Gli uccelli

di Giampaolo Bonora “oasi”

Uh che scorpacciata. Ora mi faccio un riposino. Là, per esempio, ché si vede il panorama e si sta tranquilli.

Ooohh, ecco. Qui ci stavano degli umani, una volta.
Da qui si sentono bene anche le voci di lontano, ad averne voglia.
Si sta proprio bene. Nessuno che ti piomba alle spalle, nessuno che ti manda via.
Ci si può lasciar andare. Non del tutto eh, mai; però abbastanza per sentire qualcosa che ti si muove dentro: non solo nello stomaco, voglio dire, però càpita di preferenza dopo mangiato. Anche se ti stai riposando, è un po’ la stessa cosa: c’è qualcosa che si muove, stai all’erta e ogni tanto zac, lo becchi e te lo elabori. Qualche volta è immangiabile, ti sei sbagliato, lo sputi subito e ti dedichi a qualcos’altro. Qualche volta è indigesto, dopo stai male. Qualche volta ne digerisci solo un po’, ma son soddisfazioni. È proprio come procurarsi il cibo: quando hai imparato, se sei abbastanza sveglio il più delle volte ti va bene.

Non chiedetemi come funziona questa cosa di mettere in fila delle cose che mi passano per la testa, alla maniera degli umani di una volta: non lo so, come funziona. Mi vien di fare così. Credo che sia una faccenda complicata di strati che traducono altri strati, ho capito che qualcuno di questi strati ce lo abbiamo dentro, qualcun altro no. Ho capito anche che qualcuno di questi strati che abbiamo dentro ce lo abbiamo sempre avuto, qualcun altro no. Qualcuno di quelli che abbiamo sempre avuto lo facevamo funzionare da sempre, qualcun altro ci siamo accorti di averlo solo da un certo momento in poi. Più di questo non so, e non mi interessa mica poi tanto saperla bene, questa faccenda. Me ne sto qui a digerire, sto proprio bene. Se ne ho voglia, ascolto le voci nelle vibrazioni dell’aria, gioco con loro. E se viceversa a qualcuno arriva l’eco di questa digestione, buon pro gli faccia.

Dove stanno poi esattamente, dove si fermano queste cose che ti si muovono dentro, anche questo non lo so. Nella testa, forse. Ma da qualche parte si fermano, perché succede che da una volta all’altra qualcosa ti ricordi. Vuol dire che sono ancora lì, o almeno che hanno lasciato un segno: dove, non lo so.

A proposito di segni. Non chiedetemi il mio nome, né quello dei miei simili, non ce l’ho un nome, noi non ne abbiamo bisogno, tra di noi ci riconosciamo. Era una fissa degli umani, questa di dare un nome. La nostra faccia, la nostra voce, sono già dei segni sufficienti a riconoscerci tra di noi, non ci sbagliamo mai. E anche quelli che non sono “noi” li riconosciamo quanto basta, e se dobbiamo mettere sull’avviso i nostri simili ci facciamo capire al volo.

Io, come tutti i miei, le cose preferisco capirle al volo. No, non perché siamo uccelli, quello non c’entra. O forse sì, ma non è quello che volevo dire. Può succedere anche mentre voliamo, di capire una cosa al volo, ma non è detto. Guardiamo giù, guardiamo intorno, guardiamo gli altri, qualcosa che abbiamo dentro si combina e allora paff, ecco! Ho capito. Funziona così fin da prima che cominciamo a volare, da sùbito, fin da quando siamo nel nido dei nostri genitori. Paff, paff, paff.
Può succedere anche che sia l’ultima cosa che fai, come quando il falco ti becca al volo: non dovevo passare lì vicino, non dovevo svoltare da quella parte. Tac, fine. Succede di rado, per fortuna. Si impara anche dalla sfortuna altrui, o dagli errori altrui. Ma non è automatico che ti si stampi nella testa quello che hai visto, non è detto che quando càpita a te che credi di aver imparato, poi non fai la stessa cosa del tuo simile che hai visto sbagliare. Questi strati di traduzione e spiegazione e comprensione non sono mica perfetti.

Chissà poi perché si dice che una cosa che hai imparato “ti si stampa in testa”. Lo so che ho una testa, un tronco, delle ali. Quando mangio molto, lo sento nello stomaco, nella pancia. Ma quello che imparo, non sono mica sicuro che lo devo localizzare nella testa, a me sembra di imparare con tutto il corpo. Ma forse non è così: in fin dei conti, il falco quando ci cattura, per prima cosa ci spacca la testa a beccate. Ma si vede che lì non trova niente di suo gusto, perché poi si dedica alla ciccia.

Ce n’è ancora, dei falchi che cacciano al volo; non molti, per fortuna nostra. Da piccoli ci insegnano ad averne paura; prima, però, ci insegnano ad avere paura degli altri rapaci, gli spazzini, quelli che si fiondano solo su quelli di noi che sono feriti, o rintronati a terra, o piccoli caduti dal nido e smarriti. Di spazzini ce n’è in abbondanza, perciò come prima cosa ci insegnano a stare insieme. Bisogna restare a portata di voce, in modo che al momento buono basti un verso, un richiamo, e arrivano i soccorsi. Ma poi, insomma, a un certo punto qualche rischio te lo devi pur prendere, ce l’abbiamo scritto dentro di prenderci dei rischi, di andare a vedere, di andare a cercare: è quella faccenda dell’istinto.
Anche l’istinto è una cosa complicata. Come sia finito lì, dentro di noi voglio dire, come sia stato scritto, perché venga fuori solo in certi momenti e non in altri, son cose complicate che non so spiegare, so che da un certo punto in poi c’entrano anche gli umani, ma adesso che non ci sono più non è che ci mettiamo poi troppi problemi, ce l’abbiamo e basta.

