L’antro di Scilla

di Fabrizio Melodia “Astrofilosofo”

Tutti gli uomini sono dei mostri.
Non c’è altro da fare che cibarli bene.
Un buon cuoco fa miracoli.

Oscar Wilde

Vivo ormai da troppo tempo rinchiuso in questo spazio, fatto di latrina e piscio di gatto. Svariate visioni ricolmano il mio sguardo attento a ogni minimo dettaglio.
Sono solo.
Gettato ancora in fasce in questa topaia da una donna vestita di bianco, con qualcosa al polso che tintinnava, sono anni ormai che la cerco di continuo, osservando tutto da questa feritoia, fatta di sbarre e detriti puzzolenti, diventata ormai tutto il mio guardare, uno strano e sporco occhio su quel mondo pulito e aberrante.
Cerco di continuo il profumo di quella donna, lavanda mista a pesco e mirtillo, tento di sentire quei passi silenziosi e cadenzati, leggero ticchettio di aghi sulla pelle dura.
Qualche uomo è caduto in questo pertugio angusto, mentre cercavo risposte al mio abbandono.
Mi sono nutrito delle loro carni e del loro sangue, mentre cercavo quella donna che mi gettò nella spazzatura più melmosa.
La cerco ogni minuto perché ho fame e voglio incontrarla, voglio godere di quelle forme che mi fingo nel pensiero candide e ben formate, un seno piccolo ma pieno con i suoi boccioli turgidi pronti a dispensare il loro succo materno, una pelle morbida e vellutata che ricorda i prati e la sabbia del mare aperto.
La vedrò, prima o poi, ne sono certo, così com’è certa la luce della luna che accarezza la mia pelle dura e squamosa.
Ti vedrò, mamma.
Nei tuoi occhi, riconoscerò i miei colmi di odio e ribrezzo.
Riconoscerò il mio viso, com’era prima, all’origine di tutto, prima che topi, escrementi e carne umana lo cambiassero nel profondo della sua medesima consistenza.
Solo allora, mamma cara, ti ucciderò e godrò appieno del tuo corpo così come hai goduto quando mio padre ti prese.
Ti avvolgerò nel mio abbraccio, i miei arti strapperanno i tuoi pochi vestiti, mentre altri correranno ai tuoi boccioli ormai forse non più tanto pieni ma sempre ricolmi di piacere, toccando le tue natiche forse un poco flaccide ma sicuramente sensibili e profumatissime.
Arriverò alla tua intima peluria, la quale ormai solo circonda come una nera collana la fessura da cui sono maledettamente venuto in questo mondo, fatto di puzza, vomito e diarrea.
Ti farò godere, mamma, come non hai mai provato in tutta la tua vita, urlerai il tuo piacere al mondo, solo allora morirai.
Perché io ti amo, mamma.
Non vedo l’ora di conoscerti, di parlarti con il linguaggio che ho imparato ascoltando il vociare chiassoso del mondo esterno, venendo a conoscenza dal chiacchiericcio di bellezze e brutture, di donne violentate, amori segreti, bambini giocosi rapiti dai loro genitori per turpi giochetti a lume di candela, strombazzamenti per nascondere le gole tagliate per rubare la pensione alle vecchiette, musica e sangue che colavano copiose nella mia scolina dopo una strage non meglio acclamata da una persona che parla sempre nello stesso ritmico modo, di cui non sento odori o passi.
Me la ricordo bene.
Si chiama Maria Luisa, la sento sempre parlare quando la luna inizia, deve essere anche lei una sua figlia.
Mi racconta tutta del tuo mondo, mamma. Forse ha la tua voce, magari la tua pelle e i tuoi seni. Ogni tanto la vedo, il suo viso a mezzobusto, quando l’acqua delle piogge mi regala un poco di sollievo alla mia pelle di carta vetrata, così verde marrone, troppo scura e diversa da quella che ho divorato.
Non vedo l’ora di raccontarti tutto questo, mamma, mentre faremo sesso avvolti da mille baci e languide carezze.
Ti dirò di tutte quelle cose morbide e inzuppate, libri, si chiamano o almeno sembra. Ho imparato a leggere sentendo una madre come te insegnarlo al proprio bambino piccolo.
Ne ho letti e mangiati tanti, mamma. Volumi grandi che narravano storie tragiche e meravigliose.
Tanti descrivevano la riunificazione di una famiglia dopo mille dolori e peripezie.
Mi danno speranza, come quel bambino che con gli anni è cresciuto, mi lascia un libro spiegazzato proprio vicino alla scolina. È buono e gentile, legge anche a voce alta proprio vicino all’apertura.
Si chiama Marco Adimari.
Adesso fa il poliziotto, si diverte a sbattere dentro i delinquenti anche se ora al suo ufficio sono stati operati dei brutti tagli amministrativi, mi raccontava. Marco, viene a trovarmi ogni volta che può, pensa che io sia un povero senzatetto con qualche malformazione di troppo e non sospetta per nulla la verità riguardo al mio vero aspetto.
Penso che fuggirebbe a gambe levate, non voglio perderlo, è il mio unico vero contatto con il mondo esterno.
Mi legge storie di mostri e creature simili a me, mi ha fatto capire che ci sono tante persone che mi assomigliano, non potrei mai essere solo nel tuo mondo, lo capisci, questo, mamma?
Potrei stare con loro, diventerebbero la mia famiglia, potrei avere dei figli e vivere in qualche lago nascosto ai più, potrei persino occupare una casa disabitata e avere dei figli, amandoli come tu non hai fatto con me.
Ho scoperto che esisteva una creatura che abitava in un anfratto, con una vista splendida di uno stretto di un mare sconfinato.
Era sola e con tante braccia che poteva abbracciare più persone come te in una volta sola, mamma.
Si chiamava Scilla e viveva in un antro.
Una nave di un valoroso e astuto esploratore passò da quelle parti e molti dei compagni di costui rimasero tra le sue braccia, a fargli compagnia e nutrimento.
Ho deciso, mi chiamerò così, con la dolcezza di queste consonanti liquide e sibilanti.
Scilla, questo sarà il mio nome.
Quel ragazzo me ne ha fatto innamorare.
La cercherò e troverò altre Scilla come me, mamma. Insieme a Marco, magari. Per ringraziarlo lo porterò nella mia nuova futura casetta. Vivrà con me, mentre io e Scilla ci ameremo alla follia. Troverò il suo antro grazie a Marco, mi spiace in parte per la sua collega per cui ha una cotta, Maya Contini. Beh capirà, ne sono certo, ci lascerà liberi di vivere come vogliamo.
Ne sono sicuro davvero.
Maya potrebbe venire a vivere con noi, se quei due decideranno di mettersi insieme, lei fa un po’ troppo la difficile. Che bello, così potrò prepararmi con lei quando finalmente ti incontrerò, mamma.
So che gli umani si amano e fanno l’amore per dimostrarselo l’uno all’altro. Farò lo stesso con te, mamma.
Prima proverò con Maya.
Poi verrò a cercare te, mammina.

