L’ultimo giorno di scuola

di Giuliana Dea “julka75”

–A che ora partite domattina?
–Presto.
Bisbigliavano, ché la maestra non riuscisse a sentirli. I compagni di classe avevano ancora la testa sul tema, mancava un quarto d’ora al suono della campana.
Anne Ritte aveva finito che non era ancora passata la prima delle due ore concesse. Era sempre stato così, fin dal primo giorno della prima elementare.
La bambina aveva una mente più veloce. Come tutti quelli della sua specie, d’altronde. Questo avevano sempre raccontato a Marco i suoi genitori per spiegare come mai Anne Ritte e tutti quelli come lei, con la pelle vagamente verdastra, riconoscibili a occhio nudo in mezzo alla folla, riuscissero sempre ad arrivare prima e pure oltre.
I transfairiani vivevano sulla Terra da prima che il papà di Marco nascesse, anche se erano solo pochi decenni che la loro presenza iniziava a percepirsi in modo evidente.
Anne Ritte apparteneva alla seconda generazione, nata e cresciuta fuori dal suo pianeta. In effetti su Transfair non aveva mai messo piede. Era esploso venticinque anni prima. Mentre i suoi genitori ancora bambini erano in viaggio alla ricerca di un luogo dove sopravvivere.
Il pianeta era morto a causa dell’incuria dei transfairiani. Spinti dalla ricerca ossessiva di materie prime e fonti energetiche, lo avevano riempito di centrali nucleari. La loro tecnologia era talmente avanzata che già cent’anni prima si erano spinti, dal loro sistema, fino a Urano. Quando cominciarono gli tzunami e i grandi terremoti, iniziò l’esplorazione alla ricerca di un luogo che garantisse le stesse caratteristiche climatiche e ambientali. Fu così che appena incontrarono resti di astronavi rudimentali e raggiunsero la luna, la bandiera stelle e strisce li convinse di essere vicini a forme di vita intelligenti. Dopo un periodo di studio delle caratteristiche della Terra, decisero. Era il pianeta perfetto.
Non rischiavano nemmeno di sovrappopolarla: i transfairiani erano poco più di duecentomila, si sarebbero sparpagliati per i cinque continenti. Fu costruita a tempo di record un’astronave che contenesse tutta la popolazione più giovane, persone sotto i 30 anni, bambini, e scienziati. Gli anziani non vollero partire. Preferirono morire con il pianeta. Era l’unica casa che conoscevano.
E così fu. Nell’anno 2045, dopo un ventennio di sbarchi passati quasi inosservati nei luoghi più inaccessibili della Terra e dopo diversi messaggi portati ai governanti del pianeta (le Nazioni Unite restarono in seduta per dieci giorni, prima di concedere l’autorizzazione all’atterraggio dell’astronave madre), la Terra era pronta a ricevere questi extraterrestri, la prima prova vivente della presenza di vita nello spazio.
25 anni dopo i transfairiani vivevano insieme ai terrestri sul pianeta, un po’ ovunque. Pure in Italia.
Tutte queste cose, Marco le aveva imparate negli anni delle elementari. E un po’ dal nonno, ma non troppo. In famiglia erano quel che si dice liberali,che per Marco significava a noi vanno bene tutti.
Sua madre ogni tanto tornava dalla città con qualche barbone a cui dava da mangiare. E apriva le porte ai rari forestieri che si inerpicavano su per il sentiero che portava in paese.
Perché Marco e i suoi abitavano in un paese minuscolo, quasi nemmeno segnato sulle carte geografiche, sotto un monte, al confine con l’Austria.
Non ci erano nati. Nessuno avrebbe mai voluto nascerci, in quel paese. Nessuno con un po’ di senso dell’umorismo, si intende, perché i suoi abitanti ci stavano benissimo. Ci nascevano, studiavano, vivevano, lavoravano e morivano lì, nella loro beata ignoranza del mondo di fuori. Quando qualcuno se ne andava nel paese vicino, fingevano di non conoscerlo.
La massima idea di viaggio che si concedevano le famiglie erano due settimane nella spiaggia della riviera adriatica, nei mesi estivi, e poi tutti a casa.
Era un paese vecchio, dove anche i figli nascevano vecchi, e quelli che nascevano giovani se ne andavano appena raggiungevano l’età adulta. Sparivano senza fare ritorno e i genitori gli facevano un funerale della memoria, evitando di nominarli in pubblico.
