Deinosrestaurant

di Alessandro Forlani

I tir in uscita con i pannelli solari incrociavano i container con le coppie di triceratopi.
Antonietta sul sellino di uno scooter accoglieva a motore acceso ai cancelli i camion in entrata che trasportavano gli animali; un operaio arrampicato su una scala saldava all’inferriata l’insegna Deinosrestaurant.
L’autista in uniforme Giurassica Agricola, Bologna, S.p.A., si affacciava sugli ettari di prato segnati dagli scavi degli impianti smantellati: una squadra di manovali li recintava con lo spinato, allacciava il filo di ferro alle cabine dell’alta tensione. Le fece l’occhiolino:
«Lei li sa fare gli affari, signora.»
«Statemi dietro», Antonietta partì a manetta, li guidò nel lungo viale alberato, svoltò, poco discosto il casale, ai grandi prefabbricati già attrezzati da stalle. I camion si fermarono.
La fattora parcheggiava la motoretta addosso a una baracca sull’ingresso dei capannoni, schiavava i due lucchetti di una porta coperta di cartelli di vietato e pericolo; ne usciva in un istante con la Quigley per gli elefanti.
Gli uomini della Giurassica armavano gli rpg, smorfiavano poco convinti sul fucile di lei:
«Con quello gli fa il solletico», le prestavano un lanciarazzi, «si procuri uno di questi: dai ceceni ai mercatini a Rimini ne trova quanti ne vuole, le granate gliele regalano.»
Un autista digitò sulle consolle dei container, i portelloni pressurizzati si spalancarono con un fischio. Due maschi triceratopi scendevano le rampe, protendevano le grandi corna, rugliavano, scalpicciavano, seguiti da quattro femmine docili che già affondavano i becchi nell’erba della tenuta.
L’autista puntò un ultrasonar, i dinosauri guaiolarono nelle stalle.
Gli addetti ai triceratopi disarmavano gli rpg, tornavano sui camion, manovravano fra i cipressi.
L’ultimo consegnava ad Antonietta due copie di audiocomando, una scorta di batterie; lei firmava in calce le ricevute.
«Se c’è qualche problema», la salutarono, «spari.»

I giovani fermarono le mountain bike sul ciglio del fossato al confine dei suoi terreni. La ragazza affondava i pugni in tasca, sbiancava per quell’olezzo di mastodonte, si copriva con un foulard, non smetteva di chiacchierare; lui tutto eccitato si sporgeva sopra le siepi, s’infilava negli spiragli di bosso per vedere i triceratopi: «…hai ragione», riconosceva all’amica, «ma quanto sono fighi?»
Antonietta temette che l’idiota si arrostisse sul recinto spinato: affidava i dinosauri a Sindhia, Karol e Mei Li e affrontava paonazza gli stupidi ficcanasi:
«Alla larga voialtri, c’è una rete!»
«Volevamo solo vedere i dinosauri.»
«Bella roba tenerli qui nei recinti: è violenza sugli animali, non è il loro habitat.»
«Prego, signorina?»
«L’ambiente in cui vivrebbero da liberi.»
«Quell’ambiente non esiste da sessantacinque milioni di anni,» Antonietta sbandierava una brochure, «l’ho letto nelle istruzioni. Non esistono sauri liberi, li crescono in cattività.»
«Un habitat simile.»
«Si è estinto qualsiasi posto gli assomigliasse. E a me pare che si trovino benissimo: mangiano, scopano, guardate come sono grassi.»
«E quanto sono fighi?», ripeteva quell’altro: che al trotto di un triceratopo giovane che provava le corna contro il tronco di un pioppo, e i braccianti lo pungolavano nei recinti per evitare che sradicasse la pianta, ululava «diobò che forza», si entusiasmava come un bambino.
«Li macellate per lo sfizio d’idioti, perché adesso fa cool farsi bistecche di dinosauro. Che schifo.»
«Questa, signorina, è un’impresa agricola e un ristorante, non è mica il WWF.»
«Vedrete!», la ragazza si accalorava, «una volta che si saranno adattati, assuefatti ai veleni, allo smog, agli stimoli, le iniezioni e costrizioni elettriche non potranno contenerne gli istinti. Insomma torneranno selvatici, a riprendersi ciò che è loro: a parte gli esseri umani, la nostra tecnologia, in natura allo stato attuale non hanno predatori. I padroni saranno loro.»
«Se mi compilano anche il settequaranta, per me va bene.»
«E quanto sono fighi?»

