La mamma

di Paolo Zerbinati

La madre di Erri Lugli fu sottoposta a un intervento di detanatosi. Mentre era in centro commerciale un airware era impazzito e aveva liberato dei virus esogeni che si erano installati, caoticamente, preventivamente in alcuni corpi.
Erri aveva avuto un vita felice e, nonostante la morte improvvisa di sua madre, la sua felicità non aveva subito la benché minima scalfittura.
Si sentiva di vivere in un sogno, e anche se sua madre era morta, pur accogliendo con disagio la possibilità di doversi presentarsi al funerale e, magari, nell’occasione scoprire di avere qualche fratello, qualche fastidioso o querulo fratello di qualche letto precedente o successivo, o fratello o sorella a causa di qualche magico airware riproduttivo o a causa di qualche sofisticheria nanotecnologica, piccoli robottini molecolari che avevano condotto un qualche spermatozoo ben allenato a fondersi con l’ovulo di sua mamma, un po’ come doveva essere successo con lui, perché lo spermatozoo in questione, lui prima di tutto, doveva per forza essere stato ben curato, ben pasciuto, ben allenato, ben in forma, per far nascere uno come lui.
Ecco, quando pensava a sé stesso, nonostante il suo aspetto non deviato da airware deflettori, non aggiustato a continui ricorsi a tecniche chirurgiche superficiali, pur seguendo almeno una dieta notturna fatte di creme di molecole che gli ripulivano la pelle e in qualche caso gli organi interni – che pisciate faceva tutte le mattine, zampilli da cui sgorgava il mondo! – pensava a un essere che in qualche modo si avvicinava alla perfezione.
Il lieve fastidio che provò per il fatto di dover probabilmente presenziare al funerale di sua madre, l’ abito da scegliere e le emozioni da provare, e i relativi diritti da pagare alla società degli editori, la potentissima SdE, vennero superati quando una telefonata dall’ospedale gli rivelò una ben più grossa scocciatura, per la quale, anche lì per etica, e non solo per estetica, non poteva risolvere inviando una copia di sé, un androide o un ologramma, ed era invece costretto a presenziare a quella innaturale burocrazia che era necessaria per poter riportare in vita sua madre, per resuscitarla di fatto; l’intervento era in atto, e gli dissero di presentarsi alla svelta, sua madre aveva pagato fino a quel momento tutte le rate dell’assicurazione medica, per cui erano obbligati a cercare di riportarla in vita, se no finivano in balìa degli avvocati, e la polizza di sua mamma aveva anche una clausola di pronto intervento, per un immediato salvataggio, ragione per cui una squadra privata era intervenuta subito per raccogliere i brandelli ancora pulsanti di sua madre e metterli in una vasca di proteine di mantenimento, in attesa di arrivare alla più vicina clinica attrezzata.
La bella notizia fu, e non ci arrivò subito, che sua madre doveva essere ben più ricca di quel che lui credeva, pur beneficiando lui ancora di una paghetta che definire immane era poco, non immaginava che sua madre potesse permettersi tutta quella roba.
Il dottore era una ragazza alta, lentigginosa, con una faccia che lui trovava insinceramente attraente, doveva aver fatto innesti ergonomici, alcuni di questi cambiavano con la prospettiva; tuttavia a suo giudizio, mentre la scrutava dalla punta delle unghie dei piedi ai capelli, che per una qualche strana ragione che giudicava candidamente insindacabile, la dottoressa non poteva guadagnare abbastanza per indossare dei deflettori o dei nanomodificatori, per cui quel tanto di gambe così lunghe, che lo colpivano sempre, doveva essere in qualche modo figlio del suo DNA, più o meno posticcio.
Arrivato lì gli avevano chiesto una donazione, un’infermiera gli intinse una cannula olografica nel braccio, in un lobo, sul glande, e passò il raccolto di umidori vari a un chimico.
Li usarono per ricostruire alcune parti di sua madre che erano state devastate e che nonostante l’intervento d’emergenza con la vasca proteinica, non c’era stato verso di rimettere insieme.
Usarono diverse colle biologiche a trazione per rimetterla in sesto.