Erano fatti così, da quelle parti. Non si poteva essere diversi. Bisognava mantenere le tradizioni, e nelle tradizioni non erano previste le lauree, i viaggi e nemmeno gli abitanti dello spazio.
Era già stata una concessione enorme, per la gente del paese, l’apertura, quarant’anni prima, del Centro di Ricerca presso cui lavoravano il padre e la madre di Marco, e per cui a suo tempo avevano lavorato i suoi nonni.
La sua famiglia, lì, era stata trapiantata per motivi di lavoro.
Marco aveva madre italiana e padre inglese e parlava correttamente due lingue da quando aveva tre anni. I suoi coetanei faticavano a stare dietro all’italiano.
Questo era già un motivo di disprezzo. Marco non aveva mai avuto amici fino a quando non era arrivato in prima elementare.
Lì aveva incontrato Anne Ritte. Anche lei nata in paese e trapiantata. Solo che Marco era umano.
La bambina, oltre a sapere più di due lingue (ne conosceva circa 612, alcune mai sentite sulla Terra) e alla mente molto più veloce di quella di chiunque altro in classe, aveva la pelle verdastra e gli occhi viola.
Nel resto d’Italia c’erano alti transfairiani, addirittura nella Capitale diceva la mamma che un intero quartiere era diventato a netta predominanza di abitanti del pianeta. Marco, che non aveva una pallida idea di dove si trovasse la Capitale, aveva scoperto tutte queste cose perché Anne Ritte il mattino dopo ci sarebbe andata con i suoi genitori. Per sempre.
Avevano dovuto organizzarsi in fretta. Non che non fosse già prevista, la loro partenza. Ma doveva avvenire più tardi, alla fine della ricerca.
La famiglia di Anne Ritte faceva parte di un esperimento del Centro.
Dovevano essere i primi a tentare un’integrazione in una comunità minuscola, ferma alle sue tradizioni. Era una cosa antropologica, diceva il papà. Marco non aveva capito tanto bene cosa significava, antropologica. Però aveva capito che l’esperimento non stava andando troppo bene quando tre mesi prima un sasso era entrato nella finestra del salotto di Anne Ritte, e sua madre, uscita di corsa, era stata assalita da un gruppo di teppisti di quindici anni. Tutti figli di rispettabili professionisti del paese.
L’avevano portata all’ospedale della città vicina, perché lì di ospedali nemmeno a parlarne e nessuno dei medici del paese aveva mai voluto toccare qualcuno dei transfairiani.
Credevano di infettarsi, a toccare gente con la pelle verde.
La mamma di Marco diceva roba irripetibile, sulla gente del paese. Cominciava anche lei a dare segni di cedimento.
Il papà era sempre stato molto più possibilista, fino a quel momento.
Ogni tanto si avvertivano piccoli segnali di integrazione della famiglia, e il padre di Anne Ritte era riuscito a farsi persino stimare dal suo capo. Era laureato in astrofisica, regolarmente assunto dal centro di ricerca, ma parte integrante della ricerca antropologica consisteva nel suo integrarsi anche da un punto di vista lavorativo. Quindi aveva cercato un lavoro normale. Ci mise un paio d’anni, girovagando per tutta la zona. Alla fine era stato assunto come guardiano di vacche da un vecchio del paese. La paga era ottima, ma nessuno voleva più fare quel lavoro faticoso, così se l’era accollato lui. E lo faceva bene. Il capo diceva che le sue mucche sembravano nate per farsi curare dai marziani. Poi era arrivata la crisi, e al suo capo avevano cominciato a dire peste e corna perché invece di assumere italiani aveva dato lavoro a uno di questi marziani, che non si sa nemmeno se fanno bene alle vacche, con quella pelle verde. Non aveva molto senso, come accusa, visto che il latte era sempre lo stesso e le vacche non erano mai state così sane, ma la gente è sempre la gente, il cervello le gioca brutti scherzi.
Tanto avevano detto e fatto che alla fine il papà di Anne Ritte aveva perso il posto, e ora a guardare le vacche c’era il figlio ventenne di uno dei compaesani.
Dopo il padre era stato il turno della madre, a cui i commercianti non vendevano più nulla, anche se pagava in contanti. Non la facevano proprio entrare in negozio. Avevano messo dei cartelli con scritto Vietato l’ingresso ai cani e ai marziani.