Antonietta prese l’ordine dall’iPad di Kartika: due zuppe tre tagliate sei birre; la ragazza sgambettava a un altro tavolo ad accogliere un altro gruppo che estasiato annusava l’aria, si sedeva a pianificare con il menù in mano l’esotica scorpacciata di carne di grande rettile.
Fuori intirizziva una folla, in attesa per quarti d’ora che si liberassero posti: gli adulti fumavano, scambiavano ovvietà di moda circa le specie, le abitudini, le ricette di dinosauro; i bimbi appannavano strabiliati i cristalli delle stalle dove ronfavano gli animali.
Il separè fra le cucine e la sala era coperto di un’entusiastica, aggiornata rassegna stampa sui benefici e le squisitezze dell’enodeinogastronomia: facevano bella mostra dotti articoli di “Repubblica”, “Bell’Italia”, del “Sole 24Ore”; Antonietta risplendeva in quelle foto di un invincibile grasso riso romagnolo, sullo sfondo il casolare ritinto e i triceratopi che pascolavano nei recinti.
Il cozzo dei vassoi e delle pirofile, il chiacchiericcio dei clienti in sala, coprivano il raglio della sega a motore che affettava sul retro le enormi zampe di ovonzolo.
Schiantato un altro femore di un decimetro di spessore Enrique posò l’attrezzo, si sgranchiva le braccia, toglieva la cuffietta, si asciugava il sudore.
Antonietta notava solo adesso la fasciatura rosso bromuro su una tempia del cuoco:
«Enrique, dì un po’: che cos’è quel cerotto?»
«Oggi al capanno una femmina mi ha beccato.»
«Embè? Non mi si dicono queste cose?»
«È un graffio signora, m’è andata bene.»
«Lo sapete, cristo santo: li dovete drogare quando andate dalle femmine per toglierli i cuccioli.»
«Lo era, drogata: per questo non mi ha ammazzato.»
Enrique riaffondò la motosega nel triceratopo.

Il jingle dei Flintstones s’interruppe a un «sì, chi parla?» Il bip in sottofondo di qualche aggeggio da clinica.
«Deinosrestaurant di Villanova», Antonietta abbaiò, «sono tre volte che vi telefono.»
«Buongiorno, signora. Di che cosa ha bisogno?»
«Ci ho bisogno che ci ho problema della madonna: quel siero che mi date, che addormenta gli animali, non funziona mica più tanto bene… ‘sto mese è la quinta bestia che dà di matto, ieri un maschio mi ha sfondato una recinzione, mi è morto fulminato. Fatti i conti son trentamila di danno; per non dire di un dipendente all’ospedale con una costola spezzata da una musata. Bisogna che rimediate.»
«È sicura che sia corretto il dosaggio, signora? E come lo somministra?»
«I dinosauri li allevate voialtri, la medicina la fabbricate voialtri: io faccio quello che voialtri mi avete detto. Preciso preciso. Qualcosa s’è guastato, raccapezzateci voi. Io quell’ultrasonar non mi azzardo a usarlo più: all’inizio li ammansiva, adesso s’imbizzarriscono.»
«Potrebbe essere da ritarare. Domani le mando un chimico e tecnico.»
«Domani non è il caso, ci ho un cliente importante. Facciamo alla prossima, ché chiudiamo per ferie, e le beghe le sistemiamo che non c’è gente.»
«Come vuole, signora: ci aggiorniamo, richiami lei.»
Antonietta riattaccò, prese nota sul calendario da scrivania; chiamò nell’ufficio Irina e Marisol. Le caposala le s’impalarono sull’attenti.
«Verrà a pranzo Philippe Daverio, quello famoso della tivù: se gli piace il ristorante ci farà una trasmissione.
Ho deciso che gli facciamo tutto un menù con i cuccioli. Mi raccomando voialtre: precisine e carine.»

