in sesto di sicuro. Ma magari qualcuno dei guardiani di questo posto lo trova prima.
Ghigno all’idea.
Lisa si sofferma solo per allontanare la pistola concussiva che Greg ci ha puntato contro, colpendogli con un calcio la mano con cui la tiene. E poi calpestandogliela, giusto per andare sul sicuro. Il rumore che sento, insieme all’urlo che caccia lo stronzetto, testimonia la frattura del metacarpo.
Usciamo dalla porta che al posto degli insulti dalle labbra del ragazzo ci sono solo invocazioni di pietà.
Noi non ascoltiamo.
Troppo intenti a premere ancora una lingua contro l’altra. La gamba della piccola Lisa si attorciglia alla mia mentre il casino delle guardie in arrivo si fa più forte. Guardiamo dritto davanti a noi nel buio da cui sappiamo che arriveranno quegli inconsapevoli cadaveri.
Lisa prepara un laser mistico.
Lancio ancora un incremento gravitazionale e punto Giselle nel putrido nero dritto davanti a me.
Teschi rossi che si compongono da filiformi sputi di sangue ectoplasmico mi si disegnano davanti a indicarmi i bersagli che si fanno sempre più vicini.
Questo è davvero un cattivissimo karma. I ragazzi al Tempio Grigio ci andranno matti quando glielo confesserò.
E me ne frego alla grande.
Sono Jesus Salamander. Due donne incandescenti mi aspettano sulle montagne italiane, desiderose solo di rivoltarmi come un guanto.
Se vi mettete sulla mia strada lo fate a vostro rischio.

__________
Dario De Leonardis
Guarda film, serie telvisive, legge libri e fumetti, a tratti prova a disegnare o a scrivere e in genere invecchia molto lentamente. Saltuariamente concepisce pensieri indignati verso la classe dirigente, se li appunta ma poi dimentica dove li ha messi perché è uscito il nuovo episodio del Dr. Who. Molto della sua vita finisce sulla sua pagina facebook.
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