I genitori di Anne Ritte si erano spostati a cercare lavoro e a fare la spesa nella città vicina, ma non era stato sufficiente. Il paese voleva cacciarli via.
E così era arrivato il giorno del sasso contro il vetro.
Marco era lì, si era spaventato. Chi non si era spaventata era stata Anne Ritte. Lei aveva continuato imperterrita ad andare a scuola. Anche quando i figli degli altri paesani avevano iniziato a prenderla in giro nei corridoi, dicendo cose che Marco solo a ripeterle si sarebbe visto ribaltare con un ceffone dalla nonna (non capiva perché loro potevano dire quelle cose e i genitori invece di prenderli a ceffoni ridevano, in effetti), lei faceva spallucce e continuava per la sua strada.
Fino a una settimana prima.
I due bambini facevano sempre la strada per tornare a casa insieme. Solo che Marco quel mattino era stato dal medico, a fare una visita. Era in città con sua madre.
La sera, a casa, erano arrivati i genitori di Anne Ritte. Avevano le facce scure.
Marco era stato spedito a dormire, ma invece di andare a letto si era nascosto dietro la porta. Aveva sentito tutto quello che dicevano i grandi.
Anne Ritte era tornata a casa da sola. Mentre camminava per strada, i teppistelli che avevano aggredito sua madre le avevano ostruito il passaggio, cominciando a insultarla.
La bambina cercava di passare, ma erano troppi e troppo grandi. Uno dei tre le aveva strappato lo zaino dalle spalle. Lei lo voleva indietro. Quello le aveva tirato un calcio nello stomaco. La bambina era caduta. I calci erano continuati. Gli altri, per non essere da meno, avevano iniziato a prendere a calci la bambina pure loro.
Avrebbero continuato se non fosse stato per un paio di paesani che passavano per la stessa strada. I teppisti se n’erano andati di corsa. Anne Ritte era a terra. Uno dei due paesani l’aveva presa in braccio e portata dal dottore.
Il dottore aveva rifiutato, di nuovo, di curarla. Così erano andati di corsa al centro di ricerca.
Anne Ritte adesso era all’ospedale vicino.
Non aveva subito danni permanenti, ma non voleva più tornare a casa. Diceva che quella non era casa sua.
E i suoi genitori avevano deciso. L’esperimento era fallito. Se ne sarebbero andati nella Capitale, da una zia, non appena la bambina fosse uscita dall’ospedale.
La mamma di Marco aveva scongiurato di ripensarci. Avrebbero denunciato i tre alle autorità.
Il papà di Marco invece aveva capito. Era arrivato il momento di chiudere l’esperimento. Finché si trattava degli adulti, diceva, era un discorso. Ma adesso non si facevano più il minimo scrupolo.
Bisognava proteggere la bambina.
Marco se ne andò a dormire, e nel suo letto si accorse che senza Anne Ritte sarebbe rimasto solo. Scoppiò in lacrime e cominciò a odiare quel posto e tutta la gente che ci abitava.
Li voleva morti.
Quel mattino, mentre gli altri finivano i compiti, lo raccontò ad Anne Ritte.
La sua amica era tornata completamente guarita. Anche questa era una cosa che succedeva a loro di Transfair. Quando li colpivano non rimanevano segni. La faccia di Anne Ritte era pulita. Come se nessuno l’avesse toccata.
–No, tu non devi odiare – fu la risposta di Anne Ritte.
Marco restò di sale.
–Tu sei diverso da loro. Se cominci a odiare anche tu, diventi come loro. E io non ti vorrò più vedere.
Il bambino sospirò.
–Allora vengo nella Capitale con te.
Anne Ritte sorrise.
–Chissà. Magari un giorno ci vieni davvero.
La campana suonò. Anne Ritte e Marco si alzarono per consegnare il loro tema, mentre gli altri erano ancora seduti a cercare di finire di copiare la bella.
Consegnarono, e siccome era l’ultima ora uscirono dalla classe con i loro zaini. La maestra li chiamava, ma loro fecero finta di niente. Arrivarono al portone della scuola e si incamminarono per la strada di casa, insieme.
Era l’ultima volta e cercarono di metterci più tempo possibile.

__________
Giuliana Dea “julka75”
Milanese in prestito a tempo indeterminato a Roma. Da grande voleva fare la scrittrice, ma non c’era posto, così si è aperta un blog. Che poi sono diventati due, tre, e così via. Ora fa l’Apprendista Barista allo Starbooks.
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(marco manicardi)
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