Nicolaj entrò per primo col lanciarazzi, Miguel gli andava dietro con l’iniettore.
Antonietta lasciò l’anta socchiusa: la folata d’aria fresca, l’odore dell’erba, scosse i triceratopi dal torpore e dal sonno.
Gli inservienti seguirono la fattora fino al trogolo dell’enorme Martina. Due giovani maschi, nella gabbia con lei, sporgevano i rostri fra le sbarre elettrificate. Gli ossi acuminati si sfregavano sul metallo, scoppiavano scintille blu. I triceratopi mugolavano, le scariche li annerivano, non rompevano quel rango d’ossa che proteggeva la figliolanza.
Triceratope si stringevano su Martina, la proteggevano con gli scudi sulle teste.
Una dozzina di ovonzoli, tutta prole del pachiderma, guaiolava atterrita fra le zampe dei grandi.
«Li svegliamo di notte», incupì l’ucraino, «sentono l’odore dell’esplosivo e la droga.»
«È come per los cerdos», abbuiò l’argentino, «lo sanno che li ammazziamo.»
Antonietta contava i cuccioli più pasciuti: «ci servono tutti e dodici, deve essere un gran banchetto», posava la mano sulle corna di un maschio, lo scacciava imperiosa, «sciò, pussa via!»
Il triceratopo cozzò rabbioso sull’inferriata, rovesciò la fattora nel fieno sul pavimento.
Due sbarre si piegarono e ruppero, l’animale s’incastrò nello squarcio: le scariche elettriche e l’acciaio spezzato gli bruciavano le squame molli dietro l’usbergo cefalico. La stalla si schiarì di luce: un fumo denso, puzzolente e bianco spandeva dalla carcassa del dinosauro bruciato.
L’altro maschio incornava l’inferriata, stramazzava fulminato con i rostri carbonizzati. Le sbarre si schiodavano dai cardini e i muri: le femmine scalpitavano per la carica.
Martina schiumava.
Gli inservienti lasciarono l’rpg e l’iniettore, scavalcarono la principale, schizzarono fuori stalla; Antonietta gattonò sul lanciarazzi caduto, lo puntò sui dinosauri.
La granata sparse viscere di triceratopo, cartilagini, corni; gli ovonzoli giacevano inermi nello scempio degli adulti morti.
«Miguel, Nicolaj!», strillava la fattora: gli inservienti ritornarono atterriti, la trovarono tutta sozza d’icori.
«Cucinatemi questi schifosi. E qui dentro domattina deve essere tutto in ordine.»
I rettili negli altri box sibilavano funerei, gli occhi neri scintillavano su Antonietta che usciva furibonda dalla stalla devastata:
«Io li denuncio, quei testa d’uovo della Giurassica

