L’ultimo dono possibile

di Francesco Cotrona

(Tratto dal Daily World, Notiziario della Rete del 22 Dicembre 2089, per gentile concessione degli Archivi Storici Internazionali)

“Sapete cos’è successo.
Non piangete.
Non è il caso.
E neppure il momento.
Per ora leggete e basta.

Se questa storia ve la raccontasse qualcun altro non potreste crederci.
Solo noi sappiamo il “come” e il “perché”: il “cosa” è evidente e il “chi” pure.
Sarei immensamente curioso di vedere le vostre reazioni, ma, come quasi tutti, anch’io ho scelto di non restare. Capirete anche questo.
Sono stato scelto io per raccontarvelo. Per spiegarci.
La responsabilità di quello che accadrà fra poche ore, nella notte della Rete, che per voi è già successo… è mia, dopotutto.
Quasi tutti pensano che io sia la persona giusta per spiegare a parole tutto ciò. Faccio lo scrittore, dopotutto. Alcuni mi hanno definito come la voce di una generazione. Stasera lo sarò a tutti gli effetti.
Non mi sono tirato indietro.
Non avrei mai potuto.

Oggi è il ventun dicembre del duemilaottantanove.
Sono da poco passate le tre pomeridiane, ora della Rete, quindi qui è mattina.
Per la cronaca, sono al minipad di casa mia a Guadalajara, nel distretto seimilaventi di Città del Messico.
Ho accettato di registrare questo video poche ore fa. Mi perdonerete se non ho un discorso scritto. Ho buttato giù una traccia, in fretta, per non rimandare troppo a lungo il momento, ma spero di essere il più chiaro possibile. Purtroppo devo sbrigarmi. Se ritardassimo ancora tutto diventerebbe più difficile. Spostando il limite che ci siamo imposti, anche di un giorno solo, potremmo non essere più così saldi. E questa cosa va fatta.
Perché è necessaria.
La nostra è stata una decisione sofferta, dura da mandar giù, anche se nella maggior parte dei casi, ormai, in noi si è insediato un senso di grande tranquillità riguardo al destino che ci siamo scelti. E ci tengo a sottolineare che nessuno ha subito costrizioni se non quelle imposte da una realtà di cui anche noi siamo responsabili. Forse i maggiori responsabili.
Se io sono un esempio rappresentativo, molti di noi hanno iniziato dalla paura. Dai contorti ragionamenti che si fanno la notte scalciando via il lenzuolo. Poi, per gradi, abbiamo compreso l’evidente necessità di quello che stiamo per fare. Purtroppo rimane una cosa dolorosa, i ripensamenti potrebbero essere molti.
Dobbiamo farlo stanotte, alla fine di una riflessione durata anni, dopo averla tirata per le lunghe tutto questo tempo sperando che qualcosa cambiasse, che ci fossero altre soluzioni.
Ma i dati parlano chiaro.

Lasceremo, abbiamo lasciato, un vuoto molto consistente. E non sia detto per vanità. Ma un vuoto fondamentale. Utile. È per questo che sono qui a scrivere: intendo alleviare la vostra coscienza da ogni senso di colpa. Colpe non ne avete, almeno non oltre quelle che abbiamo anche noi.

Abbiamo fiducia in voi, fiducia che comprenderete l’evidente necessità di questo gesto e andrete avanti.
Mai come ora è necessario non spargere lacrime inutili.
Non si può fare altrimenti o il senso stesso del nostro destino si perderebbe, annichilendosi, trasformandosi nel più grande insulto che l’umanità possa fare a se stessa.
Spiegandovi perché ci siamo comportati così vogliamo aiutarvi, più di quanto siamo mai riusciti a fare finora nelle nostre esistenze, più di quando abbiamo dedicato le nostre vite a voi crescendovi, educandovi. Senz’altro più di quando vi abbiamo consegnato questo mondo buio.
Alcuni di voi ci odieranno.
Ma nessuno tra voi, dal primo all’ultimo, potrà negare il vantaggio che vi stiamo concedendo.
Una via d’uscita, una nuova possibilità.
Perché questa non vada sprecata, gran parte del lavoro spetta a voi.
Il nostro lo faremo stanotte, con la prima nota di questa enorme, malinconica sinfonia.
Vi stiamo dando il la. Vi preghiamo, miliardi di voci vi pregano di comporre una musica migliore della precedente. Non gettate tutto.
Non ce lo meriteremmo. E voi neppure.
Vi stiamo facendo il dono più grande dell’intera storia dell’umanità.
Sono sicuro che ne converrete.”

Perth, Australia, 21 Dicembre 2089.