La dottoressa gli accennò che si era sentita un po’ male nel dover salvare solo sua madre e lasciar gli altri feriti, morti, contagiati, al suolo, o dov’erano, anche spiaccicati contro un muro o sdraiati sul pavimento, a causa del cambio di gravità in alcuni corpi infettati dal virus, o impigliati tra le pareti del centro commerciale, per quelli a cui il virus aveva debosonizzato il corpo, lasciare questi altri in balìa di un’inesistente o quasi sanità pubblica.
Se non hanno fatto la polizza, cazzi loro, pensò, solo dopo aver pensato di dover schermare quel pensiero, non si sa mai, sapeva che se qualcuno avesse sentito i suoi pensieri avrebbe fatto una figuraccia, anche se poi sapeva che chi aveva seguito dei programmi di addestramento neurobiologico sarebbe stato comunque in grado, tramite una tecnica di empatia particolare e allenamento nell’uso dei neuroni specchio, a percepire quel che lui aveva schermato.
Quella sera aveva un appuntamento con Manuela Carmichael Chang, a Trieste, in riva al mare.
In una piattaforma rosa sospesa sull’acqua, fatta di cuscini, fiori, musica elegante – per come la intendeva lui, un incrocio tra i flauti marziani di Rivela Santo e le ocarine di Budrio di Adelante Nassetti – e un menu circospetto, fatto di droghe stroboscopiche e altre quisquilie di cucina popolare.
Aveva prenotato un salottino nella parte superiore del treno, voleva vedere bene il deserto, le oasi, gli zombie, e il quartiere devastato dalla povertà e dalle malattie che andava da Rovigo fino a Treviso.
Aveva un non so che di divertente, di curioso, a volte era andato in quei quartieri anche solo per scopi sessuali, un po’ come i viaggiatori dell’ottocento in Italia, quelli del Novecento in Sudamerica o quelli della seconda parte del ventunesimo secolo nel sud degli Stati Uniti.
Portava con sé sempre una metapelle, di quelle usate, che avevano fatto le guerre su marte, che aveva comprato da una guida al mercato nero delle zone rosse della bassa.
Era riuscito, alla fine, a liberarsi abbastanza presto della notevole scocciatura che era stata prima la morte e poi la detanatosi di sua madre, ed era riuscito ad entrare nella carrozza in tempo.
Poco male, si era detto, non ce l’avessi fatta, sono assicurato e mi avrebbero rimborsato il biglietto, cena a Trieste compresa.
Poi era comparso l’ologramma di Manuela nel suo salottino, mentre i mostri che si cibavano di rifiuti, carogne, radioattività e luce (alcuni giravano con vecchi pannelli fotovoltaici sulla schiena, collegati al loro sistema nervoso e neurovegetativo), persone oscene, enormi, sghembe, oppure nani eosinofili, uomini e donne con la pelle trasparente, che spettacoli i loro organi interni, altri che erano veri e propri ordigni, che portavano bombe, virus, batteri pronti a colpire, nessuno di essi avrebbe potuto passare una camera di decontaminazione o anche solo sperare di sopportarla.
Era l’ennesimo fastidio, l’ologramma di Manuela era lì, sperava non fosse lei a essere collegata ma avesse mandato solo l’ologramma, magari per ringalluzzirlo un po’, farlo uscire da quel tedio blasè che a volte lo colpiva, e lo faceva restare indifferente in uno stadio di continua erezione, senza però avere nessun interesse al sesso, nessun piacere da esso nel caso in cui fosse stato proprio necessario farlo.
Nell’ologrammma era nuda, fece finta di interessarsi, di guardarla, di essere davvero eccitato, fece finta di guardarle i seni, la vagina, ecco sì, lui non vede davanti a sé della tette e una figa, no,vede dei seni e una vagina.
Bevve un sorso di Ancestrale, di quello che producono nelle grotte marziane.
Intanto un lieve fastidio per il discorso della dottoressa sui sensi di colpa lo aveva preso un po’ alla sprovvista, di nuovo, era passata quasi un’ora, e si rese conto, non senza un malcelato senso di ingiusta e immorale oppressione, che quel pur minuscolo senso di colpa stava seminando dentro di lui un residuo di responsabilità per i diversi trattamenti che le persone subivano in base ai loro diritti di casta.