«Edizione straordinaria. A seguito delle indagini della polizia riguardo alle morti sospette di alcuni barboni trovati orribilmente mutilati, la polizia sta in questo momento operando un arresto dopo attente indagini condotte dalla questura di Venezia. Trasmettiamo le immagini della nostra inviata in Viale S. Marco dove si stanno svolgendo le operazioni… ma cosa?! No, non sentiamo niente… vedo solo le immagini… sono… cosa sono quei tentacoli grigiastri… molli… cosa stanno facendo a quel poliziotto?… No, gli ha staccato la testa e le gambe… mi sento male… no, perché quei tentacoli, da dove vengono?… che razza di animale feroce è?… Abbiamo qualcosa in archivio?… Mio dio, sta… divorando… consumando… i resti… ommioddio, chi gli sta sparando adesso? Ah è l’ispettore Maya Contini, l’abbiamo già vista in occasione delle fabbriche della morte qui a Marghera… cosa? I tentacoli si stanno spaccando e ne generano altri… sono vivi, si muovono da soli, stanno attaccandosi alle altre persone, ai pompieri, ai dottori… oh mio dio, li stanno scarnificando, guarda quelli che ossa scoperte e quanto sangue bollito… no, anche la nostra inviata è stata presa, le ha strappato i vestiti… nuda, che gran pezzo di donna, che tette… guarda come si agita… neanche le piacesse… cosa? Le ha mangiato le gambe, guarda il viso, è… morta… la sta consumando… cosa? L’ispettore Contini ha preso un lanciafiamme e lo sta usando sui tentacoli… è arrivata una camionetta dell’esercito… evviva, quel grosso fottuto bastardo brucia… brucia, figlio di puttana… brucia… evviva… noooo, ha preso dei soldati e se li sta spupazzando, li sbatte a terra di violenza, ha staccato il torace a quello alto là in fondo… mio dio, sto male… forza, con quei lanciafiamme… ecco, stanno usando granate e bombe incendiarie al fosforo bianco… ce la devono fare, non ho mai visto niente di simile… mamma mia, se la telecamera ha registrato tutto, abbiamo l’esclusiva… sono un sacco di soldi…dobbiamo assicurarci che l’ispettore Contini rilasci solo a noi le interviste… che colpo di fortuna per il sindaco, questo lo farà rieleggere come ridere… ehi ma mi stai ascoltando?… cosa? Ma che… ommioddio… chi ti ha fatto sto buco in testa? Cosa… e lei chi è? Chi l’ha fatta entrare qui? Senta, non me ne frega niente se ha la divisa e le sue belle stelline, sa dove può mettersele, vero?! Cosa? Cosa fa con quella?… No, la prego, la metta giù… ho famiglia, la prego… non parlerò, lo giuro, non dirò nulla… no, no, guardi che ci sono altre registrazioni, non la farà franca, lei e quel suo naso aquilino, mi ha capito?!… no, la prego, non mi uccida… noooooooo….. K-POW!».

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Fabrizio Melodia “Astrofilosofo”
Nato nella nebulosa di Venezia in data astrale 21.1.76, studia filosofia nell’Università Intergalattica di Cà Foscari, conseguendo il Ph.D in Politica delle Costellazioni a Spirale Doppia con la dissertazione “Seconda stella a destra”, opera pregna di mappature incomprensibili e linguaggi extra filosofici, che gli vale la nomea sinistra di Astrofilosofo. Per raggranellare due soldi da spendere in assenzio buraniano alla Locanda dell’Ultramondo, scrive opere pulp per gli ebook intergalattici delle Pleiadi. Vive in una stazione orbitale assolutamente scassata, che egli ardisce chiamare pomposamente New Venice, con la moglie e i gatti, dilettandosi nel tempo libero alla scrittura di sterili poesie.

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(marco manicardi)
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