Stephen spense il vecchio computer rimanendo a fissare il monitor per qualche secondo ancora.
Ancora qualche secondo.
Ancora uno.
Uno in più.
Basta.
Basta.
Aveva salutato chi doveva salutare.
Si voltò verso la piccola, sudicia stanzetta. Sulle sedie, intorno al tavolo di plastica opaca, c’erano Amy, sua moglie da più di trent’anni, Joe, Charlene e Rob, il vecchio Rob, quello che correva ancora dietro alle belle ventenni di fuori e le faceva ridere col suo essere essere un arguto sporcaccione ultranovantenne dalla battuta pronta.
Joe e Charlene erano suoi amici da una vita. Eterni fidanzati. Non si erano mai sposati ma convivevano da quasi sedici anni. Avevano trovato il loro buco nei nuovi comprensori edilizi nel deserto, quando ancora non c’era penuria d’acqua, e non si erano più separati. Come lui e Amy, che avevano rinnovato il contratto matrimoniale anno dopo anno. Lei aveva sempre voluto rimanere la signora Gould, nonostante l’opinione di parenti, amici e vicini. Si era chiacchierato così tanto di loro, nel circondario, che dopo qualche tempo si erano tutti stufati ed erano passati ad altri argomenti.
Certo, non era del tutto normale che una coppia restasse unita così a lungo, ma si erano sposati tardi, verso i sessanta, e non avevano proprio voglia di restare soli, di lasciarsi. Si erano trovati. Stavano bene.
Stephen si alzò e andò a sedersi con loro.
– Ho portato i vostri saluti a George, Lucy, Ann e tutti quelli di Sidney. Dicono che faranno tutto stasera, verso le tre ora della Rete. Pensano all’oceano.
Ci fu una pausa di spento silenzio.
– Mi chiedo sempre se è tutto necessario, Steve, – disse sua moglie, – Davvero non possono esserci altre soluzioni? Davvero dobbiamo…
– Beh, sicuramente dovremmo. Se vuoi puoi non farlo, lo sai. È una scelta. Siamo liberi. Ti amo, Amy. E ti conosco, anche. Non posso costringerti a fare qualcosa che non vuoi, non mi è mai passato neppure per la testa.
Amy intrecciò le dita sul tavolo in quel modo così caratteristico, tutto suo.
Joe e Charlene si guardarono imbarazzati, si scambiarono un piccolo segno di intesa e lei prese la parola.
– I dati che abbiamo parlano chiaro. Io mi sento di farlo. Credo che glielo dobbiamo. In fondo è prevalentemente colpa nostra. E dei nostri genitori.
– Non sto provando a ricattarti con l’amore, tesoro, – riprese Stephen, – ma io lo farò. Che Dio mi perdoni, lo farò. Ho studiato il problema per anni. Devo. Anche per Linda.
– Giusto, – intervenne Rob, scuotendo il bastone, – diavolo, ormai quella ragazzina ha l’età per farsi una famiglia!
– Io voglio darle questa possibilità. È la nostra nipotina.
Amy guardò il marito con le lacrime agli occhi. Si torse le mani. Sapeva che era giusto.
– Faccio un caffè, – annunciò – chi ne vuole? Non è vero caffè, ma non è male.
Tutti dissero di sì e lei si alzò per andare allo scalcinato fornello elettrico sistemato in un angolo, vicino alla piccola credenza grigia. La aprì e la vide quasi vuota. Quella mattina, con gli ultimi soldi, Stephen aveva impacchettato tutto il cibo rimanente e lo aveva mandato per posta a Frank ed Elena, sua moglie. Neppure loro se la passavano molto bene, come d’altronde tutti in quegli ultimi anni, e quelle poche provviste in più gli avrebbero fatto comodo.
Si fa qualsiasi cosa per i figli.
Per i nipoti.
Quello che restava dopo la spedizione erano sei pacchetti di razioni governative, tre bustine di caffè solubile, una bottiglia d’acqua e mezzo barattolo di aringhe sottolio. Rarissime, quelle. Non le avevano spedite perché stavano andando a male e quindi a Frank, Elena e Linda non sarebbero servite.
Poca roba.
Ma non avevano bisogno d’altro.
Tirò fuori il bricco e cominciò a scaldare un po’ d’acqua. In fondo erano fortunati.
Si diceva che a Melbourne ci fossero un sacco di omicidi per l’acqua. Chi ne aveva la nascondeva bene perché era inestimabile. La situazione non era così male ovunque, sia in Australia che fuori, almeno a sentire i notiziari della Rete.
In Europa, per esempio, si stava meglio. C’erano ancora abbastanza riserve per far funzionare il sistema idrico, anche se solo per qualche ora al giorno.
In America, dopo tutti gli sprechi del primo duemila, solo lo stato di Washington D.C. era ancora approvvigionato. Si diceva che il presidente si lavasse tutti i giorni, cosa che suscitava non poco scontento popolare. Ma l’America era un paese di pazzi.
Non è che ci fosse poca acqua in assoluto. Semplicemente non ce n’era abbastanza per tutti.
Nonostante questo, praticamente chiunque aveva un minipad in casa, o almeno un vecchio PC, tranne che nei paesi più poveri e disastrati. Lì la popolazione era rimasta al televisore, a volte neppure quello. Le sembrava una condizione irreale. La Rete era stata una presenza costante nella sua vita, come in quella di suo marito e tutti quelli della loro generazione. Ci erano nati dentro. Rob, che era il più anziano, ricordava ancora i giornali stampati, ma nessuno di loro ne aveva mai visto uno se non in qualche museo del modernariato. Suo padre, quando Amy era piccola, se ne lamentava sempre, perché lui era abituato al vecchio supporto.
Lei trovava che la Rete fosse molto più comoda, anche per quello scopo, e in più non si tagliavano alberi. Erano quasi tutti spariti, tranne che in alcune zone molto ridotte, gelosamente conservate. Stampare su carta, per quel che ricordava, era diventato un crimine contro l’umanità già nel 2042.
Persa sull’onda di questi pensieri si accorse di aver rovesciato un po’ di caffè sul ripiano. Istintivamente lo raccolse in una mano, con grande cura, togliendo i granelli residui con l’indice, uno per uno.
Che sciocca.
Si fermò e si scrollò le mani nel secchio per l’immondizia.
Capì che non aveva più bisogno di stare così attenta a certe stupidaggini. In quel momento si rese conto che, nel profondo del cuore, aveva già deciso cosa avrebbe fatto.

