The Voice

di Aurelio Pasini

Il futuro alla fine era arrivato. Poi se ne era anche andato. E l’umanità era rimasta sempre la stessa.
La corsa allo spazio era ripresa. Gioco forza, visto che sulla Terra non c’era rimasto niente da consumare, le energie cosiddette alternative da sole non erano bastate e tante fantomatiche invenzioni rivoluzionarie – il motore ad acqua, per dirne una – si erano rivelate essere nient’altro che il frutto della fantasia degli speranzosi più ottimisti.
I governi si erano succeduti; gli equilibri politici, sociali, economici e religiosi erano stati capovolti un’infinità di volte; la California era stata sbriciolata dal Big One e il Giappone ci era andato molto vicino, mentre il Vesuvio aveva fatto di Napoli una nuova Pompei. Le lingue più diffuse erano morte, maggioranze e minoranze si erano scambiate di ruolo in un valzer infinito, e la presunta rivoluzione dal basso che avrebbe dovuto portare Internet era rimasta una bella favola.
Tutto questo nei primi tre secoli del terzo millennio. Figuratevi, allora, quanto era cambiato il mondo all’alba del quarto. In modi talmente inimmaginabili e indescrivibili da risultare del tutto alieni a chi nel 2000 avesse anche soltanto provato a immaginarseli. Eppure, nonostante tutto questo, l’uomo era rimasto lo stesso: sempre schiavo del suo egoismo, del suo interesse personale, del tutto incurante del bene collettivo e rispettoso soltanto a parole dei diritti altrui. E sempre pronto a farsi indottrinare da qualche ideologia o religione.
Col trascorrere dei secoli, però, sia le ideologie che, soprattutto, le religioni, erano profondamente mutate. Culti vecchi di millenni si erano poco alla volta ridimensionati fino a scomparire, e nuovi credo avevano preso il loro posto. Tra questi, uno in particolare era riuscito a diffondersi in tutto il mondo e nelle varie colonie stellari; prima in maniera strisciante, poi sempre più apertamente, fino a diventare la religione più diffusa nell’universo conosciuto (ovvero in quello abitato dai terrestri, perché contrariamente a quello che pensavano in molti il cosmo sembrava essere desolantemente privo di altre forme di vita). Era il culto de La Voce, The Voice.
Le sue origini si perdevano nella fine del secondo millennio, e a forza di venire tramandate oralmente e deformate dal revisionismo dei sacerdoti le poche notizie in merito erano divenute estremamente confuse. A quanto sembrava, era sorto nei vecchi Stati Uniti, e grazie al fatto che ai tempi la cultura angloamericana era ancora quella dominante, aveva trovato accoliti anche negli altri continenti; e, al crollo delle grandi religioni organizzate, aveva proliferato fino a raggiungere dimensioni globali. Simple as that.
Al netto di norme e dogmi postumi stratificatisi nel corso dei secoli, il messaggio del culto era semplice: un giorno La Voce – The Voice – sarebbe tornata a risuonare, e niente sarebbe più stato come prima. E quel momento aveva anche una data e un’ora ben precisa: il 14 maggio 2998, alle 22.35 (fuso orario dell’ex New York). Perché quel particolare giorno? Non era dato sapere, ma così diceva la tradizione, e così sarebbe stato, per lo meno secondo quanto credevano decine e decine di miliardi di persone.
E così, quando il fatidico giorno finalmente arrivò, il mondo e le colonie di fatto si fermarono. Tutti, dai dirigenti delle colossali aziende multiplanetarie ai lavoratori dei ceti inferiori, dai grandi sacerdoti ai chierichetti, dai politici ai criminali, vissero le ore che precedevano il tanto atteso momento in un clima di attesa febbrile, quasi di tensione mistica. Tutto ciò in cui avevano creduto stava per avverarsi, e la loro vita sarebbe per sempre cambiata. L’umanità, al sentire risuonare le parole de La Voce – The Voice – si sarebbe finalmente lasciata alle spalle tutti i propri problemi, l’egoismo si sarebbe finalmente dissolto e per l’umanità ci sarebbe stato un nuovo inizio. Insomma, una nuova Età dell’Oro attendeva l’uomo e tutto questo a partire dalle 22.35 (ora dell’ex New York) di quel giorno. O così credevano.
Certo, non mancavano gli scettici, gli agnostici, convinti che allo scoccare dell’ora X l’unica cosa che si sarebbe sentita sarebbe stato l’assordante silenzio di una voce che non avrebbe mai potuto parlare perché frutto della fantasia dell’uomo, da sempre alla creativa ricerca di un confortante altro-da-sé divino a cui affidare le proprie preghiere. Ma si trattava di minoranze sparute, e tutto sommato neppure troppo convinte della non esistenza di un Verbo Divino che, seppure non perfettamente identificato nei suoi contenuti, avrebbe riecheggiato da lì a poche ore.
Ore che ben presto divennero minuti, mentre l’attesa si faceva sempre più febbrile. Donne e uomini di ogni età contavano i secondi, il cui scorrere veniva punteggiato da immensi orologi collocati in ogni città, che da secoli scandivano il conto alla rovescia. L’elettricità era palpabile, l’emozione la più grande di sempre. Perché La Voce era la Fede. La Voce era la Speranza. La Voce era la Promessa di una vita nuova.
Poi, puntuali, le 22.35 arrivarono, e niente sarebbe più stato come prima.
Tutta la popolazione mondiale trattenne il fiato all’unisono, e per la prima volta da millenni il silenzio regnò incontrastato e totale sulla Terra (oltre che, naturalmente, sulle varie colonne stellari, collegate in diretta per consentire di vivere l’evento anche a chi non era riuscito a recarsi sul pianeta-madre). Un silenzio di un secondo soltanto, però, interrotto da una tempesta di luci e da un’esplosione di suoni, assordante e al tempo stesso melodica, come il suono di un’orchestra riprodotto a un volume talmente alto da andare oltre la distorsione. Poi anche quel suono terminò, i cieli si aprirono e La Voce – The Voice – parlò.
“Hey, I’m back! And you know what? Start spreading the news…”.

__________
Aurelio Pasini
Editor e traduttore per Panini Comics, e da oltre un decennio una delle principali firme de “Il Mucchio Selvaggio”, la più longeva tra le riviste musicali italiane. “The Voice” è il suo secondo racconto, il primo a essere pubblicato, e per scriverlo gli sono serviti quindici anni. Anni però nei quali, a sua parziale discolpa, ha comunque scritto un sacco di altre cose.
@Pasillicus

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(marco manicardi)
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