Lo so com’erano fatti gli umani, me l’hanno insegnato. Dovessi vederne uno, degli umani, ho ancora l’istinto di stargli alla larga. Non come dal falco, intendiamoci, però se ho questo istinto vuol dire che anche degli umani bisognava diffidare, quando c’erano, non come con certuni, che ci si può convivere senza troppi problemi.
Devono essere stati proprio dei bei soggetti, questi umani, quando c’erano. Da su per aria si vedono delle cose che possono averle fatte solo loro. Hanno cambiato faccia alla terra, letteralmente, anche se adesso si vede già meno perché la terra va poi avanti per conto suo, anche senza di loro. Anche senza di noi, se è per quello. Noi lo sappiamo, lo abbiamo sempre saputo, ce ne siamo fatti una ragione; loro no, chissà cos’avevano in testa.

Ho capito che a un certo punto, tante ma tante generazioni fa, centinaia di stagioni fa, le cose per loro si sono messe ad andare molto bene, troppo bene. Per quasi tutti gli altri esseri viventi un po’ meno, ma loro non se sono preoccupati. Si può anche capirli: crescevano di numero, vivevano più a lungo, di che ti stai a preoccupare? Dev’essere stato allora che hanno cominciato a montarsi la testa, come se al mondo ci fossero solo loro. Quando poi si sono accorti che con le vibrazioni dell’aria potevano parlarsi a distanza, non si sono tenuti più.
Si sono montati la testa, è per questo che si sono estinti. Prima non facevano così.
Almeno, così ho capito.
A un certo punto hanno voluto andare in tutti i posti dove non erano mai stati. E fin qui passi, l’importante è tornare vivi, anche in mezzo a noi ci sono gli avventurosi, e qualcuno ci lascia le penne. Ma loro, ovunque andavano, volevano lasciare il loro segno, restarci a qualunque costo, colonizzare. Mi hanno raccontato che si litigavano dei pezzi di terra nuda dove non sarebbero mai riusciti a vivere, loro che erano così delicatini e non avevano nemmeno più, non dico penne e piume come noi, ma nemmeno i peli addosso.
Eh certo, ingegnosi erano ingegnosi, gli umani, come tante formichine. Noi questa cosa delle vibrazioni nell’aria la sappiamo da sempre, a modo nostro. L’abbiamo sempre saputo che in certi posti “ci si sente”, si sentono delle voci lontane; oppure che si sentono delle voci quando facciamo certe evoluzioni. Antenne naturali, dicono, c’è perfino chi le sa usare meglio di noi. A noi, ce l’hanno sempre detto fin dal nido: strilla forte, prova, chissà che non diventi come quello che riesce a farsi sentire fin dove non arriva la voce. Loro, gli umani, non è che avessero capito proprio tutto di come funzionano queste cose, ma quando se ne sono accorti, quel che hanno capito hanno fatto in modo di sfruttarlo.

Senonché, già erano andati dappertutto, poi in qualunque posto hanno cominciato a volerci andare tutti. Cioè, tutti volevano andare dappertutto. Tutti volevano fare tutto. Difficile, eh?
Si dice che un certo punto hanno cominciato a mettere dei marchingegni di controllo dappertutto, delle trappole insomma, non necessariamente per catturare altri animali e mangiarli, ma per far andare le cose come volevano loro, o almeno come voleva qualcuno di loro, ché poi non andavano mai d’accordo. Dove c’erano loro, era tutta una trappola.
Hanno cominciato anche a mettere dei congegni addosso agli animali, perfino addosso a noi, così mi hanno detto, e dev’essere così. Bene o male, noi siamo fra quelli che sono riusciti a cavarsela lo stesso, loro invece a un certo punto non sono più stati capaci di far senza i loro aggeggi. Hanno cominciato a metterseli addosso, questi congegni. Non so com’è stato di preciso, ma dev’essere successo che a un certo punto gli umani hanno perso il filo, sono rimasti dentro alle loro trappole.

Comunque sia andata, a quei tempi là dev’essere stato proprio un gran casino, tutto sconvolto troppo in fretta. A un certo punto sono venuti fuori degli incroci strani, metà umani e metà marchingegni, ma sono durati poco anche quelli. A quel punto si erano già fatti un bel po’ di danni, però.
A dire il vero, non lo so se sono proprio danni. Certo, questi strati che dicevo, questi sistemi per cui certe volte ci facciamo capire anche da altri diversi da noi, in questi sistemi di adesso c’è un po’ lo zampino degli umani, prima di loro le cose andavano diversamente.

L’ho già detto, non so bene come funziona questa cosa che io quando sono qui con la pancia piena, delle volte mi sembra che insieme a un ruttino mi vengano su dei pezzi di quello che c’era prima di me, delle cose che ce le ho scritte dentro, che ci sono nato, con quelle. Ecco, qualcuna di quelle cose lì, sono sicuro, le hanno scritte gli umani, io non so come abbiano fatto, ma dovevano essere diventati bravissimi, perché le hanno messe dappertutto. Adesso loro non ci sono più, ma il mondo è pieno di loro, anche noi uccelli siamo pieni di loro. Burp.

__________
Giampaolo Bonora “oasi”
Laureato in Architettura col massimo dei voti. Da più di trent’anni cerca di redimersi da questo peccato di gioventù. Sfoglia il web dai tempi di Netscape Navigator sotto Windows 3.11, ma ora gli è venuto un po’ a noia. Ogni tanto mette qualcosa sul tumblelog qui sotto o negli altri posti che sono scritti lì.
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(marco manicardi)
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