Trascende i confini della natura

di Benedetta Torchia “Sonqua”

Vado avanti e indietro e calpesto i giorni della mia memoria.
Non è bastato il trascorrere di questi sette anni di prigionia a rendermi un uomo libero. Sette anni col dito puntato e sono ancora imputato. A quel bastardo di veneziano, non sono bastate le sante inquisizioni che hanno preceduto la guerra di Cipro. M’ha denunciato dietro chissà quali compensi e lusinghe. La via del suo inferno sarà tirata a lustro dagli sfarzi della sua corte e dalle sue puttane in maschera.
Ho un brutto carattere. Non m’ha voluto nessuno e per tre volte m’hanno scomunicato i domenicani, i calvinisti e i luterani. Piccoli e chiusi nelle loro celle a ricopiare scienze fatte di niente. Eppure, ancora nessuno osa chiamarmi folle. Hanno paura che mi trasformi in un nuovo Erasmo e che possa scatenare una nuova Muehlhausen. Ma non avverrebbe: sono troppo pigri gli uomini di questo sud del mondo. Questa forma libera della disciplina che chiamiamo scienza e che nasce dal nostro intelletto e che tento e tento di regalare negando l’unico sole della Ragione e del pensiero non sembra importante di fronte alle concessioni del purgatorio.
Trascende i confini della natura umana e animale questa mia pervicace convinzione che mi ha condotto all’abbandono della tonaca, a errare per le università europee, a insegnare le mie vere teorie a signorotti in cerca di scuse migliori e più dotte per rubare la terra dei vescovi. Ma chissà se il loro pensiero è riuscito almeno a intuire la dimensione del cielo.
L’infinito che la mente umana non può contenere. L’infinito che include anche i limiti dell’intelletto e delle conoscenze dell’uomo. L’infinito che esisteva ed esisterà. L’Infinito che precede e divora i confini della natura che abbiamo già scoperto e che saremo in grado di scoprire. L’infinito, quel mostro indomito che dilania e si avvicina alla categoria del divino.
Mi si aggrovigliano le vene al sol pensiero. Perdo l’equilibrio e insieme la disperazione. Piccolo come un insetto. Fragile come una creazione. Ignorante delle presunzioni delle nozioni e dei dogmi. No, credo, che l’abbiano capita.
L’infinito contiene già tutto questo nostro dibattersi e arrabattarsi. Come pesci sui pianali delle barche che ci traghettano vero l’illusione della sapienza. Le mille possibilità e le combinazioni possibili delle vite che avremmo potuto vivere, delle forme che avremmo potuto avere, delle città che avremmo potuto costruire. Non ce la facciamo a descriverlo questo infinito. È tutto qui, ora, senza tempo e senza spazio: solo, disposto dalla natura in un modo appena per noi più comprensibile. Rispetto a questo hic et nunc ci condanniamo ad affrescare questa dimensione nelle absidi, inchiodandola lì, tra i cieli dorati e gli uomini morti santi mentre cercavano i segni e un senso al loro sentire.
Un’anima sovrannaturale del mondo che continuiamo a imbrigliare nelle nostre pergamene. A voler spiegare nelle nostre dissertazioni. Se il cielo fosse più vicino, si potrebbe vedere quanti soli potremmo scegliere. E se non siamo frutto del caso è perché abbiamo scelto, sin dalla cacciata dall’Eden, quale fratello uccidere, quale percorso percorrere, la direzione erratica che ci ha fatto imparare come piegare a nostro vantaggio la nostra natura e la possibilità di liberarci dalla morte.
Entravo nel consesso dell’aula e sbattevo i pugni sui transetti per gridare “Apri la porta attraverso la quale possiamo osservare il firmamento senza limiti“.