Ma vai a cagare, stronza. Si disse che avrebbe dovuto segnalare quel comportamento, quel discorso a qualcuno, a qualche tipo di polizia o di controllore.
I suoi sensi di colpa avevano anche, sul momento, agito preventivamente facendogli schermare i pensieri, come se lui avesse dovuto sentirsi a disagio per i propri pensieri, come se lui fosse un privilegiato qualunque e non un privilegiato, tout court, per diritto di casta.
Rivide la registrazione della conversazione avuta e segnò ora minuto secondo, le coordinate spaziali e inviò la registrazione, l’orario preciso e le coordinate per denunciare la dottoressa per comportamento eticamente sospetto.
Con una sola frase aveva messo in discussioni l’intero impianto civile su cui era fondato il mondo. Mica cazzi.
Sapeva che all’Ente di Denuncia Etica, avrebbero confrontato la sua registrazione, l’impronta feromonica e il suo codice personale con il riscontro delle proprie registrazioni, anche se in teoria non avrebbero potuto farlo.
Tutto era registrato. Parole, azioni, pensieri, sonni, atti, tutto, tutto, tutto.
C’erano valutazioni predittive, sapeva per certo che potevano dirgli dove sarebbe stato esattamente fra un mese, con un margine di errore in centimetri, e nonostante questo non usava airware generatori di casualità o quelli meno costosi, ma si diceva più efficaci, come gli airware situazionisti.
Gli hacker facevano soldi con gli airware illegali, più o meno, di contrasto, detti illegali anche se la Corte dei Diritti dell’Uomo su Marte e sulla Terra aveva sancito l’illegalità dell’uso di quelle registrazioni, senza il consenso. Ma intanto c’erano le registrazioni e bastava creare una situazione in cui il malcapitato, la malcapitata in questo caso, dovesse difendersi da una denuncia, per poter arrivare ad avere alla fine il consenso per l’uso delle registrazioni stesse.
E poi sapeva che alla fine venivano comunque consultate anche se non utilizzabili come prove, però davano elementi per poter trovare prove il più oggettive possibili in altro modo.
Ad esempio vedendo chi erano i testimoni e andando a stanarli.
Si accorse, con grave e immotivato tedio, che stava frugando più o meno consciamente nella vagina bagnata dell’ologramma, e fuori una fossa comune di corpi mutilati, tranciati, segati, accatastati spuntò da sotto, di lato, di sopra, come sommerso da questi corpi. Porca miseria, si disse.
L’ologramma scomparve, proprio un momento prima che stesse per perdere la pazienza. Poi si disse, un ologramma quasi corporeo, aveva distintamente sentito le sue dita dentro una vagina bagnata! Che roba.
Quasi quasi ebbe un sentimento che riconobbe, e nel momento in cui lo identificò versò la royalty alla SdE, era un sentimento di piacere, talmente forte che non poteva non passare l’esame dei sensori della SdE. Meglio pagare durante per evitare un salasso dopo.
Per un momento fu così contento che fece un sorriso che mandò a sua madre con un messaggio, Per una volta posso anche pensare che abbia qualcosa a che fare con te, mamma, il fatto che io mi senta così felice.
La frase comparve mentre il suo sorriso svanì lentamente nell’aria davanti a sua madre, appena ricostituita, che tentava di riaprire gli occhi.
Allungò una mano davanti a sé, la mamma.
Allungò una mano davanti a sé, Erri.
Allungò una mano davanti a sé una donna seduta su un sofà rosa sul mediterraneo, non troppo al largo di Trieste.

__________
Paolo Zerbinati
Crede di aver mandato quattro pezzi agli amici di Barabba. Però non ne è sicuro. Se qualcuno li legge, o anche solo vuol provare a farlo, e poi ne vuol parlare con lui, può scrivergli a: paolo.zerbinati.46028@gmail.com. Se no, è lo stesso. Questa è da intendersi un po’ come la sua biografia, come richiesto.
Paolo Zerbinati

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(marco manicardi)
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