Stretta nella minigonna più corta del guardaroba, con addosso tutto un flacone di Angel, Irina accomodava Philippe Daverio al tavolo più luminoso del belvedere sui pascoli. Due soli maestosi triceratopi, i più grandi dell’allevamento, brucavano placidi i cespugli sul prato verde.
Mezzogiorno sfavillava nel cielo terso, il sole brillava sulle corazze dei dinosauri che Kartika aveva strigliato dall’alba, Miguel li aveva unti con lucidante per mobili.
Pochi clienti sedevano nel Deinosrestaurant, attorno allo showman c’era un vuoto di quiete: gli avventori curiosi, che si eccitavano riconosciutolo, non turbavano il suo banchetto di delizie di dinosauro.
Olga e Lucia, sbottonate fin l’ombelico, servivano un antipasto di crostini di ghiandole, una crema di corno, la gelatina, la zuppa. Il primo prevedeva strozzapreti di sauro, ravioli di gran lucertola annaffiati col Sangiovese; l’arista di triceratopo seguì su un carrello. Nicolaj ossigenato, con l’uniforme color smeraldo, spingeva nella sala quel colosso cotto fumante.
Daverio si lustrava gli occhiali dai vapori profumati delle leccornie preistoriche, si allentava il papillon sotto il mento che s’ingrossava. Al piatto di contorno di ammoniti al vapore si slacciava, di nascosto sotto la tavola, il primo bottone dei pantaloni rubino.
Irina gli mesceva il vino rosso stringendogli il naso nel Victoria’s quarta abbondante.
Il critico supplicò per una pausa, si accese la pipa. Antonietta con un coltello da torta schiodò dalla parete la proibizione a fumare.
«Signora», domandava Daverio già satollo, cordiale e curioso, «e adesso che cosa fanno, quei bestioni laggiù?»
Il maschio di triceratopo si allontanava dalla compagna, scendeva al galoppo la schiena verde della collina, s’insinuava fra le lamiere dei grandi prefabbricati.
La femmina stava a guardia.
Daverio pipava. Fra i filari di cipressi e le stalle echeggiarono quei tonfi, quel cupo rotolio: una nube di terriccio si addensava nel cielo azzurro.
Ad Antonietta vibrò l’iPhone, sul display lampeggiava miguel cell; lei si ritirò dietro il pannello di articoli.
«Ti ho detto di non chiamarmi, sbrigatevele per conto vostro.»
Sentiva all’altro capo i rantoli di un moribondo:
«È un macello, madre de dios… tutti insieme all’improvviso… gran buco nella parete… signora, stanno arrivando!…»
A Daverio cadde la radica dalle labbra. Il colle all’improvviso era gremito di triceratopi, una fila di potenti maschi caricava sul ristorante. I cuccioli e le femmine li incitavano da dietro.
Le barricate di fil di ferro elettrificato cadevano con scoppi azzurri sotto gli zoccoli giganteschi, i rettili in prima fila stramazzavano fra i pali rotti, subito gli altri rinserravano i ranghi.
Le cameriere fuggivano terrorizzate: impedite degli abitini, dai tacchi improbabili, si storcevano le caviglie sul parquet cerato.
Rotolavano contro il carrello dell’arista: l’arrosto a tonnellate, i cerchioni di acciaio, uccisero Nicolaj schiacciandogli il torace.
Daverio capitombolò, si avvinghiò alla tovaglia, fu seppellito dalle pietanze e dai cocci. Le fiamminghe arroventate gli bruciarono i riccioli, strillava ustionato; tastonava la tavola per trovare una brocca d’acqua. Le caraffe e le bottiglie si erano infrante sul pavimento, le schegge di cristallo gli ferivano le mani.
Antonietta, inebetita, si appiattiva al separé; i clienti, impazziti, incespicavano nelle bistecche, nei laghi di zuppe, nei pasticci di carne.
L’orda grigia di triceratopi sbavava sulla vetriata.
Fracassarono le finestre e devastarono l’interno.
Stordita dal boato, nauseata dall’usta, Antonietta fu accecata d’antracite e di squame. Sentì i corni squarciarle gli intestini, inchiodarla alla rassegna stampa sui ritagli di “Cosmopolitan”.

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Alessandro Forlani
Sedicente scrittore, nato negli anni ’70 del XVII secolo, si è reincarnato nel XIX e XX. Nerd, roleplayer e alchimista, ciò ne fa immancabilmente un autore di racconti fantastici. Di giorno si impaluda da docente universitario e chiacchiera di multimedia; di notte, che dovrebbe fare l’artista, piuttosto va al cinema, legge fumetti, gioca a soldatini, ascolta musica barocca e poi va a dormire: perché crede che sia più sano scrivere così.
Il Grande Avvilente

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(marco manicardi)
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