La sera, tra pochi intimi, mi arrabbiavo a tal punto da chiedere esasperato perché il mio interlocutore non si rendesse avvezzo che un altro uomo, lontano, molto lontano, potesse godere di un’altra luce, di un altro sole.
Se ci fosse un altro tempo che ci regalasse la possibilità di capire tutto quello che non capiamo, sarebbe forse accompagnato da un altro Spirito che non ci farebbe perdere istanti preziosi, qui, in queste carceri buie. Che non ci farebbe star lì ad accusare un uomo per sette anni e poi, di nuovo, ancora oggi.
Ho un brutto carattere che mi trascina troppo vicino alle trappole dei miei commensali. Ma quello che dico ha la dimensione evidente della natura che conosciamo e della natura che ancora non conosciamo. Ha lo spessore del vetro anodino delle cattedrali più alte e rispecchia la natura divina perché noi accediamo al regno di Dio solo se comprendiamo quanto poco spazio occupiamo, quanto poco il nostro pensiero può contenere.
Eternità. Godere per sempre della luce divina nel regno dei cieli. Il passato del paradiso terrestre. E fu sera e fu mattina. La separazione delle acque. E il settimo giorno si riposò. Grido alla mia inquisizione chiedendo se davvero possa esistere al mondo una mente tra noi convinta che l’intelletto umano e la natura che riusciamo a decifrare possa contenere questo tempo, questo spazio, questo luogo, questa capacità di dubitare che siamo noi oggi, ora, adesso.
Sbatto contro le sbarre incitando il mio carceriere a interrogarsi su come altro sarebbe possibile spiegare tutto questo se non grazie alla invenzione del libro della Creazione e del Detereunomio e alla poesia dei Salmi. L’evidenza dei fatti dovrebbe scagionarmi: solo le sacre scritture hanno avuto le parole per spiegare questo infinito.
E, se mi accusano di non usare i simboli della nuova cristianità, io rispondo che non li rifuggo ma che non posso impiegarli per spiegare la saggezza di Dio che “discende tra noi a mezzo di emissione di raggi, e viene comunicata e diffusa attraverso tutte le cose”.
I segni che vogliono impormi ci soccorrono nel recuperare una dimensione umana del tempo, del dolore; ci consentono di vivere nel nostro tempo, ma non ci avvicinano all’infinito. Ci segnano la strada per non distrarci dai segni, ma non sono i segni. Ci guidano nei campi di granturco alti, ma non ci saziano.
Savona, Torino, Venezia, Padova, Lione, Tolosa, Parigi, Chambery, Londra, Oxford, Wittenberg, Praga e Francoforte. Mi chiedo oggi come sia possibile che nessuno abbia capito. Mi chiedo se sia capitato in una dimensione parallela in cui le spiegazioni più palesi non abbiano ancora un linguaggio adatto. Il mio bisogno, il bramare l’assoluto supera quello della caducità dell’esistenza, ma non è bestemmia; è solo l’umiltà con cui accolgo la potenza della creazione di cui non comprendo l’interezza in natura. Ho pregato mille volte perché lo spirito santo mi infondesse la stessa potenza dei profeti, ma credo mi toccherà solamente la stessa sorte.
Verrà un giorno, in fondo, in cui i saperi e le scienze saranno divise come il mare e affogheranno tutte le nostre paure di essere mortali e senza potere, come sono precipitati cavallo e cavaliere quando Mosè seppe aprire le acque della salvezza dalla schiavitù dell’Egitto. Ma oggi. Oggi ci inseguono e non riconoscono le loro piaghe.
Dove importa l’onore, l’utilità pubblica, la dignità e perfezione del proprio essere, la cura delle divine leggi e naturali, ivi non ti smuovi per terrori che minacciano morte.
Insieme al pane e all’acqua e a questa tonaca di tela pesante che avevo giurato di vestire mai più, m’hanno consegnato i miei capi d’accusa. I punti della mia disciplina.