Periferia di Kinshasa, Nuova Repubblica dello Zaire, 21 Dicembre 2089

Il pomeriggio afoso era appena iniziato.
In strada il vociare incessante della gente era opprimente quasi quanto il caldo. Asu non lo sopportava più come quando era giovane. Così come non sopportava più l’angusto cubicolo in cui si era ritrovato a vivere. Avrebbe preferito di gran lunga tornare nella sua antica capanna tribale, nel suo villaggio strozzato dalla sete, piuttosto che soffrirla anche lì fra quattro strette mura calcinate.
Il minipad poggiato in terra sembrava assolutamente anacronistico nella polvere, abbandonato vicino al suo pagliericcio sporco. Non sopportava più neppure quello. Si domandava come diavolo facesse a funzionare ancora, perché mai non usassero l’energia sprecata lì per qualcosa di più utile.
Pensare che ne era stato orgogliosissimo quando l’aveva trovato nell’immondizia e l’aveva faticosamente riparato, sudando e imprecando per settimane, finché non era diventato lo zimbello di tutta la comunità.
Tutti parlavano con ironia di Asu Mulonga lo scienziato svitato e il suo Piccolo Mostro Meccanico che amava più di un figlio. Ma poi si erano dovuti ricredere quando, un giorno, dopo un’ultima maledizione agli antenati dell’apparecchio, quello aveva preso a funzionare con il suo brillante monitor acceso e pronto all’uso.
Asu aveva quindi fatto carte false per trovare qualche cavo di connessione sotterraneo e, quando finalmente riuscì nel suo intento, non ci fu giorno in cui la sua casa non fosse piena di curiosi, vicini, ammiratori.
Studiare elettrotecnica era servito a qualcosa, in fin dei conti.
Certo, la cosa gli aveva impedito di sposarsi, ma l’aveva ritenuta una mancanza trascurabile visto che, per un lungo periodo, era andato persino a lavorare in Europa. La donna che desiderava per moglie aveva promesso di aspettarlo, ma quando tornò lei si era già sposata e aveva persino avuto un figlio, contro le imposizioni di tutti i suoi parenti. Quella era stata insieme una delusione e un’offesa gravissima. Non aveva voluto nessun’altra da quel momento in poi, anche se c’erano state diverse sue “amiche” che avevano trovato attraente la sua aria così moderna, europea, colta.
Ma erano altri tempi.
Ora anche l’occidente non se la passava così bene, ed essere qui o lì, bianco o nero, non importava poi molto. Provava uno schifo istintivo, una diffidenza quasi animale verso quel modo di vivere. Lasciarlo non gli sarebbe pesato poi molto.
Non erano rimasti molti posti come quelli che ricordava e in cui era cresciuto, da nessuna parte, per quel che ne sapeva. Ma ora aveva più di ottant’anni e non si sarebbe mai più mosso, nossignore.
Tanto non aveva più importanza. Lui era inutile, come tanti altri.
Avrebbe fatto il suo ultimo viaggio seduto in terra, da solo.
Prese dalla sua bisaccia consunta una bottiglietta di vetro piena di un liquido insapore. Gli sarebbe servita più tardi. Ristette immobile, a occhi chiusi, e levò una voce arrochita, priva di grazia, nell’unico canto a Dio che ancora ricordava.
Gli affidò quel mondo così scuro e ingrato che non aveva voluto dargli neppure una moglie.
Aspettava il momento, quando la sua anima glielo avrebbe imposto.
Poi avrebbe bevuto.

Lo schermo del minipad brillava.

(Tratto dal Daily World, Notiziario della Rete del 22 Dicembre 2089, per gentile concessione degli Archivi Storici Internazionali)

“Nulla vi ha mai preparato a quello che state vivendo ora.
Ma reagite.
Vi basti pensare che, già adesso, mentre leggete queste righe, avete problemi logistici immensi di cui il resto dell’umanità, prima di voi, ha conosciuto solo l’ombra, perfino nei periodi più bui e devastanti. È un prezzo piccolo da pagare, ve lo assicuro. In parte troverete aiuto sotto forma di alcuni SSD chiusi in una certa cassetta di sicurezza di cui ho consegnato la chiave elettronica a mio figlio due mesi fa.
Si starà ancora chiedendo cosa farne.
Purtroppo dovrà scoprirlo, lo ha scoperto, nel peggiore dei modi.
Abbiamo dovuto agire nascostamente. Avreste potuto tentare di fermarci.
Forse è soltanto presunzione… ma so che ci volete bene. Lo vedo.
E so anche che, in ogni angolo di questo mondo sbriciolato come non mai, ma mai più unito di ora, questo affetto avrebbe impedito di ricorrere all’unica soluzione sensata, per quanto dolorosa.

Io amo mio figlio.
Così come amo mia moglie, che ha deciso di non seguirmi. Sandra ha vissuto con me per quasi settant’anni. Siamo giunti fin qui insieme, fin qui dove le nostre strade si dipartono e le nostre anime trovano la luce fievole della consolazione di saperci comunque insieme, di sapere che ci rivedremo dopo, ovunque sia dopo.
Non posso portarla con me.
Lo ripeto, ancora e ancora, e forse lo ripeterò nuovamente prima della fine di questa lunga chiacchierata con voi, me stesso, e tutti quelli che sono con me… facciamo questo per volontà nostra.
Senza imposizioni.
A parte la necessità evidente, l’unica altra cosa che ci guida è proprio l’amore. La necessità di portare fino in fondo, fino alla sua logica conseguenza, questo infinito amore per la vita che abbiamo imparato durante i nostri anni, a volte troppo lenti e faticosi.
So che vi sembra strano che io, proprio io, parli di amore per la vita.
D’altronde sono io, lo ribadisco, che ho avuto l’idea. Che l’ho proposta, per la prima volta, nei forum privati organizzati appositamente. Che ho raccolto le proposte alternative a questa finché non hanno cominciato a estinguersi sotto i colpi di una realtà assolutamente implacabile. Finché non si sono spente, lasciando vuota la mia casella e-mail.
Sono io che ho raccolto organicamente i dati che mi hanno convinto della necessità di questa azione, dati incontrovertibili e verificabili da chiunque grazie alle risorse della Rete.
Dati che anche voi conoscete bene, dati che trasformano in incubi di desolazione e fame i sogni di vita dell’intero pianeta.
Hanno aderito quasi cinque miliardi di persone.
So che questo numero vi dice qualcosa di molto preciso.
Certo, non potremo sapere quanti effettivamente andranno fino in fondo, ma sappiamo che saranno… saremo… quasi tutti.
I più filosofi di noi (e ce ne sono, di filosofi, moltissimi: la nostra è stata una generazione di molte colpe ma anche di molto pensiero) parlano di “livello morale”, il più alto mai raggiunto dall’umanità intera nella sua colossale, brevissima apparizione sul palcoscenico dell’universo. Il trionfo del Super-Io.
Quel che è certo è che un’idea così folle, così terribilmente atroce, è figlia di una profonda convinzione. Non avrebbe mai fatto tanta strada, non fino a questo punto, se miliardi, cinque miliardi di cuori non credessero, fino nel profondo, che è giusto che così sia.
Facciamo la scelta più orrenda e meravigliosa mai presa finora.

Abbiamo visto il Giappone diventare una repubblica, abbiamo visto, nel nostro lungo corso, infrangersi barriere che solo vent’anni prima sembravano insormontabili.
Alcuni di noi erano lì, già adolescenti, alla caduta del muro di Berlino, e tutti abbiamo esultato alla conquista di Marte, così come abbiamo pianto davanti ai tentativi falliti di colonizzazione. Abbiamo visto le nostre speranze infrangersi sulle scogliere degli interessi economici, abbiamo visto l’energia rinnovabile ritornare pura idea senza applicazioni pratiche.
Abbiamo tremato alle possibilità della clonazione, abbiamo gioito alla scoperta di una cura per il cancro. Molti tra di noi sono rinati a nuova vita quando l’AIDS è stato sconfitto.

Abbiamo vissuto tutto questo sulla nostra pelle ora un po’ troppo morbida, sui nostri volti che tendono al basso, nelle nostre mani ormai poco ferme. Nei nostri sorrisi, spesso artificialmente bianchi, sono passati i mutamenti di più di un’epoca.
È abbastanza.
Ora spetta finalmente a voi, senza le pastoie di un passato che non vi merita.”

Tokyo, Repubblica Giapponese, 21 dicembre 2089

Le undici di sera.
Le due, ora della Rete.
La sala del Consiglio di Amministrazione della J.ET.RO era l’unica illuminata, fiocamente, nell’intero palazzo dell’azienda.
Molti di loro non erano altro che anonimi funzionari dalla vita di carta, passata davanti a un monitor, mentre altri avevano famiglia. Non numerosa, ma famiglia.
Una moglie.
I più fortunati un figlio.
Il controllo delle nascite era diventato ancora più duro, dopo il 2030. Neppure i milioni di morti dello tsunami del 2038, incredibilmente più devastante di quello del 2011, avevano convinto il governo a recedere da quella decisione. Lo spazio era poco, la gente troppa.
Anche nel paese più ricco una larga fetta di popolazione sopravviveva appena.

Facce di un biancore livido nelle luci al neon dal ronzio sommesso. Silenzio.
Non una giacca, non una cravatta.
Più di quaranta persone erano sedute allo spazioso tavolo da conferenze. La maggior parte di loro indossava kimono tradizionali, bianchi. Tutti guardavano assorti davanti a loro il lucido piano nero di plastica levigata. Nessuno osservò, nemmeno per un attimo, i piccoli schermi a scomparsa incastonati nel mobile.
Spenti.

Solo una delle estremità del tavolo era occupata.
Vi sedeva un uomo anziano, accartocciato dal semplice peso dei suoi anni, con l’aspetto fragile di un ciliegio passato attraverso innumerevoli tempeste.
Si alzò in piedi.
La sua voce frusciò come pergamena stropicciata.
– Ora è per voi il tempo della purificazione.
Tutti gli altri si alzarono e spostarono il pesante tavolo sul fondo della stanza, operazione che richiese non pochi sforzi vista l’età avanzata dei convenuti.
Quindi ottanta ginocchia si piegarono e quaranta schiene erette, rivestite di stoffe dal significato antico, attesero nuove parole.
– Il nostro onore ne sarà accresciuto. Conoscete la necessità, comprendete la sua giustizia. Voi che siete come miei figli, mi seguirete nel viaggio che abbiamo deciso, e io sarò con voi per aprirvi la strada, primo ad andarsene. Rivolgiamo agli dei le nostre preghiere, che essi ci accompagnino.
Quaranta teste si chinarono cautamente verso terra, le fronti toccarono il pavimento gelido. Molti stringevano rosari buddisti. Un mormorio riempì la sala.
Voci diverse, diversi canti.
L’aria si mosse, si gonfiò, sembrò lacrimare e innalzarsi, portare a un cielo muto le preghiere di una terra dai solchi troppo profondi.
Uno degli anziani si alzò per aprire un armadio a muro in cui era custodito uno scrigno lucido dall’aria antica.
Da esso trasse lentamente, una dopo l’altra, delle lame argentee e intarsiate. Ne posò una davanti a ognuno degli inginocchiati, in silenzio.
Terminata l’operazione, le litanie si sciolsero una a una in un silenzio mozzo.
Molti avevano le lacrime agli occhi.
– Con questo, figli miei, la nostra vita termina e il nostro viaggio si conclude. Siate fieri di ciò che avete compiuto, siate ancora più orgogliosi di ciò che state per compiere. Come io lo sono, insieme a voi.
Cominciò un altro mormorio fatto di saluti, occhi umidi e singhiozzi sopiti dalla determinazione.
Kentaro Oda, l’uomo che aveva occupato il capotavola, talmente vecchio da sembrare un tronco secco, passò lo sguardo di viso in viso mentre tutti loro, che amava come veri figli, si puntavano la katana al ventre con mani salde. Lo fece anche lui.
Sentiva di amarli più che mai. Stavano facendo la cosa giusta, se ne stavano andando nel modo giusto. Kato, suo amico e collega da sempre, era inginocchiato accanto a suo figlio. Un figlio di quasi cento anni. Sì, era proprio giunto il momento.
Affondò.

Non vennero grida, dalle finestre illuminate del palazzo.
Se anche fosse stato, il barbone lì sotto non le avrebbe sentite perché erano troppo in alto. Anche lui sapeva.
Era tutta la sera che accarezzava con le mani rattrappite due card da cento yen.
Pensava e ripensava.
La sua era stata una vita di follia, di povertà, di case di cartone in riva a condotti fognari a cielo aperto nella tanto democratica Repubblica Giapponese, ex impero, terza inutile svolta a sinistra e poi in fondo al mondo, tante grazie.
Aveva cominciato a dare di matto verso i trent’anni, quando i suoi genitori erano morti per caso in quel mondo dove anche le più elementari cure mediche garantivano una vita così lunga che, due generazioni prima, era rarissima. Non aveva smesso di andare nella Rete, ogni volta che gli capitava. Spesso spendeva un po’ delle card che raccoglieva con le elemosine per qualche locale dove potesse collegarsi.
Le ultime cose che gli era capitato di leggere dicevano che i nati nel 2089 avevano un’aspettativa di vita di quasi centosettant’anni. Tanto.
Lui stesso, che ne aveva ottantadue, tremava a pensarci.
Tutti quei bambini… lui amava i bambini. Voleva vederne un mucchio. Sapeva che c’erano tante persone nel mondo, ma non c’erano tanti bambini. E lui aveva duecento yen.
Poteva mangiare, se voleva, almeno un poco.
Sì, poteva mangiare una cosa calda. Sentiva tanto freddo. Sakè, non quello sintetico, quello vero, bollente… era buono, così buono, e faceva dormire senza pensare.
I suoi passi si fecero esitanti per un momento, dovette appoggiarsi alla parete che stava costeggiando. Si mise una mano sulla fronte e si disse che era strano scottare proprio quando aveva così tanto freddo. Gli venne da ridere, un gorgoglio folle che rotolò giù in un rivolo di saliva per la sua barba sporca.
Sakè.
Si sentì scivolare. Sakè, sakè. Duecento. Duecento pezzi. Sakè, forse addirittura un okonomiyaki.
Lui aveva dei bambini? Li aveva avuti? Non se lo ricordava… forse, ma forse no, perché era sempre stato povero e di questo era sicuro, e se sei povero nessuna vuole fare un figlio con te e non puoi dare da mangiare a un figlio quando ce n’è così poco anche per te ma forse è più giusto lasciarlo a loro, sì sì, è più giusto, lo sa e lo sente, ma giusto cosa? E per chi, poi? Ma cosa conta, voglio sakè, tanto sakè da annegarci dentro l’intero mondo, tanto sakè da ubriacarci Dio e rubargli la vita eterna, da dare a sé e al mondo bastardo che i bambini possono farci qualcosa, ma solo i bambini, ma solo loro, e si ricordava parole che aveva letto e scritto, e quanto era stato d’accordo su cosa dovesse fare per regalarsi il sogno di una vita donata per lasciare spazio…
Continuò a scivolare finché finì disteso e si accasciò sul marciapiede freddo, sempre più freddo, sentendo freddo, sakè…
E poi continuò a scivolare, fino a fermarsi.

Urla.
Ovunque.
Si levarono.
Una dietro l’altra.
A macchia d’olio.
Sempre di più.
Di più.

Contea Ortodossa del Lancashire, Zone Rurali Controllate, Inghilterra, 21 dicembre 2089

Poteva sentirlo distintamente.
Un grido.
Una vibrazione.
Un tremito, come i primi spasmi di un epilettico.
Marta giaceva, come gli altri, sul quel terreno una volta bruno.
Un gemito.
Un enorme gemito.
Fratello Thad avviò l’enorme mietitrebbia elettrica, poi ne scese e, correndo affannosamente, si ricongiunse alla fila dei fratelli sdraiati ordinatamente in terra.
Grano da falciare.
La macchina irta di lame era lontana, per dare il tempo di un ultimo ripensamento a chi avesse voluto.
Viso a viso, mentre tutti si prendevano per mano.
Lunghe assemblee segrete e silenziose avevano occupato parecchie notti, notti di vecchi, notti di poche ore di sonno, tante di ricordi e ancor più di freddo, spesso fame, e paura.
La terra non era più fertile. Quel poco di soia o di riso era scarno, immangiabile, insufficiente. Il grano geneticamente modificato impoveriva il terreno. Quella era stata la dura lezione che l’Inghilterra tutta aveva dovuto imparare. Le Zone Rurali non coprivano neppure un ventesimo del fabbisogno alimentare del paese. Inutile sperare di sviluppare piante migliori, i soldi per la ricerca servivano a nutrire la troppa gente ridotta allo stremo. Impossibile importarle, non si stava molto meglio altrove.
La poca acqua, poi, non favoriva la coltivazione. Era scarsa persino per le serre idroponiche, che anni prima erano sembrate il jolly, la soluzione a portata di mano… solo per deludere: la verità era che non c’erano più nemmeno i fondi per desalinizzare.
Era così ovunque. In America una parte dei giovani era stata indottrinata fin dalla nascita a formare una speciale casta che fosse il massimo nella produzione del cibo: forti, robusti, pieni di abnegazione, senza altro scopo. Un’altra che contasse i migliori cervelli, ossessionati dal solo scopo di trovare soluzioni valide per evitare di accelerare ancora sulla china della scarsità di risorse, della sovrappopolazione. L’unico risultato era stata una mezza generazione di monomaniaci con tanti problemi psicologici da risultare perfettamente inutili. Il governo inglese aveva tentato dapprima con le Zone Rurali Controllate, puntando sulla tanto efficiente etica del protestantesimo, tentando di evitare i madornali errori statunitensi… ma si rivelò ben presto una politica di pura sopravvivenza: troppa gente per pensare al futuro, troppa sete, troppe emergenze, troppo tutto.
Non era questione di scarsa lungimiranza… ormai non più.
Semplicemente non si poteva più fare altrimenti.
Il mondo arrancava pesante, spinto a fatica dalla sua stessa inerzia.

Marta lo sapeva.
Chiunque coltivasse lo sapeva, scienziato o bracciante che fosse.
Ogni raccolto andato male era un chiodo sul coperchio della cassa da morto del mondo.
Quindi quello che stavano facendo era giusto.
Doveva essere giusto. Bastava guardare una qualsiasi edizione del Daily World.
Avevano pregato tanto, in quegli ultimi giorni. Avevano pregato per le anime delle persone che sarebbero rimaste, avevano pregato per le sorti di un piccolo grumo di fango, metallo e carbonio che fluttuava attorno alla gloriosa candela di Dio, nel Cosmo da Lui creato.
La mietitrebbia, con lo sterzo bloccato, procedeva lentamente in linea retta verso di loro. Li avrebbe travolti l’uno dopo l’altro e sarebbero morti lì, sulla stessa terra per cui avevano buttato la vita. Un modo di espiare.
Marta tremò.
Il terreno polveroso sotto di lei piangeva. Continuava ad avere l’impressione di sentirlo. Da tutta la fila di corpi distesi si levava un mormorio sommesso, un avemaria sussurrato mano nella mano.
Cuori in fiamme.
Un cielo povero, scarno.
Grida.
In lontananza… ma non proprio. Vicine. Vicine come le vibrazioni della mietitrebbia, ma non erano le vibrazioni della mietitrebbia.
La terra… no, la Terra stessa sembrò contorcersi come un corpo vivente, come se un dolore lancinante le stesse torcendo le viscere, come se una moltitudine immensa di vermi fosse strisciata tra Marta e il suolo contorcendosi oscenamente. Si alzò di scatto, terrorizzata, ansimante, cacciando brevi urla sconnesse, spazzandosi i vestiti con le mani come se milioni di insetti le camminassero addosso.
Poteva essere solo un’impressione? Sembrava così vero… Dio, non volevano arrivare a questo.
Non avevano mai voluto, non era quello che avevano desiderato per i loro figli e nipoti, non era ciò che volevano regalare loro, ma si trattava di tutto ciò che erano stati in grado di creare. Non era abbastanza, né giusto. Dovevano espiare la colpa più orrenda, quella di aver ucciso il futuro. Potevano ridargli la vita solo con il sacrificio del loro sangue e della loro carne.
La mietitrebbia incontrò la prima persona della fila.
Nella mente di Marta passarono le parole “Sorella Jo”, ma erano proprio soltanto parole.
Non ricordò che erano novantacinque anni che la conosceva, non ricordò di aver badato ai suoi figli e nipoti, non ricordò di averle pianto accanto solo poche sere prima, mani rugose nelle mani rugose.
La scarsa luce lunare dava contorni grotteschi a forme irriconoscibili, mentre le carni di Sorella Jo volavano in aria a brandelli tra alti spruzzi di sangue grigio e urla strazianti, rosse. Vide le lame della trebbiatrice divorare un corpo e attaccare il successivo, come un’affamata, selvaggia apparizione da un bestiario medievale.
Marta si accorse di essere in piedi.
Anche Fratello Thad si era alzato. Correva piangendo verso la strada che fiancheggiava il campo.
Aveva rinunciato, singhiozzava come un bambino.
Fuoco.
Marta vide bagliori color arancio sull’orizzonte vagamente luminescente e capì che molti altri avevano cominciato. Senza sapere come, capì. Lo sentiva tramite la terra.
Cadde sulle ginocchia logore, stanche. La mietitrebbia continuava il suo lavoro. Marta girò il viso, la guardò.
Puntò lo sguardo su Fratello Thad che ancora fuggiva, stavolta ginocchioni: probabilmente era inciampato ed era troppo terrorizzato e sconvolto per accorgersene. Sentì le lacrime scenderle sulle guance. Non le asciugò.
L’ira del Signore era giustificata.
La punizione che si erano scelti commisurata.
Chinò il capo fino a terra e cominciò a pregare, dimentica della sensazione brulicante che l’aveva fatta alzare. Non contava più. Nulla contava più. Solo la nuova possibilità contava, quella vita che aveva ancora un senso soltanto nella sua accezione più ampia. Gli errori commessi non avevano più senso.