  1. Negare la transustanziazione;
  2. Mettere in dubbio la verginità di Maria;
  3. Aver soggiornato in paese d’eretici, vivendo alla loro guisa;
  4. Aver scritto contro il papa lo “Spaccio della bestia trionfante”;
  5. Sostenere l’esistenza di mondi innumerevoli ed eterni;
  6. Asserire la metempsicosi e la possibilità che un’anima sola informi due corpi;
  7. Ritenere la magia buona e lecita;
  8. Identificare lo Spirito Santo con l’anima del mondo;
  9. Affermare che Mosé simulò i suoi miracoli e inventò la legge;
  10. Dichiarare che la sacra scrittura non è che un sogno;
  11. Ritenere che perfino i demoni si salveranno;
  12. Opinare l’esistenza dei preadamiti;
  13. Asserire che Cristo non è Dio, ma ingannatore e mago e che a buon diritto fu impiccato;
  14. Asserire che anche i profeti e gli apostoli furono maghi e che quasi tutti vennero a mala fine.

La mia legge morale. E mi chiedono di ritrattare. E io sono stanco.
La tonaca punge e ho un brutto carattere e nelle stanze del veneziano mi sono spesso abbandonato a sfoghi che credevo inascoltati.
È un bastardo, figlio di una cagna questo veneziano. Sicuro che una volta che diventerà un povero diavolo all’inferno, lontano dalla luce dei mille soli esistenti, si salverà anch’egli perché a Dio non importa la piccolezza relativa della nostra esistenza. Perché l’inferno è un’invenzione risibile di fronte alla grandezza delle cose create, per questo si salveranno tutti e non serve pagare.
Ho risposto sino a oggi punto per punto. Con dovizia. Ho solo dimenticato di specificare a chi mi interrogava e dissertava con me al solo scopo di trainarmi in fallo che, forse, lo Spaccio della bestia non devo averlo scritto molto bene se è stato così frainteso: le argomentazioni andavano contro Lutero, non contro il Papa; contro quel demente partito lancia in resta, divenuto schiavo dei banchieri che ha prestato la sua opera per sostituire il cappio di una religione con un’altra.
Leggo e rileggo i miei tredici capi d’accusa e mi continua a sembrare così evidente: la terra è un punto limitato costruito con le convinzioni e le condizioni che ci sono accadute e che abbiamo saputo raccogliere nella storia degli uomini. E, se questo ridimensiona l’autorità e il potere nella raggiera della luce del mondo, credo che la scienza non debba assumersene responsabilità di sorta. Sono l’autorità e il potere che devono sforzarsi di trovare una loro etica.
Non l’ho inventato io questo nostro sole tra soli. Epicuro da Samo e Lucrezio hanno dato la carne al mio De l’infinito universo et mondi: e, forse, se tra quatto volte cent’anni si potrà solcare il buio del cielo, si potranno vedere questi quattro globi simili alla terra che oggi mi fanno rischiare il rogo.
E, se solo avessi la follia delle scritture dell’Apocalisse e la forza dei profeti per trovare le parole che spiegano questa geometria sacra, potremmo forse anticipare la ricerca di nuovi uomini illuminati. E, se solo capissero che un paradosso non è una scoperta e che una metafora non è una prova e che io stesso non sono un oracolo, sarebbe più facile parlare di astronomia al cospetto di Dio.
Oggi sono stanco e parlo chiaramente, senza tema di finire in trappola: nel continuo trasformarsi della vita, ognuno di noi supera il tempo che conosciamo per rimestare ricordi e sentimenti. Per travalicare la nostra stessa esistenza. Per nutrire anche coloro che non conosciamo. Le anime sono immortali e informano corpi diversi e lontani nel tempo e nei luoghi, come le anime immortali dei santi e dei profeti che ci hanno nutrito e parlato. In chiesa che senso avrebbe la locuzione nei secula seculorum. E quest’anima grande che ci contiene tutti ne è la dimostrazione. Questo universo tenuto vivo dallo spirito immanente del Dio che si è moltiplicato.
E la realtà è Dio non sono le Scritture, né la verginità, né i profeti, né i dogmi. Quelli sono oggetti della mano dell’uomo che per la sua natura bestiale si attiene ai confini che conosce. Imperfettissime ombre di una realtà ben più grande. Sovrannaturale.
Il regno di Dio è nel cuore degli uomini ed è questa natura che ci consente di cercare un mondo che ancora non conosciamo. Non arrabbiatevi domani se non mi appellerò al crocifisso. Sarebbe oltraggioso negare, proprio all’ultimo, l’esistenza del soprannaturale.

Il 17 febbraio del 1600 Filippo Giordano Bruno è stato denudato e bruciato vivo. Femo nelle sue intenzioni, ha distolto platealmente il viso dal crocifisso che un sacerdote gli porgeva per l’assoluzione, a testimoniare che neanche il boia ha avuto pietà e non lo ha stordito con alcuna pozione.
Morto eretico impenitente, primo esponente storico della fantascienza e del libero pensiero.

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Benedetta Torchia “Sonqua”
Nata e in corso d’opera. (Sì, è una biografia ed è molto comoda.)
Sonqua

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(marco manicardi)
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