Stavano pagando.
Che Dio ne fosse testimone, stavano pagando.

Nella notte della Rete – 21/ 22 dicembre 2089

Le coste del Brasile furono invase di anziani dal passo lento. Nessuno si domandò seriamente cosa stesse succedendo se non quando fu troppo tardi. Novanta milioni di persone si riversarono nel mare limpido e si lasciarono annegare come lemmings. Nell’entroterra, altri milioni posero fine alle loro vite con metodi più convenzionali, per quanto deboli o impediti fossero, da soli o meno che fossero.

Scene simili si videro in Europa, nel paese che un tempo era stata la Norvegia, dove i fiordi si riempirono di corpi ammassati in un’orrenda, folle, blasfema comunione. Le volocamere della Rete arrivarono sul posto solo molto dopo.

A Roma il Circo Massimo e la spianata dove un tempo svettava il Colosseo divennero enormi cimiteri a cielo aperto in meno di mezz’ora, fra gli schiocchi secchi dei colpi di pistola. Tutto l’evento fu ripreso. Qualcuno tentò di fermare i suicidi, senza peraltro incontrare resistenza. “Sì, hanno provato a fermarci,” disse un anziano sopravvissuto in un’intervista di qualche ora dopo, “ma perché opporsi? Non avremmo mai potuto far loro del male. Non vogliamo farvi del male. Facciamo questo proprio per non farvi più male”. Poi, fissando in terra con le lacrime agli occhi, sfilò una Beretta da chissà, se la puntò alla testa e fece fuoco.

In molti luoghi gli anziani scelsero modi meno clamorosi di andarsene. La maggior parte morì nella propria casa, o in qualche luogo di riunione, senza far rumore. Alcuni non ressero e ci ripensarono.

Quando il sole ebbe percorso l’intera estensione del pianeta, quattro miliardi e novecentoquaranta milioni di persone, corrispondenti all’incirca ai nove decimi di popolazione mondiale sopra i settant’anni, si erano tolti la vita con ogni mezzo, molti senza lasciare nessuna lettera, nessuna spiegazione.
Quella sarebbe venuta dopo, una soltanto, per tutti.

Venne fuori che nella cassetta di sicurezza lasciata all’umanità c’erano alcuni hard disk SSD contenenti progetti, analisi costi/benefici e di fattibilità, suggerimenti economici, persino alcune nuove tecnologie: un patrimonio unico di pensiero utile. Diverse proposte tecniche per lo smaltimento dei corpi, anche, fra cui quella di trasformare di tutta quella biomassa in combustibile o concime per nuove coltivazioni. Il mondo urlò e si contorse.

Poi c’erano i dati.
Rapporti raccolti fin dal 1960 riguardanti il ritmo di crescita della popolazione, il tasso di mortalità infantile, i nuovi e inaspettati effetti collaterali della globalizzazione su modello americano, previsioni per lo sviluppo sostenibile puntualmente disattese. Tutto.
L’invecchiamento progressivo della popolazione mondiale, unito alla forte natalità dei paesi del terzo mondo, aveva saturato il pianeta nel giro di circa cinquant’anni.
Già nel duemilaventi più di otto miliardi di persone si uccidevano fra loro per il proprio spazio vitale, dalle enormi arcologie nel deserto australiano agli sterminati complessi sotterranei europei.
L’aspettativa di vita, già per i nati nel 1970, si era elevata fino a più di cent’anni… almeno per gli abitanti dei cosiddetti “paesi occidentali”.
Pur non arrivando a tali vette, anche nei paesi più poveri e disastrati tale cifra si aggirava intorno agli ottanta, là dove la media non fosse compensata dalla mortalità infantile.
La produzione mondiale di cibo era calata drasticamente dopo la Grande Guerra Americana tra sud e nord del continente, anche a causa dell’uso di armi all’uranio impoverito che avevano contaminato il terreno.
Scaramucce su larga scala ebbero lo stesso effetto in diverse zone del mondo.
L’acqua, mal ripartita, spesso inquinata e troppo sprecata, non bastava per tutti.
L’alterazione della biosfera dovuta al crescente inquinamento, che pure era molto diminuito nel 2058 per l’improvvisa carenza delle fonti energetiche fossili, era ormai irreversibile. Il deserto si espandeva in ogni punto del globo, accompagnato da inondazioni sempre più devastanti dovute al massiccio scioglimento del ghiaccio polare. Tutto questo non faceva altro che togliere altro terreno alle abitazioni e alla produzione di cibo, fino al punto in cui non fu più possibile rimediare per la semplice mancanza di risorse.
Molte zone equatoriali erano divenute assolutamente inabitabili.
I metalli più facilmente raggiungibili si stavano esaurendo, le miniere erano decimate e producevano pochissimo. Il legno era così raro che produrre carta era considerato un crimine su tutto il pianeta.
La Rete stessa sopravviveva grazie a sé stessa e nulla più. Era stata per anni una enorme, tentacolare ameba che era andata inglobando energia, materiali, personale, risorse di ogni tipo, finché non aveva cominciato a crollare sotto il suo peso. Un’infrastruttura ancora in piedi ma in disarmo, quasi vuota tranne che per gli squatters dell’informazione. Anche se per la maggior parte della gente rimaneva l’Oracolo del pianeta, era solo l’ombra di ciò che era stata, non certo un contesto di partecipazione e discussione.

Su questo enorme, rovinoso palcoscenico, l’umanità eseguiva meccanicamente il suo canto del cigno, inconsapevolmente rassegnata al suo termine.
I dati erano noti, ma che soluzioni c’erano?
O meglio: si pensava che, in un modo o nell’altro, le soluzioni sarebbero arrivate.

E la soluzione era, effettivamente, arrivata.
Grazie a cinque miliardi di persone che avevano smesso di produrre decenni prima, ma che pure dovevano consumare, mangiare.
E mangiare il cibo dei loro figli, dei loro nipoti.
Cinque miliardi di persone che avevano ridotto il mondo in quel modo, per consegnarlo ai sempre più scarsi bambini, ai rarefatti neonati che vedevano la luce, diafana, su quel pianeta in declino.
Cinque miliardi di persone.
Eroi.
Folli.
Anziani.
Vite.

(Tratto dal Daily World, Notiziario della Rete del 22 Dicembre 2089, per gentile concessione degli Archivi Storici Internazionali)

“Forse è la Terra che chiede un tributo.
Forse è un’umanità che ha capito troppo tardi.
Forse, forse, forse.
Sto tentando di rispondere alle domande che vorreste farci, vi farete, vi state già facendo,
Immagino sappiate che agli attuali livelli di consumo – che, vi ricordo, non sono neppure la metà di ottant’anni fa – non è possibile che la razza umana sopravviva per più di altri settanta anni. Pur avendo fatto i conti con generosi margini di errore questa è la stima ottimistica.
E i conti andavano fatti.
Siamo giunti già da molto tempo al culmine della nostra parabola.
Ora stiamo discendendo rapidamente.
Senza ciò che faremo, che abbiamo fatto, nessuno di noi… di voi… andrebbe avanti.
E questo sarebbe il reale delitto.
Questo sarebbe il più enorme affronto all’umanità intera, alla sua gloriosa storia, al tenero coraggio di questa scimmia che ha preteso di scendere dagli alberi e darsi una ripulita.
Non deve finire qui.
Abbiamo sbagliato.
Vogliamo rimediare, a modo nostro… da vecchi ottusi scorbutici, se volete. Ma mi piace pensare che siamo assolutamente lucidi e consapevoli, ognuno con la propria fede, se ce l’ha, ognuno con le proprie convinzioni e la propria morale, ma tutti, fino all’ultimo, convinti e consapevoli del gesto che stiamo per compiere… che per voi è già compiuto. Scusate, ma quello che per voi è una realtà nuda e cruda per me, mentre parlo, è ancora nel futuro. Il vostro futuro.

Un’ultima cosa.
Lo ripeto: abbiamo deciso per voi.
Ancora una volta nella vita. Comunque, per l’ultima volta.
Vi assicuro che a molti dispiace. Molti fra noi volevano consultarvi, volevano quantomeno dirvelo. Non escludo che qualcuno lo abbia fatto.
Ma se aveste saputo avreste tentato di fermarci, come ho detto. Non negatelo.
Perché ci volete bene. Perché non avete la nostra visione, forse. Perché preferireste tentare fino all’ultimo altre, improbabili soluzioni, soltanto per tenerci accanto. Ci prendiamo la responsabilità di questo ultimo atto.
Non è presunzione. Non è hubris. Forse, se non voi, i vostri nipoti capiranno.
Ma speriamo capiate voi.
Vi lascio, con queste parole, il nostro dono.
È il più grande che potevamo.
Nessuno può di più, in effetti.
Usatelo.
Vi preghiamo.

Mia moglie mi guarda dalla porta.
Sa che ho quasi finito e sa cosa farò una volta che avrò detto l’ultima parola al mio minipad.
C’è un bicchiere qui, alla mia sinistra.
Una volta bevuto, scivolerò nel sonno e non mi sveglierò più.
Il mio cuore si fermerà dopo meno di mezz’ora dall’ingestione del veleno.
Questo bloccherà il sangue lì dove si trova. Il cervello non riceverà più ossigeno e smetterà di inviare impulsi nervosi agli altri organi del mio corpo, come i polmoni, che cesseranno immediatamente di funzionare, ma a quel punto sarò già morto.
Ma prima devo dare un bacio a Sandra.
La vedo che si morde le labbra.
Non posso retrocedere. Perdonami, Sandra.
L’idea è stata mia. So che è indispensabile.

Consegniamo tutto a Voi.
Evitate gli errori dei padri.
Agite, lì dove Dio non arriva.
Lì dove vi accorgete di stare distruggendo, costruite.
Dove ferite, curate.
Non vi abbiamo insegnato molto di buono se non, forse, questo.
Non siate mai costretti a fare quello che stiamo facendo noi.
Spero che proviate terrore, spero che tutto questo vi spaventi abbastanza da radicare in ognuno di voi la determinazione di non vederlo ripetersi.

Spero che Dio sia con noi.
Che ci guardi.
Che ci raccolga e ci innalzi.
Buona fortuna, a tutti voi, e un brindisi.”

Guadalajara, Distretto 6020 di Città del Messico, 21 dicembre 2089.
Ultimo giorno della vecchia era.

__________
Francesco Cotrona
L’autore è uno che ha cominciato a leggere, da bambino, con Jules Verne, poi ha scoperto Asimov e da lì tutta discesa. In quei pochi momenti in cui interrompe l’assunzione di fantascienza tramite ogni canale sensoriale disponibile, ecco, in quei momenti lì prova a scriverla e pubblicarla. Ogni tanto ci riesce.

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(marco